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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II Dipartimento di Studi Umanistici Corso di Laurea Magistrale in Lingue e Letterature Moderne Europee Tesi di laurea in Letteratura spagnola Gli oggetti ne La Celestina e nel Lazarillo de Tormes Relatore: Ch.mo prof. Antonio Gargano Candidata: Michela Romano Matr. N61000473 ANNO ACCADEMICO 2014-2015 2 Alla mia famiglia, la mia unica e inestimabile fonte di ispirazione. 3 Introduzione 4 I. La Celestina 1. Il nuovo volto dell‘aristocrazia: oggetti ostentati e dissipati ne La Celestina. 8 II. Hilado-cordón-cadena: tra simbologia e materialità 1. L‘hilado per il cordón: scambio di beni materiali nella Tragicommedia 2. ―Cordón-fetiche‖: la locura de amor di Calisto 3. La cadenilla de oro: la morte di Celestina e dei suoi complici 19 III. «Lo que sana el hígado, enferma la bolsa» 1. L‘encomio del vino ne La Celestina 49 IV. Il Lazarillo de Tormes 1. Con il ciego, con il clérigo, con l‘escudero: la parodia nel Lazarillo 2. Lazarillo e il ciego: toro de piedra, jarrillo de vino, uvas, longaniza 3. Lazarillo e il clérigo de Maqueda: la lotta per l‘arcaz 4. Lazarillo e l‘escudero: la casa lóbrega e oscura 65 Bibliografia 114 4 INTRODUZIONE Non esiste un‘opera che presenti come protagonisti assoluti gli oggetti, eppure, questi ultimi sono in grado di ritagliarsi uno spazio notevole, se non in qualità di protagonisti almeno in quella di agenti più o meno attivi all‘interno del tessuto della trama. Che la letteratura sia dimostrazione di ciò è innegabile: si pensi, ad esempio, alla grande stagione del romanzo europeo che si serve degli oggetti per ricreare l‘effetto di realtà e per rispondere a particolari esigenze strutturali, i cosiddetti riempitivi romanzeschi o ancora al Novecento, che, nei movimenti artistici e letterari del futurismo e del surrealismo, è permeato da riflessioni sugli oggetti. Quando si parla di oggetti è, però, impossibile non pensare alla loro funzione; l‘oggetto oltre a veicolare quasi sempre un significato sociale, simbolico o segnico, può ricoprire un ruolo determinante nella evoluzione della narrazione. Una vera e propria letteratura ―oggettuale‖ che, secondo Massimo Scotti, potrebbe addirittura risalire all‘epopea omerica, nella quale è possibile riscontrare una delle più note ed estese ekphrasis: La descrizione delle armi di Achille, nel XVIII canto dell‘Iliade, decreta il trionfo di un oggetto –lo scudo– che viene illustrato in ogni dettaglio e assume la dimensione di una cosa-mondo che include l‘universo. Nella sua decorazione figurata sono compresi infatti i cieli, la terra, gli astri, e vi si svolge una vera e propria narrazione, in cui si può intravedere, fra l‘altro, una mise en abyme del poema stesso (lo scontro tra due popoli rivali). Nell‘Odissea, invece, la funzione di alcuni oggetti specifici ha, per il riconoscimento dell‘eroe che ritorna, un‘importanza dominante: mentre gli umani sono dubbiosi e perplessi circa l‘identità di Ulisse, le tracce oggettuali che lui ha lasciato risultano inequivocabili. Solo il vero sovrano di Itaca può piegare il grande arco, solo lo sposo di Penelope può sapere che il letto nuziale è costruito su un tronco di olivo.1 1 M. Scotti, «Oggetti e feticci», in Letteratura europea, dir. da Piero Boitani e Massimo Fusillo, UTET, Torino, 2014, Vol. III, pp. 335-353, cit., p. 335. 5 Pertanto, «la presenza e la persistenza dell‘oggetto possono avere esiti diversi: adempiere a una funzione puramente esornativa, rispecchiare o catalizzare stati d‘animo, assumere un ruolo essenziale nella narrazione, cambiare anima trasformandosi in simbolo, oppure mutare il proprio status, assurgendo alla categoria di feticcio».2 Di funzionalità, o meglio di anti-funzionalità, si è occupato Francesco Orlando in Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, opera il cui proposito è stato quello di rintracciare all‘interno di passi tratti da una letteratura ad ampio respiro alcune costanti formali e tematiche, che si concretizzano nella forma dell‘elenco e nella predilezione tematica di oggetti connotati da concretezza fisica e anti-funzionalità. La letteratura è, infatti, per Orlando «sede di un ritorno del represso antifunzionale»3 che è prova della sua vocazione a «contraddire nel suo spazio immaginario l‘ordinamento del reale».4 Allo stesso modo, l‘interesse per la letteratura oggettuale caratterizza Feticci di Massimo Fusillo che propone, come il titolo stesso suggerisce, un‘analisi di oggetti materiali carichi di valori simbolici ed emotivi, i feticci per l‘appunto, interlocutori privilegiati delle emozioni e quasi estensioni del corpo stesso. Sul versante americano, invece, l‘interesse per ―le cose‖, o più specificamente per l‘interazione tra uomo e oggetto in ambito letterario e culturale, ha generato un vero e proprio filone di studi a partire da Bill Brown. L‘iniziatore di quella che viene generalmente definita Thing Theory, in un omonimo articolo, afferma che gli oggetti sono carichi di significato we look through objects (to see what they disclose about history, society, nature, or culture-above all, what they disclose about us), but we only catch a glimpse of things. We look through objects because there are codes by which our interpretive attention makes them meaningful, because there is a discourse of objectivity that allows us to use them as facts.5 2 Ibidem. 3 F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Einaudi, Torino, 1994, cit., p. 17. 4 Ivi, p. 10. 5 B. Brow, «Thing Theory», Critical Inquiry, Vol. 28, No. 1, Things, (Autumn, 2001), pp. 1-22, cit., p. 4. 6 Si accennava alla funzionalità, o meglio all‘idea che l‘oggetto possa ricoprire all‘interno della trama un ruolo significativo e farsi carico, in alcune specifiche circostanze, di una valenza simbolica. Nella letteratura gli oggetti, infatti, possono assumere una carica simbolica o astenersi dal farlo, presentandosi soltanto come mere pedine accessorie. Nel primo caso, l‘oggetto diventa simbolo quando dietro la sua mera presenza si cela un valore occultato, volutamente nascosto, comprensibile, però, ad un pubblico attento di lettori –o spettatori nel caso della rappresentazione teatrale dal vivo–. Esso può rimandare a modelli e temi letterari, a istanze economiche, sociali, storiche e così via, in una modalità di rappresentazione seria o faceta. Nel secondo caso, invece, rientrano quegli oggetti che non ricoprono alcuna funzione effettiva, semplici significanti il cui significato non si estende al di là della loro letterale presenza. Ed è, dunque, dei primi che ci occuperemo in questa sede, analizzando la presenza dell‘oggetto nell‘ambito della letteratura spagnola a cavallo tra la fine del XV e la metà del secolo successivo, in opere, per così dire, di transizione e di sperimentazione letteraria, La Celestina di Fernando de Rojas e il Lazarillo de Tormes. Tali opere, infatti, si caratterizzano per una spiccata presenza di oggetti che, da una lato, assumono il compito di stimolare e fomentare l‘azione, mentre, dall‘altro, concorrono all‘organizzazione di una fitta rete di rimandi simbolici a disparati ambiti sociali e letterari. In primo luogo, La Celestina, opera il cui intreccio sembra ruotare attorno ad una vera e propria compravendita di oggetti, merci che si caricano, in alcuni casi, di una investitura simbolica lampante e che, oltre a sollecitarela classicità fosse lampante il significato erotico del termine ών , cordone, utilizzato da Omero per fare riferimento nell‘Iliade al cordone di Afrodite, o ancora in quella latina dove il termine cestus diventa simbolo della castità femminile, «como se ve en el caso de Hércules con la ―cinta‖ de la reina de las amazonas, o en la de Juno, quien para impedir que Júpiter, su marido, se enamorase de alguna de sus concubinas, pide 75 Una lettura confermata anche da un interessante studio condotto da Marcelino V. Amasuno, il quale oltre ad una lettura erotica, ne individua una di tipo religioso: «en otro plano semántico, se produce la identificación de uno de los componentes del objeto metaforizado (nudos) no sólo con la Pasión, es decir, los que hacían las mujeres para el Viernes Santo («Porque el viernes santo vido a su amiga hazer los nudos de la pasion, en un cordon de seda», n. 4 de «Poesías amorosas», en Obras completas de Juan Alvarez Gato, pág. 9), sino también con el método característico de ligatura (lat. vaecordia). Consiste en hacer nudos en una cuerda o una banda de cuero y de este modo vincular al hombre y a la mujer por un fuerte lazo erótico: su fuerza desaparecería cuando los nudos quedaban disueltos», M. V. Amasuno, «Sobre la ―Aegritudo amoris‖ y otras cuestiones fisiátricas en La Celestina», Anejos de la Revista de filología española, 97, Consejo Superior de Investigaciones Científicas, Madrid, 2005, cit., p. 163. 76 López-Ríos, Señor, por holgar con el cordón, cit., p. 197. 35 prestado su cinturón a Venus».77 Il carattere erotico continua ad essere registrato nella poesia cortigiana del XV e del XVI secolo, nelle composizioni di Luis del Castillo e di Costana. Quest‘ultimo, infatti, sembra essere secondo Francisco Rico, il modello che Rojas avrebbe utilizzato nell‘attribuire un forte significato erotico al cordone: Otras suyas a vn cordon que le dio vna dama Cordon que tan añudado vas a ceñir a mi Dios quando estas mas su priuado de lo que passo entre nos mira que tengas cuydado pues que el ser yo te lo di y eres por mi cuyo eres mira quanto hize por ti quando en el tu reyno fueres acuerdate de mi. Los ñudos que lleuas son memoria de los que quedan dados por tal discrecion que deshazer no se puedan dentro de mi coraçon si fueras por mi ventura de mis tristes braços hecho, tu vida fuera segura yo gozara del prouecho de ceñir la su cintura.78 In Calisto, però, rispetto alla composizione sopracitata, riscontriamo una certa lascivia, poiché il cordone-reliquia si trasforma sin da subito in feticcio erotico. L‘ironia del testo raggiunge il suo climax attraverso l‘intervento di Celestina, la quale, affinché il giovane cessi di vaneggiare, lo ammonisce un po‘ seccata «señalándole que el cordón es un objeto muerto, y que su razón peligrará»79 se continua in quel modo: 77 Amasuno, Sobre la Aegritudo amoris, cit., pp. 162-163. 78 Cancionero general: que contiene muchas obras de diuersos autores antiguos con algunas cosas nueuas de modernos, de nueuo corregido e impresso, en casa de Philippo Nucio, 1573, versione digitalizzata, https://books.google.it/books?id=kQ3R4bkuAQUC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_sum mary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false. 79 Ferré, Celestina en el tejido de la „cupiditas‟, cit., pp. 8-9. 36 CELESTINA. Cessa ya, señor, esse devanear, que me tienes cansada de escucharte y al cordón, roto de tratarlo.80 L‘osservazione della fattucchiera, afferma Marcelino Amasuno, «no puede expresar con mayor rigor el lamentable estado de confusión mental que proyecta la conducta de Calisto. Movido por aquel objeto que pertenece a Melibea, víctima de un paroxismo emocional no extento de una abundosa dosis de autogratificación oral y táctil, el caballero ofrece a los presentes el triste espectáculo de su recalcitrante desvarío».81 Ma il loco de amor, noncurante degli ammonimenti della vecchia, continua i suoi sconsiderati vaneggiamenti, invidiando il cordone per aver cinto e abbracciato il corpo dell‘amata: CALISTO. O mezquino de mí, que assaz bien me fuera del cielo otorgado que de mis braços fueras hecho y texido y no de seda como eres, porque ellos gozaran cada día de rodear y ceñir con devida reverencia aquellos miembros que tú, sin sentir ni gozar de la gloria, siempre tienes abraçados. ¿O qué secretos avrás visto de aquella excellente ymagen?82 Il monito di Celestina di trattare il cordone come tale («deves, señor, cessar tu razón, dar fin a tus luengas querellas, tratar al cordón como cordón por que sepas hazer differencia de habla quando con Melibea te veas; no haga tu lengua yguales la persona y el vestido»)83 è solo uno dei numerosi aspetti comici dell‘opera che attribuisce osservazioni raziocinanti ad un personaggio degradato. La comicità è all‘interno dell‘opera è infatti dilagante, basti pensare a tutta una serie di infrazioni al codice cortese che Calisto commette pur professandosene attento sostenitore: Fin dalla prima battuta dell‘opera, nel colloquio d‘esordio con Melibea, Calisto offre un concentrato di argomenti che rimontano tutti a quel codice di amore cortese che, per un lato era patrimonio culturale del ceto aristocratico dell‘epoca e, d‘altro lato, trovava manifestazione letteraria in generi coevi come la lirica dei canzonieri, la narrativa sentimentale e, in parte, il romanzo 80 Rojas, La Celestina, cit., p. 187. 81 Amasuno, Sobre la Aegritudo amoris, cit., p. 164. 82 Rojas, La Celestina, cit., p. 187. 83 Ivi, pp. 187-188. 37 cavalleresco. A quest‘antico quanto nobile repertorio di idee faceva ricordo Calisto quando, nella battuta iniziale, dichiarandosi a Melibea, affermava di vedere manifesta la ―grandezza di Dio‖ […]. Con una continua oscillazione tra le sfere del sacro e del profano, […] troviamo riuniti pressoché tutti i valori su cui si fondava la concezione erotica aristocratico-cortese: la forte idealizzazione della donna, fino a farne un‘entità di natura divina; la conseguente incolmabile distanza che veniva a crearsi tra il soggetto amante e il soggetto amato; la passione intesa come puro desiderio, […] l‘assoluta segretezza, […] la sofferenza mortale […]. A tutti questi valori, […] Calisto non smette mai di richiamarsi e di dichiararsi fedele, salvo poi, col suo comportamento, puntualmente smentirli tutti.84 Ritornando al testo, Celestina taglia corto: non ha tempo da perdere e, così si allontana dalla dimora di Calisto, non prima però di avergli sottratto il tanto osannato cordone: CELESTINA. [...] Por ende dame licenzia, que es muy tarde, y déjame llevar el cordón, porque como sabes, tengo dél necessidad.85 Il cordone resterà nelle sue mani, o almeno è questo ciò che si intuisce dal testo. Più avanti, infatti, precisamente nel IX atto, Lucrecia si recherà a casa di Celestina per richiedere insieme al cordone, una immediata visita alla sua padrona: LUCRECIA. [...] pedirte el ceñidero y demás desto, te ruega mi señora sea de ti vistitada y muy presto, porque se siente muy fatigada de desmayos y de dolor del coraçón.86 Ma l‘astuta alcahueta, che ha già in mente di tenere per sé anche il sacro cordone, si rifiuta di affidarlo alla criada, dicendo che sarà lei stessa a portarlo e ad occuparsi della nobile Melibea. E così, durante il secondo incontro tra le due donne, 84 Gargano, Le arti della pace, cit., pp. 189-190. 85 Rojas, La Celestina, cit., p. 191. 86 Ivi, p. 237. 38 la situazione si capovolge: Melibea riconosce di avere un urgente bisogno di essere assistita dalla tercera, che questa volta viene accolta con maggior garbo: MELIBEA. Lucrecia, echa essa antepuerta. ¡O vieja sabia y honrrada, tú seas bienvenida! ¿Quéte paresce cómo ha quesido mi dicha y la fortuna ha rodeado que yo tuviesse de tu saber necessidad para que tan presto me oviesses de pagar en la misma moneda el beneficio que por ti me fue demandado para esse gentilhombre que curavas con la virtud de mi cordón?87 E poi, qualche battuta più avanti, spiegherà la ragione del suo malessere: MELIBEA. [...] En mi cordón le llevaste embuelta la possessión de mi libertad. Su dolor de muelas era mi mayor tormento, su pena la mayor mía. [...] as sacado de mi pecho lo que jamás a ti ni a otro pensé descobrir.88 Secondo alcuni studi critici, l‘uso del passato, quell‘ «en mi cordón le llevaste embuelta la possessión de mi libertad», confermerebbe l‘ipotesi dell‘assenza dalla scena del cordón che, simbolo della verginità di Melibea, non può esserle restituito proprio perché la giovane ha lasciato che una donna di malaffare ne violasse l‘integrità. Il male di cui la giovane donna è affetta è quello di una inconscia passione d‘amore per Calisto. La libertà che Melibea lascia a Celestina, quella ciò di interrogarla sui sintomi del suo malessere, la fanno cadere nell‘errore di darle la possibilità di mettere in atto le sue arcinote abilità discorsive. Il potere della parola dell‘alcahueta –che ha già plagiato Calisto, Pármeno e Areúsa– erompe con straordinaria forza e, ancora una volta, riesce a plasmare la volontà del suo interlocutore.89 Quando la mezzana illustra la diagnosi e, sulla base dei sintomi 87 Ivi, p. 239. 88 Ivi, pp. 245-246. 89 «El primer intercambio verbal entra las mujeres complace el apetito auditivo de Melibea (―O, ¡qué gracioso y agradable me es oyrte!‖) hasta el punto de decir a Celestina que la virtud de su lengua puede juntar con poco esfuerzo los pedazos de su corazón. En adelante, el diálogo adopta las convenciones y el léxico de una consulta médica. Al declarar su dolor, Melibea hace posible la elección de dicho registro conversacional, que permete a la alcahueta formular preguntas. Ahora es la 39 palesati, suggerisce la sua cura nella persona di Calisto, la giovane sviene. La caduta del corpo esanime di Melibea è indice di una altrettanto importante caduta, quella morale: una morte simbolica con successiva ―rinascita‖ che segna la comparsa di una donna diversa, poiché rinunciataria dei valori etici e morali che la sua posizione sociale le imponevano. Non dimentichiamo che la donna, specialmente se del rango di Melibea, è considerata come un bene che deve sottostare alla volontà del padre: già soggetta al codice etico e comportamentale della sua classe, la donna deve rispondere in tutto e per tutto alle decisioni paterne, per cui la scelta del marito, tra le altre cose, rientra in tali disposizioni. L‘alienazione del libero arbitrio in favore del padre, colui che, in sostanza, ha potere decisionale su una figlia che può impiegare «como materia de intercambio para otorgarla al marido que le convenga según linaje»,90 comporta la delineazione di una figura, quella della donna, come un oggetto che passa dalle mani del padre a quelle del futuro marito. L‘inserimento di Celestina in tale sistema è l‘elemento destabilizzante: da un lato esautora il padre del suo potere decisionale, operando uno scardinamento del sistema convenzionale, mentre dall‘altro fa in modo che la giovane professi amore per un uomo cui non è stata destinata e, cosa ancor più grave, che si unisca sessualmente a lui prima del matrimonio. È per questo che il cordone non può esserle restituito: The familiar symbol of female chastity, the girdle, passes from Melibea to Calisto, through the hands of the broker Celestina; needless to add, it is never returned. It cannot be returned and not only for the literal reason that virginity once surrendered cannot be restored, but because the transfer of the object has signified the surrender of the ethical value for which it stood. From that moment, the object ceases to be a symbol and is merely an object.91 suya la voz de la autoridad. Poco a poco van destacándose y esponiéndose entre si dos conjuntos semánticos, el mal, dolor, pena y pasión de Melibea versus la melezina, salud y cura de Celestina [...]», G. Illades, «Ecos de una ―poética de la audicción‖ en La Celestina», Universidad Autónoma Metropolitana-Iztapalapa, in Lillian Von der Walde Moheno (a cura di), Propuestas teórico- metodológicas para el estudio de la literatura medieval, Universidad Autónoma de México, Comité Editorial, México, 2003, cit., pp. 327-328. 90 I. Del Rio Gabiola, «La Celestina o la normatividad fallida», Celestinesca, 27 (2003), pp. 61-74, cit., p. 64. 91 P. Dunn, «Pleberio‘s World», Publications of the Modern Language Association of America, 91, 1976, pp. 406-419, cit., p. 413. 40 Il cordone perde la sua carica simbolica nel momento in cui, dopo aver fomentato la passione amorosa di Calisto e Melibea, viene gelosamente trattenuto da Celestina. Una volta compiuta la sua missione, infatti, il cordón smette di essere reliquia e metonimia del corpo di Melibea per trasformarsi in un semplice oggetto che la vecchia potrà aggiungere al vasto arsenale magico della sua fornitissima dispensa. 3. La cadenilla de oro: la morte di Celestina e dei suoi complici ―Svuotato‖ della sua funzione, il cordone di Melibea lascia spazio all‘ultimo oggetto messo in circolazione, la cadenilla de oro. Nell‘undicesimo atto, infatti, Celestina avrà qualcosa di molto più allettante di un oggetto da consegnare a Calisto: sta per consegnarli non una prova tangibile, bensì l‘occasione di poterla incontrare personalmente. Ecco dunque le parole con le quali l‘astuta vecchia descrive l‘esito delle sue azioni: CELESTINA. Todo este día, señor, he trabajado en tu negocio, y he dexado perder otros en que harto me yva; [...] Más he dexado de ganar que piensas, pero todo vaya en buena hora, pues tan buen recaudo traygo. [...] A Melibea dexo a tu servicio.92 La reazione di Calisto è ovviamente di felicità incommensurabile, per questo il premio che decide di assegnarle supera di gran lunga il valore di quelli fino a quel momento elargiti: CALISTO. [...]. Madre mía, yo sé cierto que jamás ygualaré tu trabajo y mi liviano gualardón. En lugar de manto y saya, por que no se dé parte a officiales, toma esta cadenilla; ponla al cuello, y procede en tu razón y mi alegría.93 92 Rojas, La Celestina, cit., pp. 249-250. 93 Ibidem. 41 Nelle sue sconsiderate parole viene fuori un aspetto piuttosto comico, che risiede nel sostituire a delle ricche prendas un oggetto che le supera notevolmente per valore, affinché non sia resa manifesta la loro ―relazione‖. Ma la vera comicità emerge qualche battuta più avanti, quando Calisto invita la vecchia non a nascondere –come ci si aspetterebbe dopo le sue affermazioni precauzionali–, ma addirittura ad indossare il suo dono: quale segno più evidente di una collana d‘oro massiccio sfoggiata al collo non di una giovane nobildonna, bensì di una vecchia fattucchiera potrebbe fomentare pettegolezzi e dicerie dei più? Ancora una volta Calisto pecca di sconsideratezza, forse per l‘annebbiamento del giudizio o più semplicemente perché, inconsciamente, vorrebbe ostentare ancora una volta la sua agiatezza e prodigalità. L‘uso del diminutivo cadenilla provoca la reazione indignata del giovane servo, cui non sfugge la svalutazione del suo padrone: PÁRMENO. (¿Cadenilla la llama? ¿No lo oyes, Sempronio? No estima el gasto. Pues yo te certifico no diesse mi parte por medio marco de oro, por mal que la vieja le reparta.94 Colui che, nella prima parte dell‘opera, avrebbe fatto di tutto per mettere in guardia il suopadrone dalle macchinazioni dell‘astuta alcaheuta e, ancor di più, dalla insensata dissipazione del suo patrimonio, si presenta ora come la personificazione della codicia al pari, o forse più, di Sempronio. La cadenilla de oro è l‘ultimo oggetto messo in circolazione nell‘opera (una circolazione, si intenda, che avviene soltanto tra due individui e che non implica la presenza di un terzo fruitore come nel caso del cordone di Melibea) ed è quello a partire dal quale si consuma la tragedia vera a propria. Il dono in questione la spinge a ritrattare il principio di prodigalità e di compartecipazione dei beni di cui la mezzana si è fatta promotrice durante le sue macchinazioni. La generosità (a parole) di Celestina cede di buon grado il passo all‘avarizia e alla individuale rivendicazione della ricchezza. Più volte nel testo è possibile riscontrare un principio di condivisione, inerente sia ad oggetti fisicamente connotati dalla materialità che a buone notizie. Ma quali sono le radici di tale principio? Gli innumerevoli studi condotti sulla retorica verbale della fattucchiera 94 Ivi, p. 250. 42 sottolineano che le parole di cui ella si fa promotrice accorpano saggezza popolare e conoscenza filosofica. È a quest‘ultimo ambito che è possibile far risalire il principio di ―bene comune‖ che, introdotto per la prima volta da Aristotele nel IV secolo a.C., trova una sua piena diffusione nella tradizione cristiana e, in particolar modo, nel pensiero religioso di San Tommaso D'Aquino. Il filosofo, infatti, nella Summa Theologiae, recepisce elementi della teoria dell'amicizia aristotelica che viene a delinearsi come un amore scambievole che presuppone e motiva una communicatio. Il criterio aristotelico dell'amicizia, quale reciproco amore, trova il suo sviluppo nella fi losofia di pensiero tomista che considera Dio come vertice e fonte di bene: è soltanto nell'amore divino e nelle virtù ad esso collegate che è possibile raggiunge il massimo della felicità terrena. Il movimento della «amistad comunicativa»95 è prima di tutto verticale, quindi rivolto a Dio, e poi orizzontale, indirizzato dunque al prossimo. Il principio di carità e quello di giustizia distributiva ad esso unito ‒i due costituiscono rispettivamente una virtù cardinale e una teologale‒, sono quelli che spingono l'individuo alla comunicazione orientandolo al bene comune. Nel tomismo un bene può essere considerato come tale solo se condiviso e comunicato, «o en otras palabras, puestos al servicio de las necesidades comunes, del bien común».96 Minacce alla condivisione e alla compartecipazione del bene sopraggiungono quando, nell'animo umano, si annidano appetiti come l'avarizia e la lussuria ‒motivi dilaganti nel testo celestinesco‒ e che appartengono, secondo la filosofia aristotelica, all'anima irrazionale. L'allontanamento di quest'ultima dai bona rationis, spiega Álvarez-Moreno, spinge l'individuo ad un uso «intransitivo o no comunicable»97 dei beni e lo orienta all'egoismo: [...] los impulsos de Calisto y otros personajes han de explicarse no sólo desde la lujuria o la avaricia, sino desde un amarse a sí sin proyección en Dios o en el otro. Por otra parte, la deflación de los bienes de la caridad a objetos o servicios de compra y venta, y la correspondiente exigencia de retribución, en contra totalmente de la amistad comunicativa, no son novedades en 95 R. Álvarez-Moreno, «Amarse a sí, procurar su interés y vivir a su ley: los más de tres jaques al bien común en Celestina», in Ó. Perea (a cura di), „De ninguna cosa es alegre posesión sin compañía‟, in Estudios celestinescos y medievales en honor del profesor Joseph Thomas Snow, Coord. por D. Paolini, New York, Hispanic Seminary of Medieval Studies, 2010, Vol. 1, pp. 36-53, cit., p. 41. 96 Ivi, p. 204. 97 Ivi, p. 43. 43 la Tragicomedia y eran parte del juego paródico resultante de dar un uso cortés a la terminología religiosa. Pese a todo, entendemos en Celestina el tratamiento de la caridad, en tanto que comunicación, aparece ligado al esquema aristotélico-tomista del bien común, aspecto que también es apreciable en algunas de las derivaciones de su definición.98 All‘interno dell‘opera si insiste più volte sull'idea di comunicazione di beni è soltanto perché l'autore vuole dimostrare quanto tali alti principi siano del tutto inapplicabili nella società: [...] pues la compañía y comunicación verdaderas no existen en la obra, sus vías institucionales están disactivadas, y los bienes no alcanzan ni verticalidad ni horizontalidad sino que se limitan a la circularidad de una estrategia de codicia, vanidad o autopersuasión sin apertura real al prójimo o al amigo [...]99 La giustizia distributiva è del tutto assente nel testo e si palesa apertamente soltanto nell‘ultimo atto che la vede protagonista –il dodicesimo–, anche se, a ben guardare, c‘era già stato un momento in cui Celestina aveva ironicamente professato le sue intenzioni: nel primo atto, infatti, quando Sempronio l'ha informata della possibilità di trarre guadagno dalla situazione in cui versa il suo padrone, lei ha risposto «Parta Dios, del suyo contigo». Secondo Álvarez-Moreno, l'uso di tale formula, negherebbe il principio di equa ripartizione dei beni, annunciando «el rechazo de lo conmutativo e incluso de lo distributivo».100 La fretta che Celestina mostra nel volersi presto dileguare per mettere in salvo la cadenilla non resta certo inosservata e, difatti, Pármeno non può fare a meno di riderne e riferire le sue impressioni al compagno: PÁRMENO. (¡Hy, hy, hy! SEMPRONIO. ¿De qué te rýes, por tu vida. [Pármeno]? PÁRMENO. De la priessa que la vieja tiene por yrse; no vee la hora que haver despegado la cadena de casa; no puede creer que la tenga en su poder, ni que se la han dado de verdad; no se halla digna de tal don, tan poco como Calisto de Melibea. 98 Ivi, p. 46. 99 Ivi, p. 47. 100 Ivi, p. 48. 44 SEMPRONIO. Qué quieres que haga una puta alcahueta, que [...] suele hazer siete virgos por dos monedas, después de verse cargada de oro, sino ponerse en salvo con la possessión, con temor no se la tornen a tomar después que ha complido de su parte aquello para que era menester. ¡Pues guárdese del diablo, que sobre el partir no le saquemos el alma!)101 «No se halla digna de tal don», il giovane ha colto alla perfezione qualcosa che la vecchia alcahueta non è stata in grado di dissimulare, la paura, ma Sempronio –la cui malizia è molto più sviluppata di quella dell‘amico– sa che l‘astuta vecchia ha in mente qualcosa ed è per questo che intende recarsi a casa sua quanto prima per richiedere una parte, o partecilla, di quanto gli spetta: SEMPRONIO. [...] antes que venga el día quiero yo yr a Celestina a cobrar mi parte de la cadena. Que es una puta vieja; no le quiero dar tiempo en que fabrique alguna ruyndad con que nos escluya. PÁRMENO. Bien dizes, olvidado lo avía; vamos entramos, y si en esso se pone, spantémosla de manera que le pese: que sobre dinero no ay amistad.102 Prima che l‘alterco degeneri nell‘omicidio della vecchia, i due servi cercano di rabbonire l‘astuta fattucchiera lamentando l‘ingiusto trattamento loro riservato dall‘incurante Calisto, elencando una serie di oggetti, armi consunte, che necessiterebbero di essere sostituite. Ma la preda non abbocca: d‘altronde, cosa c‘entra Celestina con la tirchieria di Calisto? Sarebbe meglio, incalza la vecchia, che tali questioni venissero sottoposte al giudizio del diretto interessato e non al suo: SEMPRONIO. Por Dios, sin seso vengo, desesperado, [...]. Traygo, señora, todas las armas despedaçadas, el broquel sin aro, la spada como sierra, el caxquete abollado en la capilla. [...] CELESTINA. Pídelo, hijo, a tuamo, pues en su servicio se gastó y quebró. Pues sabes que es persona que luego lo complirá, que no es de los que dizen: Bive conmigo y busca quien te mantenga. Él es tan franco que te dará para esso y para más.103 101 Rojas, La Celestina, cit., pp. 253-254. 102 Ivi, p. 268. 103 Ivi, pp. 269-270. 45 Sempronio comincia a spazientirsi, sottolineando che chiedere a colui che ha appena elargito consistenti doni un'ulteriore spesa, sarebbe osare troppo, meglio accontentarsi di quanto ―a loro‖ è stato appena donato: SEMPRONIO. ¡Ha! Trae tanbién Pámeno perdidas las suyas; a este cuento en armas se yrá su hazienda. ¿Cómo quieres que le sea tan importuno en pedirle más de lo que él de su propio grado haze, pues es harto? [...]. Dionos las cient monedas; dionos después la cadena [...] contentémonos con lo razonable, no lo perdamos todo por querer más de la razón, [...]104 La risposta che ne segue è di straordinaria bellezza, poiché, per quanto abiettamente prodigata all‘interesse personale, la vecchia dispiegherà tutte le sue forze per riuscire a sviare le illegittime pretese dei due servi. Se qualcosa è stato donato, dirà, è soltanto merito suo. Sono state le sue abilità a rendere facile e possibile l‘ottenimento di una così consistente ricompensa. Ovviamente l‘ars retorica, quell‘abilità di seduzione volutamente sviluppata da Rojas in un personaggio tanto abietto, le servirà a ben poco, soprattutto perché, questa volta, cambiare le carte in tavola –usando come scusa un furto che sarebbe avvenuto in casa sua– non l‘aiuterà. Accortasi della mancata efficacia delle sue parole, cambia nuovamente strategia affermando che il compenso guadagnato è frutto di una prestazione che ha richiesto abilità e competenze oltre ad un dispendio considerevole di forze e di mezzi se paragonato a quello nullo dei servi. Seppur abiettamente, Celestina mette per la prima volta a nudo la sua identità, mostrando finalmente il suo vero pensiero in merito alla spartizione dei beni. Si schiera questa volta in difesa dell'egoismo e della ―meritocrazia‖ contraddicendo in maniera netta e decisa quanto aveva affermato sulla comunicazione e sull‘amicizia. «Nel corso dell'alterco sulla catena d'oro che l'oppone ai suoi assassini», scrive Gargano, «vedremo Celestina prodigarsi ancora in un'energica, benché inutile, difesa di alcuni principi che, a prendersi sul serio, avrebbero di che istituire una nuova etica sociale, in alternativa all'invecchiata e persistente ideologia aristocratica. Una difesa che, per essere motivata ‒nelle parole della mezzana‒ da bieca avidità, e 104 Ibidem. 46 per applicarsi a squallidi traffici, non manca tuttavia, oltre che di gagliardia ed efficacia, perfino di una sua problematica legittimità. Contro la pretesa dei servi di spartire la ricompensa, Celestina non esita certo a ricorrere ad ogni tipo di espediente, come le nuove e poco persuasive promesse oppure le troppo palesi menzogne, ma neppure rinuncia a servirsi di argomenti che direttamente rivendicano la legittimità del guadagno rispetto al lavoro svolto, e che ‒ancor più indicativamente‒ si appellano alle capacita, ai mezzi, al sapere che ogni tipo di lavoro richiede per essere esercitato».105 Ecco quindi il passo in questione: CELESTINA. Gracioso el asno; [...] ¿Qué tiene que hazer tu galardón con mi salario, tu soldada con mis mercedes? [...] di a esta loca de Elicia, como vine de tu casa, la cadenilla que traxe para que se holgasse con ella y no se puede acordar dónde la puso, que en toda esta noche ella ni yo no avemos dormido sueño de pesar, no por su valor de la cadena, que no era mucho, pero por su mal cobro de ella y de mi mala dicha. [...] si algo vuestro amo a mí me dio, devés mirar que es mío. Que de tu jubón de brocado no te pedí yo parte, ni la quiero; sirvamos todos, que a todos dará según viere que lo merecen. [...] Esto trabajé yo; a vosotros se os deve essotro. Esto tengo yo por officio y trabajo, vosotros por recreación y deleyte. [...] si mi cadena paresce, de sendos pares de calças de grana, que es el ábito que mejor en los mançebos parece.106 Le insistenze dei due si fanno sempre più forti e Sempronio arriva a minacciare di sbugiardarla pubblicamente: SEMPRONIO. [...] Dános las dos partes por cuenta de quanto Calisto as recebido; no quieras que descubra quién tú eres. [...] CELESTINA ¿Quién soy yo, Sempronio? [...] Bivo de mi officio como cada qual official del suyo, muy limpiamente. [...] Déjame en mi casa con mi fortuna.107 Le intimidazioni di Sempronio vanno ovviamente a vuoto, perché tutti conoscono Celestina, i suoi metodi e i suoi innumerevoli oficios, ed è proprio in virtù della tanto sudata fama che è stata in grado di tirare avanti ―onestamente‖. Ma qui 105 Gargano, Le arti della pace, cit., p. 196. 106 Rojas, La Celestina, cit., pp. 270-271. 107 Ivi, p. 273. 47 Celestina pecca di ingenuità, non rendendosi conto che le minacce dei due giovani sono reali: in preda ad un impeto di collera, i due sfoderano i pugnali e uccidono la vecchia, ma il loro destino è ugualmente segnato. Per cercare di sfuggire alla pubblica giustizia, cercheranno una via di fuga nelle finestre, ma finiranno con l‘assegnarsi involontariamente un‘atroce morte per defenestrazione. Con la morte di Celestina, scompaiono dall'azione anche gli oggetti che, da lei e per lei, erano stati messi in circolazione. Gli effetti di hilado-cordón- cadena continuano però a farsi sentire e generano una serie di morti a catena. Il decesso di tutti i personaggi coinvolti attivamente nel negocio, sembra rispondere, secondo alcuni, ad esigenze di carattere metaforico oltre che a un palese intento ironico.108 Il proverbio che Pármeno aveva pronunciato all'inizio della Tragicommedia sul pericolo di guadagnare beni in maniera illegittima, quel «quien torpemente sube a lo alto, más aýna cae que subió»,109 sembra essere una espressione profetica indicante ironicamente l'effettiva caduta con cui tutti i personaggi perdono la vita e che comincia soltanto con l'assassinio di Celestina: i due servi vengono pubblicamente giustiziati, non prima di essersi gettati da ventanas altas, generando la reazione vendicativa delle due rameras; Calisto muore cadendo accidentalmente dall'alta scala che gli aveva permesso di prendere la verginità di Melibea; Melibea si uccide per la disperazione gettandosi dal punto più alto della sua dimora, la torre. Tutti i personaggi hanno cercato di raggiungere una meta alta, di difficile raggiungimento e hanno pagato la loro imprudenza con la morte. Pertanto, hilado, cordón e cadena, oggetti apparentemente di ―corredo‖, unitamente alle brame e alle aspirazioni dei diversi personaggi, ricoprono un ruolo fondamentale nell‘architettura della trama, tanto che potremmo brevemente assegnar loro tre valori: il primo di funzionalità superficiale, che riguarda lo scopo materiale dell‘oggetto; il secondo di funzionalità socio-economica, che attiene alla ricostruzione del contesto storico e sociale operabile tramite gli oggetti e, infine, un 108 I. Corfis, Judges and Laws of Justice in Celestina, in M. Vaquero, A. Deyermond (a cura di), Studies on Medieval Spanish Literature in Honor of Charles F. Fraker, Hispanic Seminary of Medieval Studies, Madison, 1995, pp. 75-89. 109 Rojas, La Celestina, cit., p. 123. 48 valore simbolico di questi, assegnato loro in base ad un confronto con una realtà altra, che sia di natura letteraria o religiosa. 49 CAPITOLO III «LO QUE SANA EL HÍGADO, ENFERMA LA BOLSA» 1. L‘encomio del vino ne La Celestina Uno spazio a parte merita il IXatto de La Celestina, poiché in esso è possibile riscontrare la presenza di alcuni oggetti materiali che, seppur sul piano della poetica di rappresentazione mostrino ben poco, danno luogo ancora una volta ad un parodico raccordo tra piani interpretativi diversi. L‘atto in questione –nel quale avrà luogo un lauto banchetto tra i personaggi bassi dell‘opera– si inserisce immediatamente prima del secondo incontro tra Melibea e Celestina, la cui presenza è stata richiesta urgentemente perché la giovane, dice Lucrecia, «se siente muy fatigada de desmayos y de dolor de coraçón».110 Tale banchetto sancisce, dal punto di vista della trama, uno dei momenti di unione apparentemente amistosa tra i personaggi, ma anche l‘occasione per porre l‘accento su un tema, quello del vino che, unitamente ad altri generi alimentari, ci consente ancora una volta di riflettere sul comico passaggio che si verifica da un codice serio ad uno comico. Prima di lasciare spazio al testo e, in particolar modo al lungo e nostalgico elogio che Celestina farà del vino, è necessario ricostruire il valore e la funzione che esso ha ricoperto nell‘ambito della letteratura spagnola. Già durante il Medioevo è possibile riscontrare una dualità nel vino, poiché esso viene spesse volte associato 110 Rojas, La Celestina, cit., p. 237. 50 «con las dos caras de la existencia humana: la vida y la muerte».111 Da un lato, infatti, se bevuto con moderazione, il vino può apportare dei benefici, come quello di fortificare la salute, rallegrare il cuore o addolcire la vita, ma, se bevuto in eccesso, può comportare una serie di effetti negativi. Una sorta di farmakon a pieno titolo che, nella originaria accezione del termine stesso, può essere visto come rimedio, dunque cura o, al contrario, bevanda nociva per il corpo e per l‘anima, accorpando in tal modo, si diceva, le due realtà della natura umana, la vita e la morte. Secondo Salinero Cascante, il vino è considerato sin dalle sue origini fonte di vita: La viña en latín es vitis, siendo evidente su proximidad con otro término latino: vita (vida). Ahora bien, la vida ni se entiende sin su contrario la muerte. Ambas marcan la existencia y ambas configurarán el imaginario simbólico del vino porque la cepa y el vino forman parte de la naturaleza y de sus ciclos. Rabelais, el autor del Renacimiento que más ha exaltado el vino, lo sabe muy bien y él mismo ejemplifica esta dualidad vida vs muerte: ―Je mouille, je humecte, je boy, et tout de peur de mourir‖ (dice uno de los bebedores de Gargantúa, al que se le responde: ―Buvez toujours, vous ne mourrez jamais‖.112 Esso è, soprattutto nella economia occidentale e nel bacino mediterraneo, un elemento quotidiano nella vita dell‘uomo medievale: no solo está presente en las mesas populares, burguesas y aristocráticas, también lo está en las mesas de los hombres de Iglesia y en los monasterios y abadías. La práctica de la religión no está reñida con el vino. Recordemos que durante la Edad Media son los monjes los que entienden de cultivos y, muy especialmente, del cultivo del viñedo y de elaboración de vino y cerveza. Numerosas y reputadas marcas del mercado actual recuerdan precisamente este origen clerical. Así pues, los monjes entienden de vino y beben vino. A veces beben (y también comen) demasiado siendo objeto por ello de crítica o burla. San Bernardo de Claraval, una de las voces de mayor autoridad en la Iglesia del siglo XII, llama la atención a sus hermanos cluniacenses por sus excesos en 111 M. J. Salinero Cascante, «El imaginario del vino en la literatura medieval: la dualidad vida- muerte», Cuadernos de invesigación filológica, 33-34 (2007-2008), Universidad de la Rioja, pp. 213- 242, cit., p. 213. 112 Ivi, p. 214. 51 la mesa. En su Apología reclama una vuelta a la moderación en el comer y en el beber, [...]113 Se in ambito sacro esso si converte in un simbolo eucaristico che, secondo il principio di transustanziazione propugnato dalla religione cristiana, rappresenta il sangue di Cristo, in ambito medico trova un impiego in qualità di ricostituente e palliativo. Si pensi, ad esempio, al caso emblematico del Lazarillo de Tormes, dove il contenuto del dulce y amargo jarro sarà per lui causa di dolore (verrà lasciato cadere con forza sulla sua bocca dall‘astuto cieco) e di sollievo al tempo stesso, in qualità di cura dopo la punizione corporale ricevuta. Prima ancora del Lazarillo e de La Celestina, i cui rispettivi protagonisti sono assuefatti dal piacere del vino, pare che il primo ―beone‖ ritratto nella letteratura spagnola sia un ecclesiastico, «el clérigo embriagado cuya historia –con evidente intención moralizante– nos refiere Gonzalo de Berceo (h.1196 – d. 1252), primer versificador castellano de nombre conocido, en uno de sus famosos Milagros de Nuestra Señora».114 La medesima intenzione moralizzante si registra qualche anno più tardi con Juan Ruiz, arciprete di Hita, che «quiso tembién dejar constancia en su Libro de Buen Amor de las funestas consecuencias que apareja el vino, cuando se toma en demasía»115: Por beber ―sin tyento‖ un eremitaño va cayendo en feísimos vicios, y, por último, es arrastrado al crimen más horrendo: Desçendió de la hermita, forçó a una muger: ella dando sus bozes, no s‟pudo defender; desque pecó con ella, temió mesturado ser: matóla el mesquino e óvose a perder.116 Ma se nell‘immaginario medievale la smisurata consumazione del vino è da condannare nell‘uomo a tutti i costi, nel gentil sesso è ancor più deprecabile: in una società retta da un sistema fortemente patriarcale non vi è cosa peggiore che 113 Ivi, p. 220. 114 I. Villalobos Racionero, «El vino en las letras españolas (una aproximación histórico-cultural)», in Cuadernos de Estudios manchegos, 33, Centro de Estudios de Castilla-La Mancha (UCLM), 2008, pp. 15-39, cit., p. 20. 115 Ivi, p. 21. 116 Ibidem. 52 l‘ebbrezza nella donna, poiché, si sa, già di per sé marcata dal peccato, ella non può che aumentare la sua lussuria quando in preda ai fumi dell‘alcol. Celestina è senza ombra di dubbio l‘elemento destabilizzatore dell‘ordine sociale patriarcale, sia, si è detto, per aver esautorato Pleberio della propria autorità sulla figlia in quanto padre, sia per il suo essere a tutti gli effetti una donna che ―si è fatta da sé‖, senza cioè dover ricorrere alla protezione di un uomo per poter tirare avanti. Ma è ovvio che tutto questo vada letto in maniera negativa, Celestina è una donna di malaffare che è stata e continua ad essere una beona intenditrice di vini, come vedremo. Il vino, infatti, non manca mai alla sua tavola: ad ogni pasto pare che la vecchia ne beva «una sola dozena de vezes».117 Il vino e la sessualità sono due aspetti inneggiati dalla vecchia mezzana nella cornice del banchetto, dove eros, piacere, medicina e ritualità si fondono in maniera degradata. Ma procediamo con ordine: il convivio organizzato da Pármeno è tutto a spese dell‘inconsapevole Calisto, la cui dispensa pullula di ricchezze gastronomiche che, però, il loco enamorado non sfrutterà per l‘assenza di appetito tipica di quelli che, come lui, vertono nello stato amoroso: PÁRMENO. [...] De lo que ay en la despensa basta para no caer en falta; pan blanco, vino de Monviedro; un pernil de toçino, y más de seys pares de pollos que traxeron estotro día los renteros de nuestro amo, que si los pidiere, haréle creer que los ha comido. Y tórtolas que mandó para hoy guardar, diré que hedían. Tú serás testigo; ternemos manera cómo a él no haga mal lo que dellas comiere, y nuestra mesa esté como es razón. Y allá hablaremos más largamente en su daño y nuestroprovecho con la vieja cerca destos amores.118 Pane e vino di alta qualità, cui si aggiungono un cosciotto di maiale e più di sei paia di polli, il necessario dunque per sfamare un numero di commensali ben più consistente rispetto ai cinque che prenderanno parte al banchetto (quattro ad essere precisi, dal momento che Celestina non toccherà alcun cibo). Non si insisterà, in questa sede, sulla valenza economica di tali prodotti, poiché, alla luce di quanto già 117 Rojas, La Celestina, cit., p. 225. (L‘enfasi in corsivo è mia). 118 Ivi, p. 218. 53 esplicitato nei capitoli precedenti, non sarà difficile coglierne anche qui una lettura di tipo socio-economica, sulla agiatezza e ricchezza di Calisto. Ciò che risulta interessante è la moltitudine di studi condotti sull‘opera rispetto alla tematica del cibo e delle bevande che, secondo alcuni costituirebbe un motivo performativo dell‘opera e non soltanto in ambito materiale, cioè da ricondurre alla effettiva presenza fisica di generi alimentari, quanto piuttosto nella presenza di espressioni, metafore e proverbi attinenti a quella stessa sfera semantica. Passando a setaccio l‘opera si può infatti notare che effettivamente l‘atto di ingestione e l‘uso di immagini legate a tale ambito sono molte. Si pensi, ad esempio, alla battuta che Sempronio pronuncia al principio del III atto, quel «al primer desconcierto que vea en este negocio no como más su pan»,119 o alle parole con le quali Celestina, poco più avanti, lo rassicura sulla certezza delle sue capacità di azione, quel «quando tú naçiste ya comía yo pan con corteza»,120 o ancora alle metafore che Calisto utilizza più volte nel riferirsi a Melibea, paragonata prima ad un uccello da spennare, e poi a cibo da gustare: […] per Calisto, Melibea è ora ―gentil cuerpo y lindas y delicadas carnes‖ da toccare e, addirittura da strapazzare: e il suo bel corpo, che bisognerà spogliare per goderne, in un doppio paragone finisce per essere assimilato, prima, a un uccello da spennare (―Señora, el que quiere comer el ave, quita primero las plumas‖) e, poi, a un cibo da prelibare (―No hay otra colación para mi sino tener tu cuerpo y belleza en mi poder‖).121 Quest‘ultima metafora non può non avere un effetto comico, uno dei più riusciti di Rojas, e che contrasta «con el ambiente cortés de la escena confiriendo a esta última, con toda probabilidad, una dimensión paródica».122 Carlos Heuch sostiene che l‘allusione al cibo, in realtà, è molto presente nell‘universo dei personaggi bassi e quasi del tutto assente in quella degli alti. Nulla di strano, sembra, dal momento che Rojas ascrive i due amanti –anche se in forma 119 Ivi, p. 140. 120 Ivi, p. 145. 121 Gargano, Le arti della pace, cit., p. 191. 122 C. Heusch, «La comida, ¿tema integral de La Celestina?», Estudios Humanísticos. Filología, 2010, pp. 1-20, cit., p. 9. 54 parodica– al codice comportamentale ed etico della tradizione letteraria amorosa. Il digiuno e l‘astinenza da qualsiasi forma di soddisfacimento carnale, tanto più se relazionata al basso corporeo, permettono all‘innamorato di mostrare i segni della passione amorosa, professando fedeltà alla dama e al codice amoroso cortese. Riprendendo, infatti, un atteggiamento tipico dell‘amante, Calisto fa voto di digiunare fino a che non sia arrivata la notte, diversamente dai suoi servi che, al contrario, mangiano, bevono e si divertono a qualsiasi ora del giorno e della notte. Egli dirà, nelle ultime battute dell‘ottavo atto, che non mangerà fino a quando non avrà ricevuto buone notizie da Celestina123: CALISTO. […] Yo me voy solo a missa y no tornaré a casa hasta que me llaméys, pidiéndome [las] albricias de mi gozo con la buena venida de Celestina. Ni comeré hasta entonce, aunque primero sean los caballos de Febo apacentados en aquellos verdes prados que suelen, quando han dado fin a su jornada.124 La sua attitudine, però, verrà puntualmente parodiata da Celestina che, durante il banchetto, avrà modo di formulare un lungo discorso sulla insensibilità dei nobili CELESTINA. […] No les pena, no veen, no oyen, lo qual yo juzgo por otros que he conoçido menos apassionados y metidos en este huego de amor que a Calisto veo. Que ni comen ni beven, ni ríen ni lloran, ni duermen ni velan, ni hablan ni callan, ni penan ni descansan, ni están contentos ni se quexan, según la perplexidad de aquella dulce y fiera llaga de sus coraçones.125 Inclinazione quella al digiuno, però, è manifesta anche nell‘amata, non a caso Melibea soffre degli stessi sintomi di Calisto: 123 «Claramente, Rojas está aquí jugando con los tópicos literarios. La referencia al amor cortés es explícita por el carácter ―lírico‖ de la expresión de Calisto: la tan trillada metáfora del descanso de los caballos que tiran del carro de Apolo. No pasemos por alto el hecho de que este idealismo de libro provoca la exasperación del muy pragmático Sempronio quien se permite de criticar el estilo poético de su amo antes de sugerirle que por lo menos pruebe un tentempié para aguantar hasta la noche: ―Y come alguna conserva con que tanto espacio de tiempo te sostengas‖ (ζ12), Ivi, cit., p. ζ. 124 Rojas, La Celestina, cit., p. 221. 125 Ivi, p. 230. 55 MELIBEA. […] mi mal [...] túrbame la cara; quítame el comer; no puedo dormir; [...]126 Al contrario, invece, i servi, la fattucchiera e le ruffiane bevono e si ingozzano di cibi raffinati, senza badare al domani.127 Un vero e proprio rovesciamento, quello ricreato nella condotta dei servi, consentito dal carattere volutamente ibrido dell‘opera di Rojas. Se, infatti, nell‘agire dei personaggi della tragedia il rispetto del servante decorum non consente di lasciare spazio ad aspetti degradati e quotidiani della realtà, al contrario, nella commedia –volendo scindere i generi a seconda dei protagonisti sulla scena– la realtà e i suoi più infimi dettagli prorompono violentemente: es como si Rojas hubiera querido contrarrestrar el idealismo heredado de la literatura cortesana, en que ayunan héroes nobles y enfermos de amor, con un materialismo exacerbado en donde personajes de lo más prosaicos van a aludir a los aspectos más concretos de la vida material, empezando por la organización de la jornada en función del acto de alimentarse. Son los personajes ―celestinescos‖ –alcahueta, criados, prostitutas, rufianes...– los que tienen el monopolio del dicurso sobre la comida, que se convierte así en uno de los principales soportes del ―realismo integral‖, en expresión de Lida de Malkiel (1962, conclusiones) que caracteriza, en cierto sentido, la Tragicomedia de Rojas. El supuesto ―realismo‖ de la obra, tal y como lo comprende Lida, se entiende a partir de la observación y pintura de lo cotidiano en sus menores detalles, como por ejemplo todo aquello que hace referencia a la comida y a la alimentación, elementos que hasta La Celestina no tenían forzosamente cabida en el espacio literario. El caso es que en la obra de Rojas se alude en ocasiones a detalles de este tipo que no tienen ningún tipo de necesidad para la acción.128 È innegabile che i dettagli attinenti alla sfera quotidiana non abbiano alcuna ripercussione sulla trama, ma, a ben guardare, cosa è il nono atto se non un momento 126 Ivi, p. 241. 127 «A semejante visión de la vida, [...] hay que añadir lo que podríamos asociar a una visión carnavalesca de la vida, caracterizada por el disfrute del istante presente, por un hedonismo inmediato que se desentiende totalmente de un futuro incierto que acaso sea sinónimo de ausencia de placer en acorde con el simbolismo de la cuaresma», Heusch, La comida, cit., p. 16. 128 Ivi, p. 5. 56 di consolidamento tra i complottanticoinvolti nel negocio? E non c‘è da stupirsi che sia ancora una volta attraverso degli oggetti, alimentari in questo specifico caso, che la trama prende vita, ma non, sia chiaro, con azioni dirette come nel caso dell‘hilado- cordón-cadena che implicano, per così dire, un principio di azione-reazione nei personaggi che se ne servono, quanto piuttosto di azioni indirette, statiche che contribuiscono all‘irrobustimento del plot. Il bottino saccheggiato dalla dispensa di Calisto è infatti occasione per creare un clima di amicizia (sempre e soltanto legata al profitto), ma è anche momento propizio all‘abile fattucchiera per dispiegare la sua arte retorica e sviare con modi affabili e amorevoli le pretese economiche dei due servi, prima con un lungo elogio del vino, poi con una larga invettiva contro l‘insensibilità dei signori fino a concludere con un discorso sullo sventurato cambio di fortuna che l‘ha travolta. L‘affabilità nei modi di Celestina è quindi soltanto di facciata («¡Oh mis enamorados, mis perlas de oro […]»), poiché è consapevole che Pármeno e Sempronio potrebbero sfruttare l‘occasione per chiedere una parte delle cento monete che Calisto le ha donato. La cosa non sfugge di certo ai due servi che, sussurrando, così commentano: PÁRMENO. (Que palabras tiene la noble; bien ves, hermanos, esos halagos fengidos. SEMPRONIO. Déxala, que desso bive; que no sé quién diablos le mostró tanta ruyndad. PÁRMENO. La necessitad y pobreza, la hambre, que no ay mejor maestra en el mundo, no ay mejor despertadora y abivadora de ingenios [...]129 Vien da pensare, a tal proposito, che vi sia qualcosa di ―prepicaresco‖ in ciò, poiché come nel Lazarillo, anche ne La Celestina vi è una allusione esplicita alla fame come motore delle azioni dei personaggi. Infatti, come Lázaro (anche se ovviamente con le dovute differenze) Celestina fa della fame e della povertà le sue maggiori maestre di vita. Non dimentichiamo che per quanto abietta, la sua carriera è costellata di tutta una serie di successi che le hanno consentito di guadagnare se non il rispetto, quantomeno la fama e la considerazione da parte dei più, che non esitano, 129 Rojas, La Celestina, cit., pp. 223-224. 57 indipendentemente dal ceto sociale o dalla specifica esigenza, a ricorrere alle sue infinite conoscenze. La Celestina, dice Heusch, è la prima opera, nel panorama della letteratura spagnola, nella quale si dà spazio a ricchi sciocchi e avventati e a poveri il cui ingegno s‘aguzza per via della fame. La dimensione oppositiva ricco-povero determina la presenza di due gruppi, «el de aquellos a los que la comida les cae, por así decirlo, del cielo, es decir los nobles y los eclesiásticos y el de aquellos que deben ―trabajar‖, de una manera o de otra, para ganarse el ―pan‖».130 Secondo Palafox, il clima goliardico e giocoso ricreato forzatamente da Celestina e che si evince dalla battuta da lei subito dopo pronunciata («¡Mochachas, mochachas, bovas, andad acá baxo presto, que están aquí dos hombres que me quieren forçar!»131), potrebbe lasciar pensare che, dietro l‘apparente ―ingenuità‖ della vecchia, si nasconda ancora una volta la sua estrema furbizia e arguzia: Celestina no da señales de haberse enterado del contenido de estos apartes críticos que Sempronio y Pármeno intercambian ya en su presencia, [...]. Pero no hay que descartar la posibilidad de que Celestina tan hábil para captar las señales y actitudes de sus interlocutores, haya escuchado de soslayo las palabras que intercambian los criados en su presencia. Y, aunque no fuera así, el desarrollo del diálogo a lo largo del banquete, en el que Celestina llevará la voz cantante, hace sospechar que la vieja no pierde de vista la ambición de los criados y el hecho de que estos esperan que comparta con ellos sus ganancias. Esto explicaría, por lo menos en parte, la trasformación paulatina de su euforia bromista incial en una queja que se va volviendo cada vez más lastimera a medida que trascurre este acto noveno.132 Invitando i suoi ospiti a sedere, lascia poi spazio ad un articolato elogio del vino133 che «se convierte en protagonista, desde que Celestina entona una alabanza al 130 Heusch, La comida, cit., p. 14. 131 Rojas, La Celestina, cit., p. 224. 132 E. Palafox, «Celestina y su retórica de seducción: comida, vino y amor en el texto de la Tragicomedia», Revista Canadiense de Estudios Hispánicos, Vol. 32, No. 1, Medianeras y mediadoras mujeres y mediación en las letras Hispánicas (Otoño 2007), pp. 71-88, cit., p. 75. 133 L‘encomio del vino di Fernando de Rojas appartiene ad una lunga tradizione letteraria, sommariamente citata in nota da J. T. Cull in «Celestina‘s veritas: Fetishizing the Salve/salve of Healing Wine», Celestinesca, 33 (2009), pp. 39-56: «[…] Cato the Elder: De agri cultura; Columella: De re rustica; Pliny the Elder: Naturalis historia; Varro: De re rustica; Virgil: Georgics; Palladius: Opus agriculturae; etc.). In the Spanish tradition, it goes back at least as far as the early 13th century, with the ―Razón de amor con los denuestos del agua y del vino‖ by Lope de Moros […]», cit., p. 44. 58 líquido elemento y proclama que es su mejor compañero, el único con el que se puede sentar en pareja a la mesa»134: CELESTINA. Assentaos vosotros, mis hijos, que harto lugar ay para todos, a Dios gracias. Tanto nos diessen del paraýso quando allá vamos. Poneos en orden cada uno cabe la suya; yo que estoy sola porné cabe mí este jarro y taça, que no es más mi vida de quanto con ello hablo. Después que me fui haziendo vieja no sé mejor officio a la mesa que escanciar, porque quien la miel trata siempre se le pega dello. Pues de noche en invierno no ay tal escalentador de cama; que con dos jarrillos déstos que beva, quando me quiero acostar no siento frío en toda la noche. Desto afforro todos mis vestidos quando viene Navidad; esto me callenta la sangre; esto me sostiene contino en un ser, esto me haze andar siempre alegre; esto me para fresca. Desto veo yo sobrado en casa que nunca temeré el mal año, que un cortezón de pan ratonado me basta para tres días. Esto quita la tristeza del coraçón más que el oro ni el coral. Esto da esfuerço al moço, y al viejo fuerça, pone color al descolorido, corage al covarde, al floxo diligencia, conforta los celebros, saca el frío del stómago, quita el hedor del aliento, haze potentes los fríos, haze sofrir los afanes de las labranças a los cansados segadores, haze sudar toda agua mala, sana el romadizo y las muelas, [...] No tiene sino una tacha, que lo bueno vale caro y lo malo haze daño. Assí que con lo que sana el hígado, enferma la bolsa, pero todavía con mi fatiga busco lo mejor para esso poco que bevo: una sola dozena de vezes a cada comida, no me harán passar de allí salvo si no soy conbidada como agora.135 All‘inappetenza della vecchia, che decide di non sedere insieme agli altri e di restare in disparte, non consegue però la negazione del vino, un jarro la cui taça verrà riempita avidamente. Durante l‘elogio del vino, la fattucchiera riserva una lunghissima porzione di spazio alle proprietà mediche che ne derivano, il che non stupisce, dal momento che tra i suoi innumerevoli oficios vanta anche quello di curandera. 134 R. Beltrán, «Lágrimas de Celestina suben del corazón a los ojos: imágenes poéticas en la ‗memoria del buon tiempo‘ (Auto IX)», Bulletin of Hispanic Studies (Liverpool 2002), Vol. 86, N° 1, 2009, pp. 159-170, cit., p. 160. 135 Rojas, La Celestina, cit., p. 225. 59 Durante il Medioevo, e non solo, all‘alimentazione e alle bevande sono dedicati numerosi studi in ambito medico, i cosiddetti regimina sanitatis, compendi di medicina preventiva che contengono consigli su come condurre una vita sana:Desde temprano se advierte el interés de los tratadistas por indicar sus cualidades, usos convenientes y contraindicaciones según el tipo de complexión del consumidor y la estación del año. Arnau de Vilanova (siglo XIII), por ejemplo, aconseja en su Régimen de Salud: ―[...] para los cuerpos templados, sanguíneos y coléricos mejor le es beber el vino débil de su naturaleza echando en él un poco de agua que vino fuerte con mucha‖ [...] Conviene recordar que tanto en los régimenes de dietética como en los tratados médicos, dos son los usos más frecuentes del vino: como acompañamiento de las comidas o como aplicación medicinal. Al respecto, el mismo Vilanova escribe: ―Cuanto a lo que toca al beber, es de notar que lo que beben comunmente los que estan sanos, o lo beben en razon de beber solamente o en razón de medicina preservativa o juntamente de beber y medicina‖136 Secondo Cull, il riferimento al vino, però, rimanderebbe a due sfere semantiche distinte e precise: da un lato, a quella medica che, si è detto, riconosce al vino proprietà ricostituenti e palliative, come Celestina stessa conferma; dall‘altro a quella spirituale e religiosa che, attraverso il vino, fa della vecchia una sorta di falsa e degradata sacerdotessa: The imagery of Celestina as one who officiates (in the sense of performing or celebrating a religious service or rite), permeates the entire text. When she visits the members of her congregation in their homes, it is with priestly greeting from Luke 10.5: «Paz sea en esta casa» (Act IV, p. 110). Celestina, as the negotiator between her clients and the sins they would commit, assumes by association the role of confessor, who mediates between sinners and the salvation they seek from God. […] The associations of Celestina with wine, revelry and priestly mysteries seem to be a clear allusion to the ancient cult of Dionysus (in Greece) and Bacchus (in Rome) […]137 136 M. E. González de Fauve, P. de Forteza, «Del beber con moderación. Usos y aplicaciones del vino según los tratados médicos de la España bajo-medieval y de la temprana modernidad», Historia, Instituciones, Documentos (HID), 2005 (32), Universidad de Buenos Aires, pp. 175-191, cit., p. 181. 137 Cull, Celestina‟s veritas, cit., p. 40. 60 Tale lettura troverebbe una conferma nelle parole della fattucchiera, quando afferma che l‘età avanzata non le consente di svolgere alcun oficio se non quello di ensaciar, cioè letteralmente di servire/versare vino («no sé mejor officio a la mesa que escanciar»). Secondo Cull, il termine, però, il cui spettro semantico rimanda ad una pluralità di significati, confermerebbe una lettura religiosa e sacrilega al tempo stesso, dal momento che oficiar «can be interpreted from the liturgical point of view as well, with Celestina as the priestess who presides over the mock-eucharistic sacrament». A quel tempo, il termine –che ha oggi perso la sua originaria connotazione– era ancora pregnante di una significazione ritualistica, tale da risultare evidente ai lettori del tempo: The Diccionario de autoridades, for example, tells us that ensaciador is: ―La persona que ministra la bebida, y con especialidad, el vino en las mesas, y le echa de un vaso en otro‖. Celestina is, then, a(n) (ad)minister(er) of wine. […] If in her ministrations, then, the bearded old lady officiates as a mock priestess over the banquet of Act IX, her encomium of wine can be read initially as the saying grace, a kind of prayer to bless the meal to be served to those who commune around Celestina‘s dinner table.138 Celestina, dunque, potrebbe assumere il ruolo di officiante nel banchetto attraverso il vino, simbolo eucaristico, e il ringraziamento a Dio che precede il largo encomio. Al di là delle proprietà mediche di cui il vino si fa portatore e delle possibili implicazioni ritualistiche, ciò che emerge è che attraverso il suo encomio, Celestina sta cercando di suscitare compassione nei commensali, poiché l‘età avanzata non le consente di beneficiare a pieno del generoso banchetto, lasciandole, però, il desiderio per il vino. Se da un lato tale strategia potrebbe essere letta come un tentativo della vecchia di sviare le pretese dei servi sul compenso monetario poco prima ricevuto, potrebbe, dall‘altro lato, trattarsi di una occasione per Rojas di introdurre attraverso le parole della fattucchiera il topos del carpe diem: 138 Ivi, p. 42. 61 […] apoyándose en el contraste entre su propia viejez y la juventud de sus oyentes, Celestina introduce indirectamente el tópico del carpe diem, que también utiliza como estrategia de convencimiento, mezclándolo con los asuntos de la comida, la bebida y el hambre para despertar la lujuria de sus interlocutores [...]139 L‘invito a godere a pieno della gioventù viene manipolato per introdurre il soddisfacimento di tutte le necessità terrene, quelle carnali in particolar modo: CELESTINA. [...] gozad vuestras frescas moçedades, que quien tiempo tiene y mejor le espera, tiempo viene que se arrepiente, como yo fago agora por algunas horas que dexé perder quando moça me preciava, quando me querían, que ya, mal pecado, caducado he; nadie no me quiere, que sabe Dios mi buen deseo. Besaos y abraçaos, que a mí no me queda otra cosa sino gozarme de vello [...]140 Anche qui Celestina insiste ancora una volta sulla contrapposizione tra giovinezza e vecchiaia, poiché è l‘unica tra i commensali ad aver superato da tempo la freschezza della gioventù. La differenza, però, sostiene Palafox, tra i due momenti è che «mientras en el elogio del vino la alcahueta dice no necesitar otra cosa (―esto me callenta la sangre; esto me sostiene continuo ser; esto me faze andar siempre alegre; […]‖)», in questo preciso passaggio «Celestina habla de su apetito sexual insatisfecho».141 E come nel primo caso, anche questa è una occasione nuova per suscitare pena e per reiterare il concetto di piacere carnale. Il clima sereno del banchetto –fatta eccezione per il litigio creatosi tra Elicia e Sempronio a causa di un commento di lui sulla bellezza di Melibea– trova una interruzione nell‘arrivo di Lucrecia che, come sappiamo, è lì per chiedere un pronto intervento della vecchia. È evidente che una simile interruzione potrebbe infrangere l‘atmosfera pacifica creata così sapientemente dalla vecchia mezzana, ma quest‘ultima, si sa, è in grado di sfruttare ogni occasione per trarne vantaggio: il binomio viejeza/mocedad sin a quel 139 Palafox, Celestina y su retórica, cit., p. 76. 140 Rojas, La Celestina, cit., pp. 231-232. 141 Palafox, Celestina y su retórica, cit., p. 84. 62 momento accennato in forma generale, diventa ora occasione per una commovente parentesi sul suo glorioso passato ormai da tempo perduto: CELESTINA. Todas me obedescían, todas me honrravan, de todas era acatada; ninguna salía de mi querer; lo que yo dezía era lo bueno; a cada qual dava su cobro; no escogían más de lo que les mandava; coxo o tuerto o manco, aquél avían por sano que más dinero me dava. Mío era il provecho, suyo el afán. Pues servidores ¿no tenía por su causa dellas? Cavalleros, viejos [y] moços, abades de todas dignidades, desde obispos hasta sacristanes. En entrando por la yglesia vía derrocar bonetes en mi honor como si yo fuera duquesa. [...] uno a uno y dos a dos venían a donde yo estava, a ver si mandava algo, a preguntarme cada uno por la suya. [...] Unos me llamavan señora, otros tía, otros enamorada, otros vieja honrrada. Assí se concertavan sus venidas a mi casa, allí las ydas a las suya. Allí se me ofrescían dineros, allí promessas, allí otras dádivas, besando el cabo de mi manto, y algunos en la cara por me tener más contenta. Agora hame traýdo la fortuna a tal estado que me digas: ―¡Buenapro hagan las çapatas!‖.142 Il suo lungo discorso potrebbe essere sinteticamente diviso, secondo Beltrán, in tre parti: […] una primera, en torno al tema de la fortuna (‗...bien sé que sobí para descender...‘); una segunda, conteniendo el célebre pasaje anticlerical (‗Pues servidores ¿no tenía por su causa dellas? Cavalleros, viejos [y] moços; abades de todas dignidades, desde obispos hasta sacristanes‘); y una tercera, enumerativa, desglosando –mediante el recurso clásico de la evidentia, en irónica descripción– el ‗tanta gente‘ y ‗tan honrada‘ que ha propiciado el saludo de Lucrecia [...]143 La considerazione e la riverenza che in passato la rendevano quasi una duchessa sono poca cosa se messe a confronto con il profitto che ne seguiva: 142 Rojas, La Celestina, cit., p. 235. 143 Beltrán, Lágrimas de Celestina, cit., p. 161. 63 CELESTINA. […] entravan por mi puerta muchos pollos y gallinas, anserones, anadones, perdizes, tórtolas, perniles de toçino, tortas de trigo, lechones. [...] Pues vino, ¿no me sobraba? De lo mejor que se bevía en la ciudad, venido de diversas partes: de Monviedro, de Luque, de Toro, de Madrigal, de San Martín, y de otros muchos lugares, y tantos que aunque tengo la differencia de los gustos y sabor en la boca, no tengo la diversidad de sus tierras en la memoria, que harto es que una vieja como yo en oliendo qualquiera vino diga de dónde es. [...] No sé como me puedo bivir cayendo de tal stado. AREÚSA. Por Dios, pues somos venidas a haver plazer, no llores, madre, ni te fatigues, que Dios lo remediará todo. CELESTINA. Harto tengo, hija, que llorar, acordándome de tan alegre tiempo y tal vida como yo tenía, y quán servida era de todo el mundo, que jamás hovo fruta nueva de que yo primero no gozasse, que otros supiessen si era nascida. En mi casa se avía de hallar, si para alguna preñada se buscasse. SEMPRONIO. Madre, ningún provecho trae la memoria del buen tiempo si cobrar no se puede, antes tristeza; como a ti agora que nos has sacado el plazer dentre las manos. Álcese la mesa; yrnos hemos a holgar, y tú darás respuesta a esta donzella que aquí es venida.144 Dalle risposte di Areúsa e Sempronio è evidente che il discorso di Celestina ha fatto breccia nel loro animo, non a caso, i due la invitano rispettivamente a non piangere e a non lasciarsi sopraffare inutilmente dalla tristezza attraverso l‘evocazione dei ricordi del passato. Non c‘è nulla di comico nelle sue parole, nessuna venatura di scherno, tanto che, estrapolandolo dal suo contesto, un discorso di siffatta portata sarebbe stato in grado di commuovere anche il cuore più duro. Ma è evidente che non possiamo prescindere dalla sua finalità –seppur considerandolo bonariamente come uno dei pochi momenti (forse l‘unico) in cui Celestina mette a nudo se stessa–, nel ricondurlo alla strategia di rabbonimento dei suoi interlocutori: En esta última intervención de Celestina desaparece el tono cómico y caricaturesco de su elogio del vino [...], y es reemplazado por un tono nostálgico casi elegíaco. [...] la alcahueta da un nuevo giro a la conversación, introduciendo el tema de su pasado glorioso para contrastarlo con la idea de su decadencia presente. Al igual que la recreación del tópico del carpe diem [...] esta recración del tópico del ubi sunt constituye otra estrategia por medio de la cual Celestina trata de hacer olvidar a Sempronio y a Pármeno las ―cien monedas de oro‖ que le ha dado Calisto [...]. La evocación de este 144 Rojas, La Celestina, cit., pp. 236-237. 64 tiempo feliz llega a su clímax cuando la vieja describe, con todo detalle, la abundancia de comida y bebida que había en aquel entonces en su casa.145 Celestina piange e le sue lacrime scorrono, secondo Beltrán, in gran parte per effetto del vino, ma anche per la compagnia dei giovani che la circondano, contribuendo a «estimularla y tornarla más locuaz, hasta el desenfreno retórico que, al final, paradójicamente, no hace sino acrecentar la tristeza de su soledad».146 Potrebbe trattarsi anche, secondo tale interpretazione, di un pianto carico di speranza, come se il pagamento ricevuto da Calisto potesse consentirle di recuperare lo stato di agiatezza di cui godeva da giovane. Il vino, dunque, scioglie la lingua e la riporta indietro al suo glorioso passato, fatto di persone e oggetti nostalgicamente evocati dalla memoria.147 145 Palafox, Celestina y su retórica, cit., p. 82. 146 Beltrán, Lágrimas de Celestina, cit., p.159. 147 A tal proposito Beltrán riconosce una reminiscenza poetica dantesca: "Creo que ese ‗acordándome de tan alegre tiempo y tal vida como yo tenía...‘ tiene que ser memoria poética entroncada con esa bellísima paradoja que Dante utiliza para expresar la intensidad del dolor amoroso en el tiempo. Los famosos versos, puestos en boca de Francesca de Rímini reúnen –disgregadas como están de modo trágico– felicidad y desgracia: Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria … . (Inferno, V, 121-123) Las palabras de Celestina evocan las de Dante. ‗Tengo [...] que llorar, acordándome de tan alegre tiempo‘ vale como ‗no hay mayor dolor [expresado en lágrimas] que acordarse del tiempo feliz‘. Sólo le falta, para coincidir plenamente con el cliché poético, incluir la perspectiva desde la que se contempla ese pasado: ‗... nella miseria‘. Pero la miseria del presente no necesita ser evidenciada y ese zeugma del discurso la hace si cabe más explícita.», ivi, cit., p. 165. 65 CAPITOLO IV IL LAZARILLO DE TORMES 1. Con il ciego, con il clérigo, con l‘escudero: la parodia nel Lazarillo A distanza di mezzo secolo dalla prima pubblicazione de La Celestina, fa la sua comparsa (in forma anonima) un altro grande capolavoro della letteratura spagnola, il Lazarillo de Tormes. L‘opera rientra in una generale attitudine –sviluppatasi durante il XV secolo– che propone il topos della falsa umiltà per ricreare effetti di grande comicità. Nel Lazarillo, infatti, un pregonero toledano racconta in prima persona, con «estilo llano y tono jocoso»,148 le sue origini ed esperienze di vita che precedono l‘ottenimento della posizione sociale e lavorativa di cui dispone al momento della composizione della lunga epistola. Soltanto alla fine dell‘opera –che potrebbe essere definita per stile e argomento una vera e propria corruzione della esemplarità dell‘autobiografia– si scoprirà che il dettagliato resoconto di Lázaro all‘anonimo destinatario altro non è che una richiesta di chiarimento su alcuni pettegolezzi che coinvolgono sua moglie e l‘Arcipreste di Toledo. Ciò che risulta utile ai fini della presente analisi è che, come ne La Celestina di Rojas, la descrizione dei luoghi, delle abitudini e degli oggetti materiali che lo circondano ci consentono di attribuire al Lazarillo una connotazione ‗realista‘149 (con le dovute differenze rispetto alla 148 Lazarillo de Tormes, Edición, estudio y notas de Francisco Rico, Real Academia Española, Madrid, 2011, cit., p. 128. 149 «No hay inconveniente, pues, en calificar el Lazarillo de ‗realista‘, […]. En primera instancia, el Lazarillo es realista porque pretende pasar por real: porque se nos ofrece como de veras escrito por un pregonero vecino de Toledo. Sólo en segunda instancia conviene usar el adjetivo en el sentido que el siglo XIX nos legó como punto de referencia inevitable: ‗verosímil‘, de acuerdo con una probabilidad estadística, medida por la frecuencia, y ‗verificable‘, según los raseros que todos aceptan en la vida diaria; e incluso tantomás verosímil y verificable –llegó a pensarse en el Ochocientos, como todavía 66 narrativa dei secoli successivi) e, ancora una volta, una persistenza dell‘oggetto che se, da un lato, è in grado di svolgere un ruolo in qualità di motore della narrazione e dell‘avvicendarsi di eventi, è altresì fondamentale per l‘articolazione di un discorso interpretativo che presuppone, ancora una volta (e forse in modo ancor più evidente) una vero e proprio rovesciamento parodico di forme e generi. Il realismo di finzione presente nel Lazarillo e, in generale, nella prosa del XVI secolo, è vincolato a categorie estetiche e stilistiche, oltre che a strutture retoriche e forme dominanti in quell‘epoca: La revitalización de la mímesis en el Renacimiento (inoperante en gran medida durante la Edad Media y desprestigiada en la estética de la Modernidad) cuaja en el siglo XVI so capa de la imitatio auctorum y no presupone en absoluto la reproducción de una realidad unívoca, sino que precisamente el carácter problemático de la realidad y su representación literaria remite a la aplicación de estrategias de autentificación de la narratio y, en el plano teórico, a la legitimación de una ficción consciente de invadir el campo de la mentira poética. [...]. El concepto de mímesis –como ilusión de la realidad a partir de una ilusión referencial, resulta válido con respecto a Celestina, La lozana andaluza, Lazarillo y el Viaje de Turquía, si aprehendemos que su dimensión ficcional no implica exclusivamente la imitación de acciones humanas en el sentido aristotélico, sino sobre todo una mímesis del lenguaje que, en particular, significa una simulación de la oralidad, un efecto de oralidad o –de acuerdo con W.-D. Stempel– la ―ilusión de una simulación‖.150 Molto più che nell‘opera di Rojas, siamo di fronte ad una finzione letteraria nella quale la presenza di oggetti materiali è molto forte. Non si tratta, però, di oggetti culturali –come quelli che troviamo analizzati in Objects of culture in the Literature of Imperial Spain a cura di M. Barnard–, bensì quotidiani, che animano, da un lato, la struttura narrativa del racconto e veicolano, dall‘altro, una serie di argomenti. Non a caso, Edward Friedman, in un contributo inserito nello studio pensaba Erich Auerbach– cuanto más cerca de las clases bajas, tradicionalmente excluidas de la literatura con aspiraciones de arte.», ivi cit., p. 130. 150 J. Gómez-Montero, Celestina, Lozana, Lázaro, Urdemalas y la subjetividad. A propósito del lenguaje y los géneros de la “escritura realista” del Renacimiento, Christian-Albrechts-Universität de Kiel, pp. 285-339, in C. Baranda Leturio, A. Vian Herrero (a cura di), El personaje literario y su lengua en el siglo XVI, IUSMP- Editorial Complutense, Madrid, 2006, pp. 285-339, cit., pp. 293-294. 67 dapprima citato, sostiene che gli oggetti costituiscono un presupposto indispensabile per la narrativa picaresca, che dispiega una variazione del tema dell‘acquisizione e dei suoi contrari: The pícaros, after all, are have-nots who want to attain and obtain, and their stories record their generally unsuccessful quests. Lázaro de Tormes starts a process that culminates, in many ways, in the account of Pablos the buscón. Objects become psychological, even subconscious, tools of personal histories and social skirmishes.151 Gli oggetti, dunque, concorrono alla costruzione di un contesto sociale e storico, anche se, a ben vedere, il piano della realtà è ben poca cosa se messo a confronto con le implicazioni simboliche di cui il testo si fa promulgatore. La pretesa di realtà, quella che Rico definisce un ‗realismo primordiale‘, «atañe menos a los temas que a la enunciación de los temas, a la materia menos que a la forma», poiché «lo que básicamente se presenta como si fuera real es el acto del lenguaje, el hecho de que el pregonero escriba o dicte una carta a un determinado corresponsal».152 Rispetto al realismo de La Celestina che passa attraverso oggetti che ci consegnano le chiavi di lettura per una ricostruzione di tipo socio-economico (e non solo), nel Lazarillo de Tormes l‘anonimo autore «quiere que el libro todo tenga apariencia de ser real, histórico».153 Ad un lettore del Cinquecento risultano familiari personaggi come l‘Escudero, il Ciego, o il Clérigo, ma ancor più evidente è la carica parodica che passa attraverso le esperienze del curriculum vitae del pícaro. In particolar modo, è alla componente religiosa dell‘opera –quella che Félix Carrasco definisce come «otro leitmotiv junto a la cuestión de la honra»154– che è stata dedicato, per lungo tempo, un intenso dibattito per cercare di stabilire il senso del Lazarillo, sebbene le soluzioni proposte dalla critica siano piuttosto inconciliabili: 151 E. H. Friedman, Picaresque Partitions: Spanish Antiheroes and the Material World, pp. 159-180, in M. E. Barnard, F. A. de Armas (a cura di), Objects of Culture in the Literature of Imperial Spain, Vol. 5, University of Toronto Press, 2013, pp. 159-180, cit., p.159. 152 Lazarillo, ed. cit., p. 155. 153 Ibidem. 154 F. Carrasco, Inicios de la picaresca: Lazarillo de Tormes, in M. S. Carrasco, F. L. Estrada, F. Carrasco (a cura di), La novela española en el siglo XVI, Madrid, Iberoamericana, Vervuert, 2001, pp. 219-296, cit., p. 265. 68 El único punto de consenso, en cuanto a la dimensión religioso- moral, consiste en que la obra es expresión de las consecuencias degradantes de una sociedad pervertida. Para B. Wardropper (1961: ζζ7), ―enseña la corrupción moral de un muchacho fundamentalmente bueno‖. Para Manuel J. Asensio (19η9: 87), hay ―un decidido propósito didáctico-moral‖, y se nos muestra la acción corrosiva del medio y de los amos que con su mal ejemplo inducen al niño al desengaño religioso y a la práctica del engaño, la mentira, la hipocresía, el disimulo, el parasitismo, hasta convertirlo en ―redomado bellaco‖. F. Márquez Villanueva (1968: 9η) afirma: ―Lázaro abandona los absolutos de la moral cristiana para identificarse con la relatividad de lo que realmente cuenta para la sociedad en cuyo seno vive‖.155 Ma è nella dimensione teologica che la critica si è maggiormente divisa: Morel-Fatio (1985: 164-66) anticipó las afinidades del autor con los seguidores de Erasmo; la misma tesis fue retomada por M. J. Asensio en su mencionado articulo, en el que [...] trata de asignar la autoría a los hermanos Valdés o a alguno de su círculo. [...] para Asensio [...] nuestro autor representa la característica agresividad de la época en la expresión del sentimiento religioso individual y muestra afinidades con las tendencias de los dejados, pero se burla de las formas extremas del iluminismo, como las levitaciones, contorsiones y éxtasis de fray Juan de Olmillos [...]156 L‘anticlericalismo riscontrabile nel testo157 è evidente non soltanto nella condotta riprovevole dei ministri del culto o di quanti utilizzano la sacralità per l‘ottenimento della materialità, ma anche nella parodia volta a ricreare un mondo che, secondo Caro, scardina e stravolge il sistema di valori sociali, politici e morali.158 È forse per questo motivo che sin da subito fu vietata la circolazione del Lazarillo, soggetto al sequestro dell‘aspra censura religiosa del XVI secolo: 155 Ivi, p. 267. 156 Ivi, p. 268. 157 «El anticlericalismo del Lazarillo es una continuación de la tradición medieval; la sátira anticlerical del Lazarillo se centra casi exclusivamente en los vicios de conducta –mezquinidad, avaricia, venalidad, lujuria–, más que en problemas de fe, que son el verdadero blanco de la sátira erasmiana; [...] F. Márquez Villanueva (1968: 95) ve en nuestra obra unal‘evoluzione della trama, restituiscono l‘immagine del nuovo assetto sociale della Spagna quattrocentesca; in secondo luogo, e cronologicamente, l‘anonimo Lazarillo de Tormes, del quale si analizzeranno i trattati rispettivi ai tre padroni serviti dal pícaro, che, attraverso una definita serie di oggetti, sarà protagonista –in qualità di vittima o carnefice– di burle e, con lui, l‘anonimo autore, di altrettante ―beffe‖ ai danni della società e di topoi letterari e religiosi. I passi delle tre opere in cui si registra la presenza di oggetti verranno, dunque, analizzati secondo il criterio della funzionalità, senza, però, mai perdere di vista la strategia retorica adottata dai rispettivi autori, quella, cioè, di sottoporli ad 7 uno specifico sistema che risiede nel veicolare significati altri, spesso simbolici, che rimandano ad una forma, un modello o un codice letterario volutamente rovesciato e parodiato. Se, dunque, all‘interno dell‘opera di Rojas la triade hilado-cordón-cadena, unita alla bramosia dei personaggi direttamente e indirettamente coinvolti nel negocio, determina l‘articolarsi dell‘azione e, ad un livello più profondo, genera una fittissima rete di rimandi di natura sociale, culturale e letteraria, nell‘anonimo Lazarillo de Tormes tale discorso, relazionato agli oggetti con i quali Lázaro entra in contatto, sembra trovare una non dissimile dinamica. Il descrittivismo delle due opere, una tendenza soltanto accennata ne La Celestina e molto più evidente nella finzione autobiografica del Lazarillo, potremmo dire, anticipa di qualche secolo il realismo letterario, poiché l‘insistenza sulla descrizione dei luoghi, delle abitudini e degli oggetti materiali che circondano i protagonisti ci consentono di attribuire alle due opere una connotazione ―realista‖. È evidente che tra le due opere vi siano delle differenze di generi e di intenti, ma ciò che risulta comune è la propensione al rovesciamento parodico della realtà rappresentata, che i rispettivi autori propongono attraverso degli oggetti. 8 CAPITOLO I LA CELESTINA 1. Il nuovo volto dell‘aristocrazia: oggetti ostentati e dissipati ne La Celestina Prima di lasciare la parola al testo, è inevitabile o, forse, doveroso dare una definizione del termine oggetto, sostantivo che spesso viene associato per sinonimia alla parola cosa. Secondo la definizione riportata nel vocabolario Treccani, l‘oggetto, [dal lat. mediev. obiectum, neutro sostantivato di obiectus, part. pass. di obicĕre «porre innanzi»; propr. «ciò che è posto innanzi (al pensiero o alla vista»] è in filosofia ―ogni cosa che il soggetto percepisce come diversa da sé, quindi tutto ciò che è pensato, in quanto si distingue sia dal soggetto pensante sia dall‘atto con cui è pensato: o. reale, immaginario, sensibile, ideale, materiale, immateriale; […]. In questo senso, la parola non implica necessariamente l‘esistenza in sé della cosa pensata; in altri casi, invece, indica una realtà che possiede un‘esistenza propria, indipendente dalla conoscenza o dall‘idea che ne può avere il soggetto pensante: o. conoscibili e o. inconoscibili‖.6 Il termine ha, però, molteplici sfumature a seconda dell‘ambito in cui viene adottato, da quello giuridico a quello psicologico, passando per quello economico fino ad arrivare a quello informatico. Allo stesso modo, un‘analoga difficoltà di definizione risiede nella parola cosa poiché, secondo Mercedes Alcalá Galán casi todo lo que existe o puede ser imaginado tiene la potestad de ser una cosa, y algo parecido ocurre con el término objeto, que viene del latin objectum [...]. Así, etimológicamente, un objeto es algo que encontramos, que aparece, algo casi con lo que tropezamos. Una buena definición sería ―lo que se presenta ante cualquier función del conocimiento tanto intelectual como a través 6 Versione digitalizzata enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/oggetto/. 9 de los sentidos corporales‖. De esta manera, objeto y cosa pueden referirse a casi todo lo imaginable, sea de índole material o abstracta, pasando por lo emocional. Es todo lo que puede ser percibido. Si nos limitamos al ámbito de lo material, según el diccionario, una definición de objeto sería la siguiente: cosa o algo material que puede ser percibido por los sentidos. Por otra parte, otras acepciones, esta vez de cosa, la definen así: 1) objeto inanimado que se distingue de un ser vivo; 2) la concreta y real sustancia de una entidad; 3) una entidad que existe en el tiempo y en el espacio; 4) un objeto inanimado y material. [...] las definiciones tratan a ambos términos –objeto y cosa– como sinónimos aunque siempre que se habla de objeto se incide en su perceptibilidad. Este recorrido por varios diccionarios tiene como fin exponer las limitaciones inherentes al intento de definir lo indefinible.7 È evidente che, ai fini della seguente analisi, gli ambiti di applicazione dapprima citati soltanto in forma approssimativa, fatta eccezione per quello economico, verranno del tutto esclusi per ovvie ragioni. Senza indugiare troppo sui significati dei due termini, si procederà in questa sede, e più specificamente in questa prima parte di lavoro, alla considerazione degli stessi secondo un principio di concretezza e di materialità, specialmente in ambito socio-economico. Gli oggetti da qui in poi presi in esame, infatti, concorrono alla costruzione del contesto sociale in cui si muovono i protagonisti de La Celestina. Rispondono, dunque, ad un criterio di funzionalità, scindibile in due aspetti: da un lato, l‘oggetto come identità di classe; dall‘altro in qualità di ingranaggio indispensabile ai fini stessi della trama. Del primo aspetto si è occupato José Antonio Maravall ne El mundo social de “La Celestina”, lavoro che propone una validissima lettura del contesto in cui l‘opera si sviluppa e che costituisce una tappa obbligata oltre che un punto di partenza indispensabile per la ricostruzione del contesto dell‘opera. «La Celestina», afferma Maravall, «nos presenta el drama de la crisis y transmutación de los valores sociales y morales que se desarrollan en la fase del crecimiento de la economía, de la cultura, y de la vida entera, en la sociedad del siglo XV».8 È così che il cambiamento sociale ritratto dal baccelliere Fernando de Rojas viene definito dallo storico e saggista spagnolo. L‘opera, infatti, lungi dall‘essere unicamente la rappresentazione dell‘amore tra i nobili Calisto e Melibea, è ricca di elementi, oggetti in particolar 7M. Alcalá-Galán, Escritura desatada: poéticas de la representación en Cervantes, Centro de Estudios Cervantinos, Alcalá de Henares, 2009, cit., p. 28. 8J. A. Maravall, El mundo social de “La Celestina”, Gredos, Madrid, 1968, cit., p. 22. 10 modo, a partire dai quali è possibile ricostruire l‘immagine di una nuova classe aristocratica votata al culto dell‘ostentazione e alla accumulazione di ricchezze. La Celestina fornisce l‘immagine di una trasformazione della società e in particolare della classe alta il cui status è ora determinato dalla ricchezza, dai possedimenti e non più dall‘antico e rigoroso codice cavalleresco. È infatti la ricchezza a determinare lo statuto di nobiltà e non viceversa: La Celestina nos da la imagen del mundo social del primer Renacimiento, sociedad que, en un plano destacado, nos presenta a la clase de los ricos bajo una nueva forma. Estos ricos son los grandes burgueses, los cuales, con la gran fuerza y poder que tienen en sus manos, penetran en el marco de costumbres y convenciones de la clase aristocrática, y lo hacen así llevando consigo una novedad importante, decisiva: que la base de ―status‖ no será la nobleza tradicional, con su rígido código de moralactitud religiosa de fe sincera y considera el fustigamiento del clero corrupto como una contribución a la reforma de la fe cristiana», ibidem. 158 J. Ramírez Caro, «El Lazarillo de Tormes: texto carnavalesco. Contra las lecturas satíricas y erasmistas», Letras, Vol. 1, No 39, 2006, pp. 47-71. 69 La prohibición se prolongó desde 1559, fecha del Indice de Fernando de Valdés, hasta 1573 en que Juan López de Velasco lo pone de nuevo en circulación en condiciones, increíblemente, bastante aceptables. A partir del 1573 todas las reediciones españolas, hasta bien avanzado el siglo XIX, respetaron la censura inquisitorial; según Macaya (1935: 40), la primera edición íntegra es la de Barcelona, 1834. El expurgo llevado a cabo, tal como resulta del contraste Lazarillo castigado con la obra original, en las ediciones de 1554, fue bastante benigno. En un análisis del acta de censura, F. Carrasco (1997: xciii-xcvii) distingue bajo las rúbricas teológica y sociopolítica los criterios seguidos por los censores: a) el debido respeto a las Santas Escrituras, al nombre de Dios y a la Eucarestía; b) la defensa de los eclesiásticos y del estamento señorial. La eliminación de los ataques a los eclesiásticos no se aplicó con mucho rigor, pues se dejan intactos muchos pasajes escandalosos al respecto.159 L‘anonimo autore, attraverso la finzione autobiografica, lascia che il protagonista si muova in ambiti sociali distinti160 in qualità di sottoposto, dunque, di criado, che di volta in volta mostra i mali di una società in cui dominano avarizia e cupidigia. Lungi dall‘essere un innocente, Lazarillo va incontro ad un processo di formazione a suon di bastonate e di beffe, adeguandosi al mondo de los buenos, coloro che lo sono soltanto in apparenza, poiché nascondono, in realtà, un lato torbido della loro personalità. Guidato da una implacabile ironia, «el relato de Lázaro es una maravilla de gracia y de ingenio, a la vez que rebosa de humanidad», dove, «deslumbran en particular la destreza y variedad de recursos que el novelista despliega en el arte del narrar».161 Dei sette Tratados che compongono il Lazarillo, sono i primi tre a presentare una particolare insistenza sul piano della funzionalità e su quello della rappresentazione con una serie di oggetti carichi di parodia, il più delle volte di tipo religioso. Non a caso, la scelta di organizzare la materia di questo lungo e dettagliato resoconto autobiografico in sette parti potrebbe avere a che fare, secondo Zimic, con la simbologia che tale numero presenta nella religione cristiana che, nei suoi ministri 159 Carrasco, Inicios de la picaresca, cit., pp. 271-272. 160 L‘anonimato dei vari padroni serviti da Lazarillo ci consente di attribuir loro delle caratteristiche non individuali, ma piuttosto collettive, poiché accorpano satiricamente una intera categoria sociale. Il Clérigo, ad esempio, rappresenta nella sua condotta avara l‘intera classe ecclesiastica. 161 Lazarillo, ed. cit., p. x. 70 di culto –siano essi uomini di Chiesa o semplici praticanti– trova un‘accesa caricatura: El propósito satírico de los siete ―tratados‖, referido a la depravada sociedad ―cristiana‖, exige que aquéllos conjuntamente revistan un símbolo claramente identificador del blanco específico, categóricamente exclusivo de otros más particulares o más generales. La sociedad católica comparte con otras culturas varios símbolos del número siete, pero uno hay que sólo es suyo, que es su distintivo absoluto: los siete sacramentos, ―signos sensibles de un efecto interior y espiritual que Dios obra en el alma‖ [...] No hay razón para creer que Lázaro cuestione ni que tenga la capacidad de cuestionar, las premisas teológicas de tan exclusivo favoritismo divino en el contexto de las demás religiones del mundo, pero esto es, en realidad, irrilevante, pues su dardo satírico se dirige a un blanco más elemental y concreto: la grotesca incongruencia entre la devoción ritual externa, pretendida, y la conducta diaria que supuestamente en aquéllas se inspira.162 Dunque, la parodia del mondo ecclesiastico è molto forte nel Lazarillo, ma ancor più evidente è la presenza dell‘oggetto in un‘opera che offre per la prima volta nella letteratura occidentale una narrazione in prosa «leída a la vez como ficción y de acuerdo con una sostenida exigencia de verosimilitud», proponendo, dunque, «la mayor revolución literaria desde la Grecia clásica: la novela realista».163 Le tecniche narrative impiegate dall‘autore per suscitare una percezione visiva del racconto, spiega Hutman, costituiscono una costante formale per tutta la durata delle disavventure di Lázaro: The central element of each adventure is first presented to the reader; then, by a series of details, the importance of the situation is made evident. Elaboration of detail and extension of the introductory description are more common in the later adventures of Tratado 1 and throughout Tratados 2 and 3. Although in the first episodes the narration is almost skeletal, the author groups his his material carefully, placing his characters in clearly defined positions relative to the principal element of the episode. […] The simplicity of the first of the misadventures is striking: ―Está a la entrada de ella [la puente] un animal de piedra, que casi tiene 162 S. Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica y satirica del Lazarillo de Tormes, Iberoamericana, Vervuert, 2000, cit., p. 31. 163 Lazarillo, ed. cit., p. xii. 71 forma de toro‖, says the author, introducing the central item of this episode.164 Ogni episodio, infatti, ruota attorno ad un oggetto fisico (toro de piedra, jarrillo de vino, longaniza, ecc.) che viene prima introdotto attraverso una sintetica descrizione, per poi lasciare spazio ad un‘azione la cui fine coincide quasi sempre con un castigo corporale violento per il giovane protagonista. 2. Lazarillo e il ciego: toro de piedra, jarrillo de vino, uvas, longaniza Tra i tre Tratados che analizzeremo in questa sede, i primi due sono senza ombra di dubbio quelli più pregnanti da un punto di vista interpretativo. Il primo, in particolar modo, quello che raccoglie le esperienze vissute con un vecchio cieco, costituisce il primissimo gradino che introduce il giovane protagonista alla vita e all‘esperienza del mondo extra-familiare. Il pícaro,165 –eroe che si presenta nel prologo e nella prima parte della storia come protagonista insolito nel panorama letterario dell‘epoca166– rimasto, infatti, orfano di padre, viene affidato dalla vedova madre ad un cieco viandante: [...] vino a posar al mesón un ciego, el cual, pareciéndole que yo sería para adestralle, me pidió a mi madre, y ella me encomendó a él, diciéndole como era hijo de un buen hombre, el cual por ensalzar la fe había muerto en la de los Gelves, y que ella confiaba 164 N. L. Hutman, «Universality and Unity in the Lazarillo de Tormes», Modern Language Association, PMLA, Vol. 76, No. 5 (Dec., 1961), pp. 469-473, cit., p. 469. 165 «aún no existe la figura ―estamental‖ del pícaro, título asumido por Guzmán de Alfarache medio siglo después, o institucionalizado (en hampa, banda de pícaros) en Rinconete y Cortadillo de Cervantes», in L. Vasas, Ahondar deleitando: lecturas del Lazarillo de Tormes, Akadémiai Kiadó, Budapest, 2002, cit., p. 23. 166 La vita di un «pregonero humilde», scrive Vasas, «como tema literario, con el disfraz de historicidad y pretensiones moralizadoras, no correspondía a los gustos y criterios temáticos tradicionales. Tono elevado, solemnidad, moralizaciones marcados por la fuerte retoricidad del prólogo: estaban reservados para altos estamentos sociales, caballeros, nobles, eclesiásticos», ibidem. 72 en Dios no saldría peor hombreque mi padre, y que le rogaba me tratase bien y mirase por mí, pues era huérfano. Él respondió que así lo haría y que me recibía, no por mozo, sino por hijo. Y así le comencé a servir y adestrar a mi nuevo y viejo amo.167 Prima di lasciare spazio al testo, è necessario dare qualche indicazione rispetto alla geneaologia di Lazarillo, che lo rende un eroe piuttosto insolito, poiché, sebbene il titolo168 e il prologo diano l‘impressione di un‘opera di letteratura alta, racconta le vicissitudini di un giovane che ha condotto una vita tutt‘altro che esemplare. Sin da subito, il lettore, si accorge che la serietà della materia narrata è soltanto apparente, in quanto si converte in un testo comico-burlesco. Il testo, infatti, «en lugar de ser una entronización de la virtud y del valor que caracterizarían al héroe, termina siendo la exaltación del deshonor y del vicio como controparte del mundo edificado sobre supuestos valores morales y espirituales».169 Un lettore inconsapevole è portato a pensare che quella che sta leggendo sia la storia esemplare di un eroe sopravvissuto, con onore e virtù, alle disavventure che la vita gli ha destinato: Una vez leídos los Tratados se descubre que el Prólogo es una máscara retórica sitiada de fuentes clásicas que apelan y convocan a la altura moral y al provecho del lector. Más que ante una retórica edificante, nos encontramos ante una retórica del divertimiento: lo que emerge y permanece en el Prólogo es lo que se pretende ocultar (lo cómico) y lo que se pierde y esfuma es lo que se busca resaltar y explicitar (lo serio).170 Il nome stesso inganna il lettore, poiché in quel de Tormes, troviamo una elevazione dello statuto del personaggio, quasi come una eco di eroici protagonisti come Amadís de Gaula, ma è evidente che di eroico in lui c‘è ben poco. 167 Lazarillo, ed. cit., pp. 9-10. 168 «Del año de gracia de 1553, o quizás, 1552 debe datar la primera edición del libro en cuya portada se leía La vida de Lazarillo de Tormes, y de sus fortunas y adversidades», ivi, p. 91. 169 Ramírez Caro, El Lazarillo de Tormes, cit., p. 61. 170 Ibidem. 73 Sin da subito il protagonista viene sottoposto ad una dolorosa prova, quella della calabazada che apre e chiude, in forma simmetrica, l‘esperienza con il Ciego: Con la primera confrontación inmotivada por el protagonista con su primer amo junto al toro de piedra, definitivamente rompe el hilo tradicional de la intriga. Hasta la escena de la ―calabazada‖ las anécdotas forman una sarta lineal ininterrumpida, y desde ese momento el núcleo épico se fracciona en episodios entrelazados por el leitmotiv de la lucha por la subsistencia. Este cambio puede tener una explicación de fondo psicológico: en cualquier retrospección autobiográfica solamente la edad infantil, el periodo pasado en el seno de la familia, en íntima relación con la madre, aparece como una unidad vital completa, íntegra; el peiodo posterior presenta una imagen fraccionada, desintegrada, ―episódica‖.171 L‘episodio introduce, dunque, attraverso un oggetto la prima micro-sequenza di cui si compone il Tratado primo. Con la «calabazada en el diablo del toro», Lazarillo pagherà fisicamente il prezzo della sua ingenuità fanciullesca, suscitando nel lettore una certa simpatia e addirittura gradimento quando, sul finire del Tratado, lascerà crudelmente il Ciego burlato a terra mezzo morto con la testa fracassata. Ecco dunque il passo in questione: Salimos de Salamanca, y, llegando a la puente, está a la entrada de ella un animal de piedra, que casi tiene forma de toro, y el ciego mandome que llegase cerca del animal [...] como sintió que tenía la cabeza par de la piedra, afirmó recio de la mano y diome una gran calabazada en el diablo del toro, que más de tres días me duró el dolor de la cornada, y díjome: —Necio, aprende, que el mozo del ciego un punto ha de saber más que el diablo. – Y rio mucho de la burla. Pareciome que en aquel instante desperté de la simpleza en que, como niño, dormido estaba. Dije entre mí: ―Verdad dice éste, que me cumple avivar el ojo y avisar, pues solo soy, y pensar cómo me sepa valer‖.172 171 Vasas, Ahondar deleitando, cit., p. 24. 172 Lazarillo, ed. cit., pp. 10-13. 74 Secondo L. Vasas, nell‘episodio con il Ciego (ma anche in quelli in cui Lazarillo è posto a servizio degli altri amos) sarebbe possibile ravvisare una reminiscenza della tecnica narrativa dell‘exemplum medievale, un tipo di narrazione breve di carattere didattico-morale che nasce durante il VII secolo e trova una sua consolidazione tra il XII e il XIII secolo. Qualche secolo più tardi, però, il genere cominciò a cadere in disuso: las fuentes se agotaron, se repetían tan sólo las antiguas historias, los elementos narrativos se relegaron a un segundo plano antes las intenciones didácticas. [...] En la época del nacimiento del Lazarillo de Tormes [...] se experimentaba ya la decadencia del exemplum […] Sin embargo, como tradición y como técnica generalmente extendida y aceptada por el público, no eran desconocidas las colecciones de exempla para el anonimo autor del Lazarillo.173 A chiusura del breve episodio della calabazada ordita dal cieco, il protagonista, o meglio la voce narrante di Lázaro-adulto, fornisce un commento circa la funzione pedagogica che è stato in grado di cogliere, cioè quella della necessità di abbandonare l‘innocenza per lasciar spazio all‘astuzia. Tale commento viene reso possibile dalla struttura narrativa adottata dall‘anonimo autore: En el marco Lázaro-narrador se halla como actor dentro de la fábula, pero después del prólogo cambia la situación narrativa: el narrador autodiegético se sitúa fuera, empieza a hablar sobre otro personaje que ha coincidido antes con su ―persona física‖, es decir, Lázaro-adulto, como narrador habla sobre Lazarillo-niño, actor, interpretando el primero comportamientos y actitudes ideológicas y afectivas en el pasado del segundo. Esta técnica permite a la narración de primera persona liberarse de sus límites, pues, es sabido que la distancia temporal y espacial otorga posibilidades peculiares para técnicas narrativas: objetividad, perspectiva global [...]174 173 Vasas, Ahondar deleitando, cit., pp. 10-11. 174 Ivi, p. 18. 75 Secondo Zimic, il termine simpleza, riferito alla condizione che precede il doloroso ―risveglio‖ di Lazarillo, non troverebbe una reale giustificazione nel testo, poiché prima di essere affidato alle ―cure‖ del Ciego, la sua vita era tutt‘altro che edificante: Relatando el incidente de la ―calabazada‖ que el Ciego le dio ―en el diablo del toro‖, Lazarillo nos revela su reacción: ―Parescióme que en aquel instante desperté de la simpleza en que, como niño, dormido estaba. Dije entre mi: verdad dice éste [el Ciego], que me cumple avivar el ojo y avisar, pues sólo soy, y pensar cómo me sepa valer‖ (23). Sin embargo, ¿de qué ―simpleza‖ precisamente ―despertó‖ Lazarillo? Su vida anterior con el padre ladrón y con el Zaide, también ladrón, con quien su madre estaba amancebada, no era nada ejemplar. ―Por mandado‖ de su madre él mismo fue cómplice, al menos en una ocasión de latrocinios: ―A un herrero vendí [...] ciertas herraduras (20) [...] al salir de este ambiente nada edificante de su familia, Lazarillo, según asegura, era todavía inocente como un ―niño dormido‖. Lo era, evidentemente, en su concepto todavía muy ingenuo de la precisa naturaleza del mal.175 Per quanto, però, le sue origini siano marcate dall‘infamia, non vi è alcuna traccia di malvagità previa in Lazarillo tale da consentirgli di superare la prova cui è stato sottoposto. Anzi, l‘iniziale concezione dualistica ―buoni VS cattivi‖ radicata nella mente del giovane altro non è cheil risultato di un insegnamento materno che vuole che il mondo de ―los malos‖ (cioè di coloro che non godono di una buona posizione sociale e che non adempiono nella giusta maniera i doveri religiosi) sia scisso da quello de ―los buenos‖ (di cui il ciego farebbe parte). L‘opposizione tra buoni e cattivi, in realtà, è piuttosto arbitraria, poiché non solo nell‘episodio dapprima citato, ma anche negli altri che costituiscono il primo Tratado (e di quelli con gli altri padroni), la bontà dei ―buoni‖ è solo di facciata. Per di più, a voler essere precisi, a nessun familiare di Lazarillo è possibile imputare nella propria condotta una «maldad perversa» o una «hipocresía traicionera», che costituiscono, scrive Zimic, una vera e propria «moneda corriente en el mundo de los ―buenos‖, empezando con la ―calabazada‖ en el toro, que es auténtico acto de iniciación».176 175 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 37. 176 Ibidem. 76 Lazarillo cerca, pertanto, di venir fuori dal mondo dei ―cattivi‖ cristiani per entrare in quello dei ―buoni‖, che adottano in realtà una condotta comportamentale immorale all‘insegna della malvagità e della cinica diffidenza, per riuscire a sopravvivere in un mondo altrettanto crudele. Per questo motivo, il castigo fisico cui il protagonista viene sottoposto sancisce un vero e proprio battesimo: [...] con el que Lazarillo, saliendo de un mundo ignorante de la educación moral, cristiana –que se rige también sin premeditación malévola respecto al prójimo– entra en el mundo de los ―buenos‖, supuestamente alumbrado por el espírtu cristiano de amor y caridad, pero, en realidad, a menudo motivado más bien por conscientes pasiones diabólicas. Con la ―calabazada‖, Lazarillo empieza a comprender que el mundo de los ―buenos‖ no es tan bueno como su madre aparentemente creía. Ni siquiera podía sospechar, en ese momento, cuán [...] definitivas pruebas de ello encontraría en su camino. El aprendizaje de Lazarillo con el Ciego ―discurre entre dos hechos simétricos: el testarazo que el ciego le asesta golpeándolo contra el toro, y el que él propina al ciego. Han sido bien marcados, para que no puedan escapársenos‖. Simétricos, parecidos incluso en las imágenes y en el vocabulario, pero de ningún modo idénticos. El testarazo que Lazarillo propina al Ciego, que fermentan en su ánimo una disposición rencorosa cada vez más intensa hasta su incontenible y violenta explosión.177 Di lì in poi, Lazarillo viene introdotto ai segreti della vita marginale dal Ciego che, ancor più che un maestro, si presenta come un padre la cui missione è quella di addestrarlo alla ―carriera della vita‖178: [...] después de Dios, éste me dio la vida y, siendo ciego, me alumbró y adestró en la carrera de vivir. [...] En su oficio era un águila. Ciento y tantas oraciones sabía de coro [...] tenía otras mil formas y maneras para sacar el dinero. Decía saber oraciones para muchos y diversos efectos: para mujeres que no parían, para las 177 Ibidem. 178 «Explica Covarrubias: ―alumbrar a uno es encaminarle en la verdad, porque sin ella va a ciegas‖. En cuanto a alumbrar como ‗engendrar‘, repárese en que el mendigo recibe al chico ―no por mozo, sino por hijo‖ y aquí el propio Lázaro se ve obligado a reconocer: ―después de Dios, éste me dio la vida‖. En tal sentido, baste recordar a don Juan Manuel: ―una de las cosas porque homne puede llamar padre a otro que no lo engendró es porque es aquél de quien ha de aprender‖ (Libro de los estados, ed. R. B. Tate e I. R. Macpherson, Oxford, 1974, págs. 41-ζ2) […] El ciego, pues, verdaderamente, le ―dio la vida‖ a Lázaro al enseñarle ―la carrera del vivir‖ [...]» in Lazarillo, ed. cit., p. 253. 77 que estaban de parto, para las que eran malcasadas, que sus maridos las quisiesen bien. Echaba pronósticos a las preñadas, si traía hijo o hija. Pues en caso de medicina decía que Galeno no supo la mitad que él para muelas, desmayos, males de madre.‖179 Il cieco, nonostante la sua condizione di invalidità, è in grado di alumbrar e addestrare il giovane e inesperto protagonista con un duro percorso di apprendimento.180 La cecità non è un limite per il vecchio, ma è anzi motivo di una accentuata saggezza, poiché le capacità di cui dispone compensano a pieno la sua inabilità. Sa come destreggiarsi e guadagnarsi da vivere: conosce a memoria una notevole quantità di preghiere per le esigenze più disparate, il tutto, ovviamente, a cambio di denaro o di un tornaconto personale: un vero e proprio mercimonio di indulgenze e favori divini (volendo così definire le sue abilità premonitrici) che, a ben vedere, rappresenta grottescamente il rovesciamento parodico dei più alti valori cristiani, la carità e l‘amore per il prossimo. Non a caso, scrive Zimic, la vita di Lazarillo si sviluppa quasi interamente sotto la protezione della Chiesa e, più precisamente, sotto la tutela dei suoi membri più rappresentativi. Tra questi potremmo includere il cieco stesso, poiché con tale personaggio «se plantean problemas religiosos de interés vital en la época: la caridad, la oración, el ejemplo».181 Non vi è alcun dubbio sulla forte critica che l‘anonimo autore muove ad un mondo ecclesiastico ipocrita e corrotto, di cui il cieco (e non solo) costituisce un perfetto esponente: 179 Lazarillo, ed. cit., pp. 13-14. L‘arsenale di rimedi del ciego somiglia, in parte, agli innumerevoli remedios di cui dispone l‘astuta protagonista de La Celestina di Fernando de Rojas. 180 «Arrancamos de una paradoja: es el ciego quien le abre los ojos y le enseña. Aparte de los precedentes folklóricos en facecias de ciegos y mozos, no suele citarse un antícipo tradicional ligado por vía directa a la función que cumple el gran maestro de Lazarillo. [...] en el tema se adivina, sobre todo, un denso transfondo bíblico. Desde 1 Reg.14, 27 a Eph.1, 28, topamos varias veces con la expresión ―illuminare oculos‖ o con otras que expresan el mismo concepto: abrirlos a una más profunda visión. Quien abre los ojos de otro a la luz de la fe, merece en la Biblia el título de Padre [...] De ahí que Lázaro, con procedimiento bisémico ya señalado por Gilman, reconozca que el ciego le ―alumbró –le dio a la luz avivándole el ojo para ver a nueva luz la verdadera realidad–; vale decir, que le considere como padre –recíprocamente, él le ha recibido ―no por mozo, sino por hijo‖ (I, 13)– y, a la vez, como maestro que, cumpliendo una función de adoctrinamiento divino, le da avisos a él que tanto precisaba avisar», in V. García de la Concha, Nueva lectura del Lazarillo. El deleite de la perspectiva, Editorial Castalia, Madrid, 1981, cit., pp. 193-194. 181 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 79. 78 las oraciones del Ciego son una farsa hipócrita que representa para los supersticiosos e ingenuos –en nombre de la caridad, cuyo sentido noble no entiende en absoluto por su extrema y cruel avaricia–, mercancía vendible y de hecho muy rentable, desde la que vive con actitúd cínicamente parasitaria. Esas oraciones las reza también para muchos que se las piden por cálculo asimismo cínico, oportunista e hipócrita de la petición y la apariencia. Vendedor y compradores se conocen bien las mañas. El Ciego, precisamente por su incapacidad física, puede explorar con aguda y astuta percepción los recovecos oscuros de la maldad en la psique humana. Lazarillo dice que ―después de Dios, éste me dio la vida, y, siendo ciego, me alumbró y ...‖ [...]182 Dunque, gli uomini di Chiesa presenti nel testo piuttosto che onorare la propria professione servendo onestamente Dio e la comunità cristiana, vanno contro essa, poiché mirano esclusivamente alla propria gratificazione egoista e materiale, «aprovechándose sacrílegamente de lafunción particular que desempeñan y de la orden a la que pertenecen».183 Più che le discutibili arti con le quali il cieco riesce a raggirare acquirenti ignoranti e superstiziosi, ci interessa, piuttosto, il trattamento, di gran lunga peggiore, riservato al pícaro, poiché quest‘ultimo, diversamente dalle intenzioni professate dal vecchio, quelle cioè di essere accolto «no por mozo, sino por hijo», subisce una serie di pesanti castighi corporali. Il primo, si è detto, quello che ha a che fare con il toro di pietra non è altro che un ammonimento sulla necessità che il ragazzo metta da parte l‘ingenuità, eppure, Lazarillo attribuisce inizialmente non al cieco, bensì all‘animale una connotazione di malvagità, tale da configurarlo come brutale aggressore. Egli trasferisce, infatti, scrive Cros, «su resentimiento sobre el toro que asciende a la categoría de agente diabólico».184 All‘immobile toro di pietra viene attribuito, in modo infantile, un ruolo attivo nell‘incidente, proprio perché viene accompagnato da una accezione diabolica («el diablo del toro») che dovrebbe essere piuttosto utilizzata per il cieco. Quest‘ultimo, nella lezione morale subito dopo impartita, scoppia in una sonora risata nell‘affermare che il mozo del ciego dovrebbe 182 Ibidem, (il corsivo è mio). 183 Ivi, p. 67. 184 E. Cros, «Semántica y estructuras en el Lazarillo de Tormes», Revista Hispanica Moderna, 1976, No, 3, pp. 79-84, cit., p 82. 79 saperne una più del diavolo e non cadere così facilmente in tali beffe. Secondo Vasas, la scena è ricca di allusioni al diabolico: [...] cornada (cuerno–icono arquetípico del diablo), diablo, risa sarcástica (= según la tradición cristiana, la risa provocada por el mimo procede del diablo). Luego, en todo el tractado muchas veces es evocado el diablo o aludido por referencias connotativas y atributos, siempre en el contexto del ciego: ―burlas endiabladas‖ (27); [...] ―daba al diablo el jarro y el vino‖ (32); ―si el diablo ensayara otra tal hazaña‖ (3ζ); ―santiguándose los que le oían‖ (34); [...]185 Da un punto di vista interpretativo, il termine toro porta con sé una serie di connotazioni che, scrive Herrero, «inevitably had became closely linked […] with the experience of contemporary life, and social and political events shared by the the author and his readers of the 16th Century».186 Mettendo, infatti, da parte eventuali significazioni zoologiche, il toro, come il capro, rappresenta il simbolo della mascolinità, anche se, a voler essere precisi, nel superstizioso contesto spagnolo di metà Cinquecento, esso è associato alla stregoneria e al demonio: […] the bull is a symbol of innate, sexual energy, of the masculine principle in its purity […] and, consequently like the he-goat, of the Father. In classical mythology the bull is also a personification of rivers, and in this case, placed over the Tormes, […] linking Lázaro to the world he belongs to, and where literally, he was born. Sebastián Covarrubias himself, the great linguist who wrote the first Spanish dictionary, the Tesoro de la lengua castellana o española (1611), asserts that the Romans, who built this bridge, put the bull on it: (―yesta [la figura del toro] es cierto averse puesto quando se hizo la dicha Puente, y en el toro querían significar ser el dicho río caudaloso…‖ (―and it is true that it was placed there when the said bridge was built, and the bull was meant to symbolize the full river‖). But this fusion of the symbolic bull with Castilian soil had a deep, almost violent significance during the period in which the Lazarillo was written. Spain had been 185 Vasas, Ahondar deleitando, cit., p. 49. 186 J. Herrero, «The Great Icons of the Lazarillo: The Bull, the Wine, the Sausage and the Turnip», Ideologies and Literature, 1 (1978), pp. 3-18, cit., p. 3. 80 identified with the Bull since Roman times, and Strabo had asserted that its territory had the shape of a bull‘s hide.187 Secondo Herrero –il quale associa nella sua analisi della simbologia del toro anche una matrice folclorica, legata alla pratica degli spettacoli della corrida messi a bando in seguito al Concilio di Trento– il cieco stesso rappresenterebbe l‘incarnazione del toro, poiché conosce, come «toro corrido», l‘arena, ovvero un insieme di trucchi che gli consentono il buon vivere: dietro la maschera di santità («decía saber oraciones para muchos y diversos efectos») nasconde una natura crudele e malvagia, tipica di un uomo che fa leva sulla superstizione popolare e sulla credulità femminile per trarne un vantaggio economico. Ritornando al testo e, in particolar modo alla seconda micro-sequenza del Tratado, troviamo un‘altra serie di oggetti attraverso i quali la trama si attiva. È il caso dell‘episodio del jarrillo de vino, quello che decreta una nuova dolorosa e istruttiva esperienza per Lazarillo. Ecco, dunque, il passo in questione: Usaba poner cabe sí un jarrillo de vino, cuando comíamos. Yo de muy presto le asía y daba un par de besos callados y tornábale a su lugar. Mas turome poco, que en los tragos conocía la falta y, por reservar su vino a salvo, nunca después desamparaba el jarro, antes lo tenía por el asa asido. Mas no había piedra imán que así trajese a sí como yo con una paja larga de centeno [...], la cual, metiéndola en la boca del jarro, chupando el vino lo dejaba a buenas noches. Mas como fuese el traidor tan astuto, pienso que me sintió y dende en adelante mudó propósito y asentaba su jarro entre las piernas y atapábale con la mano y así bebía seguro. Yo, como estaba hecho al vino, moría por él, y viendo que aquel remedio de la paja no me aprovechaba ni valía, acordé en el suelo del jarro hacerle una fuentecilla y agujero sotil, y delicadamente, con una muy delgada tortilla de cera, taparlo; y al tiempo de comer, fingiendo haber frío, entrábame entre las piernas del triste ciego a calentarme en la pobrecilla lumbre que teníamos, y al calor de ella luego derretida la cera, por ser muy poca, comenzaba la fuentecilla a destilarme en la boca, [...]. Cuando el pobreto iba a beber, no hallaba nada, espantábase, maldecíase, daba al diablo el jarro y el vino, no sabiendo qué podía ser. –No diréis, tío, que os lo bebo yo –decía–, pues no le quitáis de la mano. Tantas vueltas y tientos dio al jarro, que halló la fuente y cayó en la burla, mas así lo disimuló como si no lo hubiera sentido. Y luego otro día [...] senteme como solía. Estando recibiendo 187 Ivi, pp. 6-7. 81 aquellos dulces tragos, mi cara puesta hacia el cielo, un poco cerrados los ojos por mejor gustar el sabroso licor, sintió el desesperado ciego que agora tenía tiempo de tomar venganza, y con toda su fuerza alzando con dos manos aquel dulce y amargo jarro, le dejó caer sobre mi boca [...]‖188 Il desiderio di Lazarillo nei confronti del vino lo porta a tentare di raggirare il cieco. Non a caso, l‘espressione «dejar a buenas noches» significa proprio beffarsi di qualcuno,189 ma, per quanto ingegnoso, lo stratagemma utilizzato è destinato al fallimento, poiché la ―lotta‖ tra i due è impari: l‘astuzia di Lazarillo, il cui battesimo alla malizia è cominciato proprio sotto un ―gran maestro‖, è ancora ben poca cosa rispetto a quella che il vecchio ha avuto modo di accrescere nel corso della sua vita. Ciò che risulta estremamente interessante è, però, l‘arsenale di metafore amorose di cui l‘autore si serve per evocare l‘intensa attrazione che il pícaro prova nei confronti del vino. Tale richiamo lo spinge, come un innamorato accecato dalla passione, a cercare dei modi per l‘ottenimento dell‘oggetto del desiderio, il vino per l‘appunto. Come una calamita, Lazarillo è infatti attratto dal jarr ill o, cui dà, prima, una serie di ―baci silenziosi‖e poi, per assaporarne meglio l‘essenza dalla distanza e senza rischi, utilizza una paja larga. Ma l‘espediente è destinato al fallimento, l‘abietto cieco è alumbrado dall‘esperienza, che compensa appieno la sua cecità. In primo luogo, dunque, ostacola il giovane tenendo il jarrillo ben saldo e al sicuro tra le sue gambe, poi, accortosi (in seguito alle continue perdite) del forellino –l‘ultimo comico tentativo per conseguire il tanto agognato nettare– , si vendica lasciando cadere la brocca e tutto il suo contenuto sulla bocca dell‘incauta vittima. L‘ossimoro prodotto dalla coppia aggettivale «dulce y amargo jarro» rimanda al duplice effetto che la brocca esercita su Lazarillo: dolce perché contenente il vino, amaro in quanto causa di una dolorosa punizione. La dualità del vino viene poi sarcasticamente ripresa dal Ciego: 188 Ivi, pp. 17-18. 189 «Dejar a buenas noches, dejar a escuras, y dejar burlados, en blanco» (Correas). Según A. Rumeau [1962:234, n. 13] lo se refiere al ciego, no al jarro ni al vino; la frase, así, resuelta ―doblemente maliciosa‖, precisamente por tratarse de un ciego. De hecho, existen testimonios del uso de la expresión en el sentido de ‗dejar ciego‘: vid. A. Rey Hazas ed., pág. 73, n. 4.WEB» in Lazarillo, ed. cit., p. 256. 82 –¿Qué te parece, Lázaro? Lo que te enfermó te sana y te da salud.190 Abbiamo già fatto menzione –nel terzo capitolo del presente lavoro– al potere terapeutico del vino secondo l‘antica trattatistica medievale. Come per Celestina, che nel IX atto della Tragicommedia si protende in una larga ed energica difesa del vino, anche per il ciego esso costituisce una cura per il castigo inferto al mozo. Infatti, l‘immagine paradossale che attribuisce un potere curativo a ciò che, al tempo stesso, è in grado di causare malessere è piuttosto frequente nell‘immaginario letterario191. Prima, però, di ricevere un così crudele castigo e la conseguente cura, Lazarillo descrive la gioia che deriva dal saboroso licor, come se si trovasse nel pieno dell‘estasi: The old man kept his wine in a jug, and Lázaro devised several ploys to get to it. The language he uses to express his love for his wine helps us to see how, in the miserable life of the mistreated child, the sweet wine becomes a celestial joy, a heavenly gift. In fact, as the second treatise will make clear, this wine is really the sacramental wine, the ―blood of Christ‖ which opens the door to celestial happiness. […] With confident joy, the boy, whose face is gratefully turned toward the heavens, seems to be receiving from Heaven itself this almost celestial ambrosia. The answer from Heaven did not keep him waiting: the blindman, who had guessed the burla and found the leak, raised the jug and broke it over the relaxed and happy (―descuidado y gozoso‖) boy. The pieces cut his face, and blow broke his teeth, which he lost forever. Lázaro says: ―Verdaderamente me peareció que el cielo, con todo lo que en él hay, me había caído encima‖.192 Il vino e, come vedremo più avanti, gli altri generi alimentari attraverso i quali il giovane tenterà di soddisfare la sua fame atavica e, ad un livello più profondo, la sua voglia di integrazione nel mondo dei ―buoni‖, rimandano, secondo 190 Ivi, p. 18. 191 «Algunos ejemplos: Deuteronomio, XXII, 39: ―Ego occidam et ego vivere faciam: Percutiam et ego sanabo‖; Oseas, VI, I: ―Ipse cepit et sanabit os, percutiet et curabis nos‖; Ovidio, Remedia amoris, ζζ: ―una manus vobis vulnus opemque feret‖; Juan Ruiz, Libro de buen amor, c. 203 b: ―Señor, acórrenos, Tú que matas y sanas‖; La Celestina, I, pág. 1η8: ―Seguro soy, pues quien dio la herida la cura‖, etc.», ivi, p. 256. 192 Herrero, The Great Icons of the Lazarillo, cit., pp. 8-9. 83 Vasas, ad un antico motivo che fa del cibo il tramite per l‘acquisizione della conoscenza: Otro aspecto que, tal vez, merezca atención […] es el antiguo motivo de adquirir la sabiduría a través de la comida. M. Jesús Lacarra llama la atención a la relevancia de este motivo en el Sendebar aludiendo al estudio de F. de Rivas y recordando que ―el arroz es para el mundo oriental como el pan o el trigo para el occidental: símbolo de alimento espiritual, de vida y también de immortalidad‖. Podríamos añadir que este motivo no es raro en el folclore tampoco (por ejemplo, mamar leche materna y obtener conocimientos sobrenaturales). Además, el mito bíblico de la perdición también se centra en este motivo: el comer la fruta del árbol de la ciencia causa la expulsión del paraíso. En el Lazarillo el proverbial ―un punto ha de saber más que el diablo‖ implica los dos rasgos tópicos del ciego, sabiduría y maldad. La subsiguiente lucha entre el ciego y el niño por la comida indican, en el fondo, hacia este simbolismo que culminará en la escena de la uva: el saber (―un punto más‖), cosificado por el racimo de uva, es el objetivo de la contienda, de la cual sale victorioso el niño. [...] Lazarillo acepta la uva, prefiguración del vino y explicita el simbolismo de la sabiduría que la escena implica. Más tarde se encuentra reminiscencia del motivo folclórico (obtener sabiduría mediante comida, mamar leche materna), cuando Lazarillo sale de la casa del escudero para pordiosear: ―mas como yo este oficio le hobiese mamado en la leche, que con el gran maestro ciego lo aprendí‖ (87). La frase puede implicar una alusión a la escena del hurto de vino ―por el agujero sotil‖. La posición del niño (―fingiendo haber frío, entrábame entre las piernas del triste ciego‖ 31) y la forma de tomar el vino (―recibiendo aquellos dulces tragos, mi cara puesta hacia el cielo, un poco cerrados los ojos por mejor gustar el saboroso licuor (32) [...] estaba descuidado y gozoso‖ 33) y la consiguiente agresión brutal sugiere la deformación grotesca de una escena de lactar a un niño.193 Potremmo, pertanto, associare l‘immagine di Lazarillo intento a bere vino disteso tra le gambe del ciego più che a un neonato, ad un neofita, che viene istruito, dunque preparato alla vita, attraverso un alimento, una bevanda in questo caso specifico, con conseguente punizione corporale, affinché apprenda e ricordi la lezione. La presenza di oggetti legati all‘ambito alimentare ci consentono di considerare l‘opera come un vero e proprio testo carnevalesco, «en el que se rompen las fronteras entre el burlador y el burlado y el mundo se vuelve al revés gracias al 193 Vasas, Ahondar deleitando, cit., p. 50. 84 recurso de la parodia». La lunga lettera che Lázaro destina al non ben identificato Vuestra Merced, «se enviste de la parodia para crear un mundo ambiguo y ambivalente que vuelve al revés el sistema de valores sociales, políticos, morales y espirituales establecidos mediante la entronización de lo bajo-material-corporal y el destronamiento de lo alto-sagrado-espiritual».194 Per Ramírez Caro, il Lazarillo, secondo una tendenza tipica della cultura popolare carnevalesca, propone una costante esaltazione del basso corporeo, senza però scadere in propositi didattico-moraleggianti, in quanto: 1) El procedimiento paródico lleva a cabo una inversión de los valores, dada la fusión de lo serio con lo cómico, de lo elevado con lo bajo, de lo espiritual con lo material; 2) predomina una risa positiva, no destructiva, en la que el objeto no se encuentra sólo fuera, sino que lo constituye el mismo sujeto que se burla; 3) la novela no circula en un ámbito rígido y autoritario, con pretensiones correctivas, sino que se mueve en un ambiente amistoso, con el fin de agradar y deleitar; y 4) la fusión de lo cómico y lo serio crea una percepción ambigua y ambivalente, cuestión que impide tener una concepción fija, unívoca y monológica del mundo y de los valores que constituyen.195Le burle che troviamo nel testo, sia quelle subite che quelle ordite da Lazarillo, ruotano attorno al tentativo di ottenimento di cibo e bevande, ovvero di oggetti materiali di cui il giovane viene costantemente privato. Gli stratagemmi adottati dal burlador e dal burlado di turno concorrono alla creazione di un contesto altamente comico, come quello che si presenta nella seconda micro-sequenza dove l‘oggetto principale è il vino: Dicho pasaje pone en juego dos fuerzas: una que lucha por apoderarse del vino y otra que busca evitar quedarse sin él. Lazarillo finge tener frío para tomarse el vino y el ciego descubre el ardid y calla como si nada supiera. Este doble fingimiento sirve para tejer la trama cómica del desenmascaramiento. El criado finge inocencia y el amo disimula ignorancia. La escenificación de la falta y el descubrimiento pone de relieve que ambos aspectos están revestidos de procesos calculados y tenidos en secreto por las 194 Ramírez Caro, El Lazarillo de Tormes, cit., p. 48. 195 Ivi, p. 54. 85 partes, ninguna de las cuales sabe que el otro sabe y eso ayuda a crear la tensión cómica y a prepararse para el estallido cómico cuando la víctima se convierte en victimaria.196 Un caso analogo si verifica nella terza micro-sequenza del Tratado I, quello che coinvolge un nuovo oggetto, ovvero il grappolo d‘uva che il cieco ottiene come elemosina da un vendemmiatore. Ecco, dunque, il passo in questione: Acaeció que, llegando a un lugar que llaman Almorox al tiempo que cogían las uvas, un vendimiador le dio un racimo de ellas en limosna. [...] Acordó de hacer un banquete [...] sentámonos en un valladar y dijo: —Agora quiero usar contigo de una liberalidad, y es que ambos comamos este racimo de uvas que hayas de él tanta parte como yo. Partillo hemos de esta manera: tú picarás una vez y yo otra, con tal que me prometas no tomar cada vez más de una uva. Yo haré lo mismo hasta que lo acabemos, y de esta suerte no habrá engaño. Hecho así el concierto, comenzamos, mas luego al segundo lance, el traidor mudó propósito y comenzó a tomar de dos en dos, considerando que yo debería hacer lo mismo. Como vi que él quebraba la postura, no me contenté ir a la par con él, mas aun pasaba adelante: dos a dos y tres a tres y como podía las comía. Acabando el racimo [...] dijo: —Lázaro, engañado me has. Juraré yo a Dios que tú has comido las uvas tres a tres. —No comí ‒dije yo‒, mas ¿por qué sospecháis eso? Respondió el sagacísimo ciego: —¿Sabes en qué veo que las comiste tres a tres? En que comía yo dos a dos y callabas.197 Rispetto alle precedenti micro-sequenze, quella che coinvolge l‘episodio dell‘uva presenta delle sostanziali differenze. In questo caso, infatti, la burla è reciproca: entrambi violano il patto prestabilito e inoltre, l‘insegnamento che deriva da tale esperienza non è di natura violenta, come nel caso dei primi due, ma soltanto verbale. Ci si aspetterebbe che un simile cambio di attitudine tra amo e mozo sia il principio di una convivenza migliore, ma, ovviamente, questo è soltanto un momento di calma apparente che ci prepara ad una esperienza ben più dolorosa e 196 Ivi, p. 57. 197 Ivi, pp. 20-21. 86 disonorevole per Lazarillo, quella che coincide con la ―gastroscopia‖ ad nauseam effettuata dal cieco. L‘episodio dell‘uva conferma l‘idea del ciego come «maestro en el uso de la palabra mentirosa», poiché, sostiene García de la Concha, l‘uso del termine banquete per la semplice condivisione di un grappolo d‘uva, «constituye una ironía connotadora de la avaricia y mezquinidad [...] que antes le ha atribuido. En esa línea, prefiere el ciego su ―verbum mendax‖: ―agora quiero yo usar contigo de una liberalidad‖. Ya sabemos lo que tan pomposa declaración encierra, la posibilidad de picar de forma alternativa, aunque él será el primero en quebrantar el pacto».198 Ciò che, però, risalta, è la maniera con la quale il pícaro qualifica il suo padrone: non più pecador, traidor o astuto, ma sagacísimo,199 proprio perché, seppur dolorosamente, il protagonista avrà modo di attingere alla sapienza del astuto e malvagio vecchio. La comicità decretata dalle micro-sequenze precedenti trova una ulteriore conferma nell‘episodio del nabo e della longaniza: il giovane, posto di fronte ad una ghiottissima occasione, sostituisce una salsiccia con una rapa, lasciando il vecchio a cuocerlo mentre lui va a comprare del vino: Estábamos en Escalona, [...] en un mesón, y diome un pedazo de longaniza que le asase. Ya que la longaniza había pringado y 198 García de la Concha, Nueva lectura del Lazarillo, cit., p. 195. 199 «Basta un repaso de las fórmulas de tratamiento que Lázaro le otorga, para descubrir el sentido de su enseñanza: Un ciego o el ciego (4 veces) el bueno de mi ciego el pecador del ciego mi ami el traidor del ciego (3 veces) el mal ciego (7 veces) aquel malvado astuto ciego astuto y sagaz sagacísimo de grandísimo entendimiento Aparte el primer bloque, de simple connotación narrativa objetiva, salta a la vista cómo, de resultas de la experiencia con él vivida, en ese padre adoptivo descubre Lázaro, sobre todo, maldad. Pero nunca dejará de conocer en él algo positivo, la astucia con que sabe defenderse de la maldad entorno [...]», ivi, p. 196. 87 comídose las pringadas, sacó un maravedí de la bolsa y mandó que fuese por él de vino a la taberna. Púsome el demonio el aparejo delante de los ojos, el cual, como suelen decir, hace el ladrón; y fue que había cabe el fuego un nabo pequeño, larguillo y ruinoso, y tal que por no ser para la olla debió ser echado allí. Y como al presente nadie estuviese sin él y yo solos, como me vi con apetito goloso, habiéndoseme puesto dentro el saboroso olor de la longaniza, del cual solamente sabía que había de gozar, no mirando qué me podría suceder, pospuesto todo el temor por cumplir con el deseo, en tanto que le ciego sacaba de la bolsa el dinero, saqué la longaniza y muy presto metí el sobredicho nabo en el asador.200 L‘ ―appetito goloso‖ e l‘occasione di vedersi a solas con la longaniza non gli consentono di pensarci su due volte, dimenticando, in tal modo, il cruento epilogo dell‘episodio del vino. Quando il giovane ritorna dall‘acquisto del vino, però, il ciego si è già accorto del raggiro: il tentativo di Lazarillo di sviare i sospetti –attribuendone la colpa prima ad uno scherzo fatto da un «alguno que estaba ahí»,201 poi giurando e spergiurando sulla sua innocenza– a poco servono, giacché «a las astucias del maldito ciego nada se le escondía».202 «El recurso al otro en ausencia del mozo», scrive Ramírez Caro, «hace que aflore una serie de binomios antitéticos relacionados con la identidad: ausente/presente, estar/no estar, ser/no ser, yo/otro. Estas parejas remiten directamente al juego cómico de la confusión: escondido en sí mismo, Lazarillo se presenta como otro: el astuto se le antepone el ingenuo, al mañoso, el inocente, al victimario, la víctima».203 Pertanto, Lazarillo viene comicamente ―ispezionato‖ dal cieco attraverso un‘invasiva visita olfattiva: Levantose y asiome por la cabeza y llegose a olerme, y como debió de sentir el huelgo, [...] asiéndome las manos, abríame la boca más de su derecho y desatentadamente metía la nariz, [...] con el pico de la cual me llegó a la gulilla. [...] la negra longaniza aún no había hecho asiento en el estómago; [...] con el destiento de la cumplidísima nariz medio casi ahogándome, todas estas cosas se 200 Ivi, p. 21. 201 Lazarillo, ed. cit., p. 22, (il corsivo è mio). 202 Ibidem. 203 Ramírez Caro, El Lazarillo de Tormes, cit., p. 57. 88 juntaron y fueron causa que el hecho y golosina se manifestasey lo suyo fuese vuelto a su dueño.204 La scena, scrive Penzkofer, (tanto burlesca quanto ripugnante) dell‘ingestione e vomito della longaniza è caratterizzata da una serie di «codificadores»: Ahí [en el episodio de la longaniza del primer tratado] está, en primer lugar, la clave criminal. Lazarillo es un ―ladrón‖ (38), que aparece como altamente sospechoso de robo (―trueco‖, ―hurto‖, 39, 40), que rechaza las acusaciones del demandante con un falso juramento (―torné a jurar y perjurar‖, 39), y que, no obstante, será considerado culpable, sentenciado y castigado, por unos indicios dramáticos que traen inesperadamente a la luz el ―corpus delicti‖. Este proceso judicial está semantizado de manera secundaria a través de la historia del Antiguo Testamento acerca del pecado original que lleva al descubrimiento de la verdad y al castigo, partiendo de la tentación del diablo (―púsome el demonio el aparejo delante de los ojos‖, 38), la presunta clandestinidad del pecado (―nadie estuviese sino él y yo solos‖, 38) y la imposibilidad de encubrirlo (―nada se le escondía, 38). La tercera clave es la de la farsa medieval que muestra la victoria de la astucia frente a la completa necedad. El Lazarillo modifica este esquema genérico, ya que el ciego es un poderoso adversario, astuto él mismo [...] esta lucha tambaleante se convierte en un drama corporal carnavalesco. Drama corporal significaría que la divergencia entre Lázaro y el ciego aparece, en el marco de una anatomía carnavalesca, como una lucha inconsciente entre partes del cuerpo que han cobrado autonomía: intervienen en la lucha poco apetitos orificios corporales y deformes protuberancias, cuyas armas son funciones corporales como la ingestión y eliminación que para Bachtin representan características del carnaval.205 Il modello qui parodiato, sarebbe, secondo il critico tedesco, quello del «comerse mutuamente» di matrice platonica. L‘ ―appetitus naturalis‖, mediante il quale, per Ficino, «todo ser tiende a unirse con el otro, empujado por la fuerza de 204 Lazarillo, ed cit., p. 22-23. 205 G. Penzkofer, «Ingestión y expulsion – el problema de la identidad en el Lazarillo de Tormes», Actas del V Congreso Internacional de la Asociación Internacional Siglo de Oro (AISO), Münster 20- 24 de julio de 1999 / coord. por Cristoph Strosetzki, 2001, pp. 988-994, cit., p. 992. 89 Eros»,206 si tradurrebbe nel Lazarillo non come attrazione per il divino, ma piuttosto per un genere alimentare e, dunque, per la forza della fame: Lázaro se traga, como el amante platónico al amado, primero de buen grado la longaniza, como símbolo fálico del poder del otro, para luego, involuntariamente, a éste mismo en forma de su nariz. Por tanto, forma con el ciego durante un breve instante un solo cuerpo monstruoso, una única perversa identidad: la longaniza y la nariz habitan en Lazarillo, constituyen una parte de él. [...] El que Lazarillo ingiera al ciego aparece así como deformación carnavalesca de la simbiosis platónica. Ritornando al testo, anche qui, in questa micro-sequenza, la punizione è oltremodo cruenta: Fue tal el coraje del perverso ciego, que si al ruido no acudieran, pienso no me dejara con la vida. Sacáronme de entre sus manos, dejándoselas llenas de aquellos pocos cabellos que tenía, arañada la cara y rascuñado el pescuezo y la garganta. Y esto bien lo merecí, pues por su maldad me venían tantas persecuciones.207 Così come riportato nelle note complementari all‘edizione Real Academia Española, «por su maldad» farebbe riferimento alla «garganta», che, «incitada por el ―apetito goloso‖, había incurrido en pecado (―maldad‖)».208 Fatta eccezione per la prima burla (calabazada en el diablo del toro) e per quella che restituisce a Lazarillo una sagace lezione (racimo de uvas), le restanti due, cioè quelle facenti capo al jarrillo e alla mal maxcada longaniza, decretano una feroce punizione sull‘organo deputato alla ingestione, la bocca. Anche a chiusura del Tratado II, troveremo un simile castigo, quando il clérigo, svegliato dal fischio prodotto dalla chiave che Lazarillo ha nascosto nella bocca, scaricherà sulla sua testa un «gran golpe». All‘interno del testo, pertanto, soprattutto nei primi due Tratados, non è difficile 206 Ivi, p. 993. 207 Lazarillo, ed. cit., p. 23. 208 Ivi, p. 258. 90 riscontrare delle isotopie semantiche che determinano il più delle volte una struttura circolare o quantomeno parallelistica. La ricorsività di costanti tematiche fa sì che il testo, nella sua parte iniziale –che è anche la più consistente, dal momento che a partire dal IV Tratado si verifica una sproporzione di testo209– sia composto da alcuni motivi ricorrenti, così sinteticamente definibili: 1) La fame atavica che costituisce il motore delle azioni del pícaro; 2) La avaricia o la pobreza del amo di turno, che contraddistinguono rispettivamente la condotta del ciego, del clérigo (che volutamente riducono alla fame il giovane) e dell‘escudero (il quale per cause di forza maggiore, ovvero la povertà di una classe sociale in decadenza, è incapace di soddisfare i bisogni alimentari di Lazarillo); 3) La presenza di mezzi di soddisfacimento della fame (come ad esempio, la paja, la llave o il pordiosear; 4) La punizione corporale (quasi sempre sulla bocca, prima parte dell‘apparato digerente o sulla testa). L‘ultimo castigo che Lazarillo riceve nel primo Tratado, attira, come Lázaro- adulto racconta, una folla di spettatori, ai quali il cieco spiega la causa della sua ira: Contaba el mal ciego a todos cuantos allí se allegaban mis desastres, y dábale cuenta una y otra vez así de la del jarro como de la del racimo, y agora de lo presente. Era la risa de todos tan grande, que toda la gente que por la calle pasaba entraba a ver la fiesta; mas con tanta gracia y donaire recontaba el ciego mis hanzañas, que, aunque yo estaba tan maltratado y llorando, me parecía que hacía sinjusticia en no se las reír.210 209 «La brevedad ―esquemática‖ del ―Tratado cuarto‖ y del ―sexto‖ se justifica quizás por unos impulsos emotivos y éticos de Lazarillo al evocar ciertas experiencias de su vida. En efecto, la extrema brevedad y la abrupta conclusión del ―Tratado cuarto‖ se nos imponen, según han observado bien ya muchos lectores, como solución natural, comprensible y sin alternativas; por el pecado nefando, que para Lázaro sería inconfesable. Sin embargo, toda la parte de la novela que viene después del ―Tratado tercer‖ es considerablemente más breve que las que componen los tres primeros ―Tratados‖, creándose así, para muchos lectores, una ―desproporción‖ estructural extraña, perjudicial pare el arte. ¿A qué se debería esta anomalía? Se han aducido ya muchas razones, algunas muy interesantes, a base de las perspectivas de Lazarillo condicionadas por el tiempo», in Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 60. 210 Lazarillo, ed. cit., p. 23. 91 Essere oggetto di pubblica derisione, scaturisce nel protagonista una reazione inaspettata, poiché comincia a ridere anche lui delle sue stesse sventure: Así, la gente ríe y ríe, cuando tantas razones hay para llorar, y al fin, con ella ríe también Lazarillo [...] pues, ¿qué alternativa hay a las injusticias ineludibles e irremediables del mundo? No es que Lazarillo se haya vuelto estoico frente a las adeversidades de la vida, sino cada vez más cínico frente a la maldad como condición inherente de la sociedad de los ―buenos‖. Tampoco las ―burlas‖ con que Lazarillo trata de engañar al Ciego [...] son cosa de risa desde la perspectiva moral y psicológica, al considerar bien las circustancias que las motivan: ―con todo lo que adquiría y tenía [el Ciego], jamás tan avaro ni mezquino hombre vi, tanto que memataba a mí de hambre, y así no me demediaba de lo necesario‖ (27). Lazarillo quiso ser buen ―mozo‖ según se lo aconsejó su madre, pero, por la desesperada situacióm em que lo ha puesto su amo, no encuentra otra salida sino recurrir al ―artifico‖ (3ζ).211 In tal modo, i continui soprusi e burle ordite dal vecchio fanno sì che Lazarillo arrivi a pianificare la fuga. L‘occasione gli viene offerta da una giornata di pioggia: [...] saquele de bajo de los portales y llevelo derecho a un pilar o poste de piedra que en la plaza estaba, [...] le puse bien derecho enfrente del pilar, y doy un salto y póngome detrás del poste, como quien espera tope de toro, y díjele: —¡Sus! Saltá todo lo que podáis, porque deis de este cabo del agua. Aun apenas lo había acabado de decir, cuando se abalanza el pobre ciego como cabrón y de toda su fuerza arremete, [...] y da con la cabeza en el poste, que sonó tan recio como si diera con una gran calabazada, y cayó luego para atrás medio muerto y hendida la cabeza.212 E, così, mentre, da un lato, Lazarillo –dimostrandosi «digno y capaz de ―valerse por sí‖ en el mundo de los «buenos», de acuerdo con todas las expectativas y condiciones que éste le ha impuesto»213– si esibisce in una prova di astuzia nella 211 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., pp. 39-40. 212 Lazarillo, ed. cit., p. 25. 213 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 42. 92 quale supera il maestro, dall‘altro, l‘anonimo autore conclude il Tratado con una micro-sequenza testuale che stabilisce un parallelismo con la gran calabazada del battesimo di Lazarillo. Pertanto, il protagonista esce vittorioso, poiché è stato in grado di interiorizzare il monito del ciego, quel «¡Necio, aprende!», e, al tempo stesso, la lezione che vuole che, per vivere nel mondo de los buenos, non serve essere buoni, ma «―avivar el ojo y avisar‖»: […] las lecciones de cínica astucia que aquél le dio lo ―adiestraron‖ perfectamente para el enfrentamiento con la maldad que después encontró a todo paso en su camino hacia la ―buena fortuna‖, y determinaron hasta su supervivencia.214 3. Lazarillo e il clérigo de Maqueda: la lotta per l‘arcaz Il secondo Tratado del Lazarillo propone, ancora una volta, una serie di oggetti che confermano la loro centralità nell‘evolversi della trama, portando con sé una comicità oltremodo manifesta. La seconda esperienza che il giovane vive sotto la ―protezione‖ di un uomo di Chiesa, il clérigo per l‘appunto, segna una continuità nel processo di apprendimento per entrare nel mondo dei ―buoni‖. L‘incontro è segnato dalla casualità: [...] toparon mis pecados con un clérigo que, llegando a pedir limosna, me preguntó si sabía ayudar a misa. [...] Finalmente, el clérigo me recibió por suyo.215 Negli studi sul secondo Tratado, i più hanno sottolineato la presenza di allusioni al rito dell‘eucarestia, e, più specificamente, hanno associato ai protagonisti 214 Ivi, p. 43. 215 Ivi, p. 26. 93 e agli oggetti presenti in questa sezione di testo una serie di significati attinenti parodicamente al mondo ecclesiastico turbato dalla riforma erasmiana: De acuerdo con algunos estudiosos, Lazarillo sería ―un alumbrado‖; el arca, ―la Iglesia Católica‖; los bodigos, ―la Eucarestía‖, y los intentos del Clérigo para controlar el arca reflejarían ―la defensa militante de la Iglesia contra la herejía o cualquier tipo de reforma‖. El intento de Lazarillo de ponerse en contacto directo con Dios mediante los bodigos, para satisfacer su hambre espiritual y física, reflejaría el ―intento‖ fracasado ―de reforma de la Iglesia desde adentro‖, opinan otros, sustentándose para ello en una descifración de símbolos con que supuestamente se construye todo este ―Tratado‖: el arca agujereada representaría ―el deteriorado, aunque intacto cuerpo de la Iglesia‖; el Clérigo (la ―Iglesia‖) posee su llave; Lazarillo ―necesita ponerse en contacto con Dios en la forma sencilla que Erasmo proponía‖; el ―angélico calderero‖ es San Pedro, ―custodio tradicional de las llaves‖, o ―un artesano constructivo como fue el movimiento erasmista en general‖; la ―ratonera‖ evoca la ―imágen de la Inquisición, un medio de terror interno‖; la culebra y los ratones ―pueden tomarse como el mal imaginario que en su ceguera la Iglesia de hacia 1554 asociaba a cualquiera intento de reforma‖; el ―sonido de la respiración de Lazarillo en la llave‖ sería un ―verdadero símbolo de salvación para la Iglesia‖ que sin embargo queda desatendido por ésta; el que Lazarillo no beba ―el vino que también está dentro del arca [...] sugiere que el autor del Lazarillo estaba en buena armonía con Erasmo, el cual no buscaba cambio en el dogma‖, etc. 216 Tale lettura, però, risulta piuttosto antiquata, poiché è forse soltanto nel pane e nella lotta di astuzia che Lazarillo intraprende nel violare l‘arcaz che è possibile riscontrare una forte chiave allegorica. A Lazarillo viene negato il pane, alimento primordiale, proprio da un uomo di Chiesa che dovrebbe essere naturalmente predisposto alla carità cristiana. Secondo Zimic, nella negazione del pane è evidente una condanna satirica: En él percibimos más bien una obvia condena satírica –con enfoque importante en el sacramento eucarístico– de total falta de las más elementales virtudes cristianas en los que mejor debieran ejemplificarlas y enseñarlas en el mundo. La EUCARESTÍA – símbolo del sacrificio divino por la humanidad, expresión de una 216 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., pp. 43-44. 94 sublime ―comunión‖ espiritual entre los creyentes y su Creador, de una mutua, sincera, generosa y completa entrega amorosa– queda subvertida de modo grotescamente sacrílego al ser impartida por el Clérigo de Maqueda, burdo y codicioso comerciante de su misión eclesiástica.217 In effetti, «al enfrentarse el Tratado segundo […] la crítica ha ofrecido lecturas que relacionan el texto –sobre todo la última parte– con un aspecto muy particular y específico: el de la celebración eucaristica».218 Tali letture, infatti, relazionano l‘opera –nei suoi molteplici riferimenti religiosi– ai movimenti religiosi operanti in Spagna durante il XVI secolo e, spesse volte, a quelli vicini al protestantesimo: Entre estos trabajos críticos cabe señalar dos tendencias: la primera, que arranca del artículo de Anson C. Piper, ―The Breadly Paradise of Lazarillo de Tormes‖ (1961), se basa en el reconocimiento de elementos que relacionan el Tratado con la Eucarestía en un plano alegórico, mediante el establecimiento de los papeles de Lazarillo como monaguillo, comulgante, iluminado y víctima, en torno a un arcaz-altar al que Lazarillo accedería de modo subrepticio, gracias a un hojalatero-ángel que proporciona al pícaro una llave falsa con la que acceder al alimento prohibido. [...] Así Walter Holzinger, en su ―The Breadly Paradise Revisited: Lazarillo de Tormes, segundo Tratado‖ (1973), acumula sobre la lectura de Piper una serie de relaciones textuales [...] hacia un contexto judeo-converso. La segunda tendencia está representada [...] por los trabajos de Antonio Gómez-Moriana que [...] se centran en los elementos interdiscursivos desde un plano puramente retórico.219 Le due tendenze interpretative, così riassunte da Torrico, fondano dunque le loro basi, da un lato (secondo Piper), sul riconoscimento di elementi concreti che rimandano al discorso eucaristico, dall‘altro (secondo Gómez-Moriana), sui caratteri generali del discorso rituale. 217 Ibidem. 218 B. Torrico, «Retorno al ―paraíso panal‖: derecho civil y canónico como claves eucarísticas en el Tratado segundo de Lazarillo de Tormes», Hispanic Review, Vol.74, No. 4 (Autumn, 2006), pp. 419- 435, cit., p. 420. 219 Ibidem. 95 Ritornando, però, al testo, Lázaro introduce l‘esperienza vissuta con il chierico, –che rivela un‘avarizia ben peggiore di quella adottata dal cieco–, con un comicissimo «escapé del trueno y di en el relámpago».220 L‘avidità nella condotta del clérigo de Maqueda, quella che la voce narrante definisce come «hábito de clerecía»,221 non è una novità in ambito letterario. Il giudizio di Lázaro, infatti, soppresso nel Lazarillo castigado del 1573, «podría recordar especialmente la moraleja de la novella IV de Masuccio: ―vedremo l‘avarizia non solo universalmente a tutt‘i religioso esser innata passione, ma …d‘ognuno de loro non altramente seguirla e abbracciarla, che se per espresso precetto di obedienza da lor regule decreto e ordinato fosse‖».222 Sin da subito fa la sua comparsa l‘arcaz, oggetto del desiderio dell‘affamato pícaro, il quale riscontra una differenza fra la negazione del cibo a lui imposta e la prodigalità che, invece, il chierico si concede: Él tenía un arcaz viejo y cerrado con su llave, la cual traía atada con su agujeta del paletoque. Y en viniendo el bodigo de la iglesia, por su amo era luego allí lanzado y tornada a cerrar el arca. Y en toda la casa no había ninguna cosa de comer, como suele estar en otras algún tocino colgado al humero, algún queso puesto en alguna tabla, o en el armario algún canastillo con algunos pedazos de pan que de la mesa sobran; que me parece a mí que aunque de ello no me aprovechara, con la vista de ello me consolara. Solamente había una horca de cebollas, y tras la llave, en una cámara en lo alto de la casa. De éstas tenía yo de ración una para cada cuatro días, y cuando le pedía la llave para ir por ella, [...] echaba mano al falsopeto y con gran continencia la desataba y me la daba, diciendo: –Toma y vuélvela luego, y no hagáis sino golosinar. Como si debajo de ella estuvieran todas las conservas de Valencia, [...] Finalmente, yo me finaba de hambre. Pues ya que 220 Lazarillo, ed. cit., p. 26. 221 Ibidem. 222 Ibidem, nota a piè di pagina. A tal proposito, Zimic ricostruisce ulteriori antecedenti: «Sin embargo[...] con todo esto no se está satirizando el rito sacramental en sí, sino más bien la inhumanidad sacrílega de muchos de sus intermediarios, tan radicalmente antitética al genuino espíritu cristiano. [...] Para esta observación de Lazarillo se ha indicado como fuente una del novelliere italiano Masuccio. [...] Sin embargo, tal opinión era muy difundida en esa época. Así, por ejemplo, Bandello observa: ―Oggidí come si vuol dire un avaro si dica un prete [...] I preti deveriano tutti ardere di carità ed essere i più liberali e cortesi [...] L‘avarizia […] penso io che non possa star peggio in nessuno di quello che ella sta nei preti […] Questi preti avari i quelli vorrebbero per loro soli trangugiare quanto hanno al mondo, e non darebbero un pane per amor di Dío‖», in Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 46. 96 conmigo tenía poca caridad, consigo usaba más. Cinco blancas de carne era su ordinario para comer y cenar.223 Una vera e propria incarnazione dell‘ipocrisia, dal momento che il clérigo più volte fa presente al giovane mozo che i sacerdoti «han de ser muy templados en su comer y beber».224 «Más el lacerado mentía falsamente», poiché «comía como lobo y bebía más que un saludador»,225 lasciando che «la monstruosa gula», scrive Zimic, «queda impresa en la mente del lector de modo indelebile, como una muy grotesca gárgola, por la incisiva descripción de la voracidad animalesca con que consume una cabeza de carnero: ―comía los ojos y la lengua y el cogote y sesos y la carne de las quijadas [...]‖ (50)».226 Patendo la fame, Lazarillo pensa più volte alla possibilità di andare via, ma desiste per paura di incappare in una situazione peggiore: Pensé muchas veces irme de aquel mezquino amo, mas por dos cosas lo dejaba: la primera, por no me atrever a mis piernas, por temer de la flaqueza de pura hambre me venía; y la otra, consideraba y decía: ―Yo he tenido dos amos: el primero traíame muerto de hambre, y dejándole topé con estotro que me tiene ya con ella en la sepultura. [...]‖227 Così, un giorno, in assenza dell‘amo, la Provvidenza gli offre un‘occasione con un «angélico calderero», grazie al quale il mozo, «alumbrado por el Espíritu Sancto», ottiene una chiave in cambio di uno dei pani dell‘arcaz: [...] llegose acaso a mi puerta un calderero, el cual yo creo fue ángel enviado a mí por mano de Dios en aquel hábito. Preguntome si tenía algo que adobar. [...] alumbrado por el Espíritu Santo, le dije: —Tío, una llave de esta arca he perdido y temo mi señor me azote. Por vuestra vida, veáis si en esas que traéis hay alguna que le haga, que yo os lo pagaré. 223 Ivi, pp. 29-30. 224 Ivi, p. 31. 225 Ibidem. 226 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., pp. 44-45. 227 Lazarillo, ed. cit., p. 32. 97 Comenzó a probar el angélico calderero una y otra de un gran sartal que de ellas traía, y yo a ayudalle con mis flacas oraciones. Cuando no me cato, veo en figura de panes, como dicen, la cara de Dios dentro del arcaz. Y, abierto, díjele: —Yo no tengo dineros que os dar por la llave, mas tomad de ahí el pago.228 Secondo Weiner, la presenza del calderero nell‘opera ha un significato ben preciso: Tradicionalmente, un calderero no es un cerrajero; su único oficio es hacer calderas nuevas y remendar las viejas. En el segundo tratado, el calderero repara cosas y asimismo lleva llaves. [...] Las palabras ―adobar‖ y ―remediar‖ son aplicables al remiendo que el arca necesita; como San Pedro, que remendaba sus redes de pescar y ahora quiere que Lázaro repare el daño hecho a la cristianidad. Para una unión más directa con Dios, a Lázaro se le da la llave.229 Pertanto, l‘intento di Lázaro di entrare a contatto con i pani dell‘arca costituirebbe un tentativo di soddisfare la sua fame fisica e morale, ma, ad un livello ancor più profondo, una volontà di riforma della Chiesa dall‘interno. Con la chiave, –oggetto che, da un punto di vista funzionale (come la paja larga del Tratado I) consente un avanzare della trama e, al tempo stesso, al protagonista di soddisfare il suo bisogno di cibo– riesce finalmente ad aprire il «paraíso panal» e a contemplare i pani che definisce come «cara de Dios». Da qui in poi comincia una spasmodica e comica adorazione del pane, sulla quale vale la pena soffermarsi: Y otro día, en saliendo de casa, abro mi paraíso panal y tomo entre las manos y dientes un bodigo, y en dos credos le hice invisible, no se me olvidando el arca abierta. Y comienzo a barrer la casa con mucha alegría, pareciéndome con aquel remedio remediar dende en adelante la triste vida. Y así estuve con ello aquel día y otro gozoso, mas no estaba en mi dicha que me durase mucho aquel descanso, porque luego al tercero día me vino la terciana derecha. 228 Ivi, pp. 32-33. 229 J. Weiner, «La lucha de Lazarillo de Tormes por el arca», Actas del Tercer Congreso Internacional de Hispanistas, coord. por Carlos H. Magis, 1970, pp. 931-934, cit., pp. 932-933. 98 Y fue que veo a deshora al que me mataba de hambre sobre nuestro arcaz, volviendo y revolviendo, contando y tornando a contar los panes. Yo disimulaba, y en mi secreta oración decía: ―¡San Juan, y ciégale!‖. Después que estuvo un gran rato echando la cuenta, por días y dedos contando, dijo: –Si no tuviera a tan buen recaudo este arca, yo dijera que me habían tomado de ella panes; pero de hoy más, sólo por cerrar puerta a la sospecha, quiero tener buena cuenta con ellos: nueve quedan y un pedazo. –―¡Nuevas malas te dé Dios!‖ –dije yo entre mí. [...] y comenzome el estómagoa escarbar de hambre, viéndose puesto en la dieta pasada. [...] Yo, por consolarme, abro el arca, y como vi el pan, comencelo de adorar, no osando recebillo. Contelos, si a dicha el lacerado se errara, y hallé su cuenta más verdadera que yo quisiera. Lo más que yo pude hacer fue dar en ellos mil besos, y, lo más delicado que yo pude, del partido partí un poco al pelo que él estaba, y con aquél pasé aquel día, no tan alegre como el pasado.230 È evidente che l‘effetto comico, ricreato attraverso il racconto retrospettivo di Lázaro-adulto, erompe con straordinaria forza in virtù dell‘uso di un lessico che, a più riprese, si riallaccia al mondo sacro. Dunque, non solo nella definizione dell‘arca come paradiso terreno, ma anche in quella del calderero come ángel, o, ancora, dell‘atto dell‘ingestione del pane come credo è possibile riscontrare una sacralità comicamente evocata. «La utilización deliberada durante todo este episodio de un lenguaje religioso y eucarístico [...] responden a los usos normales de la fraseología y liturgia cristianas en los tiempos del Lazarillo».231 Durante il Siglo de Oro era pratica corrente quella di associare a situazioni completamente profane, momenti di comicità ed erotismo. «―Un pueblo, como el español, habituado por la predicación, el auto religioso, las imágenes y procesiones a costantes alegorizaciones de los textos evangélicos, facilmente entreveía en cada acción por trivial que fuese, en cada personaje y escena vulgar, correspondencia y paralelismo con Cristo y las ceremonias de la Iglesia‖ (Eugenio Asensio)». 232 A voler essere precisi, nei «mil besos» che Lazarillo dà ai pani potremmo individuare una isotopia semantica con il Tratado I, poiché una simile espressione, «un par de besos callados» al jarrillo , era già stata utilizzata per descrivere il tentativo di beneficiare del vino. Ancora una volta, dunque, l‘autore ricorre alla compresenza di piani di significato diversi, 230 Ivi, pp. 33-35. 231 Ivi, p. 34, nota a pié di pagina. 232 Ibidem. 99 proponendo una commistione tra terminologia erotica e sacra, provocando, in tal modo, un inevitabile effetto comico. Lazarillo, quindi, affamato, comincia ad attaccare a più riprese l‘arca, facendo ricadere la colpa delle sue azioni su dei topi grazie alla sua abile contraffazione: Mas como la hambre creciese, [...] comienzo a desmigajar el pan sobre unos no muy costosos manteles que allí estaban, y tomo uno y dejo otro, de manera que en cada cual de tres o cuatro desmigajé su poco. [...] Mas él, como viniese a comer y abriese el arca, vio el mal pesar y sin duda creyó ser ratones los que el daño habían hecho, porque estaba muy al propio contrahecho de como ellos lo suelen hacer. 233 I primi tentativi vanno più che bene, anzi, gode di un doppio beneficio, dal momento che il clérigo, lascia che Lazarillo mangi la parte che lui crede rosicchiata dai topi: Pusímonos a comer, y quiso Dios que aun en esto me fue bien, [...] porque rayó con un cuchillo todo lo que pensó ser ratonado, [...]. Y así, aquel día, añadiendo la ración del trabajo de mis manos, o de mis uñas, por mejor decir, acabamos de comer, aunque yo nunca empezaba. Y luego me vino otro sobresalto, que fue verle andar solícito quitando clavos de paredes y buscando tablillas, con las cuales clavó y cerró todos los agujeros de la vieja arca [...] cerrando los agujeros del arca, cerrase la puerta a mi consuelo y la abriese a mis trabajos [...]‖234 Più il chierico pone ostacoli, più Lazarillo si ingegna, facendo della necessità una gran maestra: Como la necesidad sea tan gran maestra, viéndome con tanta siempre, noche y día estaba pensando la manera que ternía en sustentar el vivir. Y pienso, para hallar estos negros remedios, que me era luz la hambre, pues dicen que el ingenio con ella se avisa, [...]. Pues estando una noche desvelado en este pensamiento, 233 Ivi, pp. 34-35. 234 Ivi, p. 36. 100 pensándo cómo me podría valer y aprovecharme del arcaz, sentí que mi amo dormía, [...] Levanteme muy quedito y, habiendo en el día pensado lo que había de hacer y dejado un cuchillo viejo que por allí andaba en parte do le hallase, voyme al triste arcaz, y por do había mirado tener menos defensa le acometí con el cuchillo. [...]. Esto hecho, abro muy paso la llegada arca, y, a tiento, del pan que hallé partido hice según desuso está escrito.235 Nella scena dell‘assalto al «paraíso panal», scrive Ramírez, «el papel de fingidor o disimulador recae únicamente en el criado, quien se mimetiza en los supuestos ratones y en la supuesta culebra para mantener burlado al amo».236 Questa volta, però, il giovane adotta una strategia molto più acuta: approfittando della complicità della notte e del sonno dell‘amo, muove nuovi attacchi all‘arcaz.237 Il giorno dopo, come sempre, dissimula la sua colpevolezza, mostrandosi sorpreso. Il clérigo, allora, ricorre ad una ratonera, una trappola per topi che, ovviamente, a poco serve dal momento che il ―famelico roditore‖ ha fattezze ed intelligenza tutte umanissime. Fallito anche questo tentativo di contenimento delle perdite di pane, il chierico –che, rispetto al ciego manca d‘astuzia, poiché non è in grado di riconoscere i segni dell‘agire del mozo– si lascia persuadere dalla opinione dei vicini, i quali ne attribuiscono la colpevolezza ad un serpente: Luego buscó prestada una ratonera, y, con cortezas de queso que a los vecino pedía, contino el gato estaba armado dentro del arca. Lo cual era para mí singular auxilio, porque, puesto caso que yo no había menester muchas salsas para comer, todavía me holgaba con las cortezas del queso que de la ratonera sacaba, [...] Como hallaba el pan ratonado y el queso comido [...] dábase al diablo, preguntaba a los vecinos qué podría ser [...] Acordaron los vecinos no ser el ratón el que este daño le hacía, [...] Díjole un vecino: 235 Ivi, p. 37. 236 Ramírez Caro, El Lazarillo de Torrmes, cit., p. 57. 237 «Durante su estancia con el clérigo de Maqueda, Lázaro se verá sometido a una vigilancia constante que acaba por alterar su estado de conciencia y ritmos vitales. No consigue descansar. Padece de insomnio; sus noches alteradas por miedo a las atosigantes indagaciones del clérigo, en pos de la ―culebra‖. Lázaro manifiesta síntomas de comportamiento compulsivo; es dado a repeticiones circulares de actos rituales que apuntan a una neurosis obsesiva. Bajo el acecho constante de su amo y cerbero, Lázaro está condenado a un perpetuo volver a empezar, ilustrado por la alusión a la tela de Pénelope: ―cuanto él tejía de día, rompía yo de noche‖», in P. Jojima, «La pobreza en El Lazarillo de Tormes como metonimia de una crisis de valores», Carlos V y la quiebra del humanismo político en Europa (1530-1558), Congreso internacional, Madrid 3-6 de julio de 2000, coord. por José Martínez Millán, Vol. 3, 201, pp. 311-340, cit., p. 323. 101 —En vuestra casa yo me acuerdo que solía andar una culebra, y ésta debe de ser sin duda. [...] dende en adelante no dormía tan a sueño suelto, que cualquier gusano de la madera que de noche sonase pensaba ser la culebra que le roía el arca.238 A questo punto, Lazarillo comincia a temere che le premure del padrone, ormai sfociate nella ossessione, possano costargli caro, così decide di nascondere la chiave in un posto sicuro, in bocca: Yo hube miedo que con aquellas diligencias no me topase con la llave que debajo de las pajas tenía, y pareciome lo más seguro metella de noche en la boca. [...] Quisieron mis hados. O por mejor decir mis pecados, que, una noche que estaba durmiendo, la llave se me puso en la boca, que abierta debía tener, de tal manera y postura, que el aire y el resoplo que yo durmiendo echaba salía por lo huecocaballeresca, sino la riqueza. La posesión de grandes bienes queda asimilada a la nobleza [...]9 Se per gran parte del Medioevo il principio di ascendenza germanica unitamente alla professione militare erano garanzia della supremazia sociale, nella società quattrocentesca qualcosa comincia a cambiare. Nel caso specifico della nobiltà spagnola, il requisito che determina l‘appartenenza alla classe aristocratica è per lungo tempo quello che si sviluppa nel periodo della cattolicizzazione della penisola iberica: i nobili spagnoli erano, infatti, giuridicamente coloro che potevano dimostrare la propria purezza di sangue, cioè la discendenza dai cristianos viejos o hidalgos. L‘accelerazione prodotta, però, «en el proceso de las trasformaciones sociales»10 determinano una vera e propria rottura con il passato in vista dell‘apertura ad un mondo che non è più scandito dalla corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, ma dalla molteplicità e pluralità di una realtà dove, come lo stesso Fernando de Rojas ammette parafrasando un concetto caro ad Eraclito, «todas las cosas ser criadas a manera de contienda o batalla».11 9 Ivi, p. 30. 10 Ivi, p. 24. 11 F. de Rojas, La Celestina, Edición de Dorothy S. Severin, notas en colaboración con Maite Cabello, Catedra, Madrid, 2007, cit., p. 77. 11 I personaggi della classe alta all‘interno della Tragicomedia appartengono tutti ad un mondo sociale che non è quello della nobiltà di lignaggio e quindi di sangue, ma di ricchi divenuti nobili, personaggi la cui origine risiede nell‘alta borghesia che adotta forme di vita tipiche della nobiltà, modificandone, però, l‘essenza stessa. La superiorità di classe finisce col rispecchiarsi –in quella che Maravall definisce «la etapa pacífica o económica»12– nella capacità di vivere nell‘agiatezza senza dover ricorrere al lavoro manuale, lasciando tale incombenza agli altri. La nuova classe sociale si vota totalmente alla ostentazione e alla dissipazione delle proprie sostanze in virtù del disprezzo del lavoro manuale, lavoro quest‘ultimo di cui è la classe subalterna a farsi promotrice: De esta manera, la abstención ostensible del trabajo es, como observa Veblen, ―índice convencional de reputación‖, así como lo es también el gastar o el consumir un gran volumen de bienes superfluamente, en pura ostentación13 Beni ostentati, dunque; oggetti che, apparentemente non ricoprono alcuna funzione, ma che, a ben vedere, rientrano perfettamente nel discorso di funzionalità, sociale in questo caso. Calisto è ricco e lo ostenta attraverso doni ed elargizioni spropositate, «no estima el gasto», per dirla con le parole di Pármeno. Sarà questa sua peculiarità, unita ad una eccessiva predisposizione allo sperpero e alla volontà di possessione di oggetti di lusso, a consentire agli astuti servi di sfruttare l‘occasione per trarne profitto. All‘illecito arricchimento si è votato sin da subito e senza alcuno scrupolo Sempronio che, contrariamente a Pármeno, sfrutta ogni occasione per incitare il suo padrone alla elargizione, dalla quale, dice, otterrà in cambio una «muy gran honra». L‘ostentazione della forza economica è, come osserva Maravall, «la manifestación pública o social de todo lo bueno y rico que se posee o de que se goza».14 La comunicazione dei beni è quindi un fattore imprescindibile perché si possa davvero beneficiare di essi, una prassi cui nessun personaggio si sottrarrà, fatta eccezione per la sua principale promulgatrice, l‘avara e disonesta fattucchiera. 12 Maravall, El mundo social, cit., p. 34. 13 Ibidem. 14 Ivi, p. 38. 12 Rispondendo alla «ley del gasto ostensible»,15 Calisto utilizza e gestisce oggetti tipici «de la riqueza mueble en aquel momento»16 che posseggono un enorme valore nonostante occupino uno spazio limitato. Innanzitutto il denaro, non in monete d‘argento, bensì d‘oro, che «el ―enamorado mancebo‖ da a Celestina son una dádiva espléndida, equivalente al salario de un oficial artesano durante unos mil días laborales».17 Il primo compenso che Calisto offre a Celestina è a dir poco eccessivo: non ha ancora ottenuto una prova tangibile delle sue capacità in qualità di medianera e già le sta offrendo una somma considerevole, eppure da lui stesso svalutata: CALISTO. […] Recibe la dádiva pobre de aquel que con ella la vida te ofrece.18 È evidente che qui l‘oggetto in questione, seppur da un punto di vista rappresentativo non presenti alcuna particolare descrizione, è carico se non di una valenza simbolica, quantomeno di una di tipo metaforica da ricondurre al contesto storico-sociale dell‘opera. Diversamente dagli oggetti di cui ci occuperemo nei capitoli successivi, le cento monete d‘oro, la cadenilla de oro, gli indumenti e stoffe pregiate elargiti generosamente da Calisto non rispondono ad alcuna strategia retorica particolare, se non quella di ascriversi, nel caso specifico di alcuni di essi, alla categoria di funzionalità nella trama. La cadenilla de oro, anch‘essa svalutata dal loco de amor, è tutt‘altro che una semplice ―collanina‖ d‘oro19, come apprendiamo dal commento di Pármeno alla sua vista: PÁRMENO. (¿Cadenilla la llama? ¿No lo oyes, Sempronio? No estima el gasto. Pues yo te certifico no diesse mi parte por medio marco de oro, por mal que la vieja le reparta.20 15 Ibidem. 16 M. Á, Ladero Quesada, Aristócratas y marginales: aspectos de la sociedad castellana en “La Celestina”, in S., López-Ríos (a cura di), Estudios sobre “La Celestina”, Istmo, Madrid, pp. 213-240, cit., p. 223. 17 Ibidem. 18 Rojas, La Celestina, cit., p. 128. 19 «[...] Pármeno evalúa veloz su parte –que sería un tercio– en medio marco, el peso total se acercaría a los 350 gramos, equivalentes casi a otros cien ducados» in Ladero Quesada, Aristócratas y marginales, cit., p. 223. 20 Rojas, La Celestina, cit., p. 250. 13 Le cento monete d‘oro rappresentano il primo bene messo in circolazione affinché l‘astuta fattucchiera concretizzi il suo incarico. Si potrebbe addirittura azzardare che senza le ricompense che Calisto da a Celestina, la trama stessa della Tragicommedia non avrebbe avuto luogo. Una funzione altrettanto importante, anche se limitatamente all‘agire dei servi, è svolta dalle stoffe e dagli indumenti che Calisto sfoggia e dona –contravvenendo alla distinzione di classe servo-padrone– con eccessiva facilità tanto a Sempronio: CALISTO. [...]. El jubón de brocado que ayer vestí, Sempronio, vístelo tú.21 Quanto a Pármeno: CALISTO. [...] pero ruégote, Pármeno, la embidia de Sempronio, que en esto me sirve y complaze; no ponga impedimiento en el remedio de mi vida; que si para él hovo jubón, para ti no faltará sayo.22 I doni di Calisto ai servi vengono utilizzati per ―tenerli buoni‖ e per garantirsi la loro fedeltà; non si dimentichi che Pármeno e Sempronio non sono servi ―naturali‖ di Calisto, bensì mercenari, pagati affinché svolgano le loro mansioni. Anche a Celestina spetterà una simile ricompensa, quando, in cambio del cordón –oggetto ―comunicato‖, ma mai effettivamente lasciato nelle mani di Calisto come pegno d‘amore– otterrà la promessa di un manto e una saya: CALISTO. Corre, Pármeno, llama a mi sastre y corte luego un manto y una saya de aquel contray que se sacó para frisado.23 La reazione spropositata di Calisto, il cui discernimento sembra davvero offuscato dalla possibilità di poter presto godere delle grazie dell‘amata, lo porterà ancora una volta a contravvenire alla distinzione di classe. Doni di tale portata, ancor 21 Ivi, p. 103. 22 Ivi, pp. 113-114. 23 Ivi, p. 185. 14 più dell‘oro e della cadena, sono il segno di una grande intimità tra servo e padrone oltre che dide la llave [...] y silbaba, [...] de tal manera que el sobresaltado de mi amo lo oyó y creyó sin duda ser el silbo de la culebra, y cierto lo debía parecer. [...] pensó que allí, en las pajas do yo estaba echado, al calor mío se había venido. Levantando bien el palo, pensando tenerla debajo y darle tal garrotazo que la matase, con toda su fuerza me descargó en la cabeza un tan gran golpe, que sin ningún sentido y muy mal descalabrado me dejó. [...] Espantado el matador de culebras qué podía ser aquella llave, mirola sacándomela del todo de la boca y vio lo que era, [...]. Fue luego a proballa, y con ella probó el maleficio.239 La verità salta fuori e con essa la comicità arriva ad un climax che coincide, ancora una volta, con la punizione corporale. I peccati di Lazarillo, cioè, l‘essersi appropriato dei bodigos indebitamente e, ancor più, l‘aver dissimulato la colpevolezza con una strategia di dissimulazione, fanno sì che lo smascheramento passi attraverso una palizada, generando una specie di «violencia cómica: ―El ratón y [la] culebra que me daban guerra y me comían mi hacienda he hallado‖, son las palabras del amo que rubrican el sentido cómico-burlesco del desenmascaramiento».240 Colpevole di aver tradito la fiducia del suo padrone, il mozo, una volta ripresosi dalla palizada ricevuta, viene cacciato in malo modo: 238 Lazarillo, ed. cit., pp. 38-39. 239 Ivi, p. 40-41. 240 Ramírez Caro, El Lazarillo de Tormes, cit., p. 58. 102 Luego otro día que fui levantado, el señor mi amo me tomó por la mano y sacome la puerta fuera; [...]. Y santiguádose de mí, como si yo estuviera endemoniado, se torna a meter en casa y cierra su puerta.241 Al peccatore non viene di fatto concessa alcuna possibilità di recupero, dimostrando quello che Zimic definisce come «apócrifo cristianismo»242 con il quale il chierico riconferma la sua malvagità e mancanza di compassione: Con lógica evocación bíblica, aunque a munudo no con exégesis consistente de los componentes paródicos, se mencionan la ―culebra‖ y el ―paraíso panal‖ del Clérigo. Invirtiéndose ingeniosamente los notorios papeles bíblicos, este ―representante de Dios‖ se convierte en mezquino y feroz cancerbero y aquella oveja en víctima inocente, indefensa y explotada de la tacañería ―paradisíaca‖. Lazarillo es expulasdo del ―paraíso panal‖: ―Lázaro, de hoy más eres tuyo y no mío‖ [...] La gran sutileza irónica de esta expulsión se aprecia debidamente sólo al recordarse la específica referencia bíblica: ―Ved aquí Adán [...] conocedor del bien y del mal [dicho con ironía], [...] ahora pues, echémosle de aquí, no sea que alargue su mano y tome también del fruto del árbol de conservar la vida, y coma de él [...] Y echóle el Señor Dios del paraíso de deleites [...]‖ (genesi) La ―religión‖ de estos amos de Lazarillo es, pues, una grotesca perversión de la fe y de la palabra genuinamente cristianas.243 In definitiva, volendo mettere a confronto i due Tratados, emerge che nel secondo la struttura organizzativa del racconto cambia, non solo perché tutto ruota attorno ad un singolo oggetto, l‘arca, cui Lazarillo cercherà di arrivare utilizzando una chiave o, in modo più aggressivo un cuchillo (elementi accessori ma non dotati di una particolare simbologia), ma anche perché, da un punto di vista interpretativo, vi è una maggiore insistenza sulla sfera religiosa. Il clérigo de Maqueda –come il suo predecessore, mancante di un nome proprio poiché rappresentante di una intera classe sociale– viene fatto oggetto di satira a più riprese. Lo spirito caritativo e cristiano vengono messi in discussione dall‘avida condotta di colui che, in apparenza, 241Lazarillo, cit., p. 42. 242 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 47. 243 Ibidem. 103 appartiene al mondo dei buoni. Ancora una volta la morale per Lazarillo passa attraverso la privazione del cibo e attraverso lo smascheramento dei suoi tentativi tramite castigo fisico. 4. Lazarillo e l‘escudero: la casa lóbrega y oscura Il terzo Tratado introduce una variazione rispetto alla dinamiche precedentemente riscontrate, poiché qui la presenza dell‘oggetto è meno forte. Infatti, più che strutturato attorno alla presenza fisica di oggetti materiali, questa porzione di testo è, al contrario, fondata sull‘assenza quasi totale di quelli: il nuovo padrone di Lazarillo è un nullatenente, un cavaliere spiantato che rappresenta l‘immagine della decadenza di una intera classe sociale. Anche qui, con l‘escudero, l‘apparenza inganna. Infatti, dietro il «razonable vestido», una buona pettinatura e un passo spedito si cela la povertà più profonda con la quale Lazarillo non ha ancora avuto a che fare. La fame questa volta non dipende dalla negazione del cibo per taccagneria e avidità, ma piuttosto per l‘indigenza stessa dell‘escudero. Ecco dunque l‘incontro casuale tra i due: Andando así discurriendo de puerta en puerta, con harto poco remedio, porque ya la caridad se subió al cielo, topome Dios con un escudero que iba por la calle con razonable vestido, bien peinado, su paso y compás en orden. Mirome, y yo a él, y díjome: —Mochacho, ¿buscas amo? Yo le dije: —Sí, señor. —Pues vente tras mí –me respondió–, que Dios te ha hecho merced en topar conmigo; [...] Pasábamos por las plazas do se vendía pan y otras provisiones [...] mas a muy tendido paso pasaba por estas cosas. [...] Bien consideré que debía ser hombre mi nuevo amo que se proveía en junto y que ya la comida estaría a punto y tal como la deseaba y aun la había menester. En este tiempo dio el reloj la una y después de mediodía, y llegamos a una casa, ante la cual mi amo se paró, y yo con él, y derribando el cabo de la capa sobre el lado izquierdo sacó una llave de la manga y abrió su puerta y entramos en la casa. La cual tenía 104 la entrada oscura y lóbrega de tal manera, que parece que ponía temor a los que en ella entraban, aunque dentro de ella estaba un patio pequeño y razonables cámaras.244 Le impressioni iniziali sembrerebbero confermare l‘idea di agiatezza, tanto che Lazarillo, nel vedere che il suo nuovo padrone cammina a passo spedito e senza indugio per i mercati alimentari durante l‘ora di pranzo, è convinto di aver finalmente trovato qualcuno che possa sfamarlo e prendersi cura di lui, ma, sappiamo che ciò non avverrà mai. Sarà, infatti, il mozo a provvedere all‘amo, senza che però la cosa risulti manifesta al mondo esterno. «En el encuentro con el escudero, el tiempo parece haberse suspendido», commenta Jojima, «como si el relato se situase dentro de un registro psíquico alternativo, encantado, fuera de la historia».245 Effettivamente, sembra che il tempo avanzi in maniera incessante, senza però soddisfare la necessità del protagonista, quella di appagare la fame. In questa situazione di surreale stallo temporale, è possibile, secondo Jojima, leggere il riflesso della Spagna stessa: El ruido ambiental se apaga, se oye el silencio puntuado por el sonido de las campanas; no pasa nada, sólo las horas, y Lázaro es consciente de su implacable discurrir. La escena, de tenor surrealista, está puntuada por el metálico toque del reloj ―que dio las once‖; ―que dio la una...‖; como si el autor quisiere insertar el inquietante sopor español dentro de la temporalidad histórica. El mundo avanzaba y España no se renovaba. El escudero pertenecía a una especie en vías de extinción que no dejaría tras sí brote alguno: ni retoño biológico, ni legado intelectual o espiritual. La vacuidad de sus aspiraciones corresponde al vacío de su casa.246 L‘esterno della casa è ancora poca cosa rispetto a ciò che (non) vi si trova dentro247: 244 Lazarillo, cit., pp. 43-44. 245 Jojima, La pobreza en El Lazarillo de Tormes,cit., p. 324. 246 Ibidem. 247 Per Orlando, la descrizione della dimora dello scudiero, con il suo ingresso ―oscuro e malinconico‖ incute una certa paura: «Il frusto grottesco», categoria nella quale il critico inserisce l‘opera tutta, «si potrebbe scambiare per sinistro ‒storicamente a torto‒ nei silenzi e nei vuoti della sua casa, il cui ingresso […] mette paura», in Orlando, Gli oggetti desueti, cit., p. 295. 105 [...] luego vi mala señal, por ser ya casi las dos y no le ver más aliento de comer que a un muerto. [...] Todo lo que yo había visto eran paredes, sin ver en ella silleta, ni tajo, ni banco, ni mesa, ni aun tal arcaz como el de marras. Finalmente, ella me parecía casa encantada.248 Mettendo a confronto l‘escudero con i precedenti amos, la povertà dell‘ultimo incontrato unito alla sua fierezza di classe riservano un destino amaro per Lazarillo, anche se l‘assenza di castighi fisici ci porterebbe ad avanzare, da un punto di vista affettivo, una relazione di reciproca stima tra i due oltre che ad una inversione dei ruoli: è Lazarillo a provvedere al padrone e non viceversa. Nel terzo Tratado e nella figura dell‘hidalgo è possibile intravedere tracce di storicità, o, per meglio dire, di contemporaneità: Unos granos de literatura ajena y alguna brizna de folklore sazonan las experiencias de Lázaro al servicio del escudero, en Toledo; mas para apreciar cabalmente ese supremo acierto de la novela es preciso fijarse en primer término en la sociedad contemporánea, pues el ciego y el cura mezquino son tipos poco menos que perennes, intemporales, pero el nuevo antagonista de Lazarillo se circunscribe a un período bien acotado. Las señas de identidad son ahora inequívocas. El escudero pertenece a la categoría más baja de la nobleza campesina: es un ―hidalgo‖ de los que no deben nada ―a otro que a Dios y al rey‖ (62).249 La maschera di alterigia dell‘escudero lascia spazio –all‘interno delle mura domestiche– ad un atteggiamento ben diverso, quello di una fame che, per quanto coperta, non manca di venir fuori. Sconcertato dall‘assenza di cibo e dalla costumbre del nuovo amo di mangiare una sola volta al dì, Lazarillo attinge alla sua personale dispensa, tirando fuori alcune pezzi di pane. La reazione dell‘escudero è di magistrale comicità, poiché prima si assicura (come se davvero gli importasse) che i pani siano stati impastati da ―mani pulite‖, poi, la compostezza della sua persona viene meno nei «fieros bocados» che assesta al pane: 248 Lazarillo, cit., p. 47. 249 Ivi, p. 173. 106 Estando así díjome: —Tú, mozo, ¿has comido? —No, señor –dije yo–, que aún no eran dadas las ocho cuando con Vuestra Merced encontré. —Pues aunque de mañana, yo había almorzado, y cuando así como algo, hágote saber que hasta la noche me estoy así. Por eso, pásate como pudieres, que después cenaremos. Vuestra Merced crea, cuando esto le oí, que estuve en poco de caer de mi estado, no tanto de hambre como por conocer de todo en todo la fortuna serme adversa. [...] Púseme a un cabo del portal y saqué unos pedazos de pan del seno, que me habían quedado de los de por Dios. Él, que vio esto, díjome: —Ven acá, mozo. ¿Qué comes? Yo llegueme a él y mostrele el pan. Tomome él un pedazo de tres que eran, el mejor y más grande, y díjome: —Por mi vida, que parece éste buen pan. —¿Y cómo? ¿Agora –dije yo–, señor, es bueno? —Sí, a fe –dijo él–. ¿Adónde lo hubiste? ¿Si es amasado de manos limpias? —No sé yo de eso –le dije–, mas a mí no me pone asco el sabor de ello. —Así plega a Dios –dijo el pobre de mi amo. Y llevándolo a la boca, comenzó a dar en él tan fieros bocados como yo en lo otro. [...] Y como sentí qué pie coxqueaba, dime prisa, porque le vi en disposición, si acababa antes que yo, se comediría a ayudarme a lo que me quedase; [...] entró en una camareta que allí estaba y sacó un jarro desbocado y no muy nuevo, y desque hubo bebido convidome con él. Yo, por hacer el continente, dije: —Señor, no bebo vino. —Agua es – respondió–, bien puedes beber.250 Nei simboli del pane e del vino (acqua in questo caso) ‒che nei tratados precedenti alludevano in maniera satirica al rito eucaristico‒ non vi è alcuna traccia di religiosità, se non quella del sentimento di compassionevole carità cristiana che Lázaro esercita nei confronti di uno sconosciuto. Generalmente, si è visto, l‘atto di ingestione era quasi sempre accompagnato a un momento di punizione corporale o a un insegnamento morale, qui, invece, determina lo svelamento di una falsa verità e il riconoscimento di una caratteristica del nuovo amo, l‘orgoglio di classe: […] in the third Tratado, […] Lazarillo produces the objects about which the succeeding action will revolve: ―saqué unos pedazos de 250 Ivi, pp. 47-48. 107 pan del seno‖. The exchange between Lazarillo and the escudero creates an impression more penetrating than farcical. Although eminently visual, the episode directs the reader not to the anticipation of violence, but to a recognition of the escudero‘s pride. […] The climax, visualized action but not physical abuse, here consists in the eating race between the boy and his half- starved master.251 Il «razonable vestido», pertanto, è solo di facciata, così come il buonismo che destina a Lazarillo, poiché non solo approfitta della vulnerabilità e della disperazione di quest‘ultimo assumendolo come mozo a suo servizio (in forma del tutto gratuita), ma lo induce anche ad elemosinare e a procurare cibo per entrambi senza che, però, il mondo esterno ne venga a conoscenza. Nella sua figura c‘è, senza ombra di dubbio, il riflesso parodico dell‘antica nobiltà guerriera che ha perso potere e agiatezza economica: Reflejo grotescamente distorsionado del antiguo noble con su halcón cazador en el brazo, el Escudero convierte a Lazarillo en ―cabeza de lobo‖ para ―lanzarle‖ por las calles de Toledo, esperando su segura vuelta con lo ―cazado‖. Claro está, nunca manda limosnear a Lazarillo, e incluso le ―encomienda‖, que, cuando limosnee, no deje saber a la gente que vive con él, ―por lo que toca a [su] honra‖ (88), pero, con su usual argumento hipócrita, es obvio que lo anima a ello: ―más tú haces como hombre de bien en eso, que más vale pedillo por Dios que no hurtallo‖ –recuérdese esta sentencia al considerar su huida al final– ―y así Él me ayude como ello me paresce bien‖(88)252 Subito dopo la prima condivisione di cibo (cui seguiranno altre durante le quali l‘escudero cerca di estorcerne la parte più consistente) viene dedicata una porzione di testo alla descrizione della spoglia camera da letto: Púseme de un cabo y él del otro, y hicimos la negra cama, en la cual no había mucho que hacer, porque ella tenía sobre unos bancos un cañizo, sobre el cual estaba tendida la ropa, que por no 251 Hutman, Universality and Unity, cit., p. 470. 252 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 50. 108 estar muy continuada a lavarse no parecía colchón, aunque servía de él, con harta menos lana que era menester. [...] Y acostose en la cama poniendo por cabecera las calzas y el jubón, y mandome echar a sus pies, lo cual yo hice, mas maldito el sueño que yo dormí, [...] rabiaba de hambre, la cual con el sueño no tenía amistad253 È forse qui, nel vuoto e nell‘assenza di ―cose‖ che è possibile riscontrare una proiezione delle caratteristiche del protagonista, che manca, a differenza di precedenti amos, di una descrizione caratteriale definita. Pertanto, la penuria di mezzi e l‘assenza di oggetti nella stanza riproducono in forma manifesta l‘altrettanto povera condizione sociale e morale dello scudiero, che vive in una dimensione fuori tempo: Tiene en el aldea un ―solar de casas‖, y con él pretexto parapresumir de ―fidalgo de solar conocido‖; tiene un ―palomar …derribado‖ (pág. 63), testigo también de hidalguía ...e indicio de que está a un pelo de perderla. En efecto, el hidalgo cuya condición no es inmediatamente ostensible en sus bienes y modo de vida puede despertarse cualquier mañana incluido en un padrón de pecheros, obligado a pagar tributos y participar en las cargas comunes. Desde luego le queda entonces el recurso de probar su nobleza ante la Cancillería de Valladolid y obtener la ejecutoria oportuna. Pero eso pide tiempo y, sobre todo, exige dinero: y como dinero es justamente lo que le falta, se queda sin hidalguía por no poder demostrarla. [...] En el tiempo del Lazarillo, cierto, ―la hidalguía está siendo sometida en cada pueblo a una violenta discusión‖: un hidalgo empieza a dejar de serlo en el mismo punto en que todos no le reconocen incuestionablemente como tal.254 Dunque, l‘escudero cerca di nascondere la sua situazione economica, scegliendo una grande città come Toledo in cui costruirsi una identità nuova e un‘aura di rispettabilità. Il contegno di facciata di cui si fa portatore nel mondo esterno cede il passo, nell‘intimità delle mura domestiche, ad una condotta deprecabile, cioè quella di approfittare del mozo, poco più che un ragazzetto, che è a 253 Lazarillo, ed. cit., pp. 49-50. 254 Ivi, pp. 173-175. 109 suo servizio. Della elemosina che Lazarillo procura, cerca sempre di agguantare la parte migliore, senza però mai, subdolamente, chiedere nulla: Desque vi ser las dos y no venía y la hambre me aquejaba, cierro mi puerta y pongo la llave do mandó y tórnome a mi menester. Con baja y enferma voz e inclinadas mis manos en los senos [...] comienzo a pedir pan por las puertas y casas más grandes que me parecía. [...] Volvime a la posada, y al pasar por la tripería pedí a una de aquellas mujeres, y diome un pedazo de uña de vaca, con otras pocas tripas cocidas. Cuando llegué a casa, ya el bueno de mi amo estaba en ella, doblada su capa y puesta en el poyo, y él paseádose por el patio. [...] Preguntó por dó venía. Yo le dije: —Señor, hasta que dio las dos estuve aquí, y de que vi que Vuestra Merced no venía, fuime por esa ciudad a encomendarme a las buenas gentes, y hanme dado esto que veis. Mostrele el pan y las tripas [...] a lo cual él mostró buen semblante, y dijo: —Pues esperado te he a comer, y de que vi que no veniste, comí. Mas tú haces como hombre de bien en eso, que más vale pedillo por Dios que no hurtallo. [...] solamente te encomiendo no sepan que vives conmigo, por lo que toca a mi honra. [...] Senteme al cabo del poyo y, porque no me tuviese por glotón, callé la merienda. Y comienzo a cenar y morder en mis tripas y pan, y disimuladamente miraba al desventurado señor mío, que no partí sus ojos de mis faldas, que aquella sazón servían de plato. Tanta lástima haya Dios de mí como yo había de él, porque sentí lo que sentía, y muchas veces había por ello pasado y pasaba cada día. Pensaba si sería bien comedirme a convidalle, mas, por me haber dicho que había comido, temíame no aceptaría el convite. Finalmente, yo deseaba que el pecador ayudase a su trabajo del mío y se desayunase como el día antes hizo, pues había mejor aparejo, por ser mejor la vianda y menos mi hambre.255 È interessante notare che gli appellativi che Lazarillo utilizza per il suo terzo padrone siano del tutto diversi rispetto a quelli adoperati per il ciego e il clérigo, poiché rivelano un sincero affetto («con todo, le quería bien, con ver que no tenía ni podía más, y antes le había lástima que enemistad»256) fino alla fine del suo servizio. Lazarillo, quindi, prova pena per il suo signore e lo invita ‒nonostante questi dica di aver già provveduto al pranzo‒ a partecipare della sua elemosina, cercando addirittura di non urtarne ―sensibilità‖ e orgoglio: 255 Ivi, p. 54-55. 256 Ivi, p. 57. 110 Quiso Dios cumplir mi deseo, y aun pienso que el suyo, porque como comencé a comer y él se andaba paseando, llegose a mí y díjome: ‒Dígote, Lázaro, que tienes en comer la mejor gracia que en mi vida vi a hombre, y que nadie te lo verá hacer que no le pongas gana aunque no la tenga. ‒―La muy buena que tú tienes ‒dije yo entre mí‒te hace parecer la mía hermosa.‖ Con todo, pareciome ayudarle, pues se ayudaba y me abría camino para ello, y díjele: ‒Señor, el buen aparejo hace buen artífice. Este pan está sabrosísimo, y esta uña de vaca tan bien cocida y sazonada, que no habrá a quien no convide con su sabor. ‒¿Uña de vaca es? ‒Sí, señor. ‒Dígote que es el mejor bocado del mundo y que no hay faisán que así me sepa. ‒Pues pruebe, señor, y verá qué tal está. Póngole en las uñas la otra y tres o cuatro raciones de pan de lo más blanco, y asentóseme al lado y comienza a comer como aque que lo había gana, royendo cada huesecillo de aquellos mejor que un galgo suyo lo hiciera. [...] Pidiome el jarro de agua, y díselo como lo había traído: es señal que, pues no le faltaba el agua, que no le había a mi amo sobrado la comida. Bebimos y muy contentos nos fuimos a dormir como la noche pasada.257 Ma perché, ci si potrebbe chiedere, Lázaro non abbandona lo scudiero al suo destino? Perché continua imperterrito a servirlo fedelmente nonostante sia lui, uno spiantato la cui ricchezza risiede solo nell‘ ―istruzione‖ ricevuta a servizio di cinici padroni, a dover provvedere al soddisfacimento dei bisogni primari di entrambi? In parte, spiega Zimic, perché lo scudiero può garantirgli un tetto sotto il quale ripararsi, ma la vera ragione potrebbe essere di altra natura: Al darse cuenta de ―qué pie cojea‖ el Escudero, Lazarillo maldice ―mil veces‖ su ―ruin fortuna‖, llegando a pedir a Dios, desesperado ―muchas veces la muerte‖. [...] A todas las justificadas quejas y recriminaciones personales de Lazarillo se sobrepone su sentimiento de compasión solidaria con el sufrimiento del prójimo [...] Es precisamente debido a este sentimiento compasivo, caritativo, por lo que Lazarillo también hace posible que el Escudero mantenga su ilusión de honrada dignidad personal, de un 257 Ivi, pp. 55-56. 111 modo que recuerda a Benina respecto a don Francisquito en Misericordia.258 Il fatto che sia Lazarillo, persona appartenente alla più bassa categoria sociale e dunque presumibilmente incapace di cogliere il senso dell‘onore, ad assumere un atteggiamento compassionevole259 nei confronti di un presunto nobile ‒che non esita, alla fine, a lasciarlo cinicamente nelle mani dei suoi creditori‒, è in sé «una elocuente y poderosa sátira de esas ridículas contenciones sobre la nobleza humana».260 Lázaro cerca di soddisfare il suo signore e per farlo non esita a mentire261, ma la menzogna qui non è finalizzata all‘inganno (come per i precedenti amos), bensì al desiderio di risultare degno del suo padrone: El deseo sincero de merecerse tal amo y, claro está, sobre todo, la gran ansiedad por conseguir cualquier medio de supervivencia, le hace ―mentir‖ hasta su propia costa: ―no me fatigo mucho por comer‖, dice muy hambriento (76); y ―señor, no bebo vino‖, teniendo muy gran afición a él (78). Es comprensible la disposición de Lazarillo a la moderación y hasta a la total abstinencia, es decir, al sacrificio personal, con tal de poder retener tan buen empleo con tan buen amo, según al principio éste le parece. Cabe recordar que Lazarillo engaña o hace trampas a sus previos amos sólo por reacción desesperada ante las trampas y engaños con que ellos lo victimizan a él.262 Dunque, in questo Tratado, che potremmo definire come il terzo gradino nel percorso esistenziale del giovane pícaro, Lázaro apprende una lezione nuova, quella cioè di dover far leva sulle sue sole forze e capacità e, in più, provvedere al258 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 55. 259 A tal proposito, Carrasco commenta: «el narrador muestra la honda simpatía y afecto de Lázaro hacia el escudero, por el que el niño llega incluso a sacrificarse en uno de los raros destellos de altruísmo que ofrece la novela; [...] pues bien, los rasgos que nos descubre el hidalgo fantasmón cuando se sincera con Lazarillo, y el comportamiento cobarde que revelan su huida y el abandono de su pequeño amigo, dan prueba de una escasa contextura moral», in Carrasco, Inicios de la picaresca, cit., p. 265. 260 Ivi, p. 56. 261 Si pensi, ad esempio, quando al principio del tratado risponde alle domande dello scudiero: «Y yo le di más larga cuenta que quisiera, porque me parecía más conveniente hora de mandar poner la mesa y escudillar la olla que de lo que me pedía. Con todo eso, yo le satisfice de mi persona lo mejor que mentir supe, diciendo mis bienes y callando lo demás, porque me parecía no ser para en cámara», Lazarillo, ed. cit., p. 44. 262 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 52. 112 sostentamento di un altro. Tale impresa non risulta tanto gravosa per Lázaro che, ―come un lupo‖, riesce a procacciarsi tutto il cibo di cui ha bisogno, mentre il suo signore perde tempo a passeggiare per la città ostentando la sua ―nobiltà‖ («de esta manera estuvimos ocho o diez dís, yéndose el pecador en la mañana con aquel contento y paso contado a papar aire por las calles, teniendo en el pobre Lázaro una cabeza de lobo»263). Ciò che, però, il giovane non manda giù è la presunzione che lo scudiero ha, il suo rifugiarsi chisciottescamente nella chimera di un glorioso passato ormai esaurito: Sólo tenía de él un poco de descontento, que quisiera yo que no tuviera tanta presunción, mas que abajara un poco su fantasía con lo mucho que subía su necesidad.264 C‘è solo un momento, scrive Zimic, in cui lo scudiero sembra mostrare un animo liberale e generoso,265 ovvero quello in cui dà a Lazarillo un real, (che, comicamente, «vino a casa tan ufano como si tuviera el tesoro de Valencia»266) affinché compri da mangiare: [...] como el año en esta tierra fuese estéril de pan, acordaron el Ayuntamiento que todos los pobres estranjeros se fuesen de la ciudad, con pregón que el que de allí adelante topasen fuese punido con azotes. [...] Aquí viera quien vello pudiera la abstinencia de mi casa y la tristeza y silencio de los moradores de ella [...]. Pues estando en esta afligida y hambrienta persecución, un día, no sé por cuál dicha o ventura, en el pobre poder de mi amo entró un real, [...] muy alegre y risueño me lo dio, diciendo: —Toma Lázaro, [...]. Ve a la plaza y merca pan y vino y carne.267 263 Lazarillo, cit., p. 56. 264 Ivi, p. 57. 265 «Hay solo un momento en el que el Escudero parece revelarse con cierto ánimo ―liberal‖ y generoso: ―Toma, Lázaro [el real que llegó a su ―poder‖] [...] Ve a la plaza y merca pan y vino y carnes; ¡quebremos el ojo al diablo! [...] Ve y ven presto, y comamos...‖. No resulta inverosímil una esporádica manifestación de algún rasgo personal simpático en el Escudero, pero también en este caso se nos impone la cautela, evocando esta reflexión de Guzmán de Alfarache, probablemente muy pertinente: ―Honra es tener, más que tener, mostrar que se gasta‖», in Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 52. 266 Lazarillo, cit., p. 59. 267 Ivi, pp. 58-59. 113 Non insisteremo in questa sede sull‘analisi dell‘episodio dell‘entierro in cui il ragazzo si imbatte, anche se con questa scena il testo va incontro a picchi di comicità ben superiori a quelli precedentemente raggiunti dall‘articolato resoconto. Ciò che risulta, però, interessante, è la maniera in cui Lázaro connota la dimora dello scudiero: non più casa incantata, ma «triste y desdichada, […] lóbrega y oscura, […] donde nunca comen ni beben»,268 generando una fragorosissima risata nel suo padrone. Dunque, in conclusione, il terzo tratado del Lazarillo introduce una variazione nella dinamica oggettuale precedentemente riscontrata, anche se, a ben vedere, è proprio in questa inversione di marcia, in quello che potrebbe essere sinteticamente descritto come principio di ―mancanza‖ di oggetti materiali, che è possibile riscontrare una volontà di definire parodicamente e in modo alternativo la nuova classe sociale con la quale Lazarillo entra in contatto. I tratados che seguono, infatti, perdono il descrittivismo oggettuale e attenuano il loro carattere metaforico, trasformandosi in un resoconto più sbrigativo: En los últimos cuatro ―Tratados‖ Lázaro mantendría, pues, el interés en los acontecimientos, al igual que antes, pero omitiendo algunos [...] y tratando otros de modo más escueto y directo, evitando o atenuando lo ―digresivo‖, lo ―metafórico‖, lo ―decorativo‖, en suma, todo lo que le pareciese ―no esencial‖. Descuidaría así el aspecto ―literario‖, ―retórico‖, de su relato, pero, por ello mismo, lograría hacerlo valer aún más como crónica factual de sus experiencias.269 268 Ivi, p. 60. 269 Zimic, Apuntes sobre la estructura paródica, cit., p. 61. 114 BIBLIOGRAFIA ALCALÁ-GALÁN, Mercedes, Escritura desatada: poéticas de la representación en Cervantes, Centro de Estudios Cervantinos, Alcalá de Henares, 2009. ÁLVAR EZ-MORENO, Raúl, «Amarse a sí, procurar su interés y vivir a su ley: los más de tres jaques al bien común en Celestina», in Ó. Perea (a cura di), „De ninguna cosa es alegre posesión sin compañía‟: estudios celestinescos y medievales en honor del profesor Joseph Thomas Snow, Coord. por D. Paolini, New York, Hispanic Seminary of Medieval Studies, 2010, Vol. 1, pp. 36-53. AMASUNO, Marcelino V., «Sobre la ―Aegritudo amoris‖ y otras cuestiones fisiátricas en La Celestina», Anejos de la Revista de filología española, 97, Consejo Superior de Investigaciones Científicas, Madrid, 2005. 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ZIMIC, Stanislav, Apuntes sobre la estructura paródica y satirica del Lazarillo de Tormes, Universidad de Navarra, Iberoamericana, Vervuert, 2000.estrema gratitudine: […] la ropa y paños de calidad, que podían pasar incluso, de generación en generación, y cuya donación por el señor a los criados implicaba, además, muestra de confianza y gratitud muy preciada. No olvidemos que, en otro nivel, el donativo de ropa de reyes era una señal de aprecio muy buscada por los grandes nobles y solo excepcionalmente conseguida en forma solemne. Así que el donativo de Sempronio (―el jubón de brocado, que ayer vestí, Sempronio, vístetelo tú‖) y la promesa a Pármeno (―si para él hobo jubón para tí no faltará sayo‖), no son anécdotas baladíes. Muchos testimonios hay, por aquellos años, de dones de paños, lienzos, ropas, e incluso de emigrantes que llevan consigo seda, en lugar de oro y plata como reserva de valor. Calisto, además, no andaba con regateos: el paño de Courtray teñido en grana era el más caro de los flamencos, y de todo el mercado –valía hacia 1500 entre 600 y 1.000 maravedíes la vara–, pero el proyecto de vestir con él a Celestina (―Corre, Pármeno, llama a mi sastre y corte luego un manto y una saya de aquel contray, que se sacó para frisado‖) se desecha para evitar publicidad (porque no se dé parte a oficiales), y entra así en escena la cadenilla de oro causante de tanto mal.24 Il cordone, anch‘esso capo d‘abbigliamento ma non unicamente usato in qualità di vestiario da Rojas come vedremo più avanti, basterà a Calisto per promettere alla hechicera tutto ciò che desidera («¡Oh, por Dios!, toma toda esta casa y quanto en ella ay, y dímelo o pide lo que querrás!»).25 Ciò che però risulta strano è che sia l‘avida Celestina a porre un freno alla eccessiva dadivosidad di Calisto («¿Qué dizes de manto? Y saya y cuanto yo tengo»),26 eppure la vecchia sta compiendo un‘operazione di contegno e di astuzia al tempo stesso: da un lato sta ponendo volontariamente un freno alla sua cupidigia di fronte ad una così ghiotta occasione, dall‘altra sta professando le sue ―oneste‖ intenzioni agli occhi di Calisto, affinché questi non nutra alcun dubbio nei suoi riguardi. Se la reazione spropositata di Calisto, unita al fraintendimento di una semplice operazione caritatevole di Melibea, portano il giovane ad avanzare una proposta di ricompensa senza alcun limite di valore, è soltanto perché la sua facoltà di raziocinio ha subito un rallentamento. Dunque, l‘accortezza che Celestina mostra nel non osar chiedere 24 Ladero Quesada, Aristócratas y marginales, cit., pp. 223-224. 25 Rojas, La Celestina, cit., p. 184. 26 Ivi, p. 185. 15 troppo, è indice di una grande astuzia oltre che, in un certo qual modo, di ―professionalità‖. Le sue avide macchinazioni non le impediscono di considerare lo stato mentale in cui verte Calisto. Se questi, infatti, dovesse, una volta ottenuta la tanto agognata amata, ritornare in sé e riconoscere l‘errore di aver dato troppo, potrebbe accusarla di averlo raggirato ed esigere una restituzione dei compensi. Oltretutto, una eventuale pubblica accusa, rovinerebbe l‘ ―alta reputazione‖ che di lei si ha nel pueblo. L‘orgoglio professionale di cui Celestina si fa portatrice, è il frutto di un duro lavoro che, soltanto nel tempo, le ha consentito di creare quell‘alta immagine (da intendersi, ovviamente, nella sua accezione più negativa) di donna che, con i suoi innumerevoli lavori, può essere consultata da chiunque e per qualsiasi evenienza, dal ripristino della verginità all‘intervento in qualità di mediatrice amorosa. L‘avidità che la caratterizza cede di buon grado il passo alla salvaguardia dell‘onore, ma non senza la possibilità di trarre un guadagno. In questo modo, creando un‘immagine inattaccabile di sé e facendo in modo che Calisto nutra nei suoi confronti rispetto e considerazione, riesce a svolgere il suo lavoro limpiamente e ad ottenere la possibilità di doni consistenti. Non a caso, quelli che Calisto avrà in serbo per lei, avranno un valore di gran lunga superiore alle sue aspettative, il che spiega, almeno in parte, la sua voglia di tornare a casa e mettere a riparo tale fortuna. Ritornando al testo, si noterà con quanta calma e autocontrollo Celestina reagisca di fronte alla proposta di Calisto, orientandosi verso la richiesta di una più ―umile‖ ricompensa, ovvero quella del confezionamento di un manto: CELESTINA. Manto he menester y éste terné yo en harto; no te alargues más. No pongas sospechosa dubda en mi pedir, que dizen que offrecer mucho al que poco pide es especie de negar.27 Secondo Fernando Cantalapiedra «para comprender la motivación de la labrandera a la hora de pedir ropa nueva a cambio de su trabajo, hay que tener bien presente lo que sigue: a) SAYA: regalo en dinero que solían hacer las reinas a sus servidoras cuando se casaban, para el ajuar. b) MANTO: protección».28 La saya 27 Ibidem. 28 F. Cantalapiedra Erostarbe, Lectura semiótico-formal de “La Celestina”, Kassel, Edition Reichenberger, 1986, cit., p. 70. 16 richiesta da Celestina costituisce ad un livello narrativo un compenso per una prestazione, ma, al tempo stesso, e unitamente al manto, un simbolo di reciproca protezione tra Calisto e Celestina, amo y sirvienta. Il primo si preoccuperà di provvedere alla ―povera‖ labrandera, la seconda di fornire al loco enamorado l‘occasione per soddisfare le sue pretese sessuali. Generalmente, si sa, il vestiario gioca un ruolo fondamentale nella storia della civilizzazione. In ambito letterario, e più specificamente nelle opere di finzione, la descrizione dell‘abbigliamento serve a ricreare l‘effetto di realtà, assecondando la propensione narrativa a rispecchiare il mondo o quantomeno a innescare effetti di reale. Nel caso specifico de La Celestina, i capi d‘abbigliamento non presentano alcuna descrizione particolare se non quella di rimandare alla loro qualità in termini di fattura. Il giovane Calisto, si è detto, è esponente di una nuova categoria sociale di ricchi la cui comparsa sulla scena del XV secolo determina la circolazione di oggetti di lusso che rientrano nella consuetudinaria ostentazione. Eppure ciò che realmente lo avvicina alla nobiltà è l‘organizzazione aristocratica della sua vita: non tanto, quindi, la possessione di beni materiali lussuosi o di generi alimentari costosi,29 quanto l‘adozione di un codice etico tipico dell‘aristocrazia vieja dedita all‘ozio. Egli non pratica le arti guerresche ‒ sebbene mostri durante le incursioni notturne in casa di Melibea di possedere delle armi‒ e non si cura nemmeno di cambiare quelle che, estremamente danneggiate, utilizzano i suoi servi, come le lamentele di Sempronio dimostrano: SEMPRONIO. […] Traygo, señora, todas las armas despedaçadas, el broquel sin aro, la spada como sierra, el caxquete abollado en la capilla. [...]30 In compenso, però, pratica attività tipiche della clase ociosa, quali la caccia con falcone e la musica del liuto, oltre al rintanarsi nella sua camera da letto per i lamenti amorosi. Come ha più volte sottolineato Maravall, nell‘opera ricorrono 29 Pan blanco, vino de Monviedro, pernil de tocino, semplici generi alimentari, costituiscono a ben vedere, unitamente ai corpi delle protette di Celestina, un momento di coesione tra i personaggi in combutta contro Calisto. 30 Rojas, La Celestina, cit., p. 269. 17 numerosissimi riferimenti alla merce, «objeto de la actividad predominante de los burgueses».31 Anche Pleberio, padre di Melibea, non è esente da una simile dinamica economica, seppur non orientata alla dissipazione. Egli è un altoborghese che ha investito tempo e denaro nella costruzione di un consistente patrimonio che, però, finirà col dissolversi, data la morte dell‘unica figlia. L‘ostentazione delle sue ricchezze è infatti riscontrabile nella quantità di beni mobili di cuidispone e che verranno mostrati nell‘ultimo atto dell‘opera: PLEBERIO. [...] ¡O duro coraçón de padre! ¿cómo no te quiebras de dolor? ¿Que ya quedas sin tu amada heredera? ¿Para quién edifiqué torres; para quién adquirí honrras; para quién planté árboles, para quién fabriqué navíos? [...] ¡O fortuna variable, ministra y mayordoma de los temporales bienes! ¿Por qué no executaste tu cruel yra, tus mudables ondas, en aquello que a ti es subjeto? ¿Por qué no destruýste mi patrimonio; por qué no quemaste mi morada; por qué no asolaste mis grandes heredamientos?32 Torres, navios, árboles, qui proposti quasi a formare un elenco, sono anch‘essi indice di una funzionalità sociale come in Calisto. Se provassimo a mettere a confronto gli oggetti facenti capo ai due personaggi non potremmo che arrivare a questa conclusione: giubboni, mantelli, monete e collane non sono nulla se messi a confronto alla maestosità di un palazzo circondato da alte mura e torri svettanti, senza parlare, poi, dei proventi ricavabili dai frutteti e dal commercio marittimo. Si tratta di beni immobili di consistenza maggiore rispetto a quelli elargiti e ostentati da Calisto. Ciò che però viene fuori è un dato piuttosto interessante e che conferma la natura stessa della classe cui anche Pleberio appartiene: la honra sembra essere stata acquistata con il medesimo sistema degli altri beni, riconfermando la tendenza quattrocentesca di assegnare ai ricchi uno statuto di nobiltà. «Son los honores sociales que el rico burgués compra con su dinero, introduciéndose en formas de tipo nobilitario, por la nueva vía de la riqueza».33 In questo periodo storico dunque la honra è da intendersi, secondo Calvo Peña, come palabra preñada utilizzata tanto 31 Maravall, El mundo social, cit., p. 43. 32 Rojas, La Celestina, cit., pp. 337-338. 33 Maravall, El mundo social, cit., p. 44. 18 come «homenaje personal que se rendía a Dios, al rey o a quien aventajaba en jerarquía», che come «categoría social que se adquiría por concesión divina o regia por el propio esfuerzo o la propria virtud».34 Tutto ciò che sappiamo in merito alla ricchezza di Pleberio lo troviamo ad apertura e chiusura del testo: nell‘Argumento troviamo un chiaro riferimento a Melibea come «mujer moza muy generosa, de alta y serenísima sangre, sublimada en próspero estado, hija del noble y esforzado Pleberio», e nel plantus i sopracitati beni. Del patrimonio di Calisto, come si è già detto, sappiamo ben poco. Si potrebbe suppore che anche lui disponga di proprietà terriere, anche se, dovendoci attenere al testo, l‘unico rimando ai suoi averi è quello legato ai beni mobili utilizzati nel negocio. In definitiva, gli oggetti sinora menzionati ricoprono un ruolo di funzionalità, restituendo l‘immagine di un contesto sociale in forte trasformazione e, al tempo stesso, operando, nel caso di alcuni di essi, come ingranaggi che, unitamente alle brame di potere economico e amoroso, fomentano l‘azione dell‘opera. 34 C. Sánchez-Albornoz, España. Un enigma histórico, Vol. 1, Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 1962, cit., p. 626. 19 CAPITOLO II HILADO-CORDÓN-CADENA: TRA SIMBOLOGIA E MATERIALITÀ 1. L‘hilado per il cordón: scambio di beni materiali nella Tragicommedia Gli oggetti di cui ci occuperemo in questo capitolo appartengono ad una tipologia diversa rispetto a quella illustrata precedentemente. Senza escludere il criterio di funzionalità, che anche qui è molto forte, si darà però spazio alla interpretazione e alla eventuale significazione occultata di cui alcuni oggetti possono farsi portatori. La presenza di oggetti materiali nell‘opera è molto evidente, non a caso, la sua trama «potrebbe essere sinteticamente descritta nei termini di uno scadimento della passione amorosa ad affare economico, o anche in quelli di ―una corsa dei due grandi appetiti umani –la lussuria e il denaro– che si incrociano e si alleano».35 Il mondo rappresentato nell‘opera è infatti mosso da un solo desiderio: por el gozar los bienes temporales. Y porque el objetivo son los bienes temporales –amenazados siempre por la destrucción que la temporalidad supone– la satisfacción de ese deseo se convierte en una operación mixta y encontrada: mixta y encontrada porque dentro de ella chocan los contrarios, porque la angustia y el gozo traban dentro de ella contienda y batalla. Es precisamente para dar forma a la naturaleza conflictiva y contrapuesta que caracteriza a la satisfacción de los deseos temporales para lo que da Rojas a su obra y a sus personajes una forma conflictiva y contrapuesta [...]36 35 A. Gargano, Le arti della pace. Tradizione e rinnovamento letterario nella Spagna dei Re Cattolici, Liguori, Napoli, 2008, cit., p. 189. 36 J. G. Casalduero, «La Celestina y su prólogo», Actas del X Congreso de la Asociación Internacional de Hispanistas, Barcelona, 1989, coord. por Antonio Vilanova, Vol. 1, 1992, pp. 215- 220, cit., p. 218. 20 La primissima menzione dell‘hilado –oggetto che ha generato una fittissima rete di studi37– avviene nel terzo atto della Tragicommedia. Celestina anticipa a Sempronio le sue intenzioni, quelle cioè di riuscire ad ottenere dalla giovane e sdegnosa Melibea un cambio di atteggiamento nei confronti dell‘amante grazie ad un vero e proprio arsenale di oggetti: CELESTINA. Digo que la mujer o ama mucho a aquel de quien es requerida, o le tiene grande odio. Assí que si al querer despiden, no pueden tener las riendas al desamor. Y con esto sé cierto, voy más consolada a casa de Melibea que si en la mano la toviesse. Porque sé que aunque al presente la ruege, al fin me ha de rogar; aunque al principio me amenaze, al cabo me ha de halagar. Aquí llevo un poco de hilado en esta mi faltriquera, con otros aparejos que conmigo siempre traygo para tener causa de entrar donde mucho no só conoscida la primera vez: assí como gorgueras, garvines, franjas, rodeos, tinazuelas, alcohol, alvayalde y solimán, [hasta] agujas y alfileres, que tal ay, que tal quiere, [...]38 Sempronio, però, non è sicuro che il piano possa funzionare e la mette in guardia sul pericolo di una tale azione, essendo Melibea figlia unica del nobile e esforçado Pleberio: «no vayas por lana y vengas sin pluma»39 le risponde. Ma la fattucchiera vanta anni di esperienza e, infatti, taglia corto: CELESTINA. […] quando tú naçiste ya comía yo pan con corteza; [...]40 Dunque, già nella sua primissima apparizione, si evince che, dal punto di vista della modalità di rappresentazione, il materiale di cui è composto il filato è la lana. Ma è evidente che, ai fini di questa analisi, ciò che importa è che un semplice 37 Si vedano i seguenti studi: P. E., Russell, «La magia como tema integral en la Tragicomedia de Calisto y Melibea», Studia philologica: homenaje a Dámaso Alonso, Gredos, Madrid, 1963; A. Deyermond, «Hilado-Cordón-Cadena: Symbolic Equivalence in La Celestina», Celestinesca, 1, 1977, pp. 6-12; R. Ferré, «Celestina en el tejido de la ―cupiditas‖», Celestinesca, 7, n. 1, pp. 3-16; O. Handy, «The Rhetorical and Psychological Defloration of Melibea», Celestinesca, 7, n. 1, 1983, pp. 17-28; M. da Costa Fontes, «Celestina‘s Hilado and Related Symbols», Celestinesca, 8, n.1, 1984, pp. 3-13; M. 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Madre, no está donde dizes; jamás te acordas a cosa que guardes. CELESTINA. No me castigues, por Dios, a mi viejez; no me maltrates, Elicia. [...] Entra en la cámara de los ungüentos y en la pelleja del gato negro donde te mandé meter los ojos de la loba, le hallarás, y baxa la sangre del cabrón, y unas poquitas de las barvas que tú le cortaste.41 Secondo Francesco Orlando il passo in questione rientra nella categoria del magico-superstizioso dove la dimensione del quotidiano e familiare si mescola con il macabro. «Vi sono drammatizzate», scrive, «in dialogo e familiarizzate, se si potesse dire ―quotidianizzate‖, immagini per lo più altrove nel loro orrore remote. È la dimensione attiva d‘un mestiere: Celestina dà istruzioni a una delle sgualdrinelle da lei protette e sfruttate, perché le porti giù dalla soffitta tutto l‘occorrente a uno scongiuro diabolico. […] Più di una mezza dozzina di oggetti malefici vengono non elencati, bensì indicati in funzione operativa imminente, o in relazione a recenti procacciamenti e lavorazioni».42 Di lì a poco la macabra invocazione della fattucchiera sancisce l‘―investitura demoniaca‖ dell‘oggetto: CELESTINA. [...] Yo, Celestina. Tu más conoscida cliéntula, te conjuro [...] por áspera ponçoña de las bívoras de que este azeyte fue hecho, con el qual unto este hilado; vengas sin tardança a 41 Ivi, pp. 146-147. 42 Orlando, Gli oggetti desueti, cit., p. 181. 22 obedeçer a mi voluntad y en ello te embolvas, y con ello estés sin un momento te partir, hasta que Melibea con aparejada oportunidad que haya lo compre, y con ello de tal manera enredada que quanto más lo mirare, tanto más su coraçón se ablande a conceder mi petición, [...] assí confiando en mi mucho poder, me parto para allá con mi hilado, donde creo te llevo ya embuelto.43 L‘uso di quel «enredada» costruisce agli occhi del lettore l‘immagine di una fitta ragnatela in cui tutti i personaggi verranno presto intrappolati, anche la sua stessa creatrice che, schiacciata dal peso dell‘avidità che l‘attanaglia, andrà incontro ad un tragico destino. Ritornando al testo, è nel quarto atto che il negocio viene attivato, poiché Celestina ottiene, grazie ad un astuto raggiro, l‘oggetto, il tanto osannato cordón, che provoca la follia amorosa di Calisto e con essa la smisurata fiducia nei confronti della vecchia. Incamminandosi verso la dimora di Melibea, Celestina ha inizialmente un ripensamento, è perplessa, indecisa sul da farsi, ma poi l‘etica del lavoro e l‘esperienza accumulata negli anni cancellano ogni dubbio: non può sottrarsi al suo dovere e così bussa alla porta. Con il pretesto di esser passata di lì per sincerarsi delle condizioni di Lucrecia e per venderle il suo filato, entra in casa di Pleberio e ottiene una ghiotta occasione per parlare da sola con Melibea. Prima però, si rivolge ad Alisa per giustificare il motivo della sua visita: CELESTINA. Señora buena, la gracia de Dios sea contigo y con la noble hija; mis passiones y enfermedades han impedido mi visitar tu casa como era razón, mas Dios conoce mis limpias entrañas, mi verdadero amor, que la distancia de las moradas no desplega el amor de los coraçones, assí que lo que mucho deseé la necessidad me lo ha hecho complir. Con mis fortunas adversas otras, me sobrevino mengua de dinero; no supe mejor remedio que vender un poco de hilado que para unas toquillas tenía allegado; supe de tu criada que tenías dello necessidad. Aunque pobre, y no de la merced de Dios; veslo aquí, si de ello y de mí te quieres servir. ALISA. Vezina honrrada, tu razón y offrecimiento me mueven a compassión, y tanto que quisiera cierto más hallarme en tiempo de poder complir tu falta, que menguar tu tela. Lo dicho te agradezco; si el hilado es tal, serte ha bien pagado. CELESTINA. ¿Tal, señora? Tal sea mi vida y mi viejez y la de quien parte quisiere de mi jura, delgado como el pelo de la cabeça, ygual rezio como cuerdas de vihuela, blanco como el copo de la nieve, hilado por todo estos pulgares, aspado y adereçado; veslo 43 Rojas, La Celestina, cit., p. 147-148. 23 aquí en madexitas; tres monedas me davan ayer por la onça, assí goze desta alma peccadora.44 Dunque, dell‘hilado finora sappiamo che è di lana, che in esso è possibile riscontrare tracce di demoniaco e che è morbido come un capello e bianco come un fiocco di neve. Secondo Fernando Cantalapiedra «los contenidos de este objeto se presentan como contradictorios; la oposición ideológica ―blanco como la nieve‖ VS ―Diablo‖ es demasiado clara como para insistir en el hecho de que estamos en presencia de un objeto de engaño».45 La funzionalità del filato è quindi quella di consentire a Celestina di inoltrarsi, con l‘inganno, in un luogo a lei non consentito, sia per classe che per la cattiva reputazione di cui gode, e di riuscire ad ottenere, senza alcun particolare ostacolo, il sacro cordone di Melibea. Lo scambio degli oggetti avviene senza intoppi: Alisa, l‘unica che, in qualità di madre, avrebbe potuto impedire a sua figlia di restare da sola in compagnia di una donna di malaffare in nome della salvaguardia dell‘onore, commette l‘insensatezza di allontanarsi e lasciare campo libero alla fattucchiera. Nessuna madre assennata, anche se sciocca, dice Deyermond, avrebbe lasciato la propria figlia con Celestina e quindi per lui la spiegazione non può che essere di natura diabolica: Alisa avrebbe toccato il filato e ne sarebbe rimasta condizionata. Tralasciando per un attimo la valenza simbolica di tale oggetto e spostandoci sul versante della ―utilità‖ ai fini della trama, l‘hilado è il primo vero oggetto ad essere messo in circolazione, se si escludono le cien monedas del I atto. Queste ultime, infatti, non sono sottoposte al principio di circolazione, poiché passano dalle mani di Calisto a quelle di Celestina, a differenza, invece, del cordone che avrà ben altro percorso. Unitamente al cordone, il filato determina lo sviluppo e il rafforzamento della passione amorosa tanto in Melibea quanto in Calisto, così come dal binomio cordón-cadena scaturisce, come vedremo, l‘esito tragico per gran parte dei personaggi attivi nel negocio. È come se gli oggetti in questione, la triade hilado- cordón-cadena, possedessero una forza insita capace di comporre e scomporre i rapporti. L‘hilado consente a Celestina di entrare in casa di Pleberio e suscita successivamente in Melibea il ricordo del suo colloquio con Celestina e con esso il 44 Ivi, p. 153. 45 Cantalapiedra, Lectura semiótico-formal, cit., p. 113. 24 nome di Calisto, fiammella che accende il fuoco della passione in lei. Il cordón, invece, già di per sé oggetto sacro che «es fama que ha tocado todas las reliquias que hay en Roma y Jerusalem», alimenta il fanatismo di Calisto che arriva addirittura a personificarlo come corpo dell‘amata. Per ultimo la cadena o meglio cadenilla – secondo la svalutazione di Calisto– che sollecita la ormai da tempo accesa codicia di Celestina che arriva a rivendicarla tutta per sé, causando la sua stessa morte e quella dei suoi assassini. Il filato è, secondo Rosario Ferré, «una metáfora de significado extendido»46: da un lato,nella sua significazione più immediata, rappresenta una merce che la tercera è solita utilizzare nei suoi traffici, dall‘altro, però, è simbolo di lussuria e cupidigia: como tejido de lujuria, implica el comercio sexual; y como tejido de codicia, implica la explotación del débil por el fuerte.47 Ritornando al testo, precisamente nel punto in cui Alisa si allontana da casa, l‘astuta mezzana riesce, attraverso la sua pregevole ars retorica, a perorare la causa di Calisto e con essa la sua: CELESTINA. [...] si tu me das licencia, diréte la necessitada causa de mi venida, que es otra que la que hasta agora as oýdo, y tal que todos perderíamos en me tornar en balde sin que la sepas. MELIBEA. Di, madre, todas tus necessidades, que si yo las pudiere remediar, de muy buen grado lo haré por el passado conoscimiento y vezindad, que pone obligación a los buenos. CELESTINA. [...] Ha venido esto, señora, por lo que dezía de las ajenas necessidades y no mías. MELIBEA. Pide lo que querrás, sea para quien fuere. CELESTINA. Donzella graciosa y de lato linage, tu suave habla y alegre gesto, junto con el aparejo de liberalidad que muestras con esta pobre vieja, me dan osadía a te lo dezir. Yo dexo un enfermo a la muerte, que con sola una palabra de tu noble boca salida, que [le] lleve metida en mi seno, tiene por fe que sanará, según la mucha devoción tiene en tu gentileza. [...] 46 R. Ferré, «Celestina en el tejido de la ‗cupiditas‘», Celestinesca, 7.1 (1983), pp. 3-16, cit., p. 4. 47 Ibidem. 25 MELIBEA. Por Dios, [que] sin más dilatar me digas quién es esse doliente, que de mal tan perplexo se siente que su passión y remedio salen de una misma fuente.48 «Un enfermo a la muerte», è così che inizialmente Celestina allude a Calisto per poi nominarlo nella battuta successiva, dove il caballero viene qualificato come «gentilhombre de clara sangre». La risposta di Melibea è indignatissima: MELIBEA. ¿Querrías condenar mi honestidad por dar vida a un loco, dexar a mí triste por alegrar a él, y llevar tú el provecho de mi perdición, el galardón de mi yerro? ¿Perder y destruýr la casa y honrra de mi padre por ganar la de una vieja maldita como tú? [...] Respóndeme, traydora, ¿cómo osaste tanto hazer? CELESTINA. [...] Por Dios, señora, que me dejes concluyr mi dicho, que ni él quedará culpado, ni yo condenada. Y verás cómo es todo más servicio de Dios, que passos deshonestos, más para dar salud al enfermo que para dañar la fama al médico.49 L‘incauta menzione del caballero Calisto sembra aver mandato i piani in fumo, ma la prontezza con la quale Celestina riesce, ancora una volta, a cambiare le carte in tavola riescono a tranquillizzare la giovane. La sua è, infatti, nient‘altro che una ―missione caritatevole‖ per alleviare un presunto mal di denti che ha colto l‘hermoso Calisto e che soltanto attraverso il sacro cordone e una preghiera potrà svanire: CELESTINA. Una oración, señora, que le dixeron que sabías de Santa Polonia para el dolor de las muelas. Assimesmo tu cordón que es fama que ha tocado [todas] las reliquias que ay en Roma y Hierusalem. Aquel cavallero que dixe, pena muere dellas; ésta fue mi venida, pero pues en mi dicha estava tu ayrada respuesta, padézcase él su dolor en pago de buscar tan desdichada mensajera. [...].50 Secondo Santiago López Ríos, esiste una certa «unanimidad en reconocer que el dolor de muelas de Calisto sirve como metáfora de su deseo sexual, [...] que aún 48 Rojas, La Celestina, cit., pp. 159-161. 49 Ivi, p. 162. 50 Ivi, p. 164. 26 pertenece a la cultura popular de muchos países, y, por supuesto, la captarían los primeros lectores de la obra»51, ma d‘altro canto sarebbe piuttosto azzardato sostenere che Melibea sia riuscita a coglierne il valore occultato, sia per età che per condizione sociale. Ciò che importa, però, è che ella abbia offerto con estrema facilità, mossa da spirito caritatevole o forse da un interesse già presente in lei per Calisto, il suo cordone: MELIBEA. […] quiero complir tu demanda y darte luego mi cordón. Y porque para screvir la oración no avrá tiempo sin que venga mi madre, si esto no bastare, ven mañana por ella muy secretamente.52 Il suo atteggiamento è forse tanto sconsiderato quanto quello di Alisa, sebbene la sua scusante è quella di essere giovane e inesperta. E anche se avesse avuto qualche anno in più, come sua madre, di certo non sarebbe riuscita da sola a fronteggiare le insidie perpetrate dalla vecchia alcahueta. Secondo Gargano, «a Celestina va il merito –o il demerito– di aver reso possibile la trasgressione di quella che doveva essere sentita come una norma irrinunciabile del comportamento femminile»,53 la difesa della propria virtù. Quando infatti sul finire della Tragicommedia la giovane, macchiatasi del disonore apportato alla sua rispettabile famiglia e al nobile cavaliere che l‘ha amata, sta per gettarsi giù dalla torre, pronuncerà parole significative in tal senso: MELIBEA. […] sacó mi secreto amor de mi pecho; descobría a ella lo que a mi querida madre encobría; [...]54 Ritornando, però, all‘oggetto cordone ciò che viene fuori è che esso si presenta non soltanto come reliquia sacra –una sacralità ottenuta per contatto e non per la natura stessa dell‘oggetto–, ma anche ad un livello più superficiale come capo 51 S. López-Ríos, «―Señor, por holgar con el cordón no querrás gozar de Melibea‖: la parodia del culto a las reliquias en La Celestina», MLN (Modern Language Notes), 127, 2012, pp. 190-207, cit., pp. 192-193 (il corsivo è mio). 52 Rojas, La Celestina, cit., p. 168. 53 Gargano, Le arti della pace, cit., p. 193. 54 Rojas, La Celestina, cit., p. 333. 27 d‘abbigliamento che, però, può rimandare alla dimensione erotica, proprio in qualità di ceñidor che preserva metaforicamente la verginità. Da un punto di vista interpretativo, infatti, il cordone è forse l‘unico oggetto all‘interno de La Celestina a prestarsi a innumerevoli interpretazioni, ognuna delle quali però sembra rientrare nel discorso di rovesciamento parodico volutamente operato dall‘autore. Più che una semplice reliquia o feticcio –come vedremo più avanti nella spropositata reazione di Calisto– esso assume la valenza di simbolo, poiché dietro la sua mera apparenza si cela un compendio di valori volutamente occultati dall‘autore, ma che, a ben vedere, risultano facilmente decodificabili ad una schiera di attenti lettori. Secondo López-Ríos, in questo preciso passaggio del testo ci troviamo innanzi ad una commistione tra erotismo e religiosità, rappresentata por la referencia a la oración a santa Apolonia y a las reliquias. Con respecto a lo primero, Andrew Beresford ha llamado la atención sobre el hecho de que Apolonia es una santa problemática para la Iglesia porque su muerte fue en puridad un suicidio (42-45). [...] El humor permea la alusión a la oración a santa Apolonia de una forma sutil. Por un lado, sirve a las dos mujeres para comunicarse en clave. Melibea le da a entender a Celestina que no se le escapa la verdadera demanda: ¿una experimentada curandera como Celestina, orgullosa de su saber médico, carece de remedios caseros para un mal tan común como el dolor de muelas? Por otro lado, tratándose de oraciones que la Inquisición perseguía por sus elementos paganos, la religión se retrata como un rito que da cabida a las supersticiones más pintorescas. De esta manera, se enfatiza la burla que, sobra decirlo, supone que Melibea acceda a curar el dolor de muelas (entiéndase, el deseo sexual) de Calisto y que una plegaria a una santa sirva de metáfora de dicha aceptación [...]55 Una parodia del culto delle reliquie che finirebbe col subire una ulteriore intensificazione nell‘attribuire al cordónmiracolose virtù per il semplice fatto di essere entrato in contatto con «todas las reliquias que ay en Roma y Hierusalem». Durante il Medioevo la venerazione delle reliquie e dei luoghi sacri in cui esse venivano esposte e preservate condizionarono in larga parte gli aspetti della vita politica, economica e sociale: 55 López-Ríos, Señor, por holgar con el cordón, cit., p. 192. 28 La obsesión por los vestigios sagrados, documentada por lo menos desde el siglo II, surgió tanto de la necesidad de un testimonio tangible de la fe y lo divino como del anhelo de poseer objetos protectores frente a las múltiples manifestaciones del mal y, muy en particular, por su presunta capacidad para sanar. La fiebre por coleccionar despojos de cuerpos de santos impulsó su compra- venta al mismo tiempo que robos sistemáticos (los llamados furta sacra). Una imparable demanda provocó que se venerasen objetos o piezas de ropa (conocidos como brandea) que lo santos habían tocado o habían poseído, con lo que el culto y comercio de las reliquias se multiplicó. Asimismo, se aceptaba que cualquier objeto que tocara una reliquia adquiría propiedades milagrosas. [...] Eran lo que se ha llamado reliquias ―representativas o de contacto‖ [...] Los restos sagrados simbolizaban poder y estatus socio-económico para los que los atesoraban. [...] Desde luego, la alcahueta sabe muy bien que detrás de la fiebre por las reliquias subyacen las pasiones humanas más materiales.56 Una reliquia ―de contacto‖, dunque, ecco di cosa si tratta. Ma il cordone è anche, da un punto di vista economico, la rappresentazione del culto dell‘ostentazione di cui si parlava nel capitolo precedente: dietro l‘apparente religiosità, che è solo di facciata, soggiace la brama di esibizione di potere economico oltre che sociale. La parodia vera e propria, però, si consumerebbe non soltanto nell‘attribuire ad una ―reliquia per metà‖ –che iperbolicamente sarebbe entrata a contatto non con una, bensì con tutte le reliquie di Roma e Gerusalemme– poteri sanatori, ma soprattutto nel convertirla in una reliquia amorosa, sancendo un satirico passaggio dalla religione all‘eros. Se, secondo uno studio semiotico-formale dell‘opera, l‘hilado funziona come «metonimia de Diablo, del amor y del saber hacer de la Tercera»,57 il cordón è «metonimia de Dios, […] por lo que resulta del todo lógico que Calisto llame a Melibea su Dios; en tanto que objeto sagrado el cordón es también metonimia de la verginidad –¿cordón virginal que ciñe la cintura de Melibea o cinturón de castidad?–: el cordón es, al mismo tiempo, metonimia de su proprietaria, por lo que al entregarlo Melibea se entrega ella misma».58 La medesima cosa, si potrebbe aggiungere, si verifica con la cadenilla che funziona come 56 Ivi, pp. 193-194. 57 «Del Diablo, porque Celestina lo ha llamado y lo ha embuelto en el hilado; del amor, porque proviene del subespacio /ALTO/ de la casa de la alcahueta que está reservado al amor; metonimia de Celestina ya que está es su creadora y su dueña, representa, además, su saber-hacer [...]», in Cantalapiedra, Lectura semiótico-formal, cit., pp. 116-117. 58 Ibidem. 29 «metonimia de la riqueza, de la clase social y del proprio Calisto»,59 così come, si diceva, nel caso del cordone per la famiglia di Melibea. Nel passaggio di consegne del IV atto, l‘hilado per il cordón, sta avvenendo un altro tipo di trasferimento: nel donare il cordone, Melibea sta donando se stessa a Celestina che, a sua volta la donerà a Calisto, non prima però di aver ottenuto da lui una lauta ricompensa: […] La introducción del mensaje del hilado en casa de Alisa se produce a través de una significación, de un sema, ya encontrado: el comercio. Este sema, que había presidido la transacción en el acto I de Melibea a cambio de las cien monedas, no sólo es ahora pretexto para Celestina [...], sino que otorga a la mercancía del hilado el valor de moneda de cambio en el canje por la otra mercancía Melibea, estipulada en el acto I. Su valor muestra una dualidad semántica, como casi todo en LC. Si por un lado el hilado es mercancía como objeto de venta (así lo interpretan Melibea, Lucrecia y Alicia) para Celestina es la moneda de cambio necesaria para comprar la ―verdadera‖ mercancía, Melibea. El canje de mercancías se realiza bajo la cobertura de un nuevo dúo simbólico, dolor de muelas de Calisto y cordón de Melibea. Entregando el cordón, se entrega y cierra la transacción comercial.60 Nella compravendita avvenuta tra Celestina e Melibea, risiede il motivo della circolazione dei beni, che ha coinvolto previamente le cento monete d‘oro. Si tratta di uno scambio equo soltanto in apparenza, dato che il filato viene scambiato per una modesta somma di denaro, cui si aggiunge il ―prestito‖ del cordone (che Celestina, nel suo secondo incontro con Melibea, non restituirà), ma ad un livello più profondo, è avvenuto, si diceva prima, un baratto tra il filato e il corpo di Melibea. Prima ancora di rendere quest‘ultimo a Calisto, Celestina si è assicurata la ―sudditanza psicologica‖ della giovane. Ha fatto in modo che quest‘ultima rimuginasse sul loro colloquio e con esso ripensasse a Calisto, ottenendo, in tal modo, la possibilità di un nuovo incontro. Non si può dire, però, che la mezzana avesse previsto sin da subito la possibilità di un nuovo appuntamento con la giovane, anzi, l‘incertezza che l‘ha assalita nel luogo d‘azione ne è una riprova. Eppure, la sua straordinaria abilità è stata quella di improvvisare una strategia sul momento, una tattica efficacissima che, unita alla fortuna propizia e al soprannaturale, l‘ha portata al successo. Rasserenata, 59 Ibidem. 60 C. Rubio de Lallave, Lectura semántica de “La Celestina”, UMI-Dissertation Service, AnnArbor, 1995, cit., pp. 87-88. 30 dunque, dall‘esito della conquista e dai beni ottenuti, la vecchia mezzana ne attribuisce il merito al serpentino azeyte61: CELESTINA. [...] ¡O serpentino azeyte, o blanco hilado, cómo os aparejastes todos en mi favor! [...] Pues alégrate, vieja, que más sacarás deste pleyto que de quinze virgos que renovaras. [...] ¡Ay, cordón, cordón! Yo te haré traer por fuerça, si bivo, a la que no quiso darme su buena habla de grado!62 Il passo citato rientra nella questione della oscillazione tra «spiegazione naturale» e «intervento soprannaturale» che, afferma Gargano, rimane irrisolta per tutto il testo della Tragicommedia: Vien fatto di pensare che le due alternative siano ben lungi dall‘escludersi mutuamente, nel senso che la mancata soluzione dell‘oscillazione a favore dell‘una o dell‘altra sembra suggerire la possibilità interpretativa di proiettare il carattere infernale del presunto intervento soprannaturale sulle abilità tutte umanissime – per quanto trasgressive – della vecchia, le arti e l‘azione della quale risulterebbero così improntate ad incredibile malvagità, degne cioè delle peggiori facoltà che si suole assegnare al diavolo.63 2. ―Cordón-fetiche‖: la locura de amor di Calisto Prima di lasciare spazio alla caratterizzazione del cordone in qualità di feticcio e con esso alla spropositata reazione di Calisto, è giusto far menzione al germe della discordia che nasce nel medesimo atto tra Celestina e Sempronio. La vecchia ha già intascato le cento monete ed è sul punto di ottenere nuove ricompense (la promessa 61 «Durante e dopo il suo ufficio di mezzana presso Melibea, va imputando al diavolo scongiurato le fortune e sfortune dell‘impresa; sa però benissimo che l‘autentica sede dell‘azione del diavolo, ben più del filato stregato che vende, è la sua propria infallibile, irresistibile lingua. La trovata che la salva di fronte allo sdegno diMelibea è di sostituire al dolor d‘amore di Calisto un presunto dolor di denti, e alla postulata grazia di vederlo e parlargli la grazia di trasmettergli un‘orazione e un cordone taumaturgici.», in Orlando, Gli oggetti desueti, cit., p. 183. 62 Rojas, La Celestina, cit., pp. 171-172. 63 Gargano, Le arti della pace, cit., p. 198. 31 di un manto e una saya),64 ma lascia intendere –non troppo velatamente– che qualora si presentasse l‘occasione, a Sempronio spetterebbe soltanto una piccola parte del profitto: CELESTINA. Sempronio, amigo, [...] vente conmigo delante Calisto: oyrás maravillas. Que será de[s]florar mi embaxada comunicándola con muchos. De mi boca quiero que sepa lo que se ha hecho; que aunque ayas de aver alguna parte del provecho. Quiero yo todas las gracias del trabajo. SEMPRONIO. ¿Partezilla, Celestina? Mal me parece esso que dizes. CELESTINA. Calla, loquillo, que parte o partezilla, quanto tú quisieres te daré. Todo lo mío es tuyo; gozémonos y aprovechémonos, que sobre el partir nunca reñiremos. Y tanbién sabes tú quanta más necessidad tienen los viejos que los moços, mayormente tú que vas a mesa puesta.65 L‘avido progetto di Celestina è presto reso noto: l‘uso del diminutivo partezilla, unito alla volontà di voler rivendicare per sé tutto il merito del lavoro rendono più che evidente il suo progetto. A nulla serve la smentita che ne segue, quell‘ «aprovechémonos que sobre el partir nunca reñiremos», poiché Sempronio ormai ha capito tutto. Nell‘astioso a parte che segue, dirà esplicitamente che non è disposto ad arrendersi alla possibilità di ottenere anche lui parte del profitto: SEMPRONIO. (¡O lisonjera vieja; o vieja llena de mal; o cobdiciosa y avarienta garganta! También quiere a mí engañar como a mi amo por ser rica. Pues mala medra tiene, no le arriendo la ganancia; que quien con modo torpe sube en alto, más presto cae que sube [...] Mala vieja falsa es ésta; el diablo me metió con ella [...] Mía fue la culpa. Pero gané harto, que por bien o mal no negará la promessa.)66 Di lì a poco, il loco de amor riceverà la notizia che darà sollievo al suo cuore. Celestina gioca bene le sue carte e sollecita, con grande astuzia, l‘attenzione del giovane che pende letteralmente dalle sue labbra: 64 Poi ritirata in cambio della cadenilla, perché ―no se dé parte a officiales‖, ed. cit., p. 250. 65 Rojas, La Celestina, cit., p. 173. 66 Ivi, pp. 173-174. 32 CALISTO. [...] Y dime, luego, la causa de tu entrada, ¿qué fue? CELESTINA. Vender un poco de hilado, con que tengo caçadas más de treynta de su estado, si a Dios ha plazido, en este mundo, y algunas mayores. [...] Oye, señor Calisto, y verás tu dicha y mi solicitud qué obraron, que en començando yo a vender y poner en precio mi hilado, fue su madre de Melibea llamada para que fuese a visitar una hermana suya enferma. Y como le fue[se] necessario absentarse, dexó en su lugar a Melibea... .67 Mai come in questo VI atto il cordone di Melibea assume una fortissima connotazione erotica, con la quale, «la parodia del culto a las reliquias se torna aún más incisiva».68 L‘indugiare largamente sulle condizioni e sui dettagli della conversazione, non fanno altro che dilatare la sofferenza amorosa di Calisto e con essa la necessità di un immediato sollievo: CELESTINA. Ante me dio más osadía a hablar lo que quise verme sola con ella. Abrí mis entrañas, díxele mi embaxada, cómo penavas tanto por una palabra de su boca salida en favor tuyo para sanar un tan gran dolor [...] Dixe que tu pena era mal de muelas y que la palabra que della querría era una oración que ella sabía, muy devota, para ellas. [...] Pues más le pedí. CALISTO. ¿Qué, mi vieja honrrada? CELESTINA. Un cordón que ella trae contino ceñido, diziendo que era provechoso para tu mal porque avía tocado muchas reliquias. CALISTO. Pues, ¿qué dixo? CELESTINA. Dame albricias; dizértelo he. CALISTO. ¡O por Dios, toma toda esta casa y quanto en ella ay, y dímelo o pide lo que querrás! CELESTINA. Por un manto que tú des a la vieja, te dará en tus manos el mesmo que en su cuerpo ella traýa.69 Una volta ottenuto il cordone, Calisto comincia così ad adorarlo come se si trattasse di una reliquia, «no por haber estado en contacto con cuerpos de santos […], sino por haber tocado el cuerpo de Melibea, es decir por su intrínseco valor erótico. El cordón-reliquia deviene en el acto VI una formulación más de la dicotomía eros/thanatos que estructura toda la obra»70. Tutti i sensi concorrono nella volontà di 67 Ivi, pp. 180-181. 68 López-Ríos, Señor, por holgar con el cordón, cit., p. 196. 69 Rojas, La Celestina, cit., pp. 182-184. 70 López-Ríos, Señor, por holgar con el cordón, cit., p. 196. 33 beneficiarne, dal momento che «juntos han sido apassionados»71: in primo luogo gli occhi, poi l‘udito, il tatto e infine il cuore dolente, «que nunca recibió momento de plazer después que aquella señora conoció».72 Ma è precisamente nel momento in cui l‘oggetto finisce nelle sue mani che Calisto dà sfogo alla più tradizionale reazione feticista: Calisto sta infatti personificando l‘oggetto operando una sostituzione con il soggetto, scatenando, in tal modo, una deviazione nei riguardi del feticcio. In un solo oggetto è possibile riscontrare due tipi di feticismo, quello religioso, che consiste nella venerazione per un idolo che contiene in sé l‘essenza del divino, e quello erotico, dato da una fissazione del desiderio su un indumento che racchiude, o meglio rappresenta, simbolicamente l‘amata. È ovvio che, in questo caso, l‘aspetto erotico prevale su quello religioso; immerso nel parossismo emozionale, il folle innamorato comincia ad abbracciare e interrogare il cordón come se fosse dotato di uno spirito vitale, mostrando tutti i segni di uno squilibrio mentale: CALISTO. ¡O nuevo huésped, o bienaventurado cordón, que tanto poder y merescimiento toviste de ceñir aquel cuerpo que yo no soy digno de servir! ¡O nudos de mi passión, vosotros enlazastes mis desseos! Dezíme si os hallastes presentes en la desconsolada respuesta de aquella a quien vosotros servís y yo adoro, y por más que trabajo noches y días, no me vale ni aprovecha.73 E qualche battuta più avanti: CALISTO. [...] O cordón, cordón, ¿fuísteme tu enemigo? Dilo cierto; si lo fuiste, yo te perdono, que de los buenos es propio las culpas perdonar. No lo creo, que si fueras contario, no vinieras tan presto a mi poder, salvo si vienes a desculparte. Conjúrote me respondas por la virtud del gran poder que aquella señora sobre mí tiene.74 71 Rojas, La Celestina, cit., p. 185. 72 Ibidem. 73 Ivi, p. 186. 74 Ivi, p. 187. 34 Secondo López-Ríos l‘allusione ai nodi del cordone di Melibea, in quell‘«¡Oh nudos de mi passión!» dapprima citato, occulterebbe a mo‘ di scherno un aspetto della sacralità, l‘ennesimo rovesciamento parodico di cui tale oggetto si fa portatore. Pare che, infatti, nell‘annodare in più punti i cordoni, risiedesse la volontà di commemorare la Passione di Cristo75 [...] lo cual dio pie a hipérboles sagradas en la poesía cancioneril del siglo XV. El tópico lo cultiva, por ejemplo, Juan Álvarez Gato, en una composición en el que el poeta compara su arrebatado sentimiento amoroso con la Pasión de Cristo: Porque el Viernes Santo vido a su amiga hazer los nudos de la Passión en un cordón de seda Hoy mirándoos a porfía, tal pasión passé por vos, que no escuché la de Dios con la rabia de la mía. Los nudos que el cordón distes vos alegre y leda, como nudos de pasión, vos los distes en la seda, yo los di en el corazón.76 In realtà, a ben vedere, l‘uso del cordone come simbolo d‘amore presenta già degli antecedenti nella tradizione greco-latina. Pare che durante