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SOCIETÀ SALERNITANA DI STORIA PATRIA
NUOVI QUADERNI SALERNITANI
1
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.001
In copertina: Solido beneventano di Sicardo (832-839).
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.002
ECONOMIA E MERCATO
NEL MEZZOGIORNO LONGOBARDO
(secc. VIII-IX)
ALESSANDRO DI MURO
LAVEGLIA&CARLONE
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.003
© 2009 by LAVEGLIACARLONE s.a.s.
casella postale 207 - 84100 Salerno
tel/fax 0828.342527 e-mail:lavegliaeditore@hotmail.com
www.lavegliacarlone.it
Riservati tutti i diritti, anche di traduzione, in Italia e all’Estero.
Nessuna parte può essere riprodotta (fotocopia, microfilm o altro mezzo)
senza l’autorizzazione scritta dell’Editore
stampato nel mese di settembre 2009 dal Stampa Editoriale - Manocalzati (AV)
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.004
Ai miei genitori
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.005
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.006
PRESENTAZIONE
Ad uno stadio ormai avanzato del suo itinerario di ricerca, iniziato
circa quindici anni fa con lo studio dell’organizzazione territoriale e
dei modi della produzione nell’area compresa tra Salerno e il Sele in
età altomedievale, Alessandro Di Muro affronta in questo volume,
che inaugura la serie dei “Nuovi Quaderni Salernitani”, un tema di
grande interesse, ma nello stesso tempo anche di notevole impegno,
quello del ruolo svolto dal Mezzogiorno longobardo nel quadro più
generale delle nuove relazioni commerciali tra Oriente e Occidente,
consolidatesi nel corso del IX secolo in sostituzione di quelle operanti
nella tarda Antichità.
La sua attenzione si concentra sul periodo compreso tra la fine
del secolo VIII e i primi decenni del IX: un periodo che, a prescinde-
re dalle posizioni via via assunte dagli storici in relazione alla tesi di
Pirenne, si è ormai orientati a considerare di svolta decisiva nella
genesi dell’Europa. Ad essa secondo Di Muro la Langobardia Mi-
nor, con la sua crescita economica, diede un contributo rilevante, per
cui è da credere che senza il suo apporto «la costruzione dell’Europa
sarebbe stata forse più ardua». Si tratta di una tesi originale e che
certamente farà discutere; ma è proprio di discussioni che si sente il
bisogno in questo momento in cui la specializzazione della ricerca e la
tendenza ad anteporre l’esprit de géométrie all’esprit de finesse
rischiano di far perdere di vista, insieme alle “grandi narrazioni”, ber-
saglio della storiografia decostruzionista, anche i “grandi problemi”.
Tra essi appunto quello della genesi dell’Europa, che l’Autore af-
fronta non nella sua dimensione generale, ma attraverso l’analisi dei
meccanismi di funzionamento dell’area gravitante sulle coste tirreniche
comprese nei ducati bizantini costieri e nel Ducato-Principato di
Benevento, che risultano strettamente interconnessi sia tra di loro sia
con l’Oriente e l’Occidente.
La sua ricerca, condotta attraverso un dialogo serrato con gli stu-
diosi che negli ultimi decenni più hanno contribuito ad introdurre ele-
menti di novità nel dibattito sulla lunga transizione dall’Antichità al
Medioevo e in particolare sulla centralità degli anni tra la fine dell’VIII
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.007
8 Presentazione
secolo e i primi decenni del IX (Pierre Toubert, Paolo Delogu, Riccardo
Francovich, Richard Hodges, Adriaan Verhulst, Chris Wickham,
Michael Mc Cormick), ha il merito di proporre una nuova interpreta-
zione attraverso la rilettura delle fonti scritte alla luce dei nuovi dati
archeologici (soprattutto, ma non solo, quelli provenienti dagli scavi
di San Vincenzo al Volturno), che Di Muro mostra di saper utilizzare
molto bene, e ciò grazie alla sua originaria formazione di archeologo
medievale, affinatasi alla scuola del compianto Francovich. Acqui-
stano così nuovi significati i dati documentari relativi agli investimenti
sulla terra dell’aristocrazia e dei grandi monasteri, alle modalità di
gestione dei loro vasti possedimenti, in gran parte organizzati sulla
base del modello curtense, allo spirito di iniziativa dimostrato anche
dai ceti meno elevati e alla sostenuta circolazione monetaria con l’ado-
zione di un sistema basato sul bimetallismo, espressione del dinami-
smo complessivo dell’economia longobardo-meridionale; e questo vale
anche per il famoso Pactum Sicardi dell’836 tra il principe di
Benevento e il duca di Napoli Andrea, tradizionalmente ricondotto
soprattutto a motivazioni politico-militari, ma del quale vengono ora
posti in primo piano gli obiettivi di carattere economico, legati allo
sviluppo produttivo delle aree longobarde dell’interno e alla loro im-
missione nel flusso dei commerci tra Oriente e Occidente, allora
egemonizzati dai ducati costieri campani e dai Bizantini di Sicilia.
Non è questa la sede per entrare nei dettagli della trattazione di
Di Muro e dei tanti elementi da lui richiamati e collegati tra di loro, sui
quali non mancherà occasione di riflettere; quello che però va intanto
sottolineato è il carattere di forte concretezza di questa ricerca, sal-
damente ancorata sia al dato documentario sia a quello archeologico
e materiale, e supportata da un largo impiego di cartine e di testimo-
nianze iconografiche: elementi tutti che ne fanno presagire la tenuta
nel tempo, anche se, come è sempre da auspicare nel nostro lavoro,
essi prima o poi saranno utilizzati per proporre ancora nuove inter-
pretazioni storiografiche.
 GIOVANNI VITOLO
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PREMESSA*
Pirenne argued that without Muhammad, there would
have been no Charlemagne. Although we must now situate
the moments and stages of economic decline from antiquity
elsewhere in time, space and causality, yet there remains
fundamental truth in his overall insight, that the rise – and
economic consolidation – of Islam changed the nature of
emerging European economy. But it did so not so much by
applying the coup de grace to a moribund late roman
exchange system in the 600s. A century later it offered the
wealth and markets which would fire the first rise of we-
stern Europe, a rise whose rhythms we can detect in the
movements of diplomats, pilgrims, warriors, merchants, and,
I think, slaves, as a new Europe and its satellites societies
exported its own human wealth in exchange for the wealth
of the goods and species of the House of Islam. So in a
paradoxical and profound sense, perhaps Pirenne was right,
even when he was wrong: without Muhammad, there would
have been no Charlemagne (MC CORMICK, The origins, p.
798).
Negli ultimi anni storici e archeologi hanno indagato in profondità,
con nuovi approcci metodologici e rinnovati strumenti, le varie
tematiche inerenti l’età di transizione dall’Antichità al Medioevo, in-
* Le citazioni bibliografiche sono sempre fatte in forma abbreviata. Esse riman-
dano alle opere citate nella bibliografia finale. Nelle note e in bibliografia si fa uso
delle seguenti abbreviazioni:
AA SS Acta Sanctorum, Parigi, Roma, Bruxelles
CDC Codex diplomaticus cavensis
CDL Codice diplomatico longobardo
CSS Chronicon Sanctae Sophiae
CV Chronicon Vulturnense
DTC S. LEONE, Diplomata tabularii cavensis
M G H Monumenta Germaniae Historica
SS. RR. LL. MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum
Ringrazio il prof. Pietro Dalena, la prof.ssa Maria Galante e il prof. Giovanni
Vitolo per i preziosi suggerimenti.
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10 Premessa
dividuando in particolare nel periodo carolingio un momento di svolta
per tanti versi epocale nella genesi dell’Europa1.
Le suggestioni provenienti dalla società mondiale contemporanea,
costruita su sistemi di comunicazione e su strutture economiche ca-
ratterizzate da interconnessioni sempre più sofisticate ed articolate,
hanno probabilmente contribuito al moltiplicarsi delle ricerche sull’al-
to Medioevo, comunemente rappresentato, nonostante da tempo pre-
valga un giudizio storiografico di segno sostanzialmente diverso, come
periodo in cui l’Europa, quasi ripiegata su sé stessa, avrebbecono-
sciuto una profonda stagnazione economica e, soprattutto, una sorta
di interruzione nei contatti con gli altri ‘mondi’ (Bisanzio, l’Islam) che
non fossero di carattere quasi esclusivamente militare, ma allo stesso
tempo età in cui l’Europa inizia ad emergere come qualcosa di pro-
fondamente ‘altro’ rispetto alle età precedenti, lasciando scorgere
chiaramente quelli che si possono considerare i prodromi dell’Europa
moderna. A ciò si aggiungano le forti sollecitazioni alla riflessione
stimolate, da una parte, dalla difficoltà, è cronaca di oggi, a formulare
ai più alti livelli istituzionali comunitari un’enunciazione etico-cultura-
le qualificante le radici comuni europee (si pensi al discusso
‘preambolo’ giscardiano alla carta costituzionale europea), e, dall’al-
tra, dagli accadimenti degli ultimi anni, che hanno riproposto in ma-
niera drammatica la questione dei rapporti tra Oriente e Occidente.
Punto di partenza obbligato di tante meditazioni non può non es-
sere la celebre ‘tesi’ di Henri Pirenne il quale, nel tracciare le origini
dell’Europa come oggi la percepiamo, lungi dal limitarsi agli aspetti
puramente economici, che pure sono sembrati prevalenti nel dibattito
storiografico seguito alla pubblicazione del suo Maometto e Car-
lomagno2, poneva, come acutamente osservava Ovidio Capitani,
nuovi problemi che si riducevano sostanzialmente a quello del «senso
1 Si vedano a tal proposito in generale i volumi del progetto «Transformation of
the Roman World», promosso dalla European Science Foundation negli anni tra il
1993 e il 1998. Per il progetto si veda DELOGU, Trasformazione.
2 Si veda a tal proposito DELOGU, Reading Pirenne again. Sulla fecondità ricor-
rente della questione aperta da Henri Pirenne si rimanda al denso saggio di Giusep-
pe PETRALIA, A proposito dell’immortalità di “Maometto e Carlomagno”.
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11Premessa
storico del rapporto altomedievale tra Occidente ed Oriente»3: rap-
porto che unisce in sé problematiche economiche, culturali, religiose,
i cui riflessi, travalicando i limiti cronologici dell’alto Medioevo, giun-
gono drammaticamente alla nostra quotidianità. Altro fattore che ha
contribuito in maniera determinante all’attuale feconda stagione di
studi sull’alto Medioevo è da indicare nello sviluppo dell’archeologia
medievale, in particolare nel gran numero di ricerche sulla cosiddetta
Età di transizione, che hanno fornito negli ultimi venti anni una consi-
derevole massa di dati materiali tradotti in saggi monografici, articoli
scientifici, atti di convegni, per cui oggi risulterebbe limitante un ap-
proccio a tanti aspetti della società altomedievale, in particolare l’in-
sediamento e le problematiche collegate, prescindendo dalle fonti
materiali4.
Molti studi recenti hanno posto nuove domande alle fonti, propo-
nendo nuove periodizzazioni, dimostrando il dinamismo della società
altomedievale e delineando la centralità degli anni che vanno dalla
fine dell’VIII secolo ai primi decenni del IX quale momento di svolta
decisiva nella genesi dell’Europa. I lavori di Pierre Toubert, Riccardo
Francovich, Richard Hodges, Michael Mc Cormick, Gian Pietro
Brogiolo, Adriaan Verhulst, Paolo Delogu e Chris Wickham appaiono
da questo punto di vista esemplari5.
In questo quadro lo studio dell’economia del Mezzogiorno
longobardo, area geografica di contatto tra i tre imperi che si affac-
ciavano sul Mediterraneo altomedievale, può fornire elementi utili al
progresso del dibattito sia per le dinamiche interne sia in relazione
alla genesi dell’Europa di Carlo Magno. Le fonti scritte meridionali,
quanto mai desultorie a questo proposito, non permettono di ricostru-
ire se non in maniera approssimativa le vicende economiche del Mez-
3 CAPITANI, Prefazione, p. XXVI.
4 Si vedano ad esempio MC CORMICK, The origins; VALENTI, L’insediamento
altomedievale; WICKHAM, Framing the Early Middle Ages.
5 Si vedano ad es. TOUBERT, Dalla terra ai castelli; FRANCOVICH-HODGES, Villa to
Village; HODGES, Goodbye to the Vikings?; MC CORMICK, The origins; DELOGU, La
fine del mondo antico; BROGIOLO-GELICHI, La città nell’alto medioevo italiano;
VERHULST, The carolingian economy; WICKHAM, Framing the Early Middle Ages.
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12 Premessa
6 Si rimanda a tal proposito alle lucide considerazioni di DELOGU, Ricerca
archeologica, pp. 421-427. Bisogna purtroppo rilevare come l’archeologia medie-
vale, in particolare nell’area campano-sannitica, si muove ancora con un certo im-
paccio infantile: nessun progetto di ricerca è paragonabile a quanto si va realizzan-
do in Puglia, in Toscana o in Italia settentrionale, se si esclude naturalmente l’espe-
rienza del San Vincenzo Project. In paricolare dalle ricerche sul campo difficilmente
scaturiscono riflessioni che abbiano una qualche rilevanza storiografica, per cui
risulta che spesso gli storici utilizzino i dati dell’archeologia per puntellare i propri
modelli storiografici, circostanza che di certo non aiuta a sradicare la disciplina dal
limbo di una sostanziale ancillarità.
zogiorno longobardo, in particolare tra VIII e IX secolo. Tuttavia può
risultarne utile una rilettura anche alla luce dei dati archeologici che
iniziano a divenire consistenti per gli insediamenti altomedievali del
Mezzogiorno, soprattutto se, superata la tendenza a far prevalere
l’aspetto descrittivistico e catalogatorio, si giunga ad indicare attra-
verso essi nuove vie all’interpretazione storiografica6. È quel che si
cercherà di fare in questo lavoro, partendo dal Pactum Sicardi, testo
di grande interesse per un’indagine delle strutture economiche della
società longobardo meridionale, e in particolare della Campania, del
IX secolo.
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CAPITOLO PRIMO
IL CONTESTO DEL PACTUM SICARDI
Il Pactum Sicardi principis Beneventi cum Andrea duce
Neapolis fu redatto nell’836. Il testo si presenta come un trattato di
pace quinquennale stipulato tra Sicardo, principe di Benevento e il
duca di Napoli, Andrea, sotto la cui giurisdizione rientravano in quel
periodo anche i centri marittimi di Amalfi, Sorrento e Gaeta; era strut-
turato in origine in 45 capitoli, dei quali solo 19 sono stati traditi per
intero1. Costituiscono il tema dell’accordo punti concernenti la regola-
mentazione dei rapporti tra le due parti relativamente alla contesa
Liburia, la fertilissima pianura del Clanio, e alle terre di confine a
sud di Napoli, insieme ad alcune questioni riguardanti aspetti relativi
all’ordine pubblico, alla giustizia e al commercio2.
In una densa lezione tenuta nel 1991 a Spoleto sul problema dei
mercanti in Italia meridionale nell’alto Medioevo, Armand O. Citarella,
sviluppando un tema a lui caro3, rilevava la centralità di alcuni capitoli
del Pactum Sicardi, per tentare di chiarire le relazioni commerciali
tra i centri costieri bizantini campani e il Principato di Benevento, in
particolare sottolineando il ruolo di Amalfi 4. Lo studioso rimarcava
come lo spirito generale dell’accordo fosse costruito sulla volontà di
mantenere aperti e alimentare, nei termini più conciliatori e liberali
possibili, gli scambi commerciali tra le due regioni, individuando in
esso una delle rare fonti in grado di rilevare le strutture del mercato
nel Mezzogiorno altomedievale5. Nella direzione indicata da Citarella
è possibile sviluppare le problematiche economiche del Mezzogiorno
1 Dei rimanenti capitoli sono conservati i titoli; si veda ora l’edizione critica di
MARTIN, Guerre, accords et frontières, Pactum Sicardi, pp. 185-200.
2 Per la strutturazione del Pactum Sicardi MARTIN, Guerre, accords et frontières,
pp. 140 ss.
3 Si vedano ad es. CITARELLA, Il commercio di Amalfi; ID., Amalfi and Salerno in
the Ninth Century.
4 CITARELLA, Merchants, markets and merchandise, pp. 267 ss.
5 Ivi, p. 265.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0013
14 Il contesto del Pactum Sicardi
longobardo del IX secolo ricavabili dal Pactum Sicardi, avvalendosene
quale punto di partenza privilegiato dacui muovere per comprendere
meglio l’ambiente sociale, economico e politico della regione, e le
cause profonde che portarono alla sua redazione.
I.1. L’orizzonte geografico del Pactum: fiumi, approdi e sistemi viari
Esaminando il documento più da vicino, si scorge come l’accordo
focalizzi l’attenzione su di un orizzonte geografico ben definito, in
particolare su punti di approdo e arterie delle comunicazioni che fa-
voriscono la circolazione di uomini e merci verso i centri di maggiore
produzione, accumulazione e consumo della Campania e del Sannio
longobardi. Il capitolo 13, ad esempio, si sofferma sui «negociantibus
… de Ducatu vestro Neapolitano» che «inlesi debeant transire salva
consuetudine nostra», pagando cioè i diritti di passaggio e il tributo
per il trasporto delle merci, come si premura di sottolineare il sovrano
longobardo6. All’inizio del capitolo si era posta l’attenzione sui grandi
fiumi che solcano la Campania settentrionale sfociando sul litorale
(«de fluminibus, que in fine Capuana sunt»): il Garigliano, il Volturno,
il lago Patria, collegato alla costa da un corso d’acqua (fig. 1). Si
tratta delle vie fluviali di penetrazione dal litorale tirrenico verso le
aree interne settentrionali del Principato, intersecate dalle grandi ar-
terie di comunicazione che risalgono verso Roma. Nell’836, risalen-
do il Volturno dalla foce ove era un portus di pertinenza cassinese7,
si giungeva agevolmente presso l’approdo dell’antica Casilinum nel
cuore della pianura capuana, luogo destinato di lì a poco ad ospitare
la nuova Capua8, dove un antico ponte, controllato dall’alto dalla for-
tezza di Sicopoli, collegava i due tronconi della vecchia via Latina: in
direzione Nord si giungeva agevolmente a Teano, poi al celebre
archicenobio di Montecassino e di qui a Roma; dirigendosi verso Sud
6 Pactum Sicardi, p. 194
7 Il porto fu donato da Grimoaldo III intorno al 788 insieme all’approdo alla foce
del Garigliano, Chronica monasterii Casinensis, I, 14, p. 50. Si veda anche infra.
8 GATTOLA, Ad Historiam Abbatiae Casinensis Accessiones, I, p. 604; CILENTO,
Le origini della signoria capuana, pp. 177-178.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0014
15Il contesto del Pactum Sicardi
Fig. 1: Porti e sistema viario in relazione al Pactum Sicardi
in poche ore di cammino si arrivava al Berolais, ciò che rimaneva
della gloriosa Capua romana, porta d’accesso a Benevento. La vec-
chia strada consolare costituiva, caduto in desuetudine il tratto della
via Appia che costeggiava il litorale sotto Sessa Aurunca prima di
svoltare in direzione di Capua, l’arteria principale delle comunicazio-
ni del Mezzogiorno con Roma. Era possibile intercettare la medesi-
ma via risalendo il Garigliano, dopo l’approdo al portum Traiectensem
donato da Grimoaldo III al cenobio cassinense intorno al 7889, e poi
9 Chronica monasterii Casinensis, I, 14, p. 50
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0015
16 Il contesto del Pactum Sicardi
proseguendo in direzione di Cassino10; poco distante da qui, nei pressi
dell’antica statio ad Flexum (San Pietro in Fine), un diverticolo con-
sentiva di giungere rapidamente al centro gastaldale di Venafro e di
qui al celebre monastero di San Vincenzo al Volturno11.
Una volta intrapresa la navigazione lungo il Volturno, i mercanti
che non fossero voluti sbarcare all’approdo di Casilinum sarebbero
rapidamente giunti nei pressi dell’antica Telesia, da dove agevolmen-
te avrebbero raggiunto Benevento oppure, continuando a risalire il
Volturno, sarebbero approdati alle opulente terre alifane, ai piedi del
massiccio del Matese, dove era un’antica banchina romana12.
L’altra via d’acqua ricordata è il lago Patria, un lago palustre che
terminava verso il mare in un piccolo fiume; il lago era la porta di
accesso alla fertilissima e contesa Liburia.
Alla fine del capitolo si fa riferimento ai mercanti napoletani che
con i loro «navigia» approdano lungo le coste «in partibus Lucaniae»,
ossia nelle terre dell’antica città di Paestum, nota anche come Lucania
nell’alto Medioevo, e sulle spiagge del Cilento13. Qui uno degli appro-
di più attraenti era il porto alla foce del Sele, dove a partire dall’XI
secolo è ricordato l’eloquente toponimo Mercatellum14. Anche que-
sto fiume, come il Volturno, intersecava una delle vie più importanti
nel sistema delle comunicazioni del Mezzogiorno. Risalendo per una
decina di km le acque del Sele si giungeva all’approdo fluviale, anco-
ra utilizzato in età medievale, sotto il ponte della Popilia, l’antica di-
10 Questo percorso fu seguito dagli Agareni stanziati presso la foce del Garigliano
quando nell’883 distrussero il cenobio cassinese: CILENTO, Le origini della signoria
capuana.
11 DALENA, Dagli Itinera ai percorsi, pp. 63 ss.
12 Per le terre di Alife, DI MURO, Territorio e società, si veda anche infra.
13 Un Acto lucaniano è ricordato a partire dal 950, CDC, I, CLXXIX, p. 232.
Per l’actus Lucaniae si veda TAVIANI CAROZZI, La Principauté, I, pp. 502-508.
Secondo Michael MC CORMICK, The origins, p. 622, l’interesse dei napoletani per le
vie fluviali sarebbe legato esclusivamente alle comunicazioni con Roma. La circo-
stanza che nello stesso capitolo 13 si faccia riferimento alla Campania settentriona-
le e agli approdi lucani rende difficilmente praticabile l’ipotesi. Per Paestum-Lucania
si veda ERCHEMPERTO, c. 3, p. 243.
14 Per Mercatellum DI MURO, Le terre del medio e basso corso del Sele. ID.,
Mezzogiorno longobardo.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0016
17Il contesto del Pactum Sicardi
rettrice Capua-Reggio15. Il porto fluviale si trovava al centro della
pianura di Salerno-Paestum, a circa 30 km da Salerno, centro rag-
giungibile seguendo la via Popilia in direzione Nord o, in alternativa, il
percorso parallelo che lambiva i colli tra Eboli e Giffoni, a pochi km
dallo sterminato serbatoio silvestre dei Monti Picentini e dal Massic-
cio dell’Alburno16. Un altro percorso, partendo dal porto di Agropoli
nel Cilento, costeggiava il litorale e giungeva a Salerno17. La regione
del Cilento, ricca di boschi, apriva sin dall’alto Medioevo le vie di
comunicazione terrestri verso Scalea e la costa tirrenica della
Calabria18, proseguendo in direzione Sud-Est lungo l’itinerario Salerno-
Agropoli.
 In conclusione, l’orizzonte geografico descritto rivela un aggan-
cio evidente alle maggiori direttrici di transito della Campania
altomedievale, in particolare ricadenti in alcune delle aree più produt-
tive del Principato, quali la pianura del Volturno, la Liburia, la piana
del Sele e i monti circostanti. Si tratta di elementi che confortano
l’impalcatura economico-commerciale che, secondo l’opinione del
Citarella, sottostà, almeno in parte, alla redazione del Pactum19.
15 DALENA, Dagli Itinera ai percorsi; DI MURO, Le terre del medio e basso corso
del Sele.
16 DI MURO, Mezzogiorno longobardo. Infra
17 L’itinerario fu seguito dagli ambasciatori bizantini diretti a Salerno nell’ago-
sto del 787; lettera di Adriano I a Carlo Magno, Codex Carolinus nr. 82, MGH,
Epp. III, p. 616
18 DALENA, Passi, porti e dogane marittime.
19 Jean Marie Martin nel suo recente saggio sui Pacta tra Longobardi e Napole-
tani ha sottolineato, relativamente al Pactum Sicardi, la natura di trattato volto a
definire accordi di confine tra Napoletani e Longobardi, rimarcandone l’aspetto più
propriamente politico e mettendo in secondo piano l’aspetto economico (MARTIN,
Guerre, accords et frontières, pp. 140-151). Così, ad esempio, il già ricordato
capitolo 13 del Pactum «De hominibus qui per flumina transierint et ut non detineatur
navigia in partibus nostris» viene interpretato sostanzialmente come volto princi-
palmente a consentire il passaggio di ufficiali napoletani dal capoluogo (Napoli) a
Gaeta attraverso le vie di terra controllate dai Longobardi (ibid., p. 140). Tuttavia il
medesimo capitolo si conclude, come si è ricordato, con l’accenno ai «navigia» che
si recano «in partibus Lucanie», area in cui non sussistono dipendenze amministra-
tive napoletane. In questo senso misembra che la lettura del Martin sia da ribaltare
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0017
18 Il contesto del Pactum Sicardi
La storiografia ha indicato nel comparire dell’elemento arabo nella
contesa tra Benevento e Napoli nell’835 la ragione che avrebbe spin-
to Sicardo a giungere ad un accordo con Andrea20, ma anche alla
luce dell’interesse commerciale che trapela dai capitoli del Pactum,
tale motivazione appare forse troppo riduttiva. Come si arrivò alla
redazione del Pactum e quali furono i motivi che portarono alla stesu-
ra di un accordo di tale tenore nei primi decenni del IX secolo, costi-
tuiscono quesiti di una certa rilevanza per tentare di chiarire alcuni
aspetti riguardanti l’evoluzione della società longobardo-meridionale
e quale parte essa assunse in quella complessa area di scambi che si
organizzò lungo le coste tirreniche, una tra le più dinamiche dell’Eu-
ropa altomedievale21.
e che sia piuttosto l’aspetto commerciale, peraltro evidenziato dallo stesso autore,
a costituire l’interesse principale di Sicardo e il passaggio degli ufficiali napoletani,
accomunati ad altri generici soggetti, sospinto sullo sfondo, quasi elemento margi-
nale, come appare chiaro dalla strutturazione del testo («Item stetit de fluminibus
qui in fine Capuana sunt, hoc est Patria, Velturnas atque Melturnas, ut in ipsa
traiecta sint licencia transeundi tam negociantibus quam et responsalibus vel militibus
seu aliis personis de ducatu vestro Neapolitano, salva consuetudine nostra, inlesi
debeant transire»). Tale interpretazione mi sembra difficilmente equivocabile con-
tinuando a scorrere il capitolo, dove la preoccupazione ricade sulla sorte delle
imbarcazioni napoletane che dovessero fare naufragio e sulle loro merci («Barcas
enim que ibidem ad hora canseverint vel pro tempestate subduxerint aut applicaverint
per tota ipsa plagia vel ubicumque in fine principatus nostri venerint, secure et
inlese, sicut superius legitur, debeant esse. Si autem et voluerint negociare ibidem,
persolvant secundum antiquam consuetudinem ; t(antu)m ut si, peccato faciente,
navis rupta fuerit, res que in ea invente fuerint eis reddantur cuius fuerunt et cuius
sunt, homines autem sani et illesi ad propria sua revertantur»). Pactum p. 194. Per
altri aspetti del Pactum Sicardi riconducibili al commercio si veda infra.
20 Si veda ad es. RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, p. 54. Da ultimo MARTIN,
Guerre, accords et frontières pp. 84, 144. L’interpretazione scaturisce da un passo
di Giovanni Diacono che nei suoi Gesta episcoporum Neapolitanorum afferma che
Sicardo ricercò l’accordo dopo l’assedio di Napoli «pavore ... perterritus» per la
violenza dei Sarceni; IOHANNIS DIACONI, Gesta, p. 431.
21 Sui commerci lungo le coste tirreniche si veda in generale MC CORMICK, The
origins, pp. 618-630; si veda anche infra.
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19Il contesto del Pactum Sicardi
I.2. Il contesto politico
L’accordo si inserisce nel secolare e quasi inestricabile groviglio
delle relazioni tra quanto rimaneva del dominio bizantino in Campania
e i Longobardi meridionali, caratterizzato da conflitti endemici e inte-
se perennemente vacillanti, e segue di circa 50 anni un altro accordo
tra i governanti di Benevento e Napoli a noi noto, il Pactum sotto-
scritto da Arechi II e Stefano II per definire la spartizione delle con-
tese terre liburiane, tra Pozzuoli e Nola (780 ca)22. Proprio questo
precedente può essere assunto quale riferimento cronologico, dal quale
partire per richiamare brevemente l’evolversi delle relazioni tra Na-
poli e Benevento tra la fine dell’VIII e i primi decenni del IX secolo.
 Nel solco dei suoi predecessori Arechi II aveva tentato di assog-
gettare al Ducato di Benevento la fertile parte della pianura vesuviana
ancora in mano ai Napoletani23. A spingere Arechi II ad abbandonare
il progetto di conquista delle terre al di là del Clanio fu la necessità di
una riformulazione più ampia della strategia politica beneventana sul-
lo scacchiere delle relazioni con Bisanzio e Carlo Magno. La sua
decisione di proclamarsi princeps langobardorum, all’indomani della
caduta di Pavia e all’assunzione del titolo di rex Langobardorum da
parte di Carlo Magno nel 774, aveva, come è noto, portato a forti
tensioni con il sovrano franco, il quale ben presto minacciò una spedi-
zione per reprimere la pericolosa dichiarazione antagonista del signo-
re di Benevento24. La sollevazione dei Sassoni distolse forse Carlo
da una reazione immediata, circostanza che fu probabilmente perce-
pita da Arechi come favorevole al consolidamento della sua posizio-
ne25, presumibilmente anche nella prospettiva di un accordo a più
ampio raggio con Ildebrando di Spoleto, Rotgaudo del Friuli e
Reginaldo duca di Chiusi. Sedata da Carlo la rivolta di Rotgaudo nel
776 e dopo il giuramento di fedeltà a Carlo di Ildebrando di Spoleto
22 Consuetudo Leburie et Pactum, pp. 213-215; CASSANDRO, La Liburia, pp.
197-263; MARTIN, Guerre, accords et frontières.
23 Si veda ad es. RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, pp. 49-51.
24 DELOGU, Mito; RUGGIERO, Il Ducato di Spoleto.
25 BERTOLINI, Longobardi e Bizantini, pp. 541 ss.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0019
20 Il contesto del Pactum Sicardi
nel 77926, l’isolamento di Arechi si acuì. Il principe si affrettò a stabi-
lire la tregua con i Napoletani e buone relazioni con Bisanzio27. Così
pacificato il sempre risorgente contrasto con Napoli e assicuratosi
perlomeno la neutralità di Bisanzio, Arechi II poteva disporsi a resi-
stere al paventato attacco minacciato più volte dal suo rivale franco.
Si trattò di una pacificazione duratura, se si esclude l’anomalo episo-
dio dell’attacco di Arechi II ad Amalfi nel 78528. L’inizio del 787 vide
la sottomissione formale di Arechi II a Carlo, sceso con un esercito
sino a Capua: il principe riconosceva al sovrano franco un tributo
annuo oltre a consegnargli come ostaggio il figlio Grimoaldo. Ben
presto, tuttavia, il principe iniziò a tessere una nuova trama di accordi
con Bisanzio stringendo patti con Costantino VI, in base ai quali il
basileus avrebbe proclamato Arechi patrizio imperiale, estendendo il
suo dominio sulle città tirreniche ancora bizantine.
L’improvvisa morte di Arechi II il 26 agosto 787 cambiò comple-
tamente gli scenari: la vedova Adelperga, pur mantenendo ancora i
contatti con Bisanzio, si proclamò fedele al sovrano franco e in tal
modo ottenne il ritorno in patria del figlio Grimoaldo, dopo che que-
st’ultimo ebbe giurato fedeltà a Carlo (788). Dopo la vittoriosa batta-
glia in Calabria contro l’esercito bizantino guidato dal patrizio di Sici-
lia e dal fratello di Adelperga, già re dei Longobardi, Adelchi (788),
Grimoaldo III ben presto manifestò la sua intenzione di staccarsi da
ogni forma di dipendenza dai Franchi, eliminando il nome di Carlo
dalle monete e dai documenti e sposando la principessa bizantina
Evanzia. Tale atteggiamento provocò la violenta risposta dei Franchi,
che inviarono spedizioni militari nel Beneventano quasi ininterrotta-
mente dal 792 all’812, senza peraltro conseguire risultati significativi,
se si esclude la cessione del gastaldato di Chieti, aggregato al ducato
di Spoleto29. Le ricorrenti ostilità con i Franchi, che per oltre 20 anni
26 RUGGIERO, Il Ducato di Spoleto, p. 87
27 BERTOLINI, Carlo Magno e Benevento, pp. 663 ss.
28 Si veda infra.
29 Per questi avvenimenti CILENTO, Le origini della signoria capuana, pp. 76-
77; RUGGIERO, Il Ducato di Spoleto, pp. 88- 94; BERTOLINI, Carlo Magno e Benevento,
p. 665, n. 269
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0020
21Il contesto del Pactum Sicardi
interessarono il territorio beneventano, indussero i successori di Arechi
ad abbandonare la politica di aggressione nei confronti delle città
costiere del Ducato. È significativo che il primo attacco longobardo
ad un centro bizantino campano dopo l’assalto ad Amalfi di Arechi
del 785, si ebbe solo dopo la pace stabilita con i Franchi (812): si
tratta dell’offensiva contro Napoli di Grimoaldo IV (815),il quale,
sbaragliata in campo aperto la milizia napoletana, inseguì i superstiti
fino a porta Capuana, ingloriosamente serrata dal duca Antimo in fuga,
mentre le donne napoletane urlavano la loro rabbia per la sconsiderata
decisione del duca di affrontare i Longobardi in campo aperto30.
Gli anni di governo di Sicone (817-832) e di Sicardo (832-839)
videro il prolungarsi della tregua nelle ostilità con i Franchi. In questi
stessi anni si assiste significativamente ad un’accelerazione nelle stra-
tegie espansionistiche verso i domini bizantini campani: le cronache
ricordano ben tre assedi portati a Napoli da Sicone, in uno dei quali il
principe riuscì a sottrarre alla città le reliquie di san Gennaro e a
traslarle nella cattedrale di Benevento (a. 831). Altri due assedi furo-
no condotti da Sicardo (aa. 833 e 835)31. Erchemperto dunque non
esagerava quando scriveva che i Napoletani furono «oppressi [...]
durius a genitore et filio [scil. Sicone e Sicardo] per sedicem annos
continuos»32. Nell’836 si giunse, infine, alla pace quinquennale, alme-
no nelle dichiarazioni, ratificata dal Pactum Sicardi. Si è ricordato
come tale accordo sia stato interpretato quale conseguenza dell’aiuto
prestato dagli Aghlabiti di Palermo ai Napoletani nel corso dell’asse-
dio di Sicardo alla città dell’83533. Appare sospetto tuttavia che al
primo imprevisto, pur disponendo di un’organizzazione militare indub-
biamente superiore e libero da altre minacce, Sicardo si sia affrettato
a concordare una pace. Innanzitutto tale interpretazione dipende in
gran parte da un passo di Giovanni Diacono, che scrisse i suoi Gesta
molti anni più tardi34 e che dunque può aver potuto trasporre ai tempi
30 ERCHEMPERTO, cap. 8.
31 Per i quali si veda RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, pp. 53-54.
32 ERCHEMPERTO, c. 10.
33 Supra.
34 IOHANNIS DIACONI, Gesta, p. 431. «Contra hunc etenim Andream Sichardus
[...] innumerabilis molitus est irruptiones. Pro quibus commotus Andreas dux [...]
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0021
22 Il contesto del Pactum Sicardi
di Sicardo il terrore che qualche anno più tardi gli Agareni seminaro-
no nelle contrade del Mezzogiorno e di cui egli era testimone. Di
fatto nel Pactum, nonostante l’ampiezza degli argomenti trattati, non
si trova accenno alcuno ai Saraceni, e ciò appare significativo soprat-
tutto se si pensa che appena dieci anni più tardi in un altro celebre
accordo che sancì la pacificazione tra i successori di Sicardo, la Divisio
Ducatus, si menzionassero più volte gli Agareni, divenuti, adesso sì,
elemento devastante per le terre dell’antico Ducato e non solo35.
 In realtà le ragioni profonde del Pactum Sicardi vanno ricercate
altrove, tra le pieghe di un ambiente socio-economico in forte tra-
sformazione e non nell’anacronistico Sicardo di Giovanni Diacono
«pavore [...] perterritus»36 di fronte alle schiere agarene sodali dei
Napoletani, frutto di un errore di prospettiva storiografica, anche per-
ché gli eventi successivi mostrano come non si arrivasse ad una vera
e propria pacificazione: ben presto infatti gli Agareni alleati dei Na-
poletani assediarono Brindisi (838) e Sicardo aggredì le terre poste
lungo il litorale tra Torre del Greco e Stabia, attaccando poi (838)
Sorrento e Amalfi, e facendo capitolare quest’ultima37.
I.3. Il contesto economico-produttivo
La cifra dello sviluppo socio-economico, che caratterizzò il Prin-
cipato di Benevento e il Ducato di Napoli nell’arco dei 50 anni che
dividono il Patto di Arechi da quello di Sicardo, si può cogliere fin da
ora negli interessi che tali strumenti focalizzano: la regolamentazione
dei rapporti relativi allo sfruttamento della terra (anche se si trattava
di una terra tra le più fertili dell’Europa altomedievale) costituiva nel
patto arechiano pressoché l’unico argomento dell’intesa, mentre nel-
validissimam Saracenorum hostem ascivit. Quorum pavore Sichardus perterritus,
infido cum illo quasi ad tempus inito foedere, omnes ei captivos reddidit.».
35 Per la presenza delle bande saracene nel IX secolo nel Mezzogiorno si riman-
da a CILENTO, Italia meridionale longobarda.
36 IOHANNIS DIACONI, Gesta, p. 431.
37 SCHIPA, Il Principato di Salerno, pp. 99-100.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0022
23Il contesto del Pactum Sicardi
l’accordo di Sicardo ad emergere è l’interesse affinché si stabilisse
un clima favorevole ai reciproci contatti commerciali, riflesso di una
società in cui le strutture economiche avevano conosciuto una signi-
ficativa evoluzione. E in effetti negli anni che vanno grossomodo dal-
l’ascesa di Arechi II (758) alla morte di Sicardo (839) le terre gover-
nate dai Longobardi beneventani, da una parte, e dai Bizantini napo-
letani dall’altra, rivelano una straordinaria crescita economica e cul-
turale senza confronti nei tre secoli precedenti.
I.3.1. Le risorse beneventane: territorio, produzioni e mobilità.
Le indagini archeologiche iniziano a delineare il quadro di un cre-
scente interesse per la gestione della terra nel Mezzogiorno longobardo
a partire dalla metà del VII secolo, con l’emergere di una nuova rete
di insediamenti nelle campagne dopo gli abbandoni dei secoli V-VI,
almeno in alcune aree del Ducato (Salerno, Sannio, Irpinia)38, a fron-
te di evidenti segnali di accelerazione del degrado urbano39, mentre
per altre aree, in particolare per la Puglia settentrionale, le ricerche
archeologiche sembrano individuare nelle campagne una certa conti-
nuità insediativa fino al VII secolo, pur nel contesto di chiari fenome-
ni di destrutturazione40. La ricostituzione di una rete insediativa nelle
38 DI MURO, Territorio e società. Per il generale declino economico della Campania
tra V e VI sec. si veda SAVINO, Campania tardoantica, pp. 86-133. Lo studioso
sembra porre l’accento sul ruolo dell’invasione longobarda nella decadenza delle
strutture economiche della regione, valutazione non condivisibile appieno conside-
rando gli evidenti fenomeni di destrutturazione già in atto almeno dal IV secolo in
alcune aree, ad es. l’Agro nocerino-sarnese, il Salernitano, l’Avellinese con l’abban-
dono di numerose villae rustiche, o a partire almeno dal V secolo, in città quali
Salerno, Paestum, Benevento, Alife, Capua etc. Si deve supporre che, come altrove,
l’arrivo dei Longobardi accelerò una marcata disarticolazione già in atto.
39 VITOLO, Premessa; DI MURO, Territorio e società. Solo Benevento, sede
dell’autorità ducale, emerge dalle fonti scritte e dall’archeologia come centro urbano
della Langobardia minor connotato da una certa vitalità; si vedano ad es. PEDUTO,
Insediamenti longobardi; LUPIA, Testimonianze di epoca altomedievale.
40 VOLPE, Villaggi, pp. 230-234.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0023
24 Il contesto del Pactum Sicardi
campagne in questi decenni, connessa spesso a poli religiosi di diffe-
rente rilevanza (santuari e piccole chiese rurali), come è stato riscon-
trato nel Salernitano e in Irpinia, può essere spiegata in parte come il
riflesso di un riassetto della proprietà fondiaria diretta dai nuovi si-
gnori della terra longobardi, frutto delle spartizioni conseguenti la fase
espansiva della conquista41. Collassata definitivamente con l’invasio-
ne longobarda la già precaria rete di distribuzione e consumo delle
merci, e con essa i centri urbani dell’Italia meridionale longobarda,
l’interesse dei nuovi gruppi dirigenti, dopo una prima fase in cui pre-
valse una politica di rapina42, si sposta decisamente dalle declinanti
città alle campagne e ai boschi, i nuovi centri nevralgici dell’econo-
mia. Negli stessi anni si riscontra una circolazione monetaria, seppur
ridotta, di nominali di basso contenuto d’argento (frazioni di siliqua
ad imitazione di monete bizantine dell’imperatore Eraclio, 610-641)
forse per le necessità quotidiane di scambio43, accanto all’introduzio-
ne di tremissi e solidi aurei agganciati al sistema monetario bizanti-
no44. Probabilmente tale stato di cose fu favorito da una seppur de-
bole ripresa demografica conseguente, almeno in parte, alla cessa-zione delle epidemie che avevano funestato dall’età giustinianea l’Italia
per lungo tempo45. Altri indicatori, quali le occupazioni abusive di boschi
fiscali documentate nell’VIII secolo, da una parte rivelano lo scarso
controllo del Sacro palazzo beneventano su talune aree del Ducato46,
dall’altra manifestano una significativa fase di riconquista non piani-
ficata di terre, la cui spinta propulsiva proveniva dagli strati inferiori
della società longobardo-meridionale, segno di una decisa ripresa
demografica e di una certa libertà d’azione.
41 DI MURO, Il castello, la curtis e il santuario.
42 Per i primi tempi della conquista, GASPARRI, Il ducato e il principato, pp. 94-
100.
43 ROVELLI, Monete, pp. 369-370.
44 DELOGU, La fine del mondo antico, p. 19.
45 Sugli effetti della peste e sul peso che questa ebbe in Occidente MC CORMICK,
The origins, su posizioni in parte divergenti WICKHAM, Framing the Early Middle
Ages.
46 Si veda ad es. CSS, pp. 337-338, gaio Fecline (a. 774) nel territorio di Ascoli
Satriano, FELLER, L’économie des territories, p. 225.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0024
25Il contesto del Pactum Sicardi
Parallelamente, i decenni precedenti la metà dell’VIII secolo vedo-
no il decisivo delinearsi di un’aristocrazia di palazzo, i cui membri appa-
iono legati al duca, sempre più sovrano nelle sue terre, una vera corte
nella quale trovavano posto giocolieri, artifices ed ecclesiastici. Il lega-
me del duca con gli esponenti dell’aristocrazia di palazzo si manifesta
attraverso elargizioni di beni fondiari, frammenti dello sterminato patri-
monio fiscale costituente la base del potere ducale47. È ragionevole sup-
porre che anche gli ufficiali preposti all’amministrazione delle diverse
circoscrizioni, in cui si declinava la strutturazione amministrativa del
Ducato (i gastaldi), partecipassero delle benevoli attenzioni dei duchi.
Tali donazioni andavano a sommarsi alla base pregressa dei possedi-
menti dell’aristocrazia beneventana, frutto probabilmente delle spartizioni
conseguenti alle guerre di conquista, creando le basi concrete di una
rinnovata ricchezza su base fondiaria. Fu probabilmente questo il mo-
mento in cui si consolidarono i cospicui patrimoni fondiari delle aristo-
crazie del Ducato, emergenti dalle carte della fine dell’VIII secolo48.
Sull’abbrivio di questa ripresa della strutturazione del possesso
fondiario e dell’insediamento rurale, nella seconda metà dell’VIII
secolo si riscontra una marcata crescita nell’economia longobardo-
meridionale. Le fonti scritte e le fonti materiali sembrano lasciare
pochi dubbi in proposito49.
Un elemento fondamentale della ripresa, ben rilevabile a partire
dalla seconda metà dell’VIII secolo, si deve individuare nelle moda-
lità di gestione dei grandi patrimoni fondiari laici ed ecclesiastici, che
proprio in questi anni è possibile delineare dalle carte d’archivio. Una
rilettura delle fonti scritte alla luce dei (pur se pochi) dati archeologici
disponibili ha permesso di rilevare come nelle terre del Ducato-Prin-
47 Sulla genesi e lo sviluppo dell’aristocrazia di palazzo beneventana si vedano
le acute considerazioni di Stefano GASPARRI, Il ducato e il principato, pp. 105-107,
anche sulla scorta degli studi di Carlrichard BRÜHL, Zentral- und Finanzverwaltung,
pp. 81-86.
48 Infra.
49 FELLER, L’économie des territories; DI MURO, Territorio e società. Si veda
anche infra.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0025
26 Il contesto del Pactum Sicardi
Fig. 2: Santa Maria in Civita (CB),
 da FRANCOVICH-HODGES, Villa to Village.
cipato di Benevento tra VIII e IX secolo si sviluppi e si diffonda un
sistema di produzione fondato su modalità di conduzione del grande
dominio fondiario di tipo curtense, analoghe a quelle che si andavano
attestando nel resto dell’Europa carolingia50.
Alcuni esempi di come fosse strutturata materialmente un’azien-
da curtense in Italia meridionale iniziano ad emergere dalle ricerche
condotte sul territorio della Langobardia minor. Gli scavi archeologici
di Richard Hodges sulla collina di Santa Maria in Civita nei pressi di
Guardialfiera nella valle del Biferno (Molise) hanno portato alla luce
un complesso insediamento d’altura attivo nel IX secolo, definito da
due recinti murari attigui, una chiesa, una torre, dimore lignee e depo-
siti per i cereali. I materiali rinvenuti e la strutturazione bipartita del-
l’insediamento hanno consentito di interpretare il sito come il centro
di un’azienda curtense51.
50 DI MURO, Territorio e società, in part. pp. 25-40. Anche nell’opinione di
TOUBERT, L’assetto territoriale, andrebbero attenuati i giudizi su una ‘debolezza’
della curtis meridionale di DEL TREPPO, La vita economica e sociale e WICKHAM, Il
problema dell’incastellamento, in part. pp. 291-293.
51 FRANCOVICH-HODGES, Villa to village, pp. 81-82; un insediamento analogo è
stato rinvenuto dallo stesso studioso a Colle Castellano nella Terra di San Vincen-
zo, ibid. p. 83 con bibliografia di riferimento.
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27Il contesto del Pactum Sicardi
Le prime indagini condotte presso la cinta muraria di Clusa sulla
collina di Santoianni, nei pressi di Teano, hanno evidenziato un tipo di
organizzazione insediativa anche qui di stampo curtense. Tra la fine
dell’VIII secolo e i primi decenni del IX, sul sito di un agglomerato
antropico aperto preesistente (fine VII secolo- inizi VIII), si elevò un
recinto in pietra (lunghezza massima di 115 metri; larghezza massima
di 48 metri), al cui interno si costituì un villaggio con abitazioni proba-
bilmente in legno e con una casa in muratura sul punto più elevato
dell’insediamento (fig. 3). L’abitato presenta in questa fase segni di
una gerarchia sociale, assenti negli anni precedenti, la cui traccia più
evidente è la dimora in muratura, e una diversificazione delle attività
produttive svolte all’interno del recinto (metallurgia, macellazione).
 Per lo stesso periodo si rinvengono tracce di un secondo nucleo
demico appena fuori dalle mura, lungo la costa meridionale del colle.
La presenza di abitazioni all’interno della cortina muraria e lungo i
Fig. 3. La curtis di Clusa a Pietravairano (CE). (Rilievo arch. A.Carucci)
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28 Il contesto del Pactum Sicardi
versanti al di fuori delle mura pare riconducibile, da un punto di vista
funzionale, ad una organizzazione bipartita dell’insediamento52. Si tratta
di caratteri insediativi analoghi agli elementi che caratterizzano alcu-
ni abitati altomedievali indagati in Toscana negli ultimi anni53. La do-
cumentazione d’archivio dei secoli X e XI, nella quale la vasta tenuta
di Clusa, appartenente ai potenti conti di Teano, è ricordata come una
curtis tra le cui pertinenze erano anche un mulino e una chiesa54,
sembra confermare l’ipotesi di un centro curtense. La strutturazione
materiale della curtis di Clusa fornisce un interessante esempio delle
analogie materiali tra una curtis longobardo-meridionale e una curtis
dell’Italia carolingia. L’esistenza di un’evidente connessione mate-
riale tra i due nuclei insediativi intra e extramurano (interpretabili
come caput curtis e casae massariciae) del complesso di Clusa si
può valutare come il portato di un più complesso rapporto tra signore
fondiario, servi e liberi coloni, e di conseguenza di modalità di con-
trollo su uomini e risorse all’interno dell’azienda. Lo stanziamento dei
coloni, non dispersi sulle terre ma vicini al centro amministrativo del-
l’azienda, confinanti con la parte gestita direttamente dal possessore,
lascia trasparire un senso pratico funzionale a tale opzione, ovvero
l’interdipendenza tra le due parti, il cui raccordo naturale è la presta-
zione d’opera, legante indispensabile dell’unità aziendale.
Una sequenza insediativa più complessa caratterizza la curtis di
Santa Maria a Corte ad Olevano sul Tusciano (SA): qui sulle struttu-
re di una preesistente villa rustica, abbandonata in età tardoantica e
parzialmente rioccupata nel VII secolo, si innestò nel IX secolo unrecinto in muratura munito di una torre quadrata e di una torre
semicircolare. Il ricetto si giustappose e andò ad integrare i resti del-
la villa rustica. All’interno del recinto sopravvivono, assieme ai ruderi
di un palazzo del XIII secolo che fu residenza dell’arcivescovo di
52 Su Clusa DI MURO, Territorio e società.
53 Per i quali si vedano FRANCOVICH-HODGES, Villa to Village; VALENTI, L’insedia-
mento altomedievale.
54 GATTOLA, Ad Historiam Abbatiae Casinensis Accessiones, I, p. 43, a. 1049:
«Curte nostra quae dicitur Clusa». I ruderi della chiesa di San Giovanni sono ancora
visibili nei pressi della porta d’ingresso al recinto.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0028
29Il contesto del Pactum Sicardi
Salerno55, una prima chiesa ad aula datata al X-XI secolo ed una
seconda chiesa di dimensioni minori, sempre ad unica navata, termi-
nante in una ampia abside semicircolare meno profonda della prima,
datata al IX secolo.
La documentazione scritta soccorre nel comprendere meglio la
natura di tale insediamento: nell’849 il principe Siconolfo acquisisce
tramite commutatio dall’abate di San Vincenzo al Volturno la rem
eius monasteri cum curte, casis seu ecclesia in loco Tusciano56,
la curtis di Santa Maria ad Olevano sul Tusciano (SA)57. L’espres-
sione «rem [...] cum curte, casis seu ecclesia» pare definire un orga-
55 CARUCCI, Un feudo ecclesiastico, pp. 12 ss.
56 CV, I, p. 256. In cambio il monastero acquisisce un’altra curtis nei pressi di
Benevento di maggior valore rispetto a questa del Tusciano.
57 Cfr. DI MURO, Territorio e società.
Fig. 4: Olevano sul Tusciano, curtis di S. Maria,
modificata da PEDUTO, Insediamenti longobardi.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0029
30 Il contesto del Pactum Sicardi
nismo di gestione della terra che esemplifica i tratti caratteristici di
un’azienda curtense: la rem, ovvero il dominio fondiario nel suo com-
plesso, composta da una curtis, il centro dominico dell’azienda, dalla
quale si pianificano e si dirigono le modalità dello sfruttamento del
territorio, dalle casis, ovvero le casae massariciae, il settore a
conduzione indiretta, organicamente collegato al dominicum, e infine
l’ecclesia, momento in cui le due anime dell’organismo curtense si
incontrano nella condivisione di una medesima aspirazione spirituale,
ma anche segno di controllo sui rustici stanziati all’intorno58.
Nel 2004 uno scavo di emergenza condotto nella contrada
Scorciabove di Lucera (FG) dalla locale Soprintendenza ha portato
alla luce i resti di un grosso insediamento rurale altomedievale, attivo
almeno fino a tutto il IX secolo: si tratta probabilmente di una curtis,
di cui si è individuato parte dell’edificio dominico, nei pressi del quale
è stato rinvenuto un tremisse di Grimoaldo III (788-792, tipo Grimolado
con Carlo Magno) (fig. 5)59.
58 DI MURO, Il castello, la curtis e il santuario.
59 Ringrazio il dott. Francesco Paolo Maulucci, direttore dell’ufficio archeolo-
gico di Foggia per la segnalazione.
Fig. 5: Tremisse di Grimoaldo III, da Scorciabove di Lucera (FG)
 (foto Soprintendenza archeologica della Puglia, Ufficio di Foggia).
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31Il contesto del Pactum Sicardi
Una ricognizione condotta sulle carte d’archivio relative alle curtes
meridionali redatte tra la seconda metà dell’VIII secolo e la prima
metà del IX sembra aver confermato quanto va emergendo dalle analisi
archeologiche: nel Ducato-Principato di Benevento tra VIII e IX se-
colo si rinvengono numerose grandi aziende fondiarie bipartite, ove
parte gestita in economia e parte affidata a coloni liberi erano con-
nesse da prestazioni d’opera, organismi del tutto simili a quelli pre-
senti nell’Europa carolingia60.
 Dall’inizio del IX secolo si assiste alla diffusione sempre più
capillare di un sistema organizzativo della grande proprietà di stampo
pienamente curtense61, circostanza che contribuì, almeno in alcune
regioni dell’Italia meridionale, ad una riaggregazione delle popolazio-
ni rurali e di una nuova trama insediativa62, funzionale anche ad una
razionalizzazione dello sfruttamento delle risorse del territorio e della
forza-lavoro. Promotori di questo sviluppo sono i ceti dirigenti.
Un fattore decisivo per la valutazione delle capacità economiche
delle élites altomedievali è evidentemente legato alla consistenza e
alla diffusione geografica dei patrimoni fondiari63. Nel Ducato-Prin-
cipato di Benevento i maggiori possessori della terra tra fine VIII e
metà IX secolo, dopo il sovrano, sembrano essere i grandi enti mona-
stici: San Benedetto di Montecassino64 e San Vincenzo al Volturno65,
i monasteri qui forciores sunt secondo l’espressione icastica di un
benefattore dell’80366 che, accanto agli estesi patrimoni fondiari ad
essi contigui, la terra Sancti Benedicti e la terra Sancti Vincencii,
possedevano alla metà del IX secolo beni nei maggiori centri e in
60 DI MURO, Territorio e società, in part. pp. 35 ss.
61 Ibid. Per le analogie tra curtis meridionale e curtis carolingia si veda anche
TOUBERT, L’assetto territoriale.
62 DI MURO, Territorio e società. Per questo aspetto si veda anche HODGES,
Goodbye to the Vikings?, in part. pp. 151-156.
63 Da ultimo WICKHAM, Framing the Early Middle Ages.
64 Si veda FABIANI, La Terra di San Benedetto; BLOCH, Monte cassino in the
Middle Age.
65 Sulla consistenza patrimoniale di San Vincenzo al Volturno DEL TREPPO, La
vita economica e sociale; WICKHAM, Monastic lands.
66 CV, I, p. 260.
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32 Il contesto del Pactum Sicardi
ogni regione dell’antico Ducato, costituiti in massima parte da curtes
donate dai sovrani e da ricchi possidenti longobardi67.
È evidente come le considerazioni in merito alla valutazione dei
patrimoni fondiari delle aristocrazie meridionali siano condizionate dalla
documentazione sopravvissuta e dalla quasi completa scomparsa di
notizie sulla consistenza di quelli appartenenti ai laici. Alcuni elementi
però inducono a sostenere che i patrimoni delle èlites guerriero-
fondiarie longobardo-meridionali potessero gareggiare con quelli del-
le grandi signorie fondiarie monastiche.
La Recordatio del nobile Potone, databile alla metà del IX se-
colo, costituisce l’esempio più sorprendente di quanto potesse es-
sere vasto il dominio fondiario di un membro dell’aristocrazia laica
67 Medesima rilevanza, se non maggiore, in quanto a possedimenti fondiari
aveva il monastero beneventano di Santa Sofia che però a partire dall’ultimo quarto
dell’VIII secolo risulta dipendere dal cenobio cassinense, infra.
Fig. 6: La Recordatio di Potone
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0032
33Il contesto del Pactum Sicardi
beneventana68: il patrimonio69 risulta articolato in ben 49 curtes di-
sperse tra l’Abruzzo70, il Sannio71, l’Irpinia72, l’area Capuana73, il
68 Il documento citato è riportato in MURATORI, RIS, II, 2 coll. 283-284. Per la
datazione si veda MARTIN, Città e campagna e FELLER, L’économie des territories,
227, n. 46. Una nuova edizione in POHL, Werkstätte der Erinnerung, che non ho
potuto peraltro consultare.
69 Il documento è trascritto esclusivamente nel codice Vat. lat. 5001. Molte
difficoltà nell’individuazione dei luoghi nascono dagli errori commessi dal copista
del XIV secolo nella trascrizione del documento originario redatto in scrittura
beneventana, analogamente al Chronicon salernitanum (per cui si veda CILENTO,
Italia meridionale longobarda, pp. 97 ss, 126, n. 4). La t beneventana è facilmente
confondibile con il ci, onde nella curtem in Triciu può individuarsi una curtem in
Tritu, ossia nella val di Trita in Abruzzo. Nelle note successive si propone
l’individuazione di 32 delle 49 curtes citate nel documento di Potone.
70 Curtem in Termole (Termoli); Curtem in Tricium (Tritum, Trite-Trita, nei
pressi di Sulmona, DEL TREPPO, La vita economica e sociale; WICKHAM, Il problema
dell’incastellamento); curtem in Peturano (Pettorano sul Gizio, AQ); Castanietum
in silva que dicitur de Furti, propinquo casale de Pergule (forse Perulenei pressi di
Teramo, BLOCH, Monte cassino, p. 603).
71 Curtem in Casale Johannis (forse Casale San Giovanni, Carlantino-FG, A.
COSCIA, Carlantino tra storia e cronaca, Campobasso 1997, pp. 65 ss.); curtem in
Padule (forse Paduli, prov. BN, CSS, p. 610); curtem in Catule (Catola, San Marco
la Catola, FG, CSS, 314-315); curtem in Porticellum (Ponticellum nei pressi di
Benevento, CSS, 307, n. 1); curtem ad Buinianum (Bubianu, Bojano, CB, CSS, p.
680); curtem in Cauduni (Caudi?, Montesarchio, BN, CSS, p. 478 o più verosimil-
mente Auduni presso Gioia Sannitica, BN); curtem in Planu (caput de Plano, nei
pressi di Benevento, CV, I, 313); curtem in Cardulisi (forse ad Cardi, nelle vicinan-
ze di Benevento, CV, I, 255); curtem in Ambicitu (Sambicitu, presso S. Agata dei
Goti, CSS, p. 313); curtem in Tamaricellum (Tamarum, area del fiume Tammaro ad
est di Benevento, CSS p. 630); curtem in Scarpulani (Scapoli, IS?; curtem in
Mussanis (Mussano, Limosano, CB, CSS, p. 608); curtem in Teterno (Titerno,
fiume nel Beneventano, affluente del Volturno), curtem in Moliarino (Mellarino-
Mollarino, fiume che nasce dalle Mainardi nel Sannio, affluente del Melfa, CV, I, p.
325), curtem in Campo Famelicu, ubi ad Sanctum Doninum vocatur, forse nei
pressi di Telese dove è attestata una chiesa di San Donnino, per la quale si veda
BLOCH, Monte cassino in the Middle Age, p. 668, ma più verosimilmente nei pressi
di Venafro, non lontano dal Volturno, sulla via che conduce a Isernia, dove un
Campo Famelico è attestato nel X secolo, CV, II, p. 66, a. 954.
72 Curtem in Serra (forse nei pressi di Montefusco Irpino, AV o Pratola Serra,
AV, CSS 608, 610, n. 54).
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34 Il contesto del Pactum Sicardi
Salernitano74, la Puglia75, oltre a un castagneto e pascoli ancora in
Apulia. A questo quadro va aggiunto un numero imprecisato di curti,
quas habuimus in Latinianu, quae non sunt hic abbreviatae,
come specifica Potone. Si tratta, come si può vedere, di un dominio
fondiario vasto e diffuso in ogni area del Principato, concentrato
per lo più nelle aree preappenniniche e appenniniche, lungo le valli
fluviali e nei pressi dei maggiori centri urbani, al modo dei possedi-
menti vulturnensi e cassinesi76.
Dello stesso tenore doveva risultare il patrimonio del gastaldo
Guaccone (fig. 7) di Benevento, che nel 782 monacò il figlio
Guacciperto presso il cenobio cassinense. Da una serie di dona-
zioni all’archicenobio, compiute tra il 782 e il 792, possiamo rico-
struire il patrimonio di Guaccone. Il gastaldo possedeva ben tren-
ta casales, nel senso di aziende curtensi77, dispersi pressoché
73 Curtem in Viviano, (Vivano, nei pressi del Lago Patria in Liburia, CV II, p. 100).
Curtem ad Rubianum, Ruviano in provincia di Caserta, si veda ad es. Chronica Monast.
Casinensis, I, 19, p. 64 n. 19.
74 Curtem in Materno (Materno fraz. di Salerno, CDC, IX, p. 302); curtem in
Malliano (Maliano, appena fuori Salerno nei pressi del fiume Irno, CDC, I, p. 58);
curtem in Felictu (Felecta, oggi Filetta, nelle campagne di Salerno CDC, IV, pp. 162,
216); curtem in Barbazzanu, (Barbaciano presso Nocera,CDC, I, 9 ); curtem in Testazzu
(Nocera, CDC, I,15, XIV, a. 824; CDC I, 18, XVIII, a. 835 vedi anche infra ).
75 Curtem de Rivalvini (nei pressi di Santa Croce di Magliano è attestato un
vallone de Rivo vivo, vicino alla via Larinense, nei pressi del Fortore BLOCH, Monte
cassino in the Middle Age, p. 422); Curtem in Potesanu (Potessano?, nei pressi di
Fiorentino, FG, CSS, II, pp. 739-740); curtem in Perticata (Perticara, vicino Lucera,
FG, CDC, I, 22); pastulum nostrum apud civitatem Arpu, (Arpi, FG); curtem de
Sinderisi in Canose (Canosa), curtem in Aquasata (forse Aqua Sancta presso Ascoli
Satriano, FG, CSS, 52); castanietum ad Sanctum Trifonem (San Trifone nel territo-
rio di Apricena, FG, attestato dal XIII sec. Un S. Trifone è attestato nel XIV sec.
anche a Martorano di Nola, NA, RDI, Campania, ma più verosimilmente si tratta
del loco qui nominatur ad Trefone di un documento cassinense del 948, per il quale
si veda BLOCH, Monte cassino in the Middle Age, p. 750).
76 Per la geografia dei possedimenti di San Vincenzo al Volturno si veda infra. Per
i possedimenti cassinesi, di cui risulta più complicata una ricostruzione puntuale per
i secoli VIII e IX, si veda ad es. TOUBERT, Dalla terra ai castelli, pp. 102-104.
77 Chronica monast. casinensis, pp. 50-51, 60-62, GATTOLA, Ad Historiam
Abbatiae Casinensis Accessiones, pp. 19-20. Di questi è stato possibile individuar-
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35Il contesto del Pactum Sicardi
ne 22. Che i casali di Guaccone fossero degli organismi di tipo curtense si coglie, da
alcuni elementi; ad esempio i casalia sono offerti in integrum cum servis et ancillis
alcuni dei quali affrancati a condizione di dover prestare ad ipsam curtem [cui
evidentemente afferiscono] ... per annum opera unam, legandoli così all’azienda di
origine, dove continueranno a risiedere, probabilmente su lotti del dominicum. Per
la natura ‘curtense’ dei casalia di Waccone si veda DI MURO, Territorio e società.
Per casale nel senso di curtis in alcuni documenti altomedievali si veda DEL TREPPO,
La vita economica e sociale, p. 51.
78 [Casalem] ad Ripam (Ripa Teatina?, il toponimo ricorre in un doc. di
Montecassino dell’XI sec. BLOCH, Monte cassino in the Middle Age, pp. 852, 855.)
79 [Casales] in Monte Nigro (Montenero di Bisaccia, CB?); in Tamaro (fiume
Tammaro) ; in Sancta Agnete (Fossalto – CB,per l’identificazione si veda Chronica
monast. Casinensis, I, 14-15, p. 60, n. 30); in Caudis (Montesarchio – BN); sub
Apice (Apice – BN) et Toroniano erga fluvium Arbi (fiume Ufita presso Melito,
ovunque nel territorio del Principato: dall’Abruzzo78 al Sannio79,
dove vi era la maggior concentrazione di possedimenti, dall’Ir-
Fig. 7. I possedimenti di Guaccone
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36 Il contesto del Pactum Sicardi
pinia80 alla Terra di Lavoro81, dalla Puglia82 alla Lucania83 fino al
Latiniano84. Inoltre Guaccone possedeva almeno due ricche dimore
a Benevento, entrambe cum curte e beni a Salerno85, oltre ad avere
un’altra dimora in Septimo, nella ferace Liburia; tra i suoi possedi-
menti in Benevento vi era una chiesa dedicata a San Benedetto nei
pressi di Porta Rufina, con una casam [...] eidem ecclesie coniun-
ctam e le proprie pertinenze. Un’altra Eigenkirche di Guaccone inti-
tolata a Benedetto era in Liburia, loco Casa Gentiana dotata di un
campum de Porcari, pratum quod dicitur Porcile et XIIm familias
servorum, evidentemente legati all’allevamento di suini, oltre ad alios
etiam servos et ancillas suas in predicta Casa Gentiana habitan-
tes86. Mulini lungo il fiume Sabato87, oliveti ad Ariano Irpino88 e a
Crosta89 completano il quadro delle copiose pertinenze patrimoniali
di Guaccone.
Non sappiamo quale fosse la consistenza e come fossero gestite
le curtes di Potone o i casali di Guaccone, ma è probabile che la loro
BN – per l’identificazione si veda Chronica monast. Casinensis, I, 18, p. 61, n. 21);
in Forole (Forchia, BN – per l’identificazione si veda Chronica monast. Casinensis,
I, 18, p. 60, n. 16), ad Sanctum Ienuarium (loc. presso Ponte Piano, poco distante
da Benevento, CSS, I, p. 318, a. 774; ibid., II, p. 578, a. 1045); in Campum nepetarum
(presso Benevento, per l’identificazione si veda Chronica monast. Casinensis, I,
18, p. 61, n. 24); in Ceppaluni (Ceppaloni, BN).
80 [Casales] in Ariano (Ariano Irpino, AV); in Noceto (Summonte, AV, per
l’identificazione si veda Chronica monast. Casinensis, I, 14-15, p. 51, n. 23)
81 [Casalem ] in Marsico (Monte Massico, nei pressi di Sessa Aurunca).
82 [Casales] in Trane ubi dicitur Cimilianum (Trani); in Virgilie (forse Bisceglie,
BA, Chronica monast. Casinensis, I, 14-15, p. 51, n. 20); in Terranea (Vicino
Cerignola, FG, Chronica monast. Casinensis, I, 14-15, p. 51, n. 21); in Corneto
(presso Ascoli Satriano, Chronica monast. Casinensis, I, 14-15, p. 51, n. 24); in
Trelicio (forse Terlizzi – BA); in Vicarium(Biccari, FG, Chronica monast.
Casinensis, I, 14-15, p. 51, n. 22).
83 [Casalem] in finibus Potentie (Potenza).
84 [Casalem] in Latiniano.
85 hereditatem in Salerno, Chronica monast. casinensis, p. 60
86 Ibid., p. 61.
87 Ibid., p. 60.
88 Ibid., p. 60.
89 Ibid., p. 61.
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37Il contesto del Pactum Sicardi
conduzione si adeguasse ai modelli gestionali di stampo curtense del
tempo che emergono dai cartulari delle grandi abbazie del Principato.
Si tratta di patrimoni che potevano competere, almeno nei numeri,
con i beni delle grandi signorie monastiche della Langobardia minor
o dei grandi proprietari del Nord90.
Altri patrimoni geograficamente dispersi si possono talora scor-
gere nelle donazioni dei maggiorenti beneventani ai cenobi del Princi-
pato, frammenti, dobbiamo presumere, di possedimenti più consisten-
ti: un caso esemplare è quello di Radeprando, che intorno all’800
donò a San Vincenzo al Volturno sei curtes, un casale, un gualdo e
una peschiera, distribuiti nei territori di Benevento, Sessa Aurunca,
Venafro, Vairano, Telese, Lucera, Siponto, Lesina, Canosa91.
Pietro marepais possedeva beni in Puglia, nel Sannio e nell’area
capuana92, come Griperto marepais figlio del gastaldo Gualperto93.
La medesima dislocazione patrimoniale si individua grossomodo per i
beni del gastaldo Stefano, che nell’801 offrì se stesso e i suoi figli,
Paldone e Tatone, al monastero di San Vincenzo al Volturno insieme
alle sue sostanze nel Beneventano, in Puglia e nel Capuano, cum
ecclesiis et cum omnibus edificiis insieme ad auro et argento, e
alle sue greggi94, testimonianza di un’economia agro-silvo-pastorale
profondamente integrata. Tracce analoghe si rinvengono nelle dona-
zioni a Montecassino, tra le quali l’oblazione di Arniperto residente a
Benevento, consistente in 5 curtes dislocate tra la Puglia, l’Irpinia, il
Salernitano e la zona di Teano95.
90 L’inventario del monastero di San Colombano di Bobbio elenca circa 50
curtes mentre il polittico di Santa Giulia della fine del IX secolo (879-906) descrive
85 tra curtes e curticellae, TOUBERT, L’assetto territoriale, p. 288.
91 CV, I, pp. 251-252.
92 CV, I, pp. 263-265, a . 817; la donazione è suddivisa tra San Benedetto di
Montecassino, San Vincenzo e Santa Sofia di Benevento.
93 CV, I, pp. 312-313, a. 845. Beni in Liburia, Puglia e Sannio oltre che nel
salernitano, dove risiede.
94 CV, I, pp. 269-270.
95 Edizione del documento in CITARELLA-WILLARD, The ninth century treasure,
pp. 126-127.
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38 Il contesto del Pactum Sicardi
Altro caso noto di grande possidente è quello di Alahis figlio di
Arechi, che nell’815 dona tutte le proprie sostanze a San Vincenzo al
Volturno (omnem rem meam quicquid per diversa loca habeo): si
tratta di terre, case e mulini nel territorio di Venafro, Alife, Telese,
Capua, Benevento e Salerno e case nelle città di Benevento e Salerno96.
In questo caso, a differenza dei domini ricordati sopra, distribuiti su
gran parte del territorio longobardo meridionale, la diffusione del pos-
sesso, seppur consistente, appare geograficamente più limitata, gra-
vitante intorno ad alcuni centri della Campania e del Sannio (fig. 8).
Una situazione analoga dal punto di vista della dislocazione terri-
toriale sembra potersi inferire per i possedimenti di Giovanni figlio di
Pandone, che nell’803 dona ai monasteri di San Vincenzo e di San
Benedetto integra res mea […] infra provincia Beneventi: si tratta
di possedimenti che vengono elencati sinteticamente, distribuiti tra i
territori di Canosa-Bari, Taranto, Oria, Acerenza e forse Benevento97.
96 CV, I, pp. 251-254, a. 815.
97 CV, I, pp. 259-261.
Fig. 8. Distribuzione delle proprietà donate da Alahis
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39Il contesto del Pactum Sicardi
Due ultimi casi esemplificativi di patrimoni delimitati in un’area geo-
grafica ben precisa provengono dagli archivi cassinesi e riguardano il
gastaldo capuano Aghenardus, che nel maggio 849 donò all’archi-
cenobio tutte le sue sostanze nei territori di Capua, Teano e Carinola98
nella Terra di Lavoro. Lo stesso ambito territoriale delle donazioni
del capuano Stefano che nella seconda metà del IX secolo offrì a
Montecassino otto curtes cum servis et ancillis atque colonis ad
easdem curtes pertinentes99.
Problema di una certa rilevanza è quello delle dimensioni delle
curtes meridionali: mancando polittici, non è possibile farsi un’idea
precisa ma le, seppur rare, testimonianze forniscono un quadro che,
come è stato notato, rientra nella norma del grande dominio euro-
peo100.
Se si può concordare sulla ricchezza fondiaria e sulla diffusione
ad ampio raggio dei patrimoni dei ceti preminenti longobardo-meri-
dionali, si deve osservare come nessun patrimonio tra quelli di cui
rimanga testimonianza sia paragonabile a quello di Potone, personag-
gio forse da identificare con il Potone nipote del principe Radelchi
ricordato nella Divisio Ducatus, come ebbe ad indicare già il Mura-
tori101, se si esclude il patrimonio del gastaldo beneventano Guaccone.
98 Chronica mon. casinensis, I, 24, p. 70.
99 Ibid., I, 34, p. 92. Altri esempi di donazioni al cenobio cassinese geografica-
mente limitate in Chronica Monasterii Casinensis, I, 19, p. 63 (Trasemondo di
Benevento dona a Montecassino nell’830 quattro curtes (casalia), con tutte le
pertinenze nella Valle Caudina, ad Alife, a Forino e nei pressi di Benevanto oltre a
case in Benevento); ibid. I, 24, a. 856 pp. 70-71 (Maione di Telese dona due curtes
ad Alife e a Telese).
100 La curtis offerta da Maione intorno nell’856 all’abbazia cassinese si esten-
deva su circa 1500 ettari, Chronica Monasterii Casinensis, I, 34, p. 92; TOUBERT,
L’assetto territoriale, p. 289. Le due curtes donate dal principe Siconolfo all’abba-
zia di Santa Maria in Cingla intorno all’845 sono valutabili intorno ai 60 km2 (DI
MURO, Territorio e società).
101 Divisio Ducatus, p. 215; MURATORI, RIS, pp. 283-284, n. 93. Un Potone si
ritrova anche tra i sottoscrittori della Divisio Ducatus, Chron. Sal. c. 84 b. Di
parere diverso POHL, History in fragments, p. 372, secondo il quale il personaggio
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40 Il contesto del Pactum Sicardi
Si deve a questo punto sottolineare come nel Principato di
Benevento, analogamente a quanto rilevato per Italia settentrionale
tardolongobarda102, si assista alla singolare circostanza per cui non si
hanno di fatto documenti d’archivio che illuminino sulla consistenza
patrimoniale dei personaggi appartenenti alla sfera più alta dell’ari-
stocrazia ricordati nelle fonti cronachistiche, di quanti cioè partecipa-
rono da protagonisti alle vicende politiche del Principato negli anni
che vanno dalla fine dell’VIII secolo alla prima metà del IX, ovvero i
della Recordatio sarebbe da individuarsi in un certo Potone figlio di Potitio, che
prese parte ad una cospirazione contro il padre del principe beneventano Aione
intorno all’885: in quell’anno il suddetto principe donò al monastero cassinese le
proprietà confiscate al Potone di cui sopra, proprietà non specificate nell’atto di
donazione, edito in CUOZZO-MARTIN, Documents inédits, pp. 173-174; secondo
Pohl la Recordatio sarebbe stata in qualche modo allegata al documento di Aione
per individuare i possedimenti di Potone. Tuttavia le curtes nominate nella Recordatio
non si rinvengono nelle liste dei possedimenti cassinesi, come ricorda lo stesso
Pohl, che spiega la circostanza asserendo che «Perhaps the compilers of 897/98
hoped that a new ruler at Benevento could finally fulfill Aio’s promise, and thus
copied the list into the dossier», POHL, History in fragments, p. 373. Se si accettas-
se l’ipotesi di Walter Pohl, bisognerebbe capire perché il copista salernitano che
intorno alla fine del XIII secolo compilò il Codice Vat. lat. 5001 avrebbe riportato
un documento ormai inutile alla causa cassinese. La spiegazione appare poco con-
vincente, considerata anche la pratica frequente di non indicare le proprietàseque-
strate e concesse dai governanti beneventani ai monasteri; si veda ad es. CSS; 465-
466, a. 840 (donazione di beni a Santa Sofia di beni da parte di Radelchi I), CSS, II,
p. 514, a. 862. Inoltre nella Recordatio si fa riferimento a una corte presso Canosa
quae fuit commune cum curte domini Siconis (RIS, p. 284), con ogni evidenza il
principe Sicone morto nell’832; sembra strano che ancora negli anni ’80 del IX
secolo si facesse riferimento a una situazione di proprietà comune risalente ad oltre
50 anni addietro e in ogni caso difficilmente avrebbe potuto vedere comproprietario
il Potone indicato da Pohl per evidenti ragioni anagrafiche. A mio parere l’immissio-
ne del documento nel codice, che, come sottilinea lo stesso Pohl, fu realizzato in un
momento in cui veniva ricostituito, almeno nominalmente, l’antico Principato di
Salerno (POHL, History in fragments, p. 356), potrebbe trovare la sua giustificazio-
ne nella possibile appartenenza di Potone alla prima nobiltà salernitana e dunque ne
costituirebbe un antico testimone della potenza nel Mezzogiorno. Resterebbe da
spiegare il motivo della presenza della Recordatio nella compilazione originaria.
102 Si veda per l’Italia settentrionale GASPARRI, Mercanti o possessori?, in part.
pp. 157-158.
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41Il contesto del Pactum Sicardi
vari gastaldi di Conza e Acerenza, i signori di Capua, gli alti livelli
della nobiltà di palazzo, referendari, tesaurari e storesaiz. Risulta ab-
bastanza evidente come ciò derivi dalla sostanziale assenza di dona-
zioni fondiarie da parte di costoro alle grandi abbazie del Ducato-
Principato. Si tratta di una circostanza sulla quale riflettere. Si può
ipotizzare che i membri dei lignaggi più elevati preferissero riservare
le donazioni di terre ai propri luoghi di commemorazione familiare,
estremamente diffusi all’inizio del IX secolo, e qualificati in forme
monumentali quale fu, ad esempio, la chiesa di San Marco a Cellole
nel gastaldato di Sessa Aurunca103.
È noto come le chiese private si configurino quali poli spirituali,
ma anche come centri di ostentazione e controllo sociale ben rispon-
denti alle esigenze di definizione e coordinamento di interessi tra di-
versi strati della società, centri da cui scaturivano legami di solidarie-
tà che si possono definire ‘orizzontali’ e ‘verticali’: nel primo caso
sono le donazioni dei proceres a rafforzare tali vincoli; nel secondo
l’affidamento di appezzamenti delle terre di cui sono dotate le chiese
a famiglie di rustici valeva a stabilire collegamenti con i ceti inferio-
ri104. Tale opzione peraltro non doveva risultare esclusiva; non man-
cano infatti testimonianze che inducono a ipotizzare strategie diver-
se, come nei casi di Radeprando, del gastaldo Guaccone, del gastaldo
Stefano, del gastaldo Maione105 e dei marepais Pietro, Griperto e
103 Per San Marco di Cellole DI MURO, Un insediamento. Altri esempi di questo
tipo sono identificabili nella chiesetta di Seppannibale presso Fasano (BR) e Santa
Maria di Compulteria presso Alvignano (CE), infra. La fondazione di chiese priva-
te era tanto diffusa nel Mezzogiorno longobardo all’inizio del IX secolo, che nell’826
il pontefice Eugenio II, anche su istanza dei vescovi meridionali, aveva riconosciuto
il controllo dei fondatori sulle proprie chiese, nel tentativo di dare, come sottolinea
Cosimo Damiano Fonseca, «una collocazione all’interno del distretto della giurisdi-
zione vescovile a queste isole che, per i diritti ormai consacrati da una lunga consue-
tudine, ne restavano fuori», FONSECA, Particolarismo istituzionale, pp. 1166-1167.
104 Per l’istituto della Eigenkirche in Italia meridionale rimangono fondamenta-
li i lavori di RUGGIERO, Principi; FONSECA, Particolarismo istituzionale, in part. pp.
1166 ss.
105 CV, I, pp. 257-259, a. 812.
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42 Il contesto del Pactum Sicardi
Pandone106, questi ultimi sicuramente appartenenti alla nobiltà di pa-
lazzo ma di cui non si ha traccia nelle narrazioni dei cronisti longobardi,
o come emerge dalla testimonianza di donazioni di chiese private ai
grandi monasteri107. Bisogna tuttavia notare come nei casi di
Guaccone e di Stefano le donazioni seguissero la monacazione dei
propri rampolli108, e dunque come tali oblazioni servissero a rimarca-
re la saldezza del legame originato dall’appartenenza di un membro
della famiglia al prestigioso istituto monastico.
Si può pensare che molti tra i benefattori fondiari dei due grandi
cenobi beneventani, negli anni in cui il flusso delle donazioni fu più
abbondante (fine VIII- primi decenni del IX), fossero personaggi che
attraverso le offerte agli enti monastici più rilevanti del Mezzogiorno
intendessero esprimere l’avvenuta immissione ai livelli più elevati della
società, un ceto emergente di grandi possessori109. Da un lato la for-
te crescita economica riscontrabile in questi stessi anni determinò la
diffusione della media proprietà, in particolare in alcune aree del Prin-
cipato sulle quali siamo meglio informati, quale il Salernitano110, dal-
l’altro, la lunga e, di fatto, vittoriosa resistenza dei Longobardi meri-
dionali agli attacchi degli eserciti franchi, i ricorrenti contrasti con le
città costiere tirreniche e, infine, la lotta di successione a Sicardo
provocarono nella società longobardo meridionale l’immissione di nuovi
elementi tra le élites guerriero-fondiarie insieme ad una redistribuzione
consistente di terre111, cosicché alla metà del IX secolo la composi-
106 Per i primi si veda supra, per Pandone, CV, I, pp. 313-314, a. 847. Nella sua
donazione a Montecassino Guaccone ricorda alcuni possedimenti che gli proveni-
vano dal bisnonno Mitolinus, GATTOLA, Accessiones, I, p. 19. Un caso a parte mi
pare si possa considerare la monacazione di elementi dell’alta aristocrazia quali il
gastaldo Stefano e i suoi figli, infra.
107 Così ad es. in CV, I, pp. 249-250, a. 800; ibid. pp. 251-252, a. 815; ibid. pp.
269-270; a. 802; ibid. p. 275 (814?).
108 Si veda supra.
109 Di parere diverso WICKHAM, Monastic lands, che individua nei donatori di
San Vincenzo tra l’800 e l’850 personaggi appartenenti all’aristocrazia di corte.
110 DI MURO, Mezzogiorno longobardo; si veda anche MARTIN, Città e campa-
gna.
111 Si veda a tal proposito CILENTO, Le origini della signoria capuana, pp. 96
ss. in particolare, in relazione alla Divisio Ducatus.
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43Il contesto del Pactum Sicardi
zione sociale della Langobardia minor doveva apparire significati-
vamente allargata ai livelli più alti rispetto alla fine dell’VIII secolo.
Forse non è un caso che la maggior concentrazione di donazioni
private a San Vincenzo al Volturno si collochi tra gli anni 800-819112,
periodo in cui, come si è visto, furono numerosi i contrasti tra Franchi
e Longobardi meridionali e in cui furono di conseguenza più alte le
possibilità di ascesa sociale per meriti diremmo di guerra . Tra i membri
delle nuove élites fondiarie vi fu il già ricordato benefattore di San
Vincenzo al Volturno Alahis, il quale nelle sue donazioni accenna ad
una selva a lui concessa a parte bone memorie domni Grimoaldi
(Grimoaldo III), mentre altri possedimenti furono da lui stesso acqui-
stati113: un patrimonio dunque di origine composita, in parte prove-
niente, come ricorda lo stesso Alahis, de iuri parentum 114, in altra
parte frutto recente dei legami con il sovrano e di investimenti pecu-
niari, elementi che lasciano trasparire la sostanziale condizione di
parvenu del donatore. La geografia dei possedimenti dei capuani
Stefano e Aghenardo, esponenti della locale aristocrazia, geografia
limitata alla Terra di Lavoro, sembra svelare una strutturazione
patrimoniale recente, collegata forse all’emergere e all’affermarsi
del gastaldo-conte Landolfo († 843), fondatore della dinastia capuana,
nella prima metà del IX secolo115. Di certo il caso del nobile Potone,
l’unico tra gli appartenenti ai lignaggi più prestigiosi del Ducato-Prin-
cipato di Benevento dicui a mia conoscenza sia giunta notizia sia
dalle cronache che dalle carte d’archivio per questi anni, se si esclu-
dono naturalmente i sovrani116, appare paradigmatico: il suo vasto
patrimonio è noto grazie ad un inventario personale e non si ha trac-
112 Si veda WICKHAM, Monastic lands.
113 CV, I, p. 253, a. 815.
114 Ibid.
115 Per la dinastia capuana si veda CILENTO, Le origini della signoria capuana,
in part. pp. 81-151.
116 Tra questi si deve naturalmente annoverare il conte di Capua Landone I, che
dona la cella di Santa Maria al cenobio di San Benedetto di Montecassino nell’860
(KEHR, Regesta Pontificum Romanorum, VIII, p. 259; CILENTO, Le origini della
signoria capuana, p. 164, n. 30), in un’ epoca in cui di fatto Capua costituiva una
contea autonoma da Salerno.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0043
44 Il contesto del Pactum Sicardi
cia di sue donazioni ai due grandi cenobi del Mezzogiorno longobardo.
I grandi aristocratici di antica nobiltà del Ducato-Principato tra VIII
e IX secolo di regola non sembrano avvertire l’esigenza di manife-
stare il proprio ruolo nelle gerarchie sociali attraverso donazioni
fondiarie ai grandi cenobi, ma probabilmente consacravano il legame
tra il loro lignaggio e i prestigiosi monasteri attraverso offerte di og-
getti preziosi, forse anche meglio riconoscibili nelle rutilanti camere
dei tesori monastici, ma che lasciano poche tracce nella documenta-
zione d’archivio117. Di qui forse l’attestazione nei cartulari monastici
di personaggi tutto sommato marginali nella vita politica dell’Italia
meridionale longobarda, almeno ai massimi livelli del potere.
È possibile che i grandi aristocratici del Principato beneventano
optassero, tra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del successivo,
per segni qualificanti il proprio status sociale alternativi alle donazioni
fondiarie (quali fondazioni di sacrari familiari, donazioni di oggetti pre-
ziosi), per distinguersi dai ‘nuovi’ signori della terra che la favorevole
congiuntura economico-politica faceva emergere nella società
longobarda meridionale, un po’ come era avvenuto circa un secolo
prima quando i lignaggi longobardi di antica tradizione avevano ab-
bandonato la consuetudine di seppellire i propri defunti con ricchi
doni funerari, lasciando l’esercizio di tale pratica all’emergente clas-
se equestre 118. In ogni caso l’assenza di costoro dal novero dei bene-
117Per il tesoro di Montecassino nel IX secolo si veda CITARELLA-WILLARD, The
ninth century treasure. Un raro documento in cui si menzionano oggetti preziosi
donati ad un monastero nel IX secolo è la carta di Arniperto a Montecassino dell’823
GATTOLA, Historia, CITARELLA-WILLARD, The ninth century treasure, pp. 96-97. In
un altro caso il conte di Caiazzo Teodorico nel proprio testamento redatto nell’843
dona a Montecassino una scodella d’argento e altri oggetti preziosi: Chronica
Monasterii Casinensis, I, 24, p. 71, CITARELLA-WILLARD, The ninth century treasure,
pp. 98-99 (questa notizia mi sembra sospetta in quanto nel IX secolo non sono
altrimenti attestati conti a Caiazzo bensì gastaldi). Si veda anche il documento
relativo alla donazione del gastaldo Stefano a San Vincenzo al Volturno, supra.
118 Anche in questo tempo furono le guerre, nello specifico contro i Bizantini,
a determinare l’ascesa di un nuovo ceto di possessori fondiari: LA ROCCA, I rituali
funerari, pp. 50-51
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45Il contesto del Pactum Sicardi
fattori fondiari dei grandi monasteri costituisce una questione che
andrebbe meglio approfondita .
Si può tuttavia affermare, alla luce di queste brevi riflessioni, che
nella regione longobardo-meridionale della prima metà del IX secolo,
all’interno del ceto sociale alto, i proceres delle fonti, il ceto cioè che,
seguendo le categorie militari delle leggi di Astolfo, si può definire di
coloro che possono armare almeno un cavaliere con equipaggiamen-
to pesante119, sussistesse una stratificazione più articolata in cui si
collocano, al livello eminente, possessori di patrimoni fondiari ubicati
pressoché in tutte le aree del Principato, probabilmente gli apparte-
nenti ai lignaggi più antichi e prestigiosi, e al livello sottostante perso-
naggi con possedimenti consistenti ed estesi, ma di fatto limitati ad un
ambito territoriale poco più che regionale, che, in alcuni casi, su una
base patrimoniale pregressa avevano aggregato nuovi possedimenti
grazie alle elargizioni del sovrano o acquisizioni legate ad una accre-
sciuta ricchezza personale. Tra i benefattori dei due grandi cenobi si
rinvengono anche personaggi residenti nei centri politicamente peri-
ferici del Principato, la cui consistenza patrimoniale su base preva-
lentemente, se non esclusivamente, locale non è facilmente
valutabile120, ma che probabilmente nel collegamento ai prestigiosi
monasteri vulturnense e cassinense intravedono possibilità di una
maggiore visibilità sociale, insieme alla certezza di benefici spiritua-
li121.
119 GASPARRI, Mercanti o possessori?, pp. 160 ss. Ahistulfi leges, p. 250.
120 Così probabilmente quel Romano figlio di Maione abitante a Telese, che
offre nell’807 a San Vincenzo al Volturno omnes porciones meas, que esse videntur
in finibus Telesie case, vigne, territori, selve e prati e una corte in Satroniano, CV, I,
pp. 257, 271-272 anni 807, 806. Stesso discorso per Magiperto abitante nel villag-
gio di Moleciano vicino Lucera, CV, I, p. 267 a. 817 o Graffulus abitante in vico qui
Palaczu dicitur (Vicus Palatius, Vicopalazzo, tra Calvi e Capua sulla via latina), CV,
I, pp. 274-275 a. 814.
121 Sembra significativo che l’atto di donazione di Romano sia redatto nell’806
in atrio Sancti Vincencii, CV, I, pp. 271-272, un luogo estremamente evocativo, per
certi aspetti centrale nella topografia spirituale del cenobio, all’ingresso della basi-
lica-santuario dove sono conservate le venerate reliquie del santo. Per l’atrio di S.
Vincenzo si veda ad es. HODGES, Light in the Dark ages e ID. Goodbye to the
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46 Il contesto del Pactum Sicardi
La dispersione degli interessi fondiari dei signori della terra
longobardi, laici ed ecclesiastici, è rivelatrice di una notevole mobilità
all’interno del Ducato-Principato. In questo senso risulta di grande
interesse ricostruire la strutturazione dei rapporti tra i centri periferi-
ci di controllo della produzione e le residenze dei grandi possessori
che emerge dall’analisi della distribuzione dei patrimoni fondiari. Si
deve presumere che in ogni centro dominicale delle singole curtes o
delle cellae, in cui erano articolati i grandi patrimoni laici ed eccle-
siastici, trovassero posto i depositi locali delle derrate e dei prodotti
delle terre che controllavano, come i cellaria della documentazione
scritta122 o come il granaio rinvenuto nella curtis di S. Maria in Civita,
da dove gran parte dei prodotti veniva trasportata verso i centri di
residenza dei grandi possessori, spesso le città123.
 Se le indagini archeologiche rivelano una crisi generalizzata delle
città tra V e VII secolo, con ritmi ed evoluzioni diverse in Campania
e nel Sannio124, a partire dalla seconda metà dell’VIII secolo si assi-
ste ad una decisa inversione di tendenza. Gli interventi arechiani a
Benevento e Salerno fecero di queste città i maggiori poli urbani del
Mezzogiorno longobardo, centri rilevanti di accumulazione e consu-
mo125, come risulta anche dagli scavi archeologici126, ma tra la fine
dell’VIII sec. e gli inizi del IX emerge dalle fonti scritte e dalle inda-
gini archeologiche accanto a Salerno e a Benevento il ruolo di altri
centri, in particolare alcuni punti strategici sullo scacchiere delle co-
Vikings?. Anche il capuano Galcisi roga l’atto di donazione di una sua curtis in
iamdicto monasterio Sancti Vincencii, CV, I, p. 341, a. 874.
122 Si veda ad es. CV, I, 18; II, 26.
123 In generale per la residenza nelle città delle aristocrazie fondiarie meridiona-
li GALASSO, Mezzogiorno medievale, p. 88; MARTIN, Elèments préféodaux, p. 562.Si
veda anche infra.
124 Si vedano i numerosi contributi sulle città campane in Le città campane tra
Tarda antichità e Alto medioevo.
125 Sugli interventi arechiani a Benevento e a Salerno rimane fondamentale
DELOGU, Mito.
126 Per Salerno PEDUTO, Insediamenti longobardi; per Benevento LUPIA, Testi-
monianze di epoca altomedievale.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0046
47Il contesto del Pactum Sicardi
municazioni del Mezzogiorno longobardo, quali Civita d’Ogliara lun-
go il Sabato fondata tra VIII e IX secolo127, Suessola, lungo la
Popilia128, Teano, importante snodo per la penetrazione nel Ducato, a
controllo della via Latina e dell’accesso alla via Teano-Alife-
Benevento129, Telese130 e Alife131 lungo l’importante arteria che
conduceva alla capitale, e Sicopoli sul Volturno, centro dal quale par-
tirà la fondazione della nuova Capua132 . Dopo l’iniziale spinta legata
all’azione del principe, come nei casi di Benevento e Salerno, fu la
presenza delle sempre più ricche aristocrazie guerriero-fondiarie a
favorire il fiorire delle città. L’archeologia testimonia la centralità
nella funzione di accumulazione di prodotti svolta da questi centri
emergenti, come nei casi di Conza, capoluogo di un gastaldato tra i
più importanti del Principato, chiave di volta delle comunicazioni
appenniniche, a controllo di una direttrice che collegava la Puglia alla
Campania133, e di Telese134. A Benevento inoltre è attestato agli inizi
del IX secolo un granaio nei pressi del palatium, dunque un granaio
verosimilmente pubblico135. Di altre città intravediamo la vivacità nella
vita socio-economica dell’epoca attraverso alcuni squarci che ci of-
frono le cronache, come ad esempio accade per Calvi, dove da un
127 Si tratta di un grosso centro a controllo di una via che seguendo il Sabato
conduce a Benevento, la cui fondazione sembra databile dalle indagini archeologiche
condotte negli anni ’70, tra VIII e IX secolo, PEDUTO, La civita di Ogliara.
128 Da ultimi CAMARDO-ROSSI, Suessola, con bibliografia.
129 Per la viabilità si veda CAIAZZA, Archeologia e storia, capitolo I, in part. pp.
112 ss. Per l’importanza di Teano tra VIII e IX secolo CILENTO, Le origini della
signoria capuana, in part. pp. 160 ss.
130 SIMONELLI-BALASCO, Telesia, con bibliografia.
131 DI MURO, Territorio e società, con bibliografia.
132 CILENTO, Le origini della signoria capuana; PEDUTO, Insediamenti longobardi.
133 Numerosi indicatori testimoniano qui la presenza di accumulazione di fru-
mento in età altomedievale: FILIPPONE, L’alta valle del Sele.
134 SIMONELLI-BALASCO, Telesia, p. 259. All’interno di un silos granario della
città è stato rinvenuto un vaso della classe Forum Ware databile tra VIII e IX
secolo.
135 CSS, pp. 512-513, a. 867: si tratta di una concessione di una terra vicino alla
stalla del palazzo ubi tempore domni Grimoaldi horreum fuit; GASPARRI, Il ducato e
il principato, p. 128.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0047
48 Il contesto del Pactum Sicardi
passo di Erchemperto siamo informati della produzione di anfore
vinarie, probabilmente per conservare ed esportare il vino prodotto
nelle fertili campagne circostanti, il pregiato vino caleno celebrato sin
dall’Antichità136.
Oltre alle città gli altri grandi centri di accumulazione erano senza
dubbio i grandi complessi monastici, quali San Vincenzo al Volturno e
San Benedetto di Montecassino, dove tra la fine dell’VIII secolo e i
primi decenni del IX si assiste ad una esplosione di prosperità riflessa
nello straordinario livello della cultura materiale137. L’archeologia rive-
la come anche santuari che furono mete di pellegrinaggio internaziona-
le nel IX secolo, quale il santuario micaelico del Tusciano, costituissero
luoghi non irrilevanti di raccolta di prodotti, come testimoniano i grossi
contenitori ceramici e le grandi quantità di resti zooarcheologici relativi
a bovini, suini e ovocaprini rinvenuti negli strati di IX secolo138.
In questo contesto non è casuale che i grandi signori fondiari, e in
particolare gli enti monastici sui quali siamo di gran lunga meglio in-
formati, tendessero a creare un reticolo efficace di curtes, cellae e
monasteri dipendenti dislocati lungo assi viari coerenti, nella prospetti-
va evidente di controllare meglio e agevolare le operazioni di trasferi-
mento dai possedimenti periferici ai centri di residenza. Alcuni esempi
valgono a testimoniare quanto affermato. La situazione patrimoniale
vulturnense riscontrabile nei primi decenni del IX secolo nelle terre a
sud-est di Salerno testimonia l’esistenza di una serie di possedimenti
(cellae) dipendenti, dislocati nello spazio di circa 40 km lungo un im-
portante tracciato viario che conduce alla città tirrenica: partendo dal-
le sponde del Sele, una via parallela alla vecchia e ormai poco fre-
quentata Popilia, che conduceva a Salerno. Si tratta di una cella di
San Vincenzo con chiesa e mulini lungo il fiume Tenza, una cella di
San Vincenzo e la grossa curtis di Santa Maria a Corte lungo il corso
del fiume Tusciano, una cella di San Valentino lungo il fiume Picentino,
136 ERCHEMPERTO, c. 45, p. 254.
137 Si veda ad es. HODGES, Light in the Dark ages.
138 DI MURO-LA MANNA, Scavi presso la Grotta di San Michele. Qui i prodotti
dobbiamo supporre fossero per lo più destinati all’alimentazione, in particolare al
pasto dei pellegrini.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0048
49Il contesto del Pactum Sicardi
cui probabilmente era collegata la splendida chiesa di Sant’Ambrogio139,
e, a Salerno, il monastero femminile di San Giorgio, detentore in città
e nelle campagne circostanti di terreni e case140 (fig. 9). È probabile
che il monastero urbano di San Giorgio, dal X secolo centro di gestio-
ne documentato dei possedimenti vulturnensi nel Salernitano, svolges-
se una funzione di coordinamento e concentrazione delle eccedenze
provenienti dalle campagne del Salernitano sin dal IX secolo141.
139 Il termine cella nasconde una realtà economico-insediativa molto articolata
che non sempre emerge dalla documentazione: ad esempio le dipendenze della cella
vulturnense del Tensa nei pressi del Sele (ricordata per la prima volta nel diploma
di conferma dei beni a San Vincenzo al Volturno di Ludovico il Pio, CV, I, p. 232, a.
819) era composta da una serie di terre, oliveti, un mulino, due chiese, case: cfr. DI
MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 267-271.
140 Casis eadem monasterii sancti ieorgi a Salerno in CDC, I, p. 44, a. 853. San
Giorgio è ricordato come cella nella documentazione vulturnense del IX secolo e
come monasterium nei coevi documenti salernitani.
141 Per i possedimenti vulturnensi nel Salernitano e per la loro collocazione
topografica: DI MURO, Mezzogiorno longobardo.
Fig. 9: I possedimenti di San Vincenzo al Volturno in finibus salernitanis.
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50 Il contesto del Pactum Sicardi
La tendenza a creare ‘aree di strada’ convergenti in centri di
raccolta sembra potersi ritenere valida in generale per l’intero siste-
ma di gestione dei possedimenti vulturnensi: osservando la geografia
dei possedimenti del cenobio, si può verificare come nelle vicinanze
di Benevento, lungo i tracciati della via Appia e della Traiana, fossero
numerose le pertinenze vulturnensi. Un giudicato degli anni ’30 del X
secolo informa della strutturazione dei possedimenti di San Vincenzo
al Volturno nei pressi di Teano, beni che il monastero deteneva da
oltre trent’anni, come si sottolinea nella carta: si tratta di venti estesi
fondi lungo la via antiqua (la via latina?) e la via francisca, il
diverticolo della Latina che, incuneandosi tra le valli del Sesto e del
Volturno, conduceva a Venafro, porta d’accesso occidentale alla Terra
Sancti Vincencii142. La medesima situazione è verificabile per i cen-
tri di Telese ed Alife nel cui territorio si trovava il monastero femmi-
nile vulturnense di San Salvatore, fondato da Arechi II e da costui
donato al cenobio alle fonti del Volturno143, probabilmente il centro di
controllo fondiario dei patrimoni di SanVincenzo disseminati nell’in-
tera valle del medio-alto Volturno; di qui con una certa facilità, se-
guendo le antiche vie consolari che risalivano l’alta valle del fiume, si
poteva raggiungere la casa-madre144 (fig. 10).
Un discorso analogo vale per le dipendenze di Montecassino.
Quanto osservato per i rapporti tra i monasteri femminili di San Gior-
gio a Salerno e San Salvatore di Alife con il cenobio vulturnense può
trasporsi, in proporzioni considerevolmente più ampie e con le dovute
differenze legate al prestigio del cenobio, nella celebre dipendenza
cassinese di Santa Sofia a Benevento145, dove sin dalla dotazione
arechiana (774) si può cogliere una tendenza a costituire patrimoni
lungo direttrici viarie omogenee (fig. 11); in particolare nei pressi
dell’antico itinerario Bari-Larino, la via litoranea di Puglia146, si tro-
142 CV, II, pp. 42 ss., a. 939.
143 ERCHEMPERTO c. 3, p. 236.
144 Per la geografia del possesso vulturnense, WICKHAM, Monastic lands.
145 Per Santa Sofia si vedano almeno DELOGU, Mito; MARTIN, Il Cod. Vat. Lat.
4939, in part. pp. 49-50.
146 Per la viabilità in Puglia si veda DALENA, Dagli Itinera ai percorsi, pp. 69 ss.
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51Il contesto del Pactum Sicardi
vano dislocati possedimenti in Papiano super Trane147, una curtis
in Canni148, le saline di Salpi149, condome a Siponto150 e allevamenti
di cavalli a Larino151. Anche nell’area del Fortore, importante via di
penetrazione nell’alto medioevo dall’Adriatico verso Benevento, come
attestano gli insediamenti di Monterotaro (FG) e Carlantino (FG)152,
147 Trani, CSS, p. 308.
148 Canne, lungo la via Venusia-Bardulos, a pochi km dall’incrocio con la via
Bari-Larino, ibid., p. 298.
149 Ibid., p. 329.
150 Ibid., p. 328.
151 Case de caballariis cum caballos et stodariis, ibid., p. 322.
152 Si veda a tal proposito DALENA, Mons Rotarius. Una via che risale il fiume
verso l’interno è ricordata dal XII secolo ibid. La strada costituiva un importante
bretella di collegamento tra l’Adriatico, il Sannio interno e alta Campania.
Fig. 10. I possedimenti di San Vincenzo al Volturno in relazione alla
viabilità (modificato da WICKHAM, Monastic lands, p. 5)
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52 Il contesto del Pactum Sicardi
si sviluppa una rete di patrimoni legati al cenobio beneventano: la
chiesa di San Magno in gaio Noceto con 100 moggi di terra nei
pressi del fiume Saccione tra il Biferno e il Fortore153, la chiesa di
San Giovanni in gaio casa Polluci presso il Fortore, nel territorio di
Carlantino, con terre e vigneti154, terre in Catola 155, una curtis in
Campo Senarcunis, pochi km a Nord del gaio casa Polluci156. Di
qui in poche ore di cammino si era al passo di Vinchiaturo (CB),
porta d’accesso a Benevento lungo la direttrice Bojano-Sepino-
Benevento157: una trama di insediamenti cui Sicardo annodò conces-
153 CSS, p. 295.
154 Ibid., p. 295: si tratta della chiesa di San Giovanni Maggiore sul monte San
Giovanni nel territorio di Carlantino (FG).
155 Ibid., p. 315, San Marco la Catola.
156 Ibid., p. 317.
157 Nei pressi di Sepino è ricordata nel Medioevo la via puplica beneventana,
ad es. CSS, II, p. 732, a. 1113. Per l’importanza strategica del passo di Vinchiaturo
si veda PEDUTO, Insediamenti longobardi.
Fig. 11. Viabilità e insediamenti nella donazione di Arechi II a Santa Sofia
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0052
53Il contesto del Pactum Sicardi
sioni lungo il lago di Lesina, alla foce del Fortore158. Altro possedi-
mento collegato a tale percorso era una curtis a Lucera159.
Insediamenti legati al monastero beneventano non mancavano
neppure lungo la via Larino-Bojano: oltre ai già ricordati possedimen-
ti di Larino e di San Magno, Santa Sofia possedeva la chiesa di S.
Angelo in gaio Biferno, loco qui dicitur Altissimus nei pressi di
Lupara160 e aziende di allevamento bovino nei pressi del fiume
Biferno161. Un’altra micro-area di strada può considerarsi il dominio
tra Taranto e Matera, dove sono attestati i possedimenti di Santo
Stefano de Strata lungo la stratam maiorem qui vadit in Tarantum
(con ogni evidenza la via Appia) e nei pressi di una aliam viam
puplicam (la via per compendium?)162, di San Martino a Mottola
(TA) 163, forse Matera (chiesa di Santa Sofia in gaio Matere in
Affle)164: località accomunate nell’itinerario da Taranto ad Acerenza
riportato nei Geographica di Guidone (a. 1119) 165.
Un caso a parte si deve considerare il dominio di Santa Sofia nel
territorio di Ascoli Satriano, dove erano presenti ben quattro distinti
possedimenti166. L’area tra gli attuali comuni di Ascoli Satriano e
Sant’Agata di Puglia, di intenso insediamento in età tardoantica167,
gravitava significativamente lungo la valle dell’Ofanto, un’importan-
te direttrice di collegamento tra la Puglia e Benevento, interessata in
158 CSS, p. 382 a. 835.
159 Ibid., p. 327.
160 Ibid., p. 296.
161 Ibid., p. 310.
162 Ibid., p. 298.
163 Ibid., p. 297.
164 Ibid., p. 299.
165 Per questo itinerario, DALENA, Dagli Itinera ai percorsi, p. 27, n. 72. GUIDONE,
Geographica, p. 124, n. 49.
166 Chiesa di San Pietro in gaio Fecline con parte del gaio oltre ad aziende di
allevamento (baccarias casas) (Ascoli Satriano) CSS, p. 292; chiesa di S. Abbondio
in gaio Paline con un territorio di circa 200 moggi, ibid., p. 293 (loc. Palino nel
territorio di Sant’Agata di Puglia), p. 293; chiese di San Mercurio e di S. Reparata
in gaio Fecline con 600 moggi di terra, ibid., p. 294; terre e vigne in ecclesia Sancti
Petri ad Aqua Sancta, Ascoli Satriano, ibid., p. 315.
167 Si veda a tal proposito VOLPE, Villaggi.
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54 Il contesto del Pactum Sicardi
particolare dalla via che da Eclano conduceva ad Herdonia, la cui
traccia materiale più evidente è costituita oggi dal monumentale pon-
te Palino tra Sant’Agata di Puglia e Ascoli Satriano.
Altre importanti concessioni si localizzano nell’alta-media valle
del Volturno, lungo l’asse viario Venafro-Benevento: qui erano perti-
nenze a Prata Sannita, Alife e a Limata nel territorio di San Lorenzo
Maggiore168, e lungo il tratto dell’Appia tra Capua e Benevento169.
Allo stesso modo lungo la direttrice Salerno-Avellino-Benevento,
già utilizzata dai duchi longobardi negli anni della conquista di Salerno
e della Piana del Sele, si rinvengono numerose oblazioni del princi-
pe170: il lago di San Salvatore a Salerno, possedimenti a Rota, Pronella,
Montevergine e Venticano171, si aggiungono ai precedenti possedimenti
di Quintodecimo lungo l’Appia172. Nei pressi della città le donazioni
arechiane si infittiscono: Arechi offrì fondi a San Valentino sul Calore
pochi chilometri a Sud delle mura della città, a Ponticello, contrada
suburbana a nord di Benevento e presso la località Ad Pini, circa 5
km a S-W di Benevento, lungo la via che conduce alla città173.
A Santa Sofia fanno capo dunque possedimenti disposti lungo di-
rettrici viarie ben collegate a Benevento, terminale delle produzioni
provenienti dai centri curtensi. Alla luce di quanto visto si può scor-
gere nella donazione di Arechi una pianificazione strategica, volta a
creare, tra le altre cose, un sistema tendente ad agevolare i trasporti
dei prodotti al cenobio. La presenza di prepositi cassinesi presso il
monastero beneventano, tra i quali si ricorda Bassacio (833-835) che
168 Ibid., pp. 334-335 (possedimenti in Prata); ibid., p. 338 (chiesa di Santa
Maria nei pressi di Alife); ibid., p. 311 (Limata nelle vicinanze di San Lorenzo
Maggiore).
169 Maddaloni (ibid., p. 334) e Sant’Agata de’ Goti (ibid., p. 321).
170 Per la conquista di Salerno ai tempi di Arechi I (intorno al 640): GASPARRI, Il
ducato e il principato.
171 Lago di San Salvatore (CSS, p. 314); curtis a Rota-Mercato San Severino
(ibid., p. 309); Pronella, nei pressi di Avellino, (ibid., p. 305); Montevergine (ibid.,
p. 320); Venticano (ibid., p. 318).
172 CSS, p. 369, a. 722
173 Ibid., p. 319 (Ponticello); ibid., p. 321( Ad Pini); ibid., p. 320 (San Valentino).
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55Il contesto del Pactum Sicardi
fu poi abate di Montecassino dall’838 all’856, è indice di un controllo
ben saldo da parte dell’archicenobio sulla fondazione arechiana174.
La strutturazione patrimoniale concepita da Arechi II per Santa
Sofia appare profondamente innovativa nelle terre dell’antico Ducato.
La consistenza e la distribuzione patrimoniale di quello che, per quan-
to ne sappiamo, si può considerare il precedente più vicino sia cronolo-
gicamente sia per quanto attiene al patronato ducale, fornisce un ter-
mine di paragone e ne rivela efficacemente la portata. Si tratta del
monastero di Santa Sofia di Ponticello a Benevento, fondato tra il
721 e il 723, il cui dossier documentario confluì nell’archivio della
Santa Sofia arechiana. Il monastero di Ponticello fu fondato, come è
noto, da un ecclesiastico, membro presumibilmente della corte ducale
beneventana, l’abate Zaccaria, con il favore del duca Romualdo II (+
731): Romualdo donò nel 721 a Zaccaria le terre dove il monastero fu
edificato e lo dotò successivamente di beni175. Il cenobio si configura
come monastero di palazzo, libero da interferenze vescovili e dipen-
dente di fatto esclusivamente dal duca anche nei rapporti con il cele-
brante176.
Il successore di Romualdo, Gisulfo II (+ 751), proseguì la politica
paterna di elargizioni al monastero suburbano di Santa Sofia. Tutta-
via la dotazione del monastero appare occasionale, senza alcun pro-
getto tendente a creare un sistema coerente di possedimenti; come
giustamente afferma Stefano Gasparri, si tratta di «beni evidente-
mente marginali, per la casualità della loro concentrazione nelle mani
del duca, e distinti rispetto ai nuclei territoriali compatti del fisco»177.
174 Per i prepositi di Santa Sofia si veda MARTIN, Il Cod. Vat. Lat. 4939, pp. 50-
53. A partire dalla fine del IX secolo è attestata una sicura delega di Montecassino
a Santa Sofia per quanto riguarda il controllo dei possedimenti cassinesi nella zona
orientale del Principato, ibid., p. 53.
175 Non esiste uno studio specifico su Santa Sofia di Ponticello; si vedano le
interessanti considerazioni in GASPARRI, Il ducato e il principato, p. 106.
176 CSS, II, p. 433, a. 723 neque ab episcopum dominetur, ... sed sacerdos qui
in eodem locum deservierit absoluta securitas ei permaneat, exceptum ad nostrum
sacrum palatio obedientia habeat. Per i monasteri di palazzo nella Langobardia
minor tra VIII e IX secolo si rimanda ad un mio prossimo articolo.
177 GASPARRI, Il ducato e il principato, p. 107.
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56 Il contesto del Pactum Sicardi
Del tutto diversa la situazione della Santa Sofia arechiana, dove, come
si è detto, si coglie chiaramente una strategia precisa nella costruzio-
ne di una rete di possedimenti coerente e notevolmente estesa, decli-
nata in rilevanti latifondi che andavano ad incidere, seppur relativa-
mente, su beni non esclusivamente “marginali” del Sacro palazzo (aree
di coltura agraria e boschi, se si può parlare di marginalità quando si
considerino le aree montuose nell’alto Medioevo).
Bisogna sempre tener presente il significato ideologico che sottostà
all’intervento arechiano e l’eccezionalità del caso di Santa Sofia, mo-
nastero e insieme santuario nazionale dei Longobardi178; tuttavia alla
radice di questa novità, nello specifico della strutturazione patrimoniale,
si può cogliere l’influenza dei modelli ‘pavesi’, delle grandi fondazio-
ni monastiche urbane dei sovrani longobardi, in particolare nel quasi
coevo monastero regio di San Salvatore di Brescia. Il monastero bre-
sciano, fondato nel 753 da Desiderio su un’area donata dal re Astolfo,
fu dotato di ampi possedimenti dispersi un po’ dappertutto nelle terre
del Regno, in particolare a partire dal 757, quando Desiderio salì al
trono179, e lo stesso Arechi II provvide a elargire beni nel Ducato di
Spoleto e nel beneventano180. Anche sotto questo aspetto l’azione
arechiana trovava dunque un importante precedente nel monastero
desideriano181. L’articolazione dei possedimenti di Santa Sofia tutta-
via rivela, come si vedrà, un significativo aggancio a una nuova realtà
socio-economica, che si incardina e prospera su rinnovate modalità
di gestione dei patrimoni fondiari182.
178 Per Santa Sofia rimane fondamentale DELOGU, Mito, in part. pp. 16-36.
179 Su San Salvatore si veda BOGNETTI, La Brescia dei Goti, pp. 433 ss. Alla
caduta del regno longobardo il cenobio poteva contare su 85 possedimenti fondiari
dispersi in tutto il territorio longobardo dalle Alpi fino ai Ducati di Spoleto e di
Benevento, PASQUALI, Gestione economica, p. 133. Per una ricostruzione puntuale
dei possedimenti del cenobio bresciano, ID., La distribuzione geografica, pp. 139 ss.
180 CDL III, 1, 44.
181 Allo stesso modo di Desiderio per San Salvatore anche Arechi II scelse come
badessa del cenobio beneventano una sua figlia. Più in generale le influenze delle
realizzazioni dei sovrani pavesi si riscontrano anche nell’ideologia, nella cultura
artistica e nella concezione urbanistica di Arechi II. DELOGU, Mito; DI MURO, Cultu-
ra artistica.
182 Si veda a tal proposito infra
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57Il contesto del Pactum Sicardi
Altro centro monastico legato a Montecassino era Santa Maria in
Cingla nell’alta-media valle del Volturno, tra Alife e Venafro. Il mo-
nastero femminile, fondato dall’abate Petronace con il favore e il
sostegno del duca Gisulfo II, deteneva nel IX secolo un rilevante
nucleo compatto di possedimenti fondiari nei pressi del monastero
valutabile in circa 60 km2 e altre proprietà nell’area tra il Lete e il
Volturno. Anche qui, come a Benevento, operavano prepositi che af-
fiancavano le badesse183.
Le medesime modalità di supervisione si può presumere valesse-
ro per gli altri cenobi legati a Montecassino tra VIII e IX secolo:
Santa Maria in Plumbariola, fondato dal re Ratchis, e Santa Maria di
Cosenza184. Un’altra importante dipendenza cassinense doveva es-
sere l’abbazia di San Benedetto a Salerno, dove l’Anonimo salernitano
scrisse il suo Chronicon185.
La strutturazione delle proprietà delle due maggiori abbazie meri-
dionali fa emergere un complesso sistema di controllo delle risorse
produttive: si tratta di organismi policentrici dove la rete delle accu-
mulazioni appare talora diramarsi in una serie di strutture intermedie
di raccordo tra i possedimenti periferici e le due abbazie, costituite da
monasteri prestigiosi che controllano concentrazioni fondiarie spesso
distanti dalla casa-madre. È interessante notare come i monasteri
dipendenti dai due grandi cenobi del Principato di Benevento che svol-
gevano tale funzione fossero tutti o quasi femminili; probabilmente
tale circostanza era dovuta alla possibilità di controllare in maniera
più efficace questi cenobi attraverso l’opera dei prepositi inviati dalle
case-madri, che vigilavano e intervenivano nelle vicende economico-
183 Ad es. GATTOLA, Ad Historiam Abbatiae Casinensis Accessiones, p. 96, a.
810 (ins.); per Santa Maria in Cingla da ultimo DI MURO, Territorio e società.
184 Per i due cenobi si veda BLOCH, Monte cassino in the Middle Age.
185 Il monastero, la cui prima attestazione risale all’868, secondo il pontefice
Nicolò II semper et iterum inter oboededientias casinenses enumeratum, KEHR,
Regesta Pontificum Romanorum, p. 365, a. 1059. Per San Benedetto di Salerno si
veda CRISCI, Salerno sacra, III, pp. 7 ss.
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58 Il contesto del Pactum Sicardi
186 Per il ruolo dei prepositi cassinesi a Santa Sofia si veda MARTIN, Il Cod. Vat.
Lat. 4939, p. 51.
187 Ciò sembra potersi dedurre per S. Sofia dai privilegi pontifici del IX secolo,
dove non si fa riferimento alle dipendenze monastiche cassinesi nel territorio
beneventano, per i quali si veda BLOCH, Monte cassino in the Middle Age, pp. 253-
255; 644-650.
188 J. M. MARTIN, Il Cod. Vat. Lat. 4939 e la storia di Santa Sofia, in CSS, pp.
53 ss., in part. pp. 54-55.
189 Supra.
190 Per tali sistemi in generale si vedTOUBERT, Dalla terra ai castelli, pp. 148-150.
amministrative dei monasteri186; il che consentiva la dispersione delle
dipendenze in un ampio territorio187. Forse non è un caso che a
Benevento la trasformazione di Santa Sofia in monastero maschile,
con un ex prepositus, Urso, elevato alla dignità abbaziale intorno al
940, coincise con la rottura dei legami con Montecassino188.
La strutturazione della grande proprietà laica sembra rispondere
alle medesime esigenze di collegamento e centralizzazione: qui i cen-
tri curtensi costituiscono i poli di gestione, di raccolta e di raccordo
diretto con le residenze principali dei proceres, le città. Nel caso di
Potone, ad esempio, si può osservare come i possedimenti si infitti-
scano lungo i percorsi che giungevano a Salerno e Benevento, centri
dove probabilmente Potone aveva residenze; analoga situazione si
verifica per Guaccone e per Alhais, possessore di abitazioni a
Benevento (due) e a Salerno189 (figg. 6-7).
Si tratta di dislocazioni strategiche, che da un lato testimoniano la
relativamente buona percorribilità delle vie del Mezzogiorno, incenti-
vata anche dall’interesse dei signori della terra affinché le loro merci
potessero giungere senza troppi problemi presso le loro residenze,
dall’altro svelano l’esistenza di sistemi estremamente razionali di pre-
lievo e trasferimento delle eccedenze produttive di una strutturazione
patrimoniale policentrica, aspetti tipici delle modalità dell’organizza-
zione curtense190.
 Alla luce di quanto visto si può immaginare che lungo le maggiori
vie di comunicazione del Principato tra la seconda metà dell’VIII
secolo e la metà del IX si affollassero uomini e merci che dai boschi,
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59Il contesto del Pactum Sicardi
Benevento, Santa Sofia, Storie di San Zaccaria (part.)
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60 Il contesto del Pactum Sicardi
dalle campagne, dalle paludi, dai mulini lungo i corsi d’acqua
dell’Apulia e del Salernitano, del Sannio e della Contea di Capua si
riversavano, almeno in alcuni periodi dell’anno, verso i grandi mona-
steri e i centri di residenza urbani dei maggiorenti, percorrendo vie
secondarie o lungo le strade principali del Mezzogiorno longobardo.
Alcuni riscontri diretti nelle fonti scritte confermano quanto detto:
Erchemperto ricorda la consuetudine dei dinasti capuani di «triticum
de agris … recolligeret in urbibus suis», cioè nei centri della Contea
di Capua dove risiedevano, quali Teano, Calvi, Aquino, Suessola, Sessa
etc191. Anche i piccoli-medi allodieri residenti in città prevedevano
negli atti di affidamento dei loro terreni a coloni che essi portassero
presso le loro residenze urbane i canoni dovuti: così, ad esempio, a
Salerno un tale Arichis, possessore di una piccola curtis nelle cam-
pagne picentine, riceveva ogni anno in bindemie binum mundum
sine aquas hic Salerno tractorie sex192.
Il monaco Sabatino di San Vincenzo al Volturno, all’indomani del-
la distruzione del cenobio, ricorda come dai possedimenti di Capriati
al Volturno (CE), cui era stato preposto per molti anni, omni anno
dirigebam ad nostrum cenobium centum tritici modia et quadra-
ginta porcos193.
Le esenzioni sui diritti di portatico ottenute da Santa Sofia per le
merci in ingresso a Benevento forniscono un quadro abbastanza chia-
ro dei prodotti che affluivano al cenobio dalle numerose dipendenze
nel territorio. Arechi II concesse l’esenzione dal pagamento del por-
taticum per la legna trasportata in città: de porta Aurea de lignis
carra quinquaginta, de porta Summa carra quinquaginta, de porta
Rufini carra treginta, de porta Noba carra treginta, de porta
sancti Laurenti carra treginta194; mentre nell’821 Sicone esonerò il
monastero dal pagamento del portaticum sul vino, sul grano vel omnia
191 ERCHEMPERTO, c. 43, p. 250 in relazione ad avvenimenti dell’880.
192 CDC, I, CXLVII, pp. 187-188, a. 927. Come è noto per tractoriae si inten-
dono corvées di trasporto di derrate pesanti, cfr. ad es. TOUBERT, Dalla terra ai
castelli, p. 221.
193 CV, I, pp. 372-373, a. 881.
194 CSS, I, p. 330.
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61Il contesto del Pactum Sicardi
alimonia aut quamlibet rebus dare debetis nostris portarariis in
civitatem has Beneventanas195. «Plaustra, onerata victualis multisque
opulentiis», dirette al cenobio cassinese, attraversano le vie della
Langobardia meridionale del IX secolo anche durante periodi in cui i
conflitti si inasprivano e le vie divenivano malsicure196.
Non solo le vie di terra costituivano le direttrici dei movimenti, ma
anche i fiumi navigabili della Campania erano solcati da imbarcazioni
e traghetti che trasportavano uomini e merci: se il capitolo13 del
Pactum Sicardi illumina su questa condizione, un porto è altrimenti
attestato a Capua lungo il Volturno197. Nelle disponibilità degli enti
monastici erano strutture portuali, quali i già ricordati approdi cassinesi
alle foci del Garigliano e del Volturno198, mentre un altro approdo
fluviale doveva trovarsi presso la cella cassinese di San Martino vici-
no alla confluenza del Titerno nel Volturno199, non lontano da Alife,
strutture evidentemente funzionali al trasporto delle merci per le vie
d’acqua200. Nei casi specifici si può ragionevolmente pensare ad un
sistema di trasporti via mare dei prodotti di alcuni possedimenti
cassinesi che attraverso il Volturno e il Garigliano giungevano poi
sulla via Latina e di qui al cenobio.
Prodotti difficilmente reperibili nelle vicinanze delle residenze dei
grandi possessori provenivano da possedimenti lontani: la documen-
195 CSS, I, p. 379.
196 ERCHEMPERTO, c. 61, p. 259.
197 Ivi, c. 44, p. 254.
198 Supra.
199 La citazione di S. Martino in Bulturno cum porto suo si rinviene nel falso
diploma di conferma di Ludovico il Pio a Montecassino prodotto da Pietro Diaco-
no: CUOZZO-MARTIN, Documents inédits, 20 C. È evidente come il porto lungo il
Volturno ricordato dal celebre interpolatore cassinese fosse attivo nel XII secolo,
ma è probabile che tale approdo sussistesse almeno dagli inizi del IX secolo, peri-
odo in cui è attestata per la prima volta la cella di San Martino al Volturno (a. 808):
GATTOLA, Accessiones, I, p. 21. Per San Martino al Volturno si veda BLOCH,
Montecassino, p. 736.
200 Da una carta del 1114 si evince come i monaci cassinensi fossero soliti per
viam Garilianum eundi et redeundi cum navigiis et mercato ad portum de Suio (nei
pressi di Castelforte lungo il Garigliano) (CMC, p. 519).
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0061
62 Il contesto del Pactum Sicardi
tazione scritta informa come pressoché tutti i grandi enti monastici
del Principato detenessero diritti di pesca e di approvvigionamento
del sale presso i laghi costieri e le paludi della Puglia settentrionale e
della Campania: Monte Cassino possedeva peschiere lungo i laghi di
Lesina e Varano sin dall’VIII secolo, Santa Sofia di Benevento ave-
va diritti di pesca e raccolta di sale a Lesina, a Siponto, a Salpi201 e
sul lago palustre litoraneo di San Salvatore presso Salerno, un lagum
ad piscandum, come si precisa nel documento202, mentre San Vin-
cenzo al Volturno deteneva diritti di pesca sul lago di Lesina e presso
la laguna di Siponto dal IX secolo203, oltre a possedere la palude di
Pantano presso il Lago Patria204. Risulta evidente come tali prodotti
fossero funzionali alle necessità alimentari dei monaci, la cui dieta
prevedeva largo consumo di pesce205, e dunque è naturale venissero
trasportati periodicamente presso i cenobi.
Alla luce di quanto visto si può affermare l’adozione diffusa di un
sistema di centralizzazione delle rendite fondiarie (almeno delle ren-
dite in natura, ma non solo) da parte sia delle aristocrazie laiche sia
dei grandi istituti monastici del Mezzogiorno longobardo.
Tale movimento di prodotti era funzionale in primo luogo al
raggiungimento della completa, o quasi, autosufficienza, vero e pro-
prio mito della cultura altomedievale206. Dalla documentazione scrit-
ta sappiamo che nelle disponibilità dei grandicomplessi monastici del
Principato vi erano anche strutture per le produzioni artigianali ed
estrattive. Se le indagini archeologiche condotte a San Vincenzo al
Volturno restituiscono una vivida immagine dell’organizzazione arti-
201 2 saline a Salpi e a Siponto CSS pp. 353, 342 a. 774, una peschiera presso
il lago di Lesina: CSS, pp. 382-384, a. 835.
202 CSS, p. 314.
203 CV, p. 249, a. 800: piscariam et focem de lacu de finibus Lisine; CV, pp. 262-
263 possedimenti a Siponto cum aqua de mare ad sippie prindendum.
204 CV, I, pp. 235-236, a. 819.
205 Si veda ad es. MONTANARI, Alimentazione e cultura, pp. 63 ss.
206 A proposito del mito altomedievale dell’autosufficienza: ANDREOLLI-MON-
TANARI, L’azienda curtense in Italia, pp. 118 ss.; TOUBERT, Dalla terra ai castelli,
pp. 128-129; 243-244.
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63Il contesto del Pactum Sicardi
gianale di una grande abbazia meridionale nel IX secolo207, il caso di
Santa Sofia può essere esemplificativo della scala territoriale su cui
si estendeva la rete delle attività artigianali ed estrattive di un grande
possessore fondiario nel Mezzogiorno longobardo. La specializzazione
produttiva di alcuni possedimenti donati da Arechi II nel 774 al cenobio
beneventano (saline a Salpi208, lago per la pesca di San Salvatore a
Salerno209, una ferriera [ferrara] a Prata210, una preziosa cava di
gesso [gypsaria] a Nurano211, un bosco dove far legna ad Ascoli
Satriano212, oltre alle già ricordate aziende di allevamento a Larino e
nei pressi del Biferno) fa comprendere come il principe avesse ben
presente le esigenze di autosufficienza del cenobio e come quest’ul-
tima costituisse un obiettivo da raggiungere: tale preoccupazione ap-
pare evidente anche nella concessione alle puellae di Santa Sofia di
una dotazione pari a cento suini per le necessità alimentari 213 e 200
solidi ogni anno per l’acquisto di vesti214. In quest’ottica appare deci-
samente importante l’acquisizione di mulini da parte delle grandi ab-
bazie, in quanto strumento estremamente efficace per la crescita della
redditività e per il controllo degli uomini215.
207 HODGES, Goodbye to the Vikings?, pp. 117-140.
208 CSS, p. 329.
209 Ibid., p. 328.
210 Ibid., pp. 334-335.
211 Ibid., p. 320
212 Ibid., p. 330
213 CSS, p. 331 ad lardum ... porcos capita centum. Il lardo veniva usato come
condimento.
214 Ibid., p. 332.
215 Si vedano ad es. CV, I, p. 142 p. 253 (mulino nei pressi di Venafro), 254
(mulino lungo il fiume Tensa a Campagna, SA); CV, I, p. 254 a. 817 (mulino lungo il
fiume Sesto, nei pressi di Venafro); CV, I, p. 276, a. 800 ca (una curtis in Abruzzo
con sette mulini); CSS, II, mulino ad Ponticellum p. 426 (a. 724); mulini di San
Benedetto ad es. in Chronica mon. Cas., I, 18, p. 60 a. 798, ibid., I, 45, p. 119 (IX
sec.). Anche le chiese private si dotavano di mulini: così ad es. l’abate della
Eigenkirche principesca di San Massimo a Salerno già nell’865, a pochi anni dalla
fondazione, aveva fatto edificare un mulino nei pressi del fiume Irno: CDC, I, LXI,
p. 76, a. 865.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0063
64 Il contesto del Pactum Sicardi
I.3.2. Mercati locali e insediamenti rurali
Se l’autosufficienza costituiva un traguardo, allo stesso tempo una
tale articolazione del possesso fondiario, unita al controllo di opifici
produttivi, innescò processi economici di rilevante ricaduta sulla so-
cietà del tempo. Grazie a tali articolazioni si creavano, si è detto, al
vertice delle reti di raccolta locale costituite dalle curtes, notevoli
terminali di accumulazione coincidenti con i depositi presso le resi-
denze dei grandi proprietari, laici ed ecclesiastici, la cui funzione era
innanzitutto, bisogna presumere, legata al consumo o alla conserva-
zione nel timore di carestie. Le ingenti quantità di grano e legumi,
scaraventate nel Volturno dagli Agareni di Sagdan dopo la presa del
cenobio di San Vincenzo (a. 881), costituiscono un’eloquente e ben
nota testimonianza in tal senso216. Allo stesso tempo risulta evidente
che l’accumulazione e la centralizzazione dei prodotti favorisse le
opportunità di commercializzazione delle eccedenze, in particolare di
prodotti poco diffusi: il sale ad esempio, che, come è noto, costituiva
un elemento estremamente prezioso per la conservazione degli ali-
menti e di non facile reperimento nelle aree interne, doveva essere
un prodotto molto richiesto217. Altri prodotti non strettamente neces-
sari alla vita quotidiana dei possessori è pensabile venissero esitati;
ad esempio, i numerosi suini che giungevano al cellario vulturnense.
Come si è visto, solo dai possedimenti di Capriati provenivano ogni
anno 40 maiali, che di certo non potevano rientrare di regola nella
dieta dei monaci218; è dunque ipotizzabile che quanto sopravanzava
alle necessità dei famigli residenti nel monastero trovasse collocazio-
216 Chronicon casinense, c. 30, pp. 229-230.
217 Per il problema dell’approvvigionamento del sale nel Mezzogiorno e per gli
interventi dei sovrani a partire dal XIII secolo per la distribuzione alle popolazioni
si veda D’ARIENZO, Il monopolio del sale; ID, L’arrendamento del sale. Anche per
questo aspetto la situazione riscontrata nel Mezzogiorno longobardo si inserisce
nella tendenza delle grandi signorie monastiche dell’Europa curtense carolingia a
costituire patrimoni saliferi; a tal propositoTOUBERT, Dalla terra ai castelli, p. 145.
218 Sono noti i divieti della Regola sul consumo di carni; si veda ad es. MONTA-
NARI, Alimentazione e cultura.
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65Il contesto del Pactum Sicardi
ne sui mercati locali. La testimonianza del cellarario Sabatino di San
Vincenzo al Volturno sulla regolarità delle corresponsioni in natura,
inviate annualmente dai possedimenti di Capriati alla casa madre, la-
scia ipotizzare inoltre una certa possibilità di pianificazione da parte
dell’abbazia vulturnense sui quantitativi dei prodotti in entrata, con la
eventualità di una previsione, seppur relativamente vaga, delle ecce-
denze che ogni possedimento poteva rendere disponibili.
In un tale contesto non meraviglia la precoce attestazione di mer-
cati nei due centri maggiori di accumulazione e consumo del Mezzo-
giorno longobardo tra VIII e IX secolo, Benevento e Salerno, resi-
denze di gran parte delle aristocrazie fondiarie: a Benevento si ha
testimonianza di un mercato extramurano già nell’VIII secolo219,
mentre a Salerno nel IX secolo sono ricordati ben due mercati, uno
nel suburbio e l’altro all’interno delle mura 220.
Le due maggiori signorie fondiarie monastiche meridionali dispo-
nevano nel IX secolo di importanti succursali a Salerno e a Benevento,
collegate, come si è visto, ottimamente alla rete extraurbana delle
proprie dipendenze. Questa presenza doveva di certo arricchire i
banchi dei mercati urbani e contribuire in modo rilevante alla crescita
delle città221. A Salerno e a Benevento tale dinamica di collegamento
rivolta al mercato è testimoniata dalle concessioni dell’autorità per
garantire l’esenzione dalla fiscalità indiretta legata all’esercizio del
commercio: così a Benevento il monastero di Santa Sofia riceve nel
774 da Arechi II l’esenzione dal siliquaticum per il mercato di San
219 CSS, p. 331.
220 Il mercato urbano si svolgeva lungo la platea maior della città, la strada più
importante, che conduceva a porta Elini, si veda ad es. DELOGU, Mito, p. 123. Il
mercato extramurano è ricordato per la prima volta in CDC, I, p. 55, a. 856, un atto
di donazione di terre nei pressi del berolais e del rivus Faustini, nella località detta
mercatum, circostanza che testimonia una presenza tanto forte e di lunga data da
far relazionare, nella toponomastica salernitana del IX secolo, il luogo all’attività
che in esso si svolgeva. L’area del mercato extraurbano è stata individuata nella
zona oggi nota come Fieravecchia (DELOGU, Mito, p. 114). Si veda anche DI MURO,
Mezzogiorno longobardo, pp. 118 ss.
221 Per la crescita urbana del IX secolo nella Langobardia minor si veda supra.
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66 Il contesto del Pactum Sicardi
Valentino222; concessione analoga viene rilasciata all’abate di Monte-
cassino dal principe Guaimario I di Salerno nell’899 per il tributo do-
vuto al sacro palazzo in relazione ai negozi tenuti presso il mercato
della città tirrenica223. Nello stesso periodo il cenobio benedettino
riceve dal principe una grossa curtis nel territorio della vicina Rota224,
che va ad aggiungersi alle proprietà gestite dal monastero salernitano
di San Benedetto, dipendente dalla casa madre cassinese, documen-
tato a partire dalla metà del IX secolo225. Ma le esenzioni fiscali ve-
nivano rilasciate anche ai monasteri extraurbani dipendenti dai cenobi
vulturnense e cassinese, quali ad esempio la ricca dipendenza cassinese
di Santa Maria in Cingla226. È probabile che anche l’abbazia di San
Vincenzo al Volturno esitasse in città parte delle produzioni prove-
nienti dalle ricche curtes ad est di Salerno227: non è forse un caso
che il monastero vulturnense di San Giorgio si trovasse nei pressi del
mercato, e la suggestiva immagine che offre un documento del X
secolo in cui si ricordano honerosa plaustra, carichi evidentemente
di articoli provenienti dalle campagne salernitane, che si recavano al
monastero o al mercato percorrendo le strette vie cittadine non senza
disagi228, può aiutare a farsi un’idea della quantità di derrate che giun-
222 CSS, I, p. 331. Per le esenzioni ottenute dai principi di Benevento per le
merci in ingresso a Benevento si veda supra.
223 Archivio di Montecassino, Registro di Pietro diacono, f. 283, n. 424. Si
veda anche TAVIANI CAROZZI, La Principauté lombarde, I, p. L; IV, p. 1132.
224 GATTOLA, Ad Historiam Abbatiae Casinensis Accessiones, I, p. 45, a. 900;
oltre alla curtem illam de loco Rota, Guaimario I concede a Montecassino omnia
rebus substanciam … di un tale Roderis che erano pervenute alla potestà del Sacrum
nostrum palacium. Montecassino in quegli anni, inoltre, controllava il monastero
salernitano di San Benedetto, con le sue pertinenze.
225 Il monastero è ricordato per la prima volta nella documentazione salernitana
da Guaiferio nel documento di dotazione di San Massimo: CDC, I, p. 82, a. 868.
Nello stesso anno si ricorda a Salerno una platea super Sancto Benedictum, ivi, p.
84. Per i legami con Montecassino si veda supra.
226 GATTOLA, Ad Historiam Abbatiae Casinensis Accessiones, I, p. 96 a. 810
(ins.).
227 Per la consistenza e l’articolazione dei possedimenti vulturnensi del Picentino,
del Tusciano e del Tenza, supra e DI MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 310-
312.
228 Documento edito in CASSESE, Pergamene, p. 49, a. 991 ins.
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67Il contesto del Pactum Sicardi
gevano a Salerno. Anche nei pressi del mercato extraurbano di
Benevento, a San Valentino, l’abbazia di San Vincenzo al Volturno
possedeva case229.
Ma nel IX secolo i mercati non si limitavano ai due centri maggio-
ri del Mezzogiorno longobardo. Anche per i centri minori si rinvengo-
no tracce di strutture di scambio. Nel centro ormai ruralizzato di
Nocera (SA) nel IX secolo è menzionato un mercato in cui si rogano
atti di compravendita fondiaria: è possibile che la sussistenza di un
mercato fosse legata anche alla vicinanza alle terre napoletane e che
dunque Nocera, nonostante la decadenza, rappresentasse una porta
di ingresso commerciale al Principato230. Il mercato di Nocera si tro-
vava all’interno delle vecchie mura romane, a Pucciano nel luogo
detto Tostaciu, non lontano dal battistero di età giustinianea di Santa
Maria Maggiore. Sembra particolarmente interessante segnalare che
nell’XI secolo la chiesa privata principesca salernitana di San Massi-
mo, detentrice di possedimenti a Nocera sin dal IX secolo, control-
lasse un cellarium nel mercatum di Nocera231 e già nel IX secolo, si
è visto, il ricco Potone possedeva una curtis in quello stesso luogo232.
Un altro vivace mercato doveva essere quello di Venosa: qui intorno
all’860 vi fu una baruffa, ricordata in un sermone del poeta ebreo-
venosino Silano233.
229 CV, I, p. 296, a. 833.
230 CDC, I,15, XIV, a. 824; CDC , I, 18, XVIII, a. 835; CDC, I, pp. 27-28, XXIV,
a. 844; CDC, I, pp. 32-33, XXVIII. a. 848; CDC, pp. 38-39, XXXII, a. 848; CDC,
I, p. 47, XXXVIII, a. 854; CDC, I, p. 72, LVIII, a. 859; CDC, I, p. 78, LXIII, a. 866
(mercato sub monte Lebinu a Pucciano di Nocera ) CDC, I, p. 106, LXXXIII, a. 880.
231 CDC, VI, p. 45, a. 1035. Nel documento un concessionario di terre di San
Massimo dichiara che porterà il vino dovuto alla chiesa salernitana per plaiu uius
Nucerie da lu mercatu in subtus, ubi paratus fuit cellarium ipsius ecclesie. Il mona-
stero salernitano di San Massimo possedeva terre a Pucciano sin dall’872, quando
un tale Rattipertus donò integras terras meas cum arbustis bitatis et insetetum et
castanietum, quas abeo in suprascripto locum nucerie ubi proprius puctianu bocatur,
CDC, I, LXXII, p. 95. Un cellarium di San Massimo a Nocera è attestato dal 962
CDC, II, CCXV, p. 6.
232 Supra.
233 The Chronicle of Ahimaaz, p. 68; COLAFEMMINA, Insediamenti e condizione
degli Ebrei, p. 217.
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68 Il contesto del Pactum Sicardi
Il capitolo 15 del Pactum Sicardi, in cui si stabilisce la possibilità
di vendita di bestiame solo nelle città o al mercato alla presenza di
giudici, lascia intravedere l’esistenza di mercati pressoché in ogni
centro gastaldale della Langobardia234, dove, si è detto, molto spes-
so erano celle dei maggiori cenobi, ma di fatto fa emergere una re-
strizione dei luoghi di scambio ai centri dove erano attivi ufficiali del
sovrano, si deve presumere in forma stabile. Si tratta in ogni caso di
una razionalizzazione del controllo delle strutture di scambio da parte
dell’autorità, ulteriore testimonianza dell’interesse per esse.
Altri mercati erano forse nei pressi delle abbazie esenti dal con-
trollo di funzionari pubblici, come è stato congetturato per il cenobio
cassinese sulla base della documentazione seriore235. Anche nella
sfera degli interessi di San Vincenzo al Volturno gravitavano mercan-
ti legati in qualche modo all’abbazia, come quel Taloni negociator
detentore di terre vulturnensi nel comitato di Valva nel 787236. Lo
stesso monastero alla fine del IX secolo possedeva un fundum [...]in
portu Neapolitanu.. quod quidem maximis comodis et questibus
precipuum erat237, come ricorda il monaco Giovanni, e che poteva
fungere da luogo di stoccaggio anche in un momento di crisi per il
monastero. Sulla possibilità che i grandi enti monastici longobardi
esitassero parte dei prodotti provenienti dalle loro numerose curtes
disperse nelle terre del Ducato, risulta di estremo interesse la possi-
bilità che alcune signorie monastiche fossero in grado di pianificare
le eccedenze annuali provenienti dai loro possedimenti, come sembra
emergere, si è visto, per San Vincenzo al Volturno: in tal caso si po-
234 Pactum Sicardi, 15, p. 195. La presenza di ceramica ‘Forum ware’ di produ-
zione romana in molti centri della Longobardia minor pare una conferma, infra.
235 Leone Ostiense, nel descrivere un’antica processione cui partecipavano tutti
i monaci cassinesi nel tempo di Pasqua, ricorda come questi, giunti nei pressi del
monastero, «ab ipso negotiantum foro letanias incipientes in ecclesiam domini
Salvatoris intrabant»: Chronica monasterii casinensis, I, 32, p. 87; sembrerebbe che
il cronista collochi le origini di tale consuetudine al tempo dell’abate Bassacio (837-
856). Per l’ipotesi della sussistenza di un mercato nei pressi dell’abbazia cassinese
già nel IX secolo, CITARELLA-WILLARD, The ninth century treasure, pp. 76-77.
236 CV, I, p. 206.
237 CV, II, p. 30.
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69Il contesto del Pactum Sicardi
trebbe prospettare qualcosa di analogo a quanto proposto da Sabatino
Lopez sulla possibilità della commercializzazione di parte di tali sur-
plus nelle abbazie carolingie238.
Si può ritenere che talvolta alcuni prodotti non considerati stretta-
mentenecessari ai bisogni dei signori fondiari venissero esitati già
nei pressi della curtis e il frutto in moneta della transazione conse-
gnato al possessore: in tal modo si ovviava, tra le altre cose, alla
difficoltà di dover trasportare merci voluminose per lunghe distanze.
Il tremisse di Grimoaldo III ritrovato presso l’insediamento rurale di
Scorciabove nelle campagne di Lucera può rappresentare un indizio
in questo senso239. Lo stesso negociator Talone, già ricordato, avreb-
be potuto avvantaggiarsi della relativa lontananza di Valva da San
Vincenzo al Volturno, per acquistarne alcuni prodotti a Trita ed esitarli
altrove nella valle. Da questi centri periferici e dai mercati urbani il
ricavato delle vendite poteva arrivare molto più agevolmente ai luo-
ghi di residenza dei signori della terra: i circa 30000 solidi aurei, parte
dell’ingente tesoro di Montecassino nell’844, possono essere stati ac-
cumulati anche in questo modo240.
Gli elementi riportati sopra costituiscono indizi di una diffusione
capillare di mercati per lo più di rilevanza locale, terminali delle pro-
duzioni regionali eccedenti il fabbisogno legato all’autoconsumo, ma
che per i grandi centri (Salerno, Benevento, forse Capua e i centri
abbaziali vulturnense e cassinese) travalicavano la dimensione locale
in ragione soprattutto, si è cercato di mostrare, della strutturazione
dei possedimenti delle élites del vecchio Ducato.
238 LOPEZ, The Trade of Medieval Europe, p. 291. La proposta deriva dalla
lettura degli Statuta di Adalberto di Corbie e del Breve memorationis di Wala di
Bobbio. Si veda anche TOUBERT, Dalla terra ai castelli, pp. 218-219.
239 Pur non potendo identificare l’insediamento di Scorciabove con certezza,
mi sembra interessante segnalare come tra VIII e IX secolo numerose curtes appar-
tenenti ai grandi enti monastici beneventani si trovassero nell’area: ad es. CSS, p.
327, a. 774, corte in Luceria, loco qui dicitur Aquilone ... et condome tres ibidem
permanentes; CV, I, p. 264, a. 817, media curte mea in Aquiluni, ossia nei pressi del
fiume Celone a Lucera; ibid., p. 307, a. 847.
240 Chronicon casinense, c. 10 p. 226. Per il tesoro di Montecassino, CITARELLA-
WILLARD, The ninth century treasure.
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70 Il contesto del Pactum Sicardi
Come è noto, l’organizzazione centralizzata del grande dominio
stimolò un po’ dappertutto nell’Europa carolingia lo sviluppo del com-
mercio, incoraggiando la crescita di una nascente economia moneta-
ria, favorendo altresì il miglioramento e lo sviluppo della rete viaria
(sia terrestre che fluviale) necessaria alla connessione dei punti di
accumulazione periferici con il centro e, dunque, il movimento di uo-
mini e merci241, e il Ducato-Principato di Benevento, alla luce di quanto
visto, non costituisce affatto un’eccezione in questo senso242. La stes-
sa crescita urbana del IX secolo può essere stata in parte, si è detto,
stimolata dalla presenza in città di cellae monastiche, insieme agli
investimenti delle aristocrazie laiche residenti. Ma il dinamismo del-
l’economia longobardo-meridionale non appare legato esclusivamen-
te alle classi sociali più elevate. Segno evidente di una partecipazione
relativamente allargata alle opportunità, che questi tempi offrivano, è
costituita dagli esempi di prestiti su pegno con interesse che l’archi-
vio cavense fornisce243, chiaramente in funzione di investimenti, e
dalle frequentissime transazioni fondiarie in moneta, anche relative a
piccole somme244, sintomo di una circolazione monetaria sostenuta,
confermata dalle abbondanti emissioni della Zecca di Benevento ai
tempi di Sicardo245.
Un ulteriore elemento a supporto di questo quadro di crescita
economica mi sembra si possa dedurre da un’interessante serie di
contratti stipulati dagli abati di Montecassino tra l’815 e l’870, il cui
contenuto è riassunto da Leone Ostiense. Il primo contratto fu redat-
to intorno all’815: in esso quibusdam hominibus de Termule rice-
vettero dall’abate Gisulfo tutti i possedimenti cassinesi nell’area pro
censu quattordecim solidorum et medietate totius pastionis, da
241 Per l’Europa carolingia, MC CORMICK, The origins, in part. pp. 8-10.
242 Per lo sviluppo dell’economia monetaria nel Mezzogiorno longobardo nel
corso della prima metà del IX secolo si veda infra.
243 MARTIN, Città e campagna, p. 280.
244 Ad es. nell’803 un tale Lupolo acquista una terra nel Salernitano per un
solido e mezzo: CDC, I, V, p. 6; nell’823 un certo Boniperto compra una terra nei
pressi del Sele per 4 solidi e due tremissi: CDC, I, XIII, p. 14.
245 Infra.
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71Il contesto del Pactum Sicardi
versare annualmente246. Una seconda notizia è relativa ad un libellum
in cui ad un tale Guidoni comiti intorno all’870 vengono tràdite dal-
l’abate Bertario le chiese di Sant’Angelo presso Vairano (CE) e di
San Potito (San Potito Sannitico, CE) cum omnibus pertinentiis
earundem ecclesiarum, cum terra videlicet nungentorum quin-
quaginta, in cambio di 500 solidi e un censo annuo di mancusos
VIIm247. Negli stessi anni il medesimo abate concessit [...] Suabilo
gastaldeo Marsorum una serie di chiese nei pressi del lago Fucino
con le loro pertinenze usu fruendi diebus tantum vite ipsius, proba-
bilmente parte della donazione di Ildebrando di Spoleto del 781248. In
cambio della concessione il gastaldo versò una cifra pari a 30 libbre
di denari, impegnandosi per un censo annuale di 4 libbre249. Il fatto
che le chiese di Sant’Angelo e di San Potito siano ricordate nel diplo-
ma di conferma a Montecassino di Lotario III (a. 1137)250 lascia sup-
porre che la concessione al conte Guido avesse lo stesso carattere
vitalizio della traditio a Suabilo, per cui alla morte di Guido
Montecassino ne rientrò in possesso.
Tali contratti, in cui si prevedeva un censo esclusivamente in
moneta, ad eccezione del primo libellum dove al canone in denaro si
aggiungeva la metà di quanto proveniva dalle terre di recente messe
a coltura (medietate totius pastionis), fornivano all’abbazia cassi-
nese la disponibilità di somme considerevoli che potevano arricchire
il tesoro monastico o essere utilizzate altrimenti, senza rinunciare
definitivamente alle tenute. Bisogna chiedersi cosa spingesse i con-
cessionari ad esborsi così rilevanti per la locazione, seppure vitalizia,
di alcuni domini fondiari cassinesi. Mi sembra si possa trovare una
ragionevole spiegazione a tali onerosi investimenti nella ricerca del
profitto. Dalle descrizioni dei contratti tramandate dalla documenta-
zione cassinese traspare innanzitutto come i possedimenti locati fos-
sero organicamente strutturati secondo i canoni correnti della gestio-
246 Chronica Monasterii Casinensis, I, 18, p. 62.
247 Ibid., I, 34, pp. 92-93.
248 Ibid., I, 14, p. 50, a. 782.
249 Ibid., I, 34, p. 93.
250 BLOCH, Monte cassino in the Middle Age, p. 790, nn. 73-74.
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72 Il contesto del Pactum Sicardi
ne curtense del grande dominio251. In secondo luogo i contratti di
concessione più onerosi sono stipulati con membri dell’aristocrazia:
di certo non è pensabile che l’affitto di una tenuta potesse servire ad
un aristocratico per la sussistenza o per aumentare il proprio presti-
gio, per cui si può ipotizzare che le produzioni provenienti da queste
aziende, verosimilmente già floride, venissero in gran parte esitate,
divenendo delle ulteriori fonti di reddito rilevanti per il concessiona-
rio252. In tal modo si sarebbe potuto reperire il denaro per pagare il
canone al cenobio e realizzare un cespite di guadagno che valesse
anche a recuperare, probabilmente nel medio periodo, le ingenti cifre
versate all’abate al momento della concessione. Allo stesso modo, ad
un livello decisamente inferiore ma egualmente significativo, dietro il
gruppo di homines che affittano i possedimenti di Termoli per un ca-
none annuo di 14 solidi possiamo scorgere la capacità dei locatari di
ricavare redditi in moneta dalla gestione delle tenute ricevute in con-
cessione,provenienti verosimilmente dalla vendita di parte dei pro-
dotti. Si tratterebbe in tutti e tre i casi, seppur evidentemente con
mezzi e a livelli diversi, di investimenti sulla terra nella prospettiva di
un lucro nell’ambito di un’economia di scambio. Mi sembra franca-
mente difficile trovare spiegazioni diverse. Probabilmete tali tipi di
contratti non dovevano essere gli unici stipulati a Montecassino, né
devono ritenersi esclusivi della cultura gestionale cassinese: altri grandi
istituti monastici, quali San Vincenzo al Volturno e Santa Sofia, avranno
utilizzato lo stesso strumento per monetizzare la redditività di alcune
251 Così ad es. le terre delle chiese abruzzesi concesse al gastaldo dei Marsi
Suabilio, la cui origine è presumibilmente beneventana in quanto il figlio, Rodeperto,
è detto civis beneventanus (Chronica mon. casinensis, I, 34, p. 93), sono fornite di
servis ..., et ancillis et omnibus pertinenciis earum: Chronica mon. casinensis, I,
34, p. 93.
252 Sarebbe interessante poter conoscere l’origine delle somme investite per
ottenere la concessione dei terreni cassinesi. Se provenissero dai censi accumulati
dai due aristocratici o da altre fonti, risulta pressoché impossibile da stabilire. Non
è improbabile, tuttavia, che almeno una parte derivasse dalla vendita delle ecceden-
ze provenienti dalle loro tenute: questa circostanza avrebbe potuto indurli a ricer-
care altre tenute da cui ricavare reddito.
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73Il contesto del Pactum Sicardi
parti dei loro immensi domini allo stesso modo in cui adottavano mo-
dalità comuni di gestione della terra253.
Le fonti materiali costituiscono indicatori efficaci per misurare la
crescita economica, in particolare i manufatti autoctoni. Tali indica-
tori sono riscontrabili nei due livelli in cui è sostanzialmente struttura-
ta la società longobardo-meridionale dei liberi: le aristocrazie e il po-
polo, i proceres e i mediocres che popolano le storie dei cronisti
della Langobardia meridionale254. Manifestazioni materiali dell’opu-
lenza dei livelli più alti della società longobarda meridionale del IX
secolo possono considerarsi le numerose realizzazioni monumentali
di cui si ha testimonianza materiale: dai complessi monastici, quali
San Vincenzo al Volturno e Montecassino, ad un santuario quale il
complesso micaelico del Mons Aureus nel Salernitano255, alle chiese
rurali realizzate in forme monumentali, quali la chiesa di Sant’Ambrogio
a Montecorvino Rovella (SA) (metà IX secolo), dove alla stesura
degli affreschi operarono artifices che con ogni probabilità avevano
lavorato nei grandiosi cantieri coevi di San Vincenzo al Volturno256
(fig. 12), o la basilica a tre navate di Santa Maria di Compulteria ad
Alvignano (CE) pavimentata con un prezioso mosaico (VIII-IX se-
colo)257, il Santo Stefano di Raviscanina, nella cui spazialità imposta-
ta su di una pianta centrale è possibile rintracciare echi dell’architet-
tura aulica longobarda (VIII secolo)258, il complesso santuariale di
San Marco di Cellole (CE) (IX secolo)259 o, in Puglia, la chiesa di
253 Che tali documenti non siano stati conservati, può essere dipeso da una
serie di fattori, quali ad esempio l’inutilità di preservarli nel periodo in cui furono
redatti i cartulari delle grandi abbazie meridionali (XII secolo).
254 Per la divisione sulla base delle cronache, CILENTO, Le origini della signoria
capuana; si è tuttavia osservato come al loro interno le stesse classi sociali
beneventane presentassero significative stratificazioni; cfr. supra e VON FALKENHAU-
SEN, La dominazione bizantina, pp. 154-157, che propende per tre classi.
255 DI MURO-LA MANNA, Scavi presso la Grotta di San Michele.
256 PACE, La pittura in Campania, p. 97.
257 I Longobardi con bibl.
258 DI MURO, Territorio e società.
259 DI MURO, Un insediamento, pp. 195-208.
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74 Il contesto del Pactum Sicardi
Seppannibale presso Fasano (VIII-IX secolo)260, frutti di rilevanti
investimenti delle élites laiche ed ecclesiastiche.
 Il proliferare di nuovi insediamenti rurali, che si coglie anche nel-
la coeva documentazione scritta per quanto riguarda la costruzione di
curtes e case in pietra nelle campagne261, è indice sicuro di una forte
crescita demografica e di una conquista consistente di nuove terre ai
coltivi, fino a giungere alla fondazione di vere e proprie città, di cui la
nuova Capua sul Volturno fondata nell’858 dagli eredi del conte
Landolfo costituisce la dichiarazione ideologica e, forse, materiale
più elevata.
La traccia di una circolazione di produzioni locali all’interno del-
l’area beneventana e di un benessere relativamente diffuso anche
agli strati più bassi dei liberi longobardi si può cogliere nella produzio-
ne ceramica dei decenni a cavallo dell’VIII-IX secolo, fino al termi-
ne di quest’ultimo, connotata da un livello tecnologico e ‘artistico’
molto elevato rispetto agli standard delle coeve produzioni ceramiche
260 BERTELLI, Cultura longobarda nella Puglia altomedievale.
261 Per il Salernitano, DI MURO, Mezzogiorno longobardo.
Fig. 12. Montecorvino Rovella, chiesa di S. Ambrogio,
affresco absidale, S. Ambrogio (part.)
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75Il contesto del Pactum Sicardi
occidentali, come si comprende dall’emergere di tipi innovativi nella
decorazione, quali le bande rosse graffite o le decorazioni dipinte a
pallini rossi tra bande, e nella forma, quali gli acquamanili liturgici con
decorazioni plastiche applicate rinvenuti presso il santuario di San
Michele ad Olevano sul Tusciano (fig. 13), fino ad arrivare alle pro-
duzioni salernitane di ceramica a vetrina pesante, oggetti diffusi in
ambiti sia urbani che rurali262, segno evidente di una economia in
crescita e di una richiesta diffusa.
Da questo stato di cose derivò presumibilmente un’ulteriore rile-
vante crescita demografica. Non abbiamo elementi per valutare la
popolazione longobardo meridionale. In Abruzzo pare vi fosse una
crescita demografica rilevante nel IX secolo263. Sembra abbastanza
indicativo anche il caso del locus Tuscianus, forse una delle aree più
evolute economicamente dell’Italia meridionale longobarda in quegli
anni: qui, secondo l’Anonimo Salernitano, nell’ 870 risiedevano circa
2000 persone, grossomodo 13 abitanti per km2, indice di una piccola
esplosione demografica nell’area, confortata dal ricco panorama
262 Per l’originalità delle produzioni ceramiche meridionali tra VIII e IX secolo
cfr. ARTHUR-PATTERSSON, Ceramics and early medieval central and Southern Italy, in
part. pp. 414-421. Per gli acquamanili della Grotta dell’Angelo di Olevano, DI
MURO-LA MANNA, Scavi presso la Grotta di San Michele.
263 FELLER, Les Abruzzes médiévales, pp. 419 ss.
Fig. 13. Acquamanile dal santuario micaelico
di Olevano sul Tusciano (IX sec.)
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0075
76 Il contesto del Pactum Sicardi
insediativo emergente dall’intreccio di dati archeologici e fonti d’ar-
chivio264.
È questo grossomodo il contesto produttivo interno nel quale va
collocato il problema delle relazioni di mercato tra i Longobardi
beneventani e le altre realtà politiche che con essi avevano contatti.
264 DI MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 161 ss.
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CAPITOLO SECONDO
SICARDO, IL MEDITERRANEO E L’EUROPA
Solebant venire Salaterni, Gaytani et Malfitani in
Papiam cum magno negotio et donabant camere in
palacio regis quadragesimum soldum et uxori camerarii,
sicut Veneti, per singula pigmata parature (Honorantie
civitatis Papie, p. 18)
Il celebre passo delle Honorantie civitatis Papie testimonia la
ricchezza dei mercanti salernitani, amalfitani e gaetani, equiparati ai
veneziani, in un momento in cui la loro rilevanza sullo scenario del
commercio a lunga distanza era ben consolidata. Ma quali fossero le
origini di questi dinamici mercanti, in particolare dei Salaterni del
documento ticinese, rimane una questione sostanzialmente ancora
aperta. Un’analisi condotta dal punto divista delle interrelazioni poli-
tico-economiche tra le rispettive aree di provenienza, quella longobarda
(Salaterni) e quella di tradizione bizantina (Gaytani et Malfitani),
può fornire validi elementi alla comprensione.
II.1. La “riapertura” del Mediterraneo: mercati in formazione
L’assenza nelle pagine dei cronisti altomedievali di registrazioni
di attacchi arabi alle coste dell’Italia meridionale e della Sicilia negli
anni che vanno dal 752 all’812, rivela la sussistenza di un lungo perio-
do di tregua, che di fatto riaprì le rotte del Mediterraneo ad una rin-
novata sicurezza dopo oltre sessant’anni di conflitti pressoché inin-
terrotti1. Tale situazione si verificava significativamente negli stessi
anni in cui si definiva e consolidava l’assetto territoriale dello stermi-
nato impero abbasside, esteso dall’Atlantico all’Oceano Indiano, reso
ancor più prospero dall’apertura del porto di Canton (792), e dunque
1 Si veda l’utile cronologia in MC CORMICK, The origins, pp. 872-898. In
quello stesso anno (812) 40 navi agarene attaccano Ischia e le coste della
Sicilia: ibid., p. 898.
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78 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
dai rapporti con i mercati cinesi2. La rinnovata sicurezza delle rotte
mediterranee, insieme alla grande fase di espansione economica at-
traversata dall’Islam, costituì una circostanza estremamente favore-
vole per la Sicilia e i centri tirrenici bizantini, che allacciarono relazio-
ni commerciali in particolare con l’Africa settentrionale3. La crescita
urbanistica e demografica delle città del Nord Africa a partire dalla
fine del VII secolo aveva portato ad un incremento nella richiesta di
derrate alimentari e forse anche ad una progressiva desertificazione
di alcune aree ai margini del Sahara, con conseguenti problemi di
rifornimento del legno, materiale indispensabile alla politica militare
islamica4. Le città costiere campane, in primo luogo Napoli, dovette-
ro ben presto assurgere al ruolo di interlocutrici privilegiate per sup-
plire almeno in parte a queste necessità, e già tra la fine del VII
secolo e i primi decenni dell’VIII secolo Napoli è ricordata come
porto per l’Africa e l’Oriente. Intorno al 670 vi fece tappa il vescovo
Arculfo prima di proseguire per la Terrasanta; nel 723 il monaco an-
glosassone Wilibaldo sulla via di Gerusalemme sostò due settimane a
Napoli, dove si imbarcò su una nave egiziana, evidentemente appro-
data nel porto tirrenico per motivi commerciali, che lo condusse con i
suoi compagni in Anatolia5. L’episodio attesta come i contatti tra i
2 HODGES-WHITEHOUSE, Mohammed, Charlemagne, pp. 123 ss. HODGES,
Towns and trade.
3 CITARELLA, Merchants, markets and merchandise, pp. 246-247. Per
una panoramica sulle città in Africa, in particolare alla luce dell’archeologia,
WICKHAM, Framing the Early Middle Ages, pp. 635-644; 720-728.
4 Tale problema fu particolarmente avvertito in Egitto a partire dal VII
secolo: CITARELLA, Merchants, markets and merchandise, pp. 250 ss. La
riconquista bizantina di Cipro e Creta acuì tali necessità di approvvigiona-
mento: LOMBARD Le bois dans le Mediterranée; ASHTOR, Gli Ebrei nel com-
mercio mediterraneo, p. 407. Sull’alta densità urbana dell’Egitto tra VII e IX
secolo, ricostruita in particolare sulla base dei dati forniti dalle ricerche
archeologiche, WICKHAM, Framing the Early Middle Ages, pp. 611-613,
767-769.
5 Per gli itinerari di Arculfo e San Wilibaldo si veda DALENA, Militia
Sancti Sepulcri, pp. 20-21; MC CORMICK, The origins, p. 131.
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79Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
centri costieri campani, in particolare Napoli, e il Mediterraneo meri-
dionale non fossero mai del tutto cessati6.
La prima traccia dell’esistenza di quelli che si possono definire
patti commerciali tra Napoli e Benevento risale al 776, quando in una
celebre epistola indirizzata a Carlo Magno il pontefice Adriano I ac-
cusava i Beneventani di aver stipulato un’amicitia, un accordo, con i
Bizantini per il commercio di schiavi lungo le coste tirreniche7. Fu
questo probabilmente uno dei primi e più richiesti ‘articoli’ negoziati
dai mediatori napoletani, sui cui mercati tale attività poteva vantare
una lunga tradizione, documentata e biasimata aspramente sin dai
tempi di Gregorio Magno8.
I prodotti del Mezzogiorno longobardo si adattavano perfettamente
alle richieste dei mercati in espansione della sponda meridionale del
Mediterraneo, irrorati dall’oro e dall’argento estratto dalle miniere del
Califfato: grano e legno innanzitutto, articoli significativamente ricor-
dati, insieme al bestiame, anche nel Pactum Sicardi, oltre a schiavi, il
cui commercio viene qui esplicitamente vietato9. Le città beneventane
6 La rotta Napoli-Alessandria è attestata in un’epistola di Gregorio
Magno al patriarca di Alessandria dell’agosto del 600: Gregorii Magni
Registrum Epistolarum, XI, 15.
7 Codex Carolinus, 59, pp. 584-585, In questa lettera il pontefice Adria-
no I assicura Carlo Magno che il commercio di schiavi perpetrato lungo le
coste del Tirreno non era ascrivibile all’azione di mercanti romani, come
sostenavano i Franchi, ma ai negozi di mercanti bizantini (con ogni probabi-
lità italici) con la collaborazione dei Longobardi («Repperimus enim in vestras
mellifluas apices pro venalitate mancipiorum, ut quasi per nostris Romanis
venundati fuissent in gentem necdicendam Saracenorum. Et numquam, quod
absit, in tale declinavimus scelus, aut per nostram volontatem factum fuisset;
sed in litora Langobardorum semper navigaverunt necdicendi Greci et exinde
emebant ipsa familia et amicitia cum ipsis Langobardis fecerunt et per eosdem
Langobardos ipsa suscipiebant mancipia»).
8 Gregorii Magni Registrum Epistolarum, II, p. 111, a. 599. Il pontefice fa
riferimento a «Iudaei de Galliarum finibus» che conducono tali negozi sulla
piazza di Napoli. Si veda anche GALASSO, Mezzogiorno medievale, p. 110.
9 Accenni al frumento nel Pactum nei titoli dei capitoli 30 («Ut invitus
non detur precium at terciatores pro tritico aut vino») e 34 («De modiatico»),
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0079
80 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
e i depositi delle grandi abbazie, dove tra la fine dell’VIII e la metà del
IX secolo si riversavano, come si è visto, le eccedenze delle produzioni
dei signori della terra laici ed ecclesiastici, costituivano luoghi dove
reperire quanto necessitava. L’ efficacia della rete delle comunicazioni
all’interno delle terre del Principato, connessa anche ai sistemi di ac-
cumulazione descritti nel capitolo precedente, rendeva estremamente
agevole ai negociatores menzionati nel Pactum l’accesso a tali luoghi.
Lo stesso si può dire delle foreste che, ad esempio, «in partibus
Lucaniae» giungevano a lambire gli approdi del Sele nei pressi del
Mercatellum dei documenti dell’XI secolo o del Golfo di Policastro10.
Dove le grandi foreste erano relativamente più lontane, ad esempio
p. 198, che sembrano riguardare il prezzo del frumento esitato dai tertiatores.
Il grano, come si è visto sopra, pare fosse prodotto in grandi quantità un
po’ dappertutto nel Sannio e nella Campania; una delle aree di maggior
produzione nel IX secolo doveva essere la Terra di Lavoro: tra le tante
testimonianze possibili mi sembra significativo l’episodio riportato da Er-
chemperto relativo a Guido di Spoleto, che nell’885 rifocillò i Capuani con
frumento «ablato ex Liguria» (i.e. Liburia), c. 58, p. 258.
Il bestiame acquistato presso i mercati longobardi poteva servire alle
necessità dei centri costieri bizantini.
Per il legname infra.
Per gli schiavi oltre alla celebre lettera del papa Adriano I a Carlo Magno
del 776 e ai riferimenti in alcuni capitoli del Pactum Sicardi (sulla consuetu-
dine del commercio di uomini e donne longobarde da parte dei Napoletani
siano sufficienti i titoli del capitolo 3 del Pactum Sicardi «Ut Langobardus
Langobarda nullatenus conparentur, nec in mare venundentur», p. 188. e 4
«Ut terciator si a Longobardo venditus fuerit compareturet super mare non
venundetur»; da quest’ultimo si deduce come potesse accadere che i Longo-
bardi partecipassero in qualche modo a questo tipo di scambi vendendo ai
mercanti di schiavi tertiatores liburiani), si veda MC CORMICK, The origins,
pp. 626 ss. Sul commercio dei servi nel Mezzogiorno longobardo si veda
anche DEL TREPPO, La vita economica e sociale, pp. 53-54.
10 Per i «navigia» napoletani che si recavano «in partibus Lucaniae», Pactum
Sicardi, c. 13, p. 194. Per gli approdi si veda supra. Foreste planiziarie erano
nella piana del Sele, ad esempio, il waldu domnicum nel locus Laneo, CDC, I,
III, p. 4, a. 799. Per la rilevante consistenza delle foreste nella Piana del Sele DI
MURO, La Piana del Sele. Il Mercatellum nei pressi del porto del Sele è attesta-
to come toponimo a partire dal 1018, CDC, V, DCCXI, p. 5. Per il mercatellum del
Sele si veda DI MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 271-280.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0080
81Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
nella pianura del Volturno, la via fluviale costituiva un rapido percorso
attraverso il quale fluitare i tronchi dai monti verso il portus Volturnensis.
Il titolo del capitolo 28 del Pactum Sicardi, «Ut non presumat
aliquis absque consilio principis lignum excidere a parte rei puplice»,
del quale purtroppo non è conservato il testo, rivela una evidente pre-
occupazione di Sicardo per il controllo del commercio del legno11. È
interessante notare come pochi anni più tardi (840) nel trattato tra
l’imperatore Lotario e i Veneziani emerga analoga preoccupazione
per la regolamentazione dei diritti di questi ultimi sul reperimento di
legno sulla terraferma12. È stato sottolineato come per i Veneziani
l’approvvigionamento di legname fosse innanzitutto legato alla ne-
cessità dei propri arsenali, non disponendo Venezia di un retroterra
forestale sufficiente alle esigenze dei suoi cantieri13. Diversa appare
la situazione per il Ducato di Napoli: i monti della penisola sorrentino-
amalfitana, ad esempio, costituirono nell’alto Medioevo ricchi serba-
toi da dove furono prelevate le preziose essenze arboree necessarie
alla costruzione di imbarcazioni, come testimonia un celebre docu-
mento del X secolo in cui si ricorda un Petri magistri da Cilianu
[Giugliano nei pressi di Napoli ], qui facit materie da barche, il qua-
le affitta per un anno una montania [...] cum silva et quertietum
alle spalle di Cetara nella costiera amalfitana, per lignamen abscidere
at faciendum inde materie da barcha14. Se dunque, come pare, il
legname longobardo non costituiva per le città costiere campane
materiale per le proprie necessità marinare15, si può ragionevolmente
11 Pactum Sicardi, c. 28, p. 198. CITARELLA, Merchants, markets and
merchandise, p. 266.
12 Pactum Hlotarii, 24-25, 30.
13 MC CORMICK, The origins, p. 730. Lo studioso suppone che in ogni
caso il capitolo nello specifico faccia riferimento a legna per il fuoco in
quanto il termine usato è lignamen non materia, ibid., n. 6. In realtà nella
documentazione altomedievale il termine generico lignamen può indicare il
materiale per la costruzione delle imbarcazioni, come dimostra il documento
amalfitano del X secolo citato nella nota successiva.
14 CDC, II, p. 315, a. 991.
15 Si deve sottolineare come Cetara facesse parte dei territori della Lan-
gobardia minor; tuttavia i monti del Ducato di Amalfi presentavano (e
presentano tuttora) le medesime caratteristiche boschive.
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82 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
affermare che la ragione del loro interesse per esso risiedesse
nell’esitarlo altrove ed in particolare lungo le sponde meridionali del
Mediterraneo, dove era particolarmente ricercato. Di qui l’appren-
sione di Sicardo, comprensibilmente sospettoso nel concedere il le-
gname delle sue foreste, che avrebbe potuto ripresentarsi sotto for-
ma di navi agarene lungo le coste del Mezzogiorno longobardo.
L’altro ruolo giocato dai mercanti dei ducati costieri nei rapporti
tra le due sponde del Mediterraneo era rivolto alle necessità delle
élites beneventane. Sete pregiate, vasellami preziosi, gioielli esotici
giungevano nelle terre beneventane dall’Oriente, come testimoniano
le fonti in cui si accenna ai tesori monastici, alla cui costituzione con-
tribuivano principi e membri dell’aristocrazia guerriero-fondiaria. Il
caso più noto riguarda il tesoro di Montecassino, razziato durante la
guerra civile che portò alla divisione del Principato di Benevento,
dove erano custoditi vasi d’argento dorato prodotti a Bisanzio e panni
di porpora costantinopolitani impreziositi di oro e gemme16, ma, ad
esempio, anche la Santa Sofia beneventana fu dotata di preziosi pro-
dotti esotici17.
Tra i principali vettori di tali oggetti di lusso dovevano essere i
mercanti napoletani e, in particolare, amalfitani, già nel IX secolo
attestati sulle piazze dell’Africa del Nord e ben presto a Bisanzio18.
I mercanti delle città campano-bizantine si configurano come
mediatori tra le esigenze di autorappresentazione delle élites
longobarde, manifestate nella disponibilità dei lussuosi exotica ricor-
dati nelle fonti scritte (ma forse anche di altri articoli quali il papiro,
che ancora nel 788 si poteva trovare a Benevento come prestigiosa
materia scrittoria19), e le necessità di rifornimento di materiale stra-
16 Sul tesoro di Montecassino cfr. CITARELLA-WILLARD, The ninth century
treasure, pp. 86 ss; si veda anche infra.
17 Infra.
18 CITARELLA, Merchants, markets and merchandise, pp. 260-263, si veda
anche infra.
19 Chartae latinae antiquiores, 16, n. 629; MC CORMICK, The origins, pp.
704-705, n. 44. Secondo Michael Mc Cormick il papiro di Benevento poteva
provenire dall’Egitto; non mi sembra tuttavia improbabile ipotizzare una pro-
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0082
83Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
tegico e prodotti alimentari delle terre d’oltremare20. La circolazione
di monete beneventane ad Amalfi e Gaeta nel IX secolo costituisce
ulteriore eloquente traccia dei legami economici tra le due aree21.
Questo stato di cose produsse un forte arricchimento delle città
costiere tra la fine dell’VIII e la metà del IX secolo: così a Napoli,
come emerge dalle ricerche archeologiche e dalle fonti scritte22,
venienza siciliana, anche alla luce dei contatti tra siciliani e Benevento: cfr
infra. Anche a Gaeta è attestato un documento vergato su papiro, ibid.
20 CITARELLA, Merchants, markets and merchandise. Per le importazioni di
lusso nel Ducato-Principato di Benevento tra VIII e IX secolo di grande interes-
se risulta il tesoro di Montecassino, la cui consistenza è stata in parte ricostrui-
ta in base alle testimonianze di Leone Ostiense e del Chronicon Casinense:
CITARELLA-WILLARD, The ninth century treasure. Si veda anche infra.
21 VON FALKENHAUSEN, I Longobardi meridionali, p. 16. MARTIN, Città e
campagna, p. 279; infra.
22 Gli scavi di Paul Arthur a Napoli hanno mostrato come a partire dalla
metà dell’VIII secolo la città tirrenica conosca una consistente ripresa in
tutti i settori della vita urbana, in particolare con una rivitalizzazione dei
commerci anche in ambito sovraregionale (da ultimo ARTHUR, Naples, from
Roman Town to City-state, con ampia bibliografia). A partire dagli anni ’20
dell’VIII secolo le fonti scritte ricordano numerosi interventi di prestigio
legati alla committenza dell’aristocrazia napoletana: in quegli anni il suddia-
cono Teodimo fece ornare di mosaici policromi la diaconia di Sant’Andrea a
Nido, mentre il duca Teodoro fece costruire una diaconia sul Monterone nei
pressi del pretorio (RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, p. 107), il duca-
vescovo Stefano II (768-799) ingrandì l’edificio episcopale aggiungendo
due torri, probabilmente sulla facciata della chiesa, e edificando una cap-
pella dedicata all’apostolo Pietro affrescandola con scene rappresentanti i
sei concili ecumenici. Inoltre dotò il complesso di ornamenti preziosi, quali
una croce d’oro, una patena tempestata di gemme, tre calici aurei e tre veli
d’altarerecanti la sua effige e il suo nome (JOHANNIS DIACONI, Gesta, c. 42,
pp. 425 ss.). Alla fine dell’VIII secolo il vescovo Atanasio I la ornò con
arazzi policromi, «acu pictuli», raffiguranti episodi del Vangelo. La menzio-
ne di velari tessuti ricorda le dotazioni dei pontefici romani di questi stessi
anni che facevano venire da Costantinopoli tali opere, in particolare le sce-
ne figurate. Con ogni probabilità anche i vela napoletani provenivano alme-
no in parte dall’Oriente ed attestano ulteriormente il ruolo di Napoli in que-
sti anni nelle direttrici del commercio mediterraneo. Sulla prosperità econo-
mica di Napoli tra VIII e IX secolo si veda da ultimo VITOLO, Napoli media-
trice di culture, pp. 38-39.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0083
84 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
Gaeta23 e Amalfi24, come emerge dalle fonti scritte, oltre ad una
indubbia crescita nelle zone interne dell’Italia meridionale longobarda.
Nel 1994 Chris Wickham ipotizzò che Napoli avesse costituito a
partire dal VII secolo un emporium per le necessità dei duchi di
Benevento25 e la proposta, alla luce di quanto visto, appare in parte
plausibile. Tuttavia mi sembra che tale dipendenza di Benevento da
Napoli non sia stata esclusiva e che ben presto i Longobardi comin-
ciassero a prendere in considerazione la possibilità di immettersi di-
rettamente nei flussi commerciali veicolati attraverso le vie del mare,
rompendo di fatto il fronte egemonico dei ducati costieri sul controllo
dei traffici tirrenici lungo le coste della Campania. Il ruolo esclusiva-
mente passivo nel flusso commerciale marittimo che si andava sem-
pre più sviluppando doveva, infatti, farsi sempre più presente alla
coscienza dei Longobardi meridionali, che potevano facilmente av-
vedersi di come le città rivali sulla costa prosperassero in sostanza
grazie a quanto essi producevano. In questa prospettiva appare più
chiaro come la decisione di rifondare Salerno da parte di Arechi II
nel 774 possa collocarsi su di un piano strategico complesso, più arti-
colato di quanto le fonti scritte ricordino26: centro marittimo, a poche
miglia da alcuni tra i maggiori emporia del Tirreno, estremo setten-
trionale di una delle pianure potenzialmente più fertili del Mezzogior-
no (la pianura del Sele), snodo viario importante nelle comunicazioni
del Meridione, la città si configurava come luogo ideale dove impian-
tare un’azione di sviluppo produttivo di zone fino ad allora
marginalizzate ed immettersi nei flussi di commercio marittimo in con-
correnza con gli approdi bizantini tirrenici. La presenza della corte
23 La connessione di Gaeta con i mercati longobardi emerge anche dalla
presenza nella documentazione gaetana di transazioni dell’VIII e del IX secolo
concluse facendo uso di monete auree beneventane: ad es. Codex diplomati-
cus Cajetanus, in Tabularium cassinense (1887), 1, n. 1, p. 2. Si veda anche
infra. Nel IX secolo è ricordata a Gaeta anche una comunità ebraica, infra.
24 Sull’economia di Amalfi nell’alto Medioevo si vedano almeno CITA-
RELLA, Merchants, markets and merchandise, e DEL TREPPO, Amalfi.
25 WICKHAM, Considerazioni conclusive, p. 750.
26 Per l’intervento arechiano a Salerno rimane fondamentale DELOGU,
Mito.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0084
85Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
doveva costituire nelle intenzioni di Arechi un potente elemento di
attrazione per i mercanti delle città costiere del Ducato napoletano,
forse in particolare gli emergenti mercanti amalfitani, e la garanzia
per lo sviluppo delle fertili terre circostanti27. Non si comprende di-
versamente la decisione di investire tanto nel vecchio borgo tirrenico
che, come è noto, non fu mai nelle intenzioni di Arechi un’alternativa
a Benevento né una seconda città-capitale e neppure una semplice
fortezza nella quale rinserrarsi in attesa dell’attacco di Carlo28. Un’im-
presa complessa, dunque, quella di Salerno, che la fuga di numerosi
Longobardi dal Nord presso il duca-principe innervò delle risorse
umane necessarie affinché il progetto conseguisse un buon esito. Ciò
che mancava al pieno raggiungimento delle finalità arechiane qui con-
getturate era una vocazione marinara, sulla quale poter costruire uno
sbocco autonomo alle produzioni beneventane. È questo il contesto in
cui si colloca l’attacco di Arechi ad Amalfi del 785, probabilmente la
tessera necessaria a comporre il disegno prestabilito, in un momento
in cui la temuta discesa di Carlo, impegnato nella decisiva campagna
di Sassonia contro Widukindo29, pareva lontana. In conclusione, un
progetto così pianificato avrebbe potuto eliminare almeno in parte la
dipendenza mercantile del Principato da Napoli, consentendo la ge-
stione diretta di parte della commercializzazione dei prodotti longobardi
al di fuori del Principato e proponendosi nella rete di controllo delle
vie tirreniche. La risoluzione, proprio nel 785, della questione sassone
e la discesa di Carlo in Italia nel 786, preliminare alla campagna del
787 contro Benevento30, dovette costringere Arechi ad accantonare i
tentativi di assoggettare l’emergente emporio di Amalfi31.
27 DI MURO, Cultura materiale.
28 DELOGU, Mito.
29 Annales Fuldenses, p. 11, anno DCCLXXXV, Annales Regni Fran-
corum, anno DCCLXXXV.
30 Annales fuldenses, Annales Regni Francorum, agli anni DCCLXXXV,
DCCLXXXVI; per la campagna di Carlo contro Benevento del 787, si veda
SCHIPA, Il Principato di Salerno, pp. 94-95; BERTOLINI, Carlo Magno e
Benevento, pp. 655 ss.
31 Si veda anche CITARELLA, Amalfi and Salerno, pp. 140-141.
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86 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
È ragionevole supporre che nel ventennio in cui fu più acuto lo
scontro franco-longobardo (791-812) le relazioni di non belligeranza
tra Benevento e Napoli avessero favorito l’istaurarsi di più stretti
rapporti commerciali, anche perché la situazione conflittuale non per-
metteva presumibilmente alcuna iniziativa volta a predisporre nel Prin-
cipato un seppur minimo sistema di organizzazione mercantile marit-
tima autonoma. Così, a fronte di una crescita della produttività inter-
na e della ricchezza testimoniata, come si è visto, da tanti indicatori,
la situazione mercantile marinara rimaneva quella propria di una so-
cietà dipendente dalle strutture dei vicini emporia, che di tale stato di
cose dovettero, si è detto, avvantaggiarsi in maniera considerevole.
II.2. I Siconidi, Napoli e Amalfi: tra guerre e commerci
Solo con Sicone e poi con Sicardo (817-839), risolta definitivamente
la contesa con i Franchi, si fecero più concreti e continui i tentativi di
insidiare i ricchi emporia costieri (in particolare Napoli), nella pro-
spettiva evidente di ritagliare alla patria beneventana, sulla spinta
della crescita economica interna, un ruolo da protagonista attivo nel-
l’intreccio degli scambi tirrenici, e non solo. Ma tale politica si dimo-
strò impraticabile per gli ostacoli posti dalla difficoltà di conquistare
Napoli senza poter disporre di una flotta adeguata, dalla corruttibilità
di alcuni dignitari longobardi, come emerge dall’episodio di Roffredo
(833), dall’intervento degli Arabi (835) e in due casi, forse, dall’inter-
vento degli imperatori franchi Ludovico il Pio (826) e Lotario (839)32,
cui si rivolsero i Napoletani per chiedere protezione dagli attacchi
longobardi33.
32 Per questi episodi: ERCHEMPERTO, c. 10, p. 239; Chron. Sal., c. 64, p. 65;
IOHANNIS DIACONI, Gesta, c. 57; BERTOLINI, Carlo Magno e Benevento, p.
181; RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, pp. 53-54.
33 È probabile che in queste occasioni i Napoletani divenissero tributari
dei Franchi, come si evince dalla lettera di Ludovico II all’imperatore Basilio
(«cum licet ab olim nostra fuerit et parentibus nostris piis imperatoribus
tributa persolverit», Chron. Sal., p. 119), in cambio di protezione contro i
Longobardi.
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87Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
 Divenuta difficilmente percorribile la via del controllo diretto de-
gli emporia bizantini,negli ultimi anni del governo di Sicone si ritornò
a considerare vantaggioso promuovere rinnovate relazioni commer-
ciali: l’occasione fu data ancora una volta dalla guerra. Un passo
dell’Anonimo salernitano, stranamente trascurato dagli studiosi che
si sono occupati di economia altomedievale, risulta di grande rilevanza
per la comprensione dei processi economici connessi alle relazioni
commerciali tra Beneventani e Napoletani. Il cronista salernitano,
che, come è noto, poteva consultare documenti conservati presso
l’archivio del Sacro palazzo salernitano, narrando del violento asse-
dio di Sicone a Napoli dell’831, ricorda come il principe, su preghiera
del vescovo beneventano Orso, stabilisse una pace liberando la città
dal duro assedio: «Spopondit ipse Neapolitanorum dux cum universis
suis hominibus sub terribile fortissimoque sacramento atque in eadem
pacti federa per scriptam paginam affirmavit, se daturum ilico omni
anno tributum quod inter eos statutum fuit, atque suos numismatibus
[di Sicone] in ipsa civitate pre mercimonia graderentur; et ipse princeps
Sico Januariique sancti martiris corpus de basilica ubi per longa
temporum spacia requievit elevans, et cum magno tripudio
Beneventum regreditur»34. Si trattava dunque di un accordo scritto
(«scriptam paginam»), in cui i Napoletani si impegnavano a versare
un tributo annuo e accettavano la circolazione della moneta
beneventana nella loro città segnatamente per i commerci («pre
mercimonia»)35.
All’indomani della sottoscrizione del patto, Sicone poteva rientra-
re trionfante a Benevento con le reliquie di san Gennaro, il protettore
di Napoli per antonomasia, acclamato all’«agminum clangorem» dal-
l’esercito e dal popolo in festa, come si annota nella Translatio Sancti
Januarii, Festi et Desiderii. A ragione il principe poteva allietarsi
34 Chron. Sal., c. 57, p. 57.
35 Che davvero esistesse l’accordo ricordato dal cronista salernitano, si
evince dal Pactum Sicardi, in cui i Napoletani rinnovano la promessa del
tributo: Pactum Sicardi, 2, p. 187 «... per unumquemque annum dare nobis
collatam et pristinam que consueti fuistis dare».
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88 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
come se «urbem illam [Napoli] suae subdiderit ditioni»36. Imporre
l’uso del solido beneventano sul mercato di Napoli, oltre all’indubbio
significato politico, equivaleva a stabilire che qualunque mercante
avrebbe potuto acquistare merci su quella piazza utilizzando il circo-
lante beneventano. Il solidus beneventano diventava così di fatto la
moneta di riferimento, lo strumento monetario principale su uno dei
maggiori emporia del Tirreno. Il commercio, in particolare il commer-
cio internazionale, che transitava per Napoli diveniva in tal modo un’op-
portunità senza precedenti per un’ulteriore espansione dell’economia
longobarda: grazie all’accordo imposto da Sicone si veniva a creare un
meccanismo per il quale la zecca di Benevento produceva solidi e il
resto del mondo che commerciava sulla piazza napoletana produceva
quanto la moneta beneventana ormai poteva comprare. È anche sulla
base di questo accordo, a mio parere, che si spiega l’abbondante emis-
sione di circolante che caratterizza la politica monetaria del successo-
re di Sicone, Sicardo37. Questa circostanza svela come l’economia
longobarda in espansione puntasse decisamente ad imporsi sul merca-
to di Napoli non solo nel ruolo di fornitrice di prodotti, e come lo scopo
degli attacchi a Napoli fosse di natura anche economica.
Di questo punto dell’accordo dovevano avvantaggiarsi in primo
luogo i mercanti longobardi, che avrebbero potuto convenientemente
acquistare oggetti esotici da esitare poi agli aristocratici della regio-
ne: in questo modo si allentava la preponderanza dei mediatori dei
Ducati costieri nel Principato. Il vantaggio non doveva inoltre limitar-
si a questo aspetto, anche tenuto conto della probabile esiguità del
numero di mercanti longobardi in quegli anni. La già ricordata testi-
monianza dell’utilizzo di moneta beneventana nelle transazioni presso
le città di Amalfi e Gaeta ne comprova una circolazione a più ampio
raggio, tanto più significativa se si considera che si tratta di centri
36 Translatio Ss Ianuarii, Festi et Desiderii, p. 889. Per il legame tra
Napoli e san Gennaro nel Medioevo si vedano ad es. CILENTO, La Chiesa di
Napoli nell’Alto Medioevo, pp. 685 ss.; VITOLO, Tra Napoli e Salerno, pp.
35-43; 52 ss. Sulla Translatio si veda da ultimo PAOLI, Tradizioni agiogra-
fiche, pp. 289 ss.
37 Su questo aspetto si veda infra.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0088
89Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
che fondavano il proprio sviluppo economico sostanzialmente sul com-
mercio. Si può affermare che il solido beneventano diventava così un
po’ il dollaro del Mezzogiorno, la moneta universalmente accettata
perché spendibile su una delle piazze più frequentate in Occidente
dal commercio intermediterraneo del IX secolo. Se ne comprende
così la diffusione anche ben al di là del Meridione, fino alle coste
della Dalmazia e nell’Europa orientale38.
L’assassinio di Sicone (832) e la contemporanea controffensiva
del duca napoletano Bono (832-834) minarono la base degli accor-
di39. In questo modo si spiegano a mio avviso i rinnovati attacchi di
Sicardo a Napoli, ed è questo il contesto nel quale si pone e si com-
prende la redazione del Pactum Sicardi. Tuttavia, accanto alla
regolamentazione delle relazioni commerciali, si ritenne indispensabi-
le da parte dei Longobardi la realizzazione immediata di uno sbocco
tirrenico autonomo e di alto livello alle produzioni beneventane: forse
tale urgenza derivava dalla recente esperienza di come potessero
mutare repentinamente le relazioni con i Napoletani, seppur stabilite
da accordi scritti. La scelta non poteva che ricadere su Salerno, che
i principi Grimoaldo IV e Sicone avevano in qualche modo trascura-
ta, dopo che Arechi II e Grimoaldo III ne avevano strategicamente
fatto quasi una residenza fissa della corte. Le linee di questo nuovo
disegno sono rintracciabili nell’episodio della conquista di Amalfi
dell’83840.
Fu davvero la volontà di estendere il dominio longobardo alla città
costiera a guidare gli intenti di Sicardo o forse è possibile dare un’in-
terpretazione diversa? La fonte principale della vicenda è l’ Historia
inventionis ac translationis, & miracula Sanctae Trophimenae,
38 Infra.
39 Bono dovette aprofittare della morte di Sicone (832) per depredare le
zone di confine e riconquistare parte della Liburia, come si evince dal suo
epitaffio: «Sic ubi Bardos agnobit aedificasse castellos / Acerrae, Atellae
diruit custodesque fugavit. / Concussa loca Sarnensis, incenditur Furclas,
/ Cuncta laetus depredens, cum suis regreditur urbem»: Poetae Latini Medii
Aevii, II, I, pp. 651-652.
40 Una descrizione accurata degli accadimenti in FORCELLINI, L’impresa
di Sicardo, pp. 1-47.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0089
90 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
compilata tra la fine del IX e gli inizi del X secolo41. Sicardo, secondo
l’agiografo, conquistata Amalfi, ne deportò gli abitanti («capta et
depopulata») a Salerno e traslò il corpo di santa Trofimena a
Benevento42; ma se avesse voluto realmente annettere Amalfi al Prin-
cipato di Benevento, avrebbe di certo agito diversamente, stabilendo
lì un presidio armato per rendere stabile la conquista.
II.2.1. Amalfi, Sicardo e Salerno
L’anonimo cronista salernitano del X secolo, giunto nel corso del-
la sua narrazione a descrivere gli accadimenti relativi alla conquista
di Amalfi da parte di Sicardo, rimarca che in quel tempo «il popolo
amalfitano fu trasferito con la forza a Salerno»43, circostanza confer-
mata solo in parte dall’ Historia inventionis ac translationis, &
miracula Sanctae Trophimenae, dalla quale il cronista dipende per
questo episodio, dove si dice che Amalfi fu, sì, presa e «depopulata
penitus», ma «sine sanguinis effusione»44, quasi pacificamente dun-
que. La ricordata assenza nelle fonti di riferimenti a intenzionipredatorie, se non in maniera dubitativa, che esulassero dal furto del-
le reliquie, porta ad escludere un’azione di razzia e dunque induce a
scorgere nell’attacco di Sicardo un progetto più complesso.
L’agiografo ricorda infatti che Sicardo distrusse le mura di Amalfi e
ne devastò le campagne circostanti45, ciò evidentemente nel tentati-
vo di scoraggiare un possibile ritorno in patria degli Amalfitani depor-
tati. L’autore attribuisce inoltre a Sicardo una politica matrimoniale
41 AA SS, 5 luglio, II, 233. Per la datazione OLDONI, Agiografia longobarda,
pp. 583-636.
42 Inventio Sanctae Troph., II, 13-15.
43 Chron. Sal., p. 71.
44 Inventio Sanctae Troph., II, 18, 237 C.
45 Inventio Sanctae Troph., II, 19: «Itaque factum est, ut circum cuncta
depopularentur, [et] non solum civitatis munitio intrinsecus, sed etiam extrin-
secus prædia cuncta concisionibus subjacerent: adeo ut per continuum
annum unum, et eo amplius [237D] tantæ densitatis fructus tam [non] succre-
scerent, ut non aliud, quam ab olim, arbuscula intonsa putares».
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0090
91Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
volta ad integrare le due popolazioni, longobarda e amalfitana, insediate
a Salerno, accompagnata da generose elargizioni46, azione funzionale
ad un tentativo di radicamento profondo dei nuovi venuti nella città
tirrenica. L’attacco di Sicardo ad Amalfi si deve interpretare come
un’operazione finalizzata principalmente a trasferire la comunità
amalfitana a Salerno, il cui primo nucleo fu favorito pacificamente
dallo stesso Sicardo attraverso donazioni e concessioni di privilegi
agli Amalfitani, privilegi della cui natura la fonte peraltro non fornisce
chiarimenti47. Dal capitolo 13 del Pactum Sicardi emerge con evi-
denza come vi fosse uno squilibrio tra il ruolo dei negociatores bizantini
e quello dei mercanti longobardi; nonostante dallo stesso documento
si deduca come mercanti non mancassero anche nel Mezzogiorno
longobardo e che commerciassero anche nelle terre bizantine48, i
capitoli del Pactum Sicardi definiscono principalmente le condizioni
ai negozi dei primi nelle aree longobarde, segno evidente di una anco-
ra forte dipendenza dai mediatori bizantini, come si è già sottolineato.
In particolare si deve supporre che costoro, si è detto, fossero i vet-
tori principali dello smercio dei prodotti longobardi oltremare.
La consapevolezza di essere quasi esclusivamente soggetti pas-
sivi nel ricco commercio che la riemergente rete mediterranea dei
traffici alimentava, in un preoccupante contesto di instabilità dei rap-
46 Ibid. II, 20, «unusque fieret populus Salernitanus atque Amalfitanus,
& mutuo conjugali foedere constringerentur, quamquam ab eximio principe
[Sicardo] prædia infinita perciperent, donisque plurimis augerentur». Il pas-
so trova conferma in alcuni documenti conservati presso la Badia di Cava
dei Tirreni in cui si ricordano concessioni di terreni fatte da Sicardo ad
Atranenses, ossia Amalfitani: CDC, I, CXLVIII, pp. 189-190 (terra a Decem-
mari nei pressi di Cava concessa da Sicardo a Leone Atranensis); CDC, I,
CLXXXVI, p. 242 (concessione di Sicardo a Cunari di Atrani di Bonipertus
de Uniano cum uxore et filiis et omnia eius pertinentia); CDC, II, CCLXXIV,
p. 76 (Sicardo concede la chiesa di San Felice a Fonti, a Cetara tra Vietri e
Amalfi (SA), all’atranese Pietro).
47 Inventio Sanctae Troph., II, 13. È possibile si trattasse di privilegi
commerciali.
48 Pactum Sicardi, c. 5, p. 189: «Ut negociatores ab utrisque partibus
inles permaneant».
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92 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
porti con i Napoletani, doveva essere molto forte in Sicardo e tra i
suoi consiglieri. Tale condizione dipendeva in massima parte dalla già
ricordata assenza di una tradizione marinara presso i Longobardi
beneventani49. Per sopperire a ciò il sovrano aveva, si è detto, dap-
prima cercato di attirare presso di sé gli Amalfitani, tra i più abili
navigatori dell’epoca lungo le coste del Tirreno50, promettendo ed
elargendo doni e condizioni estremamente favorevoli al loro insedia-
mento, poi deportandoli a Salerno, dove ben presto si stabilizzò (se-
conda metà del IX secolo) un quartiere amalfitano, il vicus Sanctae
Trophimenis, nelle immediate vicinanze del porto51. Gli Amalfitani
erano stati oggetto dell’interesse di Sicardo già nel Pactum, in parti-
colare nel capitolo 44 di cui è pervenuto solo il titolo, estremamente
significativo nel contesto dell’accordo, «De Amalfinis qualiter
peragantur», gli unici ad essere ben individuati a testimonianza della
loro dinamicità nei commerci, ben evidente agli occhi del principe52.
49 Di questa opinione anche DELOGU, Mito, p. 149.
50 Già nell’812 gli Amalfitani avevano partecipato con successo ad una
battaglia navale insieme ai Gaetani a fianco dei Siciliani contro gli Arabi a
largo di Lampedusa: MGH, Epist, 5.96.15-97.8.
51 Sulla posizione del porto di Salerno nell’XI secolo si veda AMAROTTA,
Salerno romana e medievale, pp. 134-135. Paolo Delogu ha evidenziato
come i vicini quartieri amalfitano ed ebraico, connotato quest’ultimo da una
forte vocazione artigianale, costituissero nella Salerno longobarda la vera e
propria area commerciale cittadina definita dal porto, la via carraria e il
vicino mercato (DELOGU, Mito, pp. 149-150). Se si considera che nei pressi
del quartiere della Giudecca scavi archeologici hanno mostrato la traccia di
insediamenti artigianali altomedievali (DI MURO, Mezzogiorno longobardo,
pp. 102 ss.), si può forse scorgere un modello insediativo tipico dei centri
commerciali marittimi emersi nel Nord Europa e di recente riproposti per
Comacchio; si veda per l’area del Mar del Nord-Baltico HODGES, Towns and
trade; per Comacchio: GELICHI et alii, Comacchio.
52 Come ha evidenziato il Citarella, il verbo peragere è utilizzato nel
Pactum sempre in connessione con negotium (cap. 5); dunque il suo signi-
ficato nel titolo del capitolo 44 va inteso nel senso di come gli Amalfitani
conducano i loro affari (CITARELLA, Amalfi and Salerno, p. 139, n. 26). An-
che in LIUT. 18, p. 138, il verbo peragere è connesso al commercio («Si quis
negotium paragendum»), come anche in Ahistulfi leges 6: «ut nullus debeat
negotium peragendum», p. 252.
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93Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
Distruggere di fatto Amalfi e riproporla nella sostanza attraverso il
trasferimento dei suoi abitanti a Salerno avrebbe significato per i
Longobardi immettersi da protagonisti nel controllo delle rotte
tirreniche. Insediare Amalfitani a Salerno voleva dire finalmente
innervare di navigatori esperti le strutture mercantili e portuali della
città, riprendendo forse la vecchia intuizione di Arechi II. Che la stra-
tegia abbia avuto successo, nonostante il ritorno in patria di gran par-
te degli Amalfitani alla morte di Sicardo (839), parrebbe dimostrato
dalla sostanziale stabilità di una colonia amalfitana in città dalla metà
del IX secolo53 e dalla prosperità di Salerno a partire dai decenni
successivi: nonostante la tempesta che si abbatté sulle terre dell’an-
tico Ducato all’indomani della morte di Sicardo, la metà del IX secolo
vede il fiorire a Salerno di ben due mercati, uno all’interno delle mura
e uno all’esterno54.
È interessante notare come l’impresa di Sicardo trovi un signifi-
cativo precedente all’altro capo dell’Europa: nell’808 il re dei Dani
Goffredo attaccò e conquistò l’emporium marittimo di Ruric, nel Mar
del Nord, controllato dagli Obroditi, tributari dei Franchi. Dopo aver
saccheggiato l’emporio, Goffredo deportò mercanti di Ruric nel cen-
tro marittimo di Haitabu, da lui fondato nel golfo di Schleswig. Alla
morte di Goffredo e dopo la sottoscrizione di un trattato con Carlo
Magno, si posero così le basi alla realizzazione di un emporium ad
Haitabu, in cui i mercanti del Mar del Nord e gli stessi Danesi potero-
no gestire i traffici delle merci dal Baltico verso l’impero carolingio55.
Anche in questo caso all’attacco di un emporium seguì un insedia-53 L’Inventio e il Chronicon concordano, come è noto, nell’affermare
che alla morte di Sicardo gli Amalfitani, spaventati per l’assenza del loro
protettore, ritornarono ad Amalfi. Si deve supporre che l’abbandono di
Salerno tuttavia non coinvolgesse tutti, in quanto alcuni Amalfitani risiede-
vano a Salerno ancora al tempo di Siconolfo (840-849), che preferì insediarli
nella vicina Vietri dove rimasero fino ai tempi del principe Guaiferio, quando
(870 ca) fecero ritorno in città. Chron. Sal., c. 86. DELOGU, Mito.
54 Per i mercati salernitani si veda supra.
55 Per la vicenda di Haitabu si veda ad es. HODGES-WHITEHOUSE, Moham-
med, Charlemagne, pp. 113 ss.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0093
94 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
mento forzato di mercanti presso un vicino centro marittimo fondato
da poco.
Le due opposte appendici peninsulari dell’Europa, che Carlo e i
suoi eredi non riuscirono mai a sottomettere completamente, tenta-
vano così di proporsi per un ruolo decisivo nel controllo di due impor-
tanti corridoi attraverso i quali l’Europa carolingia entrava in contatto
con il ricco Oriente.
La consapevolezza che ebbero i Longobardi dell’importanza di in-
serirsi nel controllo dei flussi commerciali tirrenici si può cogliere nei
tentativi compiuti dai Capuani di conquistare Gaeta, dove sin dai primi
decenni del IX secolo sono attestati mercanti e navigatori56. La Capua
longobarda, sorta al centro della fertile pianura del Volturno nell’858
lungo le rive del fiume, non aveva di fatto sbocchi a mare: nessuna
delle città ad essa legate costituiva infatti un centro marittimo57. Così,
stando a quanto narra Leone Ostiense, Pandonolfo di Capua nell’880
chiese ed ottenne dal pontefice Giovanni VIII la concessione di Gaeta,
ma trovò la forte opposizione del duca Docibile, che per difendersi
dagli attacchi longobardi condusse la tristemente nota colonia saracena,
insediatasi stabilmente nell’883 alla foce del Garigliano58.
56 Leone nauclerius, filio Basilii comiti e Cristoforo negotiatori filio
Andree, testi sottoscrittori di una transazione di terre, Codex Diplomaticus
Cajetanus, 5, a. 839. Lo stesso Docibile (867-906), primo signore autonomo
di Gaeta, fu con ogni probabilità un ricco mercante prima di accedere, forse
con un colpo di stato, alla carica di hypatus della città. È interessante notare
come in precedenza Docibile fosse stato catturato dagli Agareni e poi libe-
rato grazie all’intervento degli Amalfitani, circostanza che testimonia anco-
ra una volta i rapporti tra Amalfitani ed Arabi alla metà del IX secolo: SKINNER,
Family power, pp. 28-33.
57 L’unico approdo costiero della Contea di Capua ricordato dalle fonti
era il portus alla foce del Volturno, di pertinenza cassinese, di certo non
adatto ad una politica di apertura ai flussi del commercio marittimo, CILENTO,
Le origini della signoria capuana, pp. 177-178.
58 CILENTO, Italia meridionale longobarda, pp. 266, 322-325. Nonostan-
te Pandonolfo fosse impegnato in un difficile confronto interno, cercò fino
all’882 di conquistare Gaeta (ibid.). In seguito i Capuani ripresero i tentativi
di aprirsi la strada verso Gaeta con una spedizione contro la colonia del
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0094
95Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
II.3. Altre connessioni
L’intervento di Sicardo ad Amalfi non costituisce un episodio iso-
lato, ma si inserisce in quella che appare come una politica marittima
più articolata. Alcuni episodi, quali la traslazione del corpo di San
Bartolomeo da Lipari a Salerno e poi a Benevento59, il passo della
Historia inventionis ac translationis, et miracula Sanctae Trophi-
menae sull’attività di ricerca di sante reliquie della flotta di Sicardo in
giro per il Tirreno60 e l’episodio riportato dall’Anonimo salernitano
dell’ambasceria del nobile longobardo Nannigone in Africa voluta da
Sicardo61, palesano un interesse per le vie del mare senza precedenti
nel Mezzogiorno longobardo e rivelano la centralità strategica del porto
di Salerno62. In particolare la notizia di relazioni diplomatiche con
l’Africa potrebbe costituire l’indizio di una politica volta anche a fa-
vorire l’istaurarsi di rapporti commerciali diretti con l’altra sponda
del Mediterraneo, anche se sull’episodio grava il sospetto della leg-
genda. A questo proposito sembra interessante soffermarsi breve-
mente sulle vicende del trasferimento a Salerno del corpo di San
Bartolomeo nell’838. Una versione della Translatio Sancti Bartho-
lomaei riporta che le navi beneventane dirette in patria, evidente-
mente al porto di Salerno, ormeggiarono a Lipari per trascorrervi la
Garigliano guidata da Atenolfo I nel 903 e furono poi parte preponderante
nella lega guidata da papa Giovanni X, che nel 915 sbaragliò definitivamente
i Saraceni del Garigliano: CILENTO, Italia meridionale longobarda, p. 266,
n. 85.
59 Annales Beneventani, p. 173, anno 838.
60 Traslatio Sanctae Troph., 14, 236 C: «Interea, firmata clam conditione,
factum est, [S. Trophimenis corpus] ut Tyrrheni æquoris insulas Ausoniæque
universa loca gloriosus Princeps circuiret, quatenus corpora Sanctorum,
quotquot invenire posset, Beneventum debito cum honore deferret».
61 Chron. Sal., c. 65, p. 63.
62 L’attività del porto di Salerno, che sembra attestata a partire dagli
anni ’80 dell’VIII secolo (DI MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 124-126),
è ben testimoniata, oltre che dalle azioni di Sicardo, dall’episodio di Ludovico
II, che nell’866 per giungere ad Amalfi e a Pozzuoli «utitur lavacris», si
imbarcò a Salerno: cfr. Chron. Cas., p. 224.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0095
96 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
notte; gli equipaggi, sorpresi da un attacco arabo all’isola, colsero
l’occasione per prelevare le venerate reliquie e portarle in patria63. È
noto come le isole Eolie costituissero nell’alto Medioevo un punto
nodale negli itinerari marittimi che collegavano il Tirreno all’Africa e
all’Oriente64: lungo questa rotta transitavano, oltre a pellegrini65, navi
da guerra e convogli mercantili, come quelle imbarcazioni provenienti
dal Nord Africa cariche di olio e dirette in Campania, catturate dal
bizantino Nasar nell’880 dopo la vittoriosa battaglia di Milazzo66, o
come quella nave che condusse san Biagio da Pozzuoli all’Egeo
nell’89267 e forse la percorse lo stesso Nannigone, inviato in Africa
come ambasciatore di Sicardo secondo la tradizione riportata dal-
l’Anonimo di Salerno. Si può ragionevolmente affermare che le navi
beneventane ormeggiate a Lipari nell’838 provenissero dalla Sicilia o
dall’Africa e percorressero quella rotta per una ragione non legata in
alcun modo ad un premeditato proposito di asportazione di reliquie.
Le connessioni commerciali longobarde nel IX secolo non si esau-
rivano in ogni modo nel rapporto con i centri bizantini tirrenici. Con-
tatti non mancavano, almeno in questi anni, con i mercanti siciliani
che, come ricorda il Chronicon Salernitanum, fino agli anni ’40 del
IX secolo frequentavano assiduamente le terre della Calabria
longobarda in un’attività regolata dall’imposizione di «vectigalia», tri-
buti riscossi sulle merci da esitare68, qualcosa di analogo al dazio pa-
63 Translatio Bartholomei in Gallias, p. 1009. Secondo un’altra versio-
ne, tradizionalmente assegnata a Niceta Paphlagone, furono gli Amalfitani a
razziare le reliquie di Bartolomeo per conto di Sicardo, pagati profumatamente
da quest’ultimo, SCHWARZ, Amalfi, p. 40.
64 Per l’importanza strategica delle isole Eolie nelle rotte dal Tirreno
verso l’Africa e l’Oriente si veda MC CORMICK, The origins, pp. 505-506.
65 Alle Eolie fecero tappa Arculfo nel 687 e Willibaldo nel 729: DALENA,
Militia Sancti Sepulcri, pp. 20-21.
66 CITARELLA, Merchants, markets and merchandise, p. 263. La quantità
d’olio presente sulle navi e poi trasportato a Costantinopoli era talmente
rilevante da farne crollare il prezzo al mercato della città: The Cambridge
Chronicle, p. 100.
67 MC CORMICK, The origins, pp. 506, 962.
68 Chron. Sal., c. 60, pp. 59-60: «Sicellenses vectigalianimirum Langobar-
dorum exibebant propter negocium quod in Calabrie finibus peragebant». Il
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97Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
gato dai mercanti napoletani ai Longobardi per commerciare nelle
terre del Principato, «secundum antiquam consuetudinem»
(l’«amicitia» denunciata da Adriano I?), come recita il capitolo 13 del
Pactum Sicardi69. Tale interessante testimonianza fa emergere la
sussistenza di una regolamentazione dei rapporti tra i Longobardi e i
mercanti siciliani simile a quanto documentato in alcuni capitoli del
Pactum Sicardi per i mercanti dei ducati costieri tirrenici .
Del resto i legami economici del Principato con la Sicilia doveva-
no essere abbastanza stretti, se la stessa monetazione aurea siciliana
risulta agganciata a quella beneventana dalla fine dell’VIII secolo
alla metà del IX, distaccandosi dalle emissioni costantinopolitane70.
Contesto geografico di particolare rilevanza per gli interessi com-
merciali dei Sicilani doveva essere il Bruzio centro-settentrionale, al-
lora controllato dai Longobardi, come si evince chiaramente dal rac-
conto dell’Anonimo di Salerno71. Se un interesse di ‘lunga durata’
per i mercanti di Sicilia poteva essere costituito dalle derrate alimen-
tari e dal bestiame72, il legname, in particolare le abetaie del Pollino e
passo si inserisce nella narrazione dell’invasione aghlabita della Sicilia che,
secondo l’anonimo di Salerno, avrebbe reso estremamente difficoltosi i rap-
porti commerciali con la Langobardia minor: «Et que dudum in mercimonio
per Calabrie fines gradiebant, postmodum ab agarenis puplice venundaban-
tur», riferendosi ai mercanti siciliani. La precisione con la quale l’Anonimo
descrive la circostanza dell’esazione dei vectigalia da parte dei Longobardi
porta ad ipotizzare una conoscenza documentata dei fatti, in particolare di
accordi precedenti, forse sotto alcuni aspetti di tenore analogo al Pactum
Sicardi. Come ha ben evidenziato Nicola Cilento, l’anonimo di Salerno poté
attingere a documenti conservati presso l’archivio del Sacro palazzo saler-
nitano, quali la Divisio Ducatus e il Pactum Sicardi o l’epistola di Ludovico
II a Basilio il Macedone: CILENTO, Italia meridionale longobarda, pp. 101-
102; non è improbabile dunque che fosse a conoscenza di documenti relativi
alla regolamentazione dei commerci dei mercanti siciliani nelle terre longobarde.
69 Pactum Sicardi, c. 13, p. 194.
70 GRIERSON-BLACKBURN, The Early Middle Ages, p. 71. MC CORMICK,
The origins, pp. 627-628.
71 Si veda supra il testo alla nota 334.
72 Per un quadro generale delle produzioni calabresi nel Medioevo si
veda ad es. BURGARELLA, Bisanzio in Sicilia e nell’Italia meridionale, pp.
30-33, 49-57.
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98 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
della Sila, dovevano rispondere alle necessità di approvvigionamento
strategico da parte dei Siciliani, dall’827 impegnati a fronteggiare gli
assalti degli Aghlabiti. Sin dai tempi di Gregorio Magno il legno degli
abeti del Bruzio longobardo era utilizzato per riparare i tetti delle ba-
siliche romane73; il pontefice Sergio I negli anni tra il 687 e il 701
utilizzò le resistenti essenze calabresi per il tetto di San Paolo fuori le
mura74 e nel 720 Gregorio II fece venire ancora abeti dalla Calabria
longobarda per riparare i tetti delle basiliche romane75. Ma gli abeti
calabresi erano ugualmente adatti alla cantieristica navale76. Zona
d’elezione per il taglio degli abeti nell’area longobarda del Bruzio
doveva essere la regione appenninica del Mercurio; di qui le travi
potevano essere fluitate lungo il Lao fino all’approdo tirrenico di
Scalea, da dove potevano salpare per le diverse destinazioni mediter-
ranee77.
73 Gregorii Magni Registrum Epistolarum, 1.IX, pp. 126-128.
74 MOMMSEN, 214. 22-23
75 DUCHESNE, I, 397. 1-4.
76 Si veda DALENA Viabilità e porti della Calabria tirrenica tra tardo-
antico e medioevo.
77 Gregorio Magno in una celebre lettera del 599 invitava a trasportare il
legname necessario alla riparazione delle basiliche romane «usque ad mare
in locum aptum»: GREGORIO MAGNO, 1, IX, pp. 126-128. Difficile risulta sta-
bilire presso quale approdo si dovessero trasportare le preziose essenze;
forse un documento del XIV secolo può aiutare ad individuare il porto: un
mandato di Carlo duca di Calabria del 1326 relativamente alla fornitura di
travi per la ricostruzione del tetto della chiesa di Santa Chiara a Napoli,
sottolineava che le trabes de abiete dovessero essere reperite in nemore
castri Mercurij (per il mandato: GAGLIONE, Quattro documenti, pp. 399-
407), attuale Castromercurio nei pressi di Orsomarso (per l’identificazione
si veda BURGARELLA, Castrovillari dai Bizantini ai Normanni, p. 50). È
probabile che le travi richieste dal Gregorio provenissero dai medesimi bo-
schi. Di qui potevano essere facilmente fluitate lungo il Lao fino all’appro-
do di Scalea e quindi trasportate via mare alle coste laziali. È interessante, a
questo proposito, notare che l’eremita san Saba dalle terre del Mercourion,
dove risiedeva, si recò in pellegrinaggio a Roma partendo dal porto di Scalea,
Historia et laudes Ss. Sabae et Macharii, p. 14. L’itinerario in DALENA,
Dagli Itinera ai percorsi, p. 209.
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99Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
Di grande interesse a proposito delle relazioni economiche tra il
Principato beneventano e la Sicilia appare la notizia dei 10.000 «solidos
siculos», promessi da Siconolfo all’abate di Montecassino per ripa-
garlo della parte di tesoro sottratto tra l’843 e l’844 per finanziare la
guerra di successione a Sicardo contro Radelchi78. La disponibilità,
per lo meno dichiarata, di una così grande quantità di circolante au-
reo siciliano da parte di Siconolfo sembra poter corroborare l’ipotesi
formulata alla luce del ricordato passo del Chronicon Salernitanum
di un rapporto privilegiato di carattere economico tra Benevento e la
Sicilia, con una, si direbbe, bilancia commerciale in attivo per i
Longobardi. Da quanto visto sembra delinearsi nei primi decenni del
IX secolo l’esistenza all’interno del territorio di Benevento di una
sorta di ripartizione di sfere d’influenza commerciale, con i Napole-
tani egemoni nell’area campano-sannitico-lucana e i Siciliani sulla
Calabria, attività regolate attraverso accordi stipulati con i sovrani
longobardi.
 Se mercanti siciliani operavano nel Mezzogiorno longobardo, in
Sicilia non mancavano mercanti longobardi. Una preziosa attestazio-
ne diretta, sfuggita singolarmente ai più, proviene dalla celebre lette-
ra del monaco Teodosio, testimone oculare della conquista araba di
Siracusa nell’878: al momento della caduta, nella città siciliana si tro-
vavano mercanti ebrei, etiopi, bizantini di Tarso e longobardi79; mi
sembra evidente come in questi ultimi si debbano riconoscere mer-
canti provenienti dalle terre del Mezzogiorno longobardo. Il rinveni-
78 Chronica Monasterii Casinensis, I, 26. Secondo CITARELLA-WILLARD,
The ninth century treasure, pp. 79-80, potrebbe trattarsi di mancusi, ma in
quegli anni la Sicilia era in parte ancora controllata dai bizantini. In partico-
lare solo nell’840 si può affermare che la Sicilia occidentale si trovasse
sotto il completo controllo arabo; la monetazione aghlabita in Sicilia ha
inizio negli anni tra l’832 e l’835: RIZZITANO, Gli Arabi in Sicilia, pp. 378-379.
A partire dagli anni ’20 del IX secolo, inoltre, la zecca di Siracusa produsse
alti quantitativi di monete auree in relazione all’attacco aghlabita; si veda
ad es. ARSLAN, Le monete.
79 Epistola Theodosii monachi, in MURATORI, RIS, I, 2, p. 264: «Sunt et
eodem in carcere compulsi promiscueque nobiscum harum miseriarum
mercaturam facientes Aethiopes, Tharsenses, Hebraei, Langobardi».
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.0099
100 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
mento di ceramica a vetrina pesante di produzione salernitana a
Siracusa, oltre che a Palermo, costituisce un’importante conferma di
quanto detto80. Sitratta di un’ulteriore traccia degli stretti contatti
commerciali intercorsi tra le due aree e dell’articolazione dei rapporti
tra l’area beneventana e la Sicilia nel IX secolo. La testimonianza di
Teodosio permette inoltre di stabilire l’emergere di un ruolo attivo dei
mercanti longobardi operanti su una delle più importanti piazze del
Mediterraneo centrale, segnale della decisa immissione di questi ulti-
mi nel commercio a lunga distanza e indizio di un’evoluzione del ruolo
dei mercanti della Langobardia minor, che le fonti a partire dal se-
colo successivo registrano in maniera inequivocabile81.
Il quadro del Principato come area interessata da svariati flussi
commerciali nella prima metà del IX secolo è completato dalla pre-
senza di mercanti veneziani: «Circa hoc tempore Venetici negocii
causa dum de Benevento revertebantur, a Narrentanis Sclavis capti,
pene omnes interfecti sunt»82. Probabilmente questi Veneziani pro-
venivano dalle coste pugliesi, se furono attaccati da Slavi Narretani
stanziati lungo le coste dalmate, ed erano molto attivi nel commercio
del legno con gli Arabi, come testimoniano fonti del X secolo83. La
notizia del Chronicon Venetum lascia ipotizzare l’esistenza di un ter-
80PAROLI, Aspetti archeologici, p. 125.
81 Si veda ad es. il citato passo delle Honorantie civitatis Papie, com-
poste all’inizio dell’XI secolo ma che fanno riferimento a situazioni dell’ini-
zio del X secolo, come nel caso di seguito riportato, in cui si trovano citati
mercanti salernitani insieme ad amalfitani e gaetani a condurre affari «cum
magno negotio» nella capitale del Regno italico (Honorantie civitatis Papie,
p. 18), insieme a quello di Roma il mercato più importante d’Italia in quegli
anni, ad es. BOCCHI, Città e mercati, pp. 144-145, 156, 168-169. Ben presto i
Salernitani ottennero facilitazioni doganali nei porti dell’Egitto: CAHEN, Un
texte peu connu, p. 280.
82 Patrologia Latina, 139, Chronicon Venetum a. 836, 903 B.
83 LOMBARD, Le bois, pp. 730. Mc Cormick sembra propenso a credere
che già nel IX secolo i Veneziani commerciassero legno con gli Arabi (MC
CORMICK, The origins, p. 730). È utile ricordare che le aree della Puglia set-
tentrionale erano ricche nel Medioevo di foreste, come si evince ad es. dai
numerosi gai ricordati nel Chronicon Sanctae Sophiae nel territorio di Ascoli
Satriano e lungo il Fortore, supra.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00100
101Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
zo fronte della partizione di aree di interesse commerciale nella zona
adriatica e che qui i Veneziani svolgessero in qualche modo un ruolo
analogo a quello evidenziato in Campania e in Calabria, rispettiva-
mente, per i mercanti dei ducati costieri e i Siciliani84.
Interessante risulta anche un precetto di Ludovico II dell’861,
con il quale l’imperatore concede ad Amelberga, badessa del cenobio
bresciano di San Salvatore, che Januarius, mercante dell’abbazia,
possa vendere la mercanzia del monastero anche nel territorio
beneventano senza pagare dazi di sorta85: notizia che testimonia una
frequentazione dei mercati della Langobardia minor da parte dei
mercanti legati alle più importanti abbazie del Regno italico.
Le fonti infine ricordano nei primi decenni del IX secolo mercanti
romani operanti nel Beneventano 86.
La circolazione della ceramica contribuisce a verificare il ruolo
del Mezzogiorno longobardo nelle connessioni commerciali dell’epo-
ca: la pregiata ceramica a vetrina pesante di produzione salernitana
(IX-X sec) è stata individuata a Pisa, Palermo e Siracusa87, mentre
ceramica altomedievale a bande rosse di produzione campana è stata
rinvenuta a Genova, Vezzano, Savona e Luni, in Liguria88. Anche
nelle Marche, in particolare a Senigallia, si rinvengono materiali
84 L’ipotesi sembra trovare conferma nella individuazione a Comacchio
di anfore da trasporto analoghe a contenitori ceramici prodotti ad Otranto
databili all’VIII-IX secolo: GELICHI et alii, Comacchio.
85 Dipl. Lud. II, 32, pp. 132-133, a. 861. Come ha sottolineato Michael Mc
Cormick, non sembra del tutto casuale che il mercante dell’abbazia di San
Salvatore porti un nome marcatamente ‘meridionale’ quale è indubbiamente
Ianuarius, da collegare secondo lo studioso forse a Napoli: MC CORMICK,
The origins, p. 636. A mio avviso però bisognerebbe considerare che nell’861
da trent’anni le reliquie di san Gennaro riposavano nella cattedrale di Bene-
vento e che dunque non si può escludere un’ascendenza beneventana per
Januarius.
86 Trans. Marcell. et Petri, I.3.241. 8-19. MC CORMICK, The origins, p. 622
n. 22, a. 827.
87 PAROLI, Aspetti archeologici, p. 125.
88 VARALDO, La ceramica altomedievale, p. 143.
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102 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
ceramici che imitano la ceramica dipinta graffita e incisa di produzio-
ne beneventano-salernitana di VIII-IX secolo89, circostanza che in-
duce a credere sussistesse una certa circolazione anche in questa
regione. Non è semplice stabilire quali produzioni veicolassero tali
contenitori, probabilmente vino e cereali, ma forse anche olio; in ogni
caso rappresentano validi testimoni dell’esistenza di correnti com-
merciali interregionali che riguardano i «bulk utilitarian goods», que-
gli scambi che si pongono a livello intermedio tra beni di lusso e beni
di consumo primario che, nella scala in cui si articola la gerarchia
degli scambi commerciali proposta da Chris Wickham, fornirebbero
la cifra più affidabile del livello della complessità delle economie90.
Allo stesso modo i sempre più frequenti rinvenimenti di ceramica a
vetrina pesante di produzione romana ( “Forum ware”) di VIII-IX
secolo nelle terre beneventane91 testimoniano efficacemente la cir-
colazione dei prodotti di tale genere tra le due aree.
Un altro dato materiale di estremo interesse in questo orizzonte è
costituito dalla monetazione longobarda. Già alla fine dell’VIII seco-
lo, con Grimoaldo III (788-806), si assiste all’adozione di un sistema
monetario basato sul bimetallismo, con la circolazione di denari in
argento agganciati alla monetazione carolingia accanto alla tradizio-
nale divisa aurea92. Tale situazione, lungi dal costituire un arcaismo93,
è la testimonianza, da una parte, dell’ingresso della Langobardia
minor nell’orbita del sistema economico delle terre dell’impero
89 PROFUMO, Ceramica altomedievale, pp. 166, 170.
90 WICKHAM, Framing the Early Middle Ages, pp. 696-697.
91 Nell’area campano-sannita: Salerno, DE CRESCENZO, Le ceramiche dagli
scavi, pp. 61-62; Olevano sul Tusciano (SA): DI MURO-LA MANNA, Scavi
presso la Grotta di San Michele; Montella (AV): ROTILI, Ceramica a vetri-
na pesante; Telese (BN): SIMONELLI-BALASCO, Telesia, p. 259; Conza della
Campania (AV): PESCATORI Città e centri demici, pp. 296-297, n. 34; San
Vincenzo al Volturno: PATTERSON, The early medieval and medieval glazed
pottery .
92 MARTIN, Città e campagna, pp. 278 ss. ARSLAN, Emissione e circola-
zione della moneta.
93 Come ritiene invece MARTIN, Città e campagna, p. 280.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00102
103Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
carolingio, dall’altra della persistenza di forti interessi nell’area di cir-
colazione dell’oro mediterranea94, con monete d’argento di peso e
titolo analogo alle emissioni carolinge, situazione che trova una signi-
ficativa analogia con le coniazioni di Venezia, altra area di contatto
tra Europa carolingia e Mediterraneo95. La stessa emissione di mo-
neta aurea conosce intorno agli anni ’30 del IX secolo, al tempo del
principato di Sicardo, una quantità mai raggiunta prima di allora nel
Ducato-Principato né eguagliata fino alla fine del X secolo96. Una
traccia dell’area di diffusione della monetazione beneventana tra la
fine dell’VIII secolo e il primo trentennio del IX si scorge nei
rinvenimenti monetari relativi al circolante beneventano fuori dalle
terre del Ducato-Principato: Bologna, Borgo San Sepolcro (AR), di-
versi rinvenimenti nell’area friulana, Traù in Dalmazia e Timisoara in
Romania97.
Altro elementointeressante che emerge dagli studi numismatici è
la ricordata omogeneità delle emissioni auree longobarde e sicilia-
ne98. È solo un caso che con l’avanzante conquista araba della Sicilia
si assista alla scomparsa della coniazione aurea a Benevento e a
94 Va sottolineato come a partire dalla metà del IX secolo si abbandoni
nella Langobardia minor l’emissione di monete d’oro e come i denari in
argento costituiscano da quel periodo l’unico circolante coniato: ARSLAN,
Le monete, p. 165.
95 Si veda ad es. ARSLAN, Zecche e circolazione della moneta, p. 111.
96 Si veda a tal proposito ARSLAN, Emissione e circolazione della mone-
ta, pp. 1048 ss. La costante diminuzione del valore intrinseco delle emissio-
ni auree beneventane almeno dai tempi di Arechi II a Siconolfo, lungi dal
costituire un segnale di debolezza dell’economia e della penuria di metallo
prezioso, si spiega, a mio avviso, con la ‘forza’ acquistata dalla divisa
beneventana in conseguenza dell’accordo di Sicone con i Napoletani (supra)
e inoltre costituisce un chiaro segnale di una forte domanda interna (e non
solo) di strumenti di pagamento: ciò si deduce da una serie di fattori, quali
le numerose testimonianze di transazioni in moneta a tutti i livelli. Si vedano
ad es. le numerose testimonianze presenti nel primo volume del CDC. In
generale sull’argomento TOUBERT, Dalla terra ai castelli, pp. 227 ss.
97 ARSLAN, Emissione e circolazione della moneta, p. 1049.
98 Supra. GRIERSON-BLACKBURN, The Early Middle Ages, p. 71.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00103
104 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
Salerno99? Indubbiamente anche la lunga e dissanguante guerra civi-
le ebbe conseguenze in tal senso, ma la già ricordata promessa di
Siconolfo di saldare il debito contratto con Montecassino nell’843 in
moneta siciliana fa trasparire come dall’isola dipendessero in gran
parte le sorti economiche della Langobardia minor in un momento
di sostanziale blocco delle relazioni con Napoli. È possibile ipotizzare
che i rapporti economico-commerciali tra Siciliani e Beneventani ab-
biano giocato un ruolo nella decisione del duca di Napoli Andrea alla
metà degli anni ’30 del IX secolo di legarsi agli Aghlabiti di Palermo?
Per tentare di rispondere a tali quesiti bisogna tener conto di una
serie di dati. Innanzitutto i primi accordi tra Napoletani e Aghlabiti
furono di carattere puramente commerciale per poi evolvere in alle-
anza militare, a partire dall’apporto decisivo di questi ultimi alla con-
clusione dell’assedio di Sicardo a Napoli dell’ 835100. Di certo in que-
sta anomala intesa l’unico intervento militare napoletano a sostegno
degli Arabi, ovvero la partecipazione nell’843 al vittorioso assedio di
Messina101, porto nodale per il controllo dei traffici verso il continen-
te, lascia trapelare un interesse che travalica intese puramente mili-
tari. Come ha ben rilevato Michael Mc Cormick, la Sicilia e i centri
99 ARSLAN, Le monete. L’oro tornerà a circolare con regolarità nel Mez-
zogiorno longobardo solo nella seconda metà del X secolo, significativa-
mente con la stabilizzazione dei contatti commerciali con la Sicilia, testimo-
niati dall’archeologia
I numerosi rivenimenti di ceramica siciliana in Campania a partire da
questo periodo sono una prova di quanto si afferma; per i rinvenimenti
archeologici si veda ad PEDUTO, Rapporti tra Salerno e la Sicilia. I nuovi
dati provenienti dallo scavo della Grotta di San Michele permettono di
ridefinire la cronologia della circolazione di alcuni materiali, quali le anfore
da trasporto siciliane, finora collocate in un ambito cronologico abbastanza
vago (XI-XII), ma che alla luce di precisi indicatori cronologici (rinvenimen-
to di due follari dell’imperatore Romano I negli strati in cui si è raccolta la
ceramica) si possono ormai datare tra la seconda metà del X e gli inizi dell’XI,
DI MURO in c.d.s.
100 RIZZITANO, Gli Arabi in Sicilia, p. 380. RUSSO MAILLER, Il Medioevo a
Napoli, p. 54.
101 AMARI, Storia dei Musulmani di Sicilia, pp. 446-448.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00104
105Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
costieri campani bizantini facevano parte del medesimo circuito com-
merciale102 e, dunque, in gran parte le zone di approvvigionamento
esterne di fatto andavano a coincidere, per cui la suddivisione delle
aree di interesse commerciale che si intravede dalle fonti potrebbe
essere risultata ad un certo momento angusta, anche alla luce dei
tentativi longobardi di spezzare il monopolio commerciale napoletano
sulle coste della Campania tirrenica con l’emergere del centro marit-
timo salernitano legato ad Amalfi. Di sicuro l’eliminazione dei mer-
canti siculo-bizantini nel Mezzogiorno sarebbe andata a tutto vantag-
gio degli interessi commerciali napoletani. In questa prospettiva si
può meglio comprendere anche la strana assenza della flotta napole-
tana già nella battaglia navale dell’812, che vide invece partecipare
navi gaetane e amalfitane a fianco dei Siciliani contro gli Arabi103. Gli
eventi successivi sembrano confermare una precisa strategia econo-
mico-militare portata avanti dai Napoletani. L’alleanza che quasi
ciclicamente vide questi ultimi legati agli Arabi conobbe uno dei mo-
menti più intensi negli anni ’70 e ’80 del IX secolo, sotto i governi di
Sergio II e del vescovo-duca Atanasio II 104, proprio negli stessi anni
in cui gli Aghlabiti portavano l’attacco decisivo alla roccaforte del
patrizio di Sicilia, Siracusa105. A stigmatizzare le nefaste conseguen-
ze di questa intesa fu in particolare papa Giovanni VIII, il quale sco-
municò nell’876 e nell’ 881 i Napoletani per l’empio connubio con gli
Agareni attuato, come efficacemente indicò il pontefice, «pro turpis
lucro commodo»106. Se, come rilevò Nicola Cilento, tale alleanza era
funzionale alle necessità economico-mercantili di Napoli, al fine di
non precludersi le vie del Mediterraneo107, si può presumere che la
stessa crescita di Salerno, sempre più legata ad Amalfi, dovesse es-
102 MC CORMICK, The origins, p. 630.
103 MGH, Ep., 5, 96.15-97.8. RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli.
104 RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, p. 61.
105 Sulla caduta di Siracusa si veda ad es. RIZZITANO, Gli Arabi in Sici-
lia, pp. 389 ss.
106 Registrum Johannis VIII in MGH, Ep. VII; KEHR, Regesta Pontificum
Romanorum, VIII, pp. 334 ss.
107 CILENTO, Italia meridionale longobarda, pp. 142 ss.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00105
106 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
sere percepita dai Napoletani come un pericolo anche economico. In
questo contesto si collocano gli attacchi arabi a Salerno in quegli anni,
in particolare nell’872, quando il capo aghlabita Abd Allâh assediò
inutilmente la città per circa un anno con un’imponente flotta108, e
nei primi anni ’80 quando Salerno, come narra Erchemperto, fu più
volte insidiata dalle bande saracene al soldo di Atanasio II109. Di cer-
to non si hanno elementi per ipotizzare un piano di conquista degli
Aghlabiti in Campania; dunque si deve pensare che già nell’872 fos-
sero stati i Napoletani a promuovere il terribile attacco sferrato a
Salerno: eliminare l’unico centro marittimo commerciale longobardo
di una certa rilevanza, alleato tra l’altro degli Amalfitani110, avrebbe
privato questi ultimi di un partner fondamentale per la propria politica
mercantile, dischiudendo a Napoli il dominio pressoché incontrastato
sul commercio marittimo nell’area.
A queste azioni si accompagnò una strategia tendente al controllo
delle fertili terre della Liburia, realizzato per qualche anno da Atanasio
II111, che, con il declino, anzi l’eliminazione, dei centri monastici
cassinese e vulturnense, poteva significare l’egemonia economica
sull’intero Mezzogiorno.
La rinuncia da parte del vescovo-duca all’alleanza con gli Agareni
e la riconquista del capuano Atenolfo del Berolais (888) segnarono la
fine della espansione napoletana; come ebbe a scrivere Erchemperto,
«ab hoc sane die coepit iam quasi potens esse Atenolfus et Athanasius
impotens»112.
108 ERCHEMPERTO, c. 35: secondo ilcronista all’assedio di Salerno parte-
ciparono circa 30.000 agareni. Chron. Sal., cc. 111-118; CILENTO, Italia me-
ridionale longobarda, p. 141.
109 Secondo la testimonianza di Erchemperto, contemporaneo degli av-
venimenti, Atanasio II «Salernum per Saracenos prius, et postea per Grecos,
multotiens capere molitus est» (ERCHEMPERTO, c. 57).
110 Si veda Chron Sal., c. 115, in cui si racconta che gli Amalfitani ven-
nero in soccorso dei Salernitani ormai stremati dalla fame durante il lungo
assedio dell’872, portando vettovaglie.
111 Si veda ad es. RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli.
112 ERCHEMPERTO, c. 73.
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107Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
I movimenti di uomini e merci nella Langobardi minor descritti
sopra erano regolati e la loro regolamentazione significava la sussi-
stenza di una organizzazione di tipo doganale.
La presenza di un sistema di esazione di tributi nel Principato del
IX secolo doveva costituire un capitolo non marginale nel bilancio
delle entrate del Sacro palazzo.
E in effetti introiti sul plateaticum, sul portaticum e sul siliquati-
cum sono attestati dalla documentazione scritta sin dall’VIII secolo
in relazione alle concessioni principesche di esenzioni fiscali ai
cenobi113. Controllare le attività dei mercanti, stranieri e locali, in vi-
sta dell’esazione di tributi, del mantenimento dell’ordine pubblico e
dell’ottenimento di vie privilegiate di accesso a preziosi exotica fu
un’occupazione centrale dei re medievali: in particolare i sovrani del-
l’alto Medioevo furono ben consapevoli del ruolo del controllo sui
traffici e in particolare delle imposte indirette che da questo deriva-
vano114. Già il re longobardo Astolfo nel 750 stabiliva che «nullus
debeat negotium peragendum ambulare [...] sine epistola regis aut
sine voluntate iudicis suis»115 e nella direzione del controllo del pas-
saggio di uomini e merci dall’una all’altra parte delle Alpi va anche
interpretato il celebre capitolo 5 dello stesso sovrano relativo alle
Chiuse alpine116, evidentemente anche in funzione della riscossione
di dazi. Risulta chiaro come molti capitoli del Pactum Sicardi proce-
dano sulla stessa scia, improntati come sono allo sforzo di regolarizzare,
controllare e tutelare le attività dei mercanti napoletani, ma anche
longobardi117. Estremamente significativa appare la protezione che
Sicardo accorda nel Pactum ai mercanti che si recano nelle terre
beneventane per commercio; questi, stabilisce il principe, «non
113 Supra. Un documento dell’878 della cancelleria del principe Adelchi
di Benevento sintetizza alcuni tipi di esazioni cui erano sottoposti i Longo-
bardi, CSS, I, 36.
114 MC CORMICK, The origins, pp. 579-580. Lo studioso fa riferimento in
particolare a Bizantini, Franchi e Danesi.
115 Ahistulfi leges, 6, p. 252.
116 Ibid. 5, p. 252; MIDDLETON, Early medieval port customs, pp. 315 ss.
117 Pactum Sicardi c. 5, p. 189: «Ut negociatores ab utrisque partibus
inles permaneant».
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00107
108 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
debeantur ledi vel detineri aut pignerari, set inlesi absque aliquo
dampno ad propria revertantur», fissando un’alta penale laddove ciò
si verificasse (24 solidi)118; inoltre in caso di un naufragio («si [...]
navis rupta fuerit») bisognerà restituire ai mercanti gli articoli tra-
sportati119, prova della tutela che si accordava loro e, dunque, del-
l’importanza che gli si attribuiva.
Si può supporre che nella Langobardia minor del IX secolo uffi-
ciali addetti alla riscossione dei vectigalia delle fonti si trovassero
presso i punti nevralgici di transito, lungo gli approdi dei fiumi naviga-
bili, come emerge dal Pactum, oltre che nei porti dei centri marittimi
longobardi, quali, sulla costa tirrenica, Salerno, Agropoli e, forse,
Policastro, questi ultimi due approdi «in partibus Lucaniae», ma an-
che altrove, sullo Ionio, ad esempio, a Taranto, dove mercanti amalfitani
si recavano per vendere contenitori ceramici120. La documentazione
seriore ricorda, ad esempio, lungo i passaggi del fiume Sele la pre-
senza di portunarii addetti alla riscossione di balzelli sul transito di
118 Pactum Sicardi, c. 5, pp. 189-190.
119 Ibid., c. 13, p. 194.
120 L’esistenza di un porto ad Agropoli già alla fine dell’VIII secolo è
testimoniata dallo sbarco dell’ambasceria bizantina nel 787 diretta a Salerno
(Codex Carolinus, nr. 82, lettera di Adriano I a Carlo Magno; DELOGU, Mito,
p. 39, n. 101). Nella seconda metà del IX secolo il porto di Agropoli è con-
trollato da un presidio agareno: CILENTO, Italia meridionale longobarda,
p. 144. Per Taranto, infra.
121 Si tratta di un documento del 1114 in cui Roberto, signore normanno
di Eboli, concede ai monaci della Badia di Cava l’esenzione dal pagamento
in transeundo vel redeundo flumen quod Siler vocatur pro se vel pro ser-
vientibus suis seu pro animalibus vel aliis rebus eiusdem monasterii ai
portunarii lì presenti, che dovevano inoltre trasportarli al di qua e al di là
del fiume absque aliqua datione DTC, E, 35. È appena il caso di ricordare
come nell’Editto di Rotari si affidasse la sorveglianza dei guadi, dei traghet-
ti e dei porti fluviali a ufficiali chiamati portonarii, nelle cui funzioni ricade-
va anche il compito di riscuotere dazi per il transito delle merci: Rot., rr. 265-
268. La circostanza che agli inizi del XII secolo lungo il Sele si conservasse-
ro nella figura dei portunarii funzione e denominazione proprie della tradi-
zione giuridica e dell’organizzazione longobarda, notoriamente rispettata
dalle prime generazioni normanne, induce ad ipotizzare il controllo e la vigi-
lanza dell’attraversamento del Sele così concepiti già in epoca longobarda.
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109Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
122 Pactum Sicardi, pp. 198-199.
123 CSS, p. 379, a. 821: portarari a Benevento addetti alla riscossione
del portaticum. Portarii sono documentati anche a Salerno nell’853 come
possessori di case in città, CDC, I, XXXVI, p. 44.
124 HEFELE-LECLERCQ, Histoire des Conciles, III, 2, p. 1225. Sembra chia-
ro che tale divieto presupponga un esercizio reale della funzione. Per il
ruolo degli Ebrei nella società longobardo meridionale si veda infra.
125 Pactum Sicardi, c. 15, p. 195: «Item stetit, ut non habeat licenciam
quispiam a partibus foris civiatem cavallum aut bovem compararem, nisi
infra civitatem vel in mercato, presencia de iudicibus, ut ab eis ipse venditor
cognoscatur», certo per evitare furti di bestiame, ma evidentemente anche
per l’esazione delle imposte dovute per la vendita. Dal Capitolare di Thion-
ville dell’805 sappiamo che nell’impero di Carlo l’esazione dei tributi per le
merci esitate era a cura di missi del sovrano: Capitulare Regum Francorum
a cura di A. BORETIUS-V. KRAUSE, MGH, Hannover 1883, I, n. 44.
126 Pactum Sicardi, c. 35, p. 199. È probabile che per modiaticum si
intendesse un’imposta per la vendita del grano che si misurava e si vende-
uomini e cose121. I ponti e le scafe dovevano essere alcuni tra i luoghi
d’elezione per la riscossione delle gabelle, tanto più lungo le vie d’ac-
qua nelle aree di confine: oltre ai più volte citati Garigliano e Lago
Patria, non è forse un caso che tra i capitoli del Pactum Sicardi di
cui non è pervenuto purtroppo il testo, il 39 trattasse «De Ponte
Lapideo et de Plagia», probabilmente il ponte sul fiume Sarno nei
pressi di Scafati e la foce del medesimo corso d’acqua, e il 40 avesse
come oggetto «De fluvio Dinconcello»122, lo stesso fiume Sarno, per
i Napoletani una vera porta d’accesso meridionale al Principato. Al-
l’ingresso delle città erano nel IX secolo i portararii a riscuotere i
dazi per le merci in entrata (portaticum)123. Tra gli esattori dei dazi
dovevano esserci anche Ebrei longobardo-meridionali, come si evince
da una sinodo beneventana della metà del IX secolo in cui, tra le altre
cose, si fa divieto agli Ebrei di esercitare la funzione di «tolonearii»,
ovvero di esigere il teloneum124. Ma addetti alla supervisionedei
traffici dovevano essere gli iudices, forse i gastaldi o dei loro funzio-
nari, ricordati nel Pactum come ufficiali preposti al controllo della
vendita di bestiame125. Con ogni probabilità luoghi di riscossione di
balzelli erano nei centri di passaggio ai confini della Langobardia,
come parrebbe emergere anche dal perduto capitolo 35 del Pactum
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110 Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
Sicardi in cui si trattava del modiaticum di Lauro126, insediamento di
confine nella pianura vesuviana nei pressi di Nola o dall’accenno nello
stesso accordo ai centri di confine di Stabia e Angri127. Gli introiti
derivanti dalle riscossioni dei dazi sul transito di uomini e merci che
attraversavano le terre del Principato dovevano certamente costitui-
re un capitolo non irrilevante nelle entrate del sovrano, a fronte della
cifra necessaria al mantenimento di una esigua guarnigione a con-
trollo dei ponti, delle scafe e degli approdi più importanti del Principa-
to, anche se bisogna considerare la difficoltà di tale ufficio128.
Nel Mezzogiorno longobardo della prima metà del IX secolo esi-
ste dunque un sistema di controllo e di esazione lungo le coste, i corsi
dei fiumi, nelle città e nel territorio, funzionale anche alla salvaguar-
dia dei mercanti che lo attraversavano, attuato da funzionari del prin-
cipe che raccolgono dazi e proteggono i diritti dei mercanti, una ma-
glia che si riesce appena ad intravedere ma che doveva essere abba-
stanza estesa e da cui conseguì anche una certa sicurezza lungo le
grandi vie di transito nel Mezzogiorno longobardo: sicurezza di cui si
trova ancora un’eco nell’Itinerarium Bernardi monachi redatto in-
torno all’870129. Anche di qui l’interesse dei sovrani beneventani ad
incrementare i traffici nei loro territori.
va, come è noto, in modia. Un capitolo dello stesso Pactum trattava esclu-
sivamente del modiaticum, «De modiatico», ibid., c. 34, p. 198, qualcosa di
analogo ad es. alla modiatio franca, per cui si veda ad es. MIDDLETON, Early
medieval port customs, p. 347. Per modium o modius si intendeva il conte-
nitore che costituiva l’unità di misura per la vendita del grano, ad es. CDC,
VII, p. 250, a. 1054, quinque modia de grano bonum ad modium dominicum
plateaticum.
127 Ibid., cc. 37, 38, p. 199.
128 Nelle Honorantie civitatis Papie, p. 8, si ricorda che i «negociatores»
che entravano nel regno italico erano tenuti a pagare la decima «ad clusas
at ad vias, que sunt hee regi pertinentes» e inoltre «de omnibus negociis
decimam dare ibi ad portam misso camararii». Si può ipotizzare che le impo-
ste gravanti sulle mercanzie che transitavano nel Mezzogiorno longobardo
potessero avere valori grossomodo analoghi.
129 Per la sicurezza delle vie della Langobardia minor, DALENA, Dagli
Itinera ai percorsi, pp. 123-124.
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111Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa
In generale, alla luce di quanto visto mi sembra si possa afferma-
re che il Pactum Sicardi, o meglio i numerosi capitoli di questo in cui
si evidenziano questioni di ordine mercantile, costituisca il riflesso di
una forte dinamicità economica del Principato di Benevento, un ten-
tativo di regolare un settore della complessa rete di rapporti commer-
ciali che si stendeva sulle terre di Sicardo, probabilmente non l’unico
di questo tipo; l’ampiezza degli accordi e la meticolosità nel definire
diritti e consuetudini derivava sicuramente dalla forte conflittualità
tra le due parti, circostanza che non sussisteva nei rapporti tra
Longobardi e Siciliani o tanto meno tra Longobardi e Veneziani: tali
situazioni prevedevano relazioni quasi esclusivamente commerciali
oltre che diplomatiche, in particolare con i Bizantini di Sicilia.
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CAPITOLO TERZO
UNA NUOVA ERA ?
A Veneticis et Amelfitanis institoribus, inquam, qui nostris
ex victualibus haec [le preziose vesti di porpora prodotte a
Costantinopoli] ferendo nobis nutriunt suam (Legatio
Liudprandi, LV, p. 205).
La celebre risposta di Liutprando di Cremona al patrizio Cristoforo,
che chiedeva da chi potessero acquistare gli Occidentali le preziose
vesti purpuree proibite degli ergasteria costantinopolitani, fornisce una
vivida testimonianza dell’ormai raggiunta supremazia di Amalfitani e
Veneziani nelle reti di commercio a lunga distanza nel Mediterraneo del
X secolo, in particolare tra l’Italia e Bisanzio. Altre attestazioni all’in-
circa dello stesso periodo valgono a documentare come i mercanti
amalfitani avessero ormai costruito una trama di relazioni commerciali,
che coinvolgeva le quattro sponde del Mediterraneo. Basti rammenta-
re che, grossomodo in quegli stessi anni (942), mercanti amalfitani,
attraversato il mare, giunsero a Cordova, dove vendevano broccati e
sete preziose con molto profitto, secondo il cronista arabo Ibn Hayyan1,
mentre qualche decennio più tardi si hanno le prime testimonianze rela-
tive alla presenza di Amalfitani in Egitto2.
Non vi è dubbio che, insieme ai Veneziani, gli Amalfitani fossero
divenuti ormai i protagonisti assoluti nei commerci intermediterranei.
Così, nel XII secolo, sulla scia di Liutprando, Beniamino di Tudela
poteva affermare, parafrasando il Discorso della Montagna, che gli
1 La notizia in ASHTOR, Gli Ebrei nel commercio mediterraneo, p. 416.
2 CAHEN, Un texte peu connu, pp. 61-66. CITARELLA, Il commercio di
Amalfi, pp. 66-69. Secondo il Citarella nel Suq al-Rum, attestato nel 954 a
Fustat, si dovrebbe cogliere un riferimento alla presenza di Amalfitani,
CITARELLA, Merchants, markets and merchandise, p. 278, n. 111.
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114 Una nuova era?
Amalfitani «non seminano e non mietono», ma sono «mercanti che com-
merciano»3.
 Ma quali furono le radici di questa supremazia e perché proprio
Amalfi? Si tratta di una questione molto rilevante, in quanto pertiene
alla sfera della ripresa del grande commercio mediterraneo, uno dei
fattori decisivi nella genesi dell’Europa.
Gli anni 30-40 del IX secolo, in sostanza l’età di Sicardo, segnano
nel Mezzogiorno probabilmente il punto più alto di un ciclo di crescita
economica, iniziato, come si è visto nel VII secolo, e che conobbe
un’accelerazione decisiva nella seconda metà dell’VIII. Tale crescita,
connessa a profonde trasformazioni sociali e politiche4, disegnò una
nuova geografia dei centri del potere, del tutto inedita nella storia della
regione campano-sannitica.
Uno dei segnali più convincenti di questa floridezza economica è, si
è detto, la rinascita dei centri urbani, ma una delle manifestazioni più
persuasive dell’inizio di un periodo davvero nuovo nella vicenda politi-
ca, economica e sociale del Mezzogiorno (o perlomeno di quello che si
può considerare il cuore politico-economico del Mezzogiorno medie-
vale) è l’emergere di nuove capitali, favorita indubbiamente anche dalla
riattivazione dei traffici intermediterranei: Salerno, Amalfi, Gaeta e la
nuova Capua sul Volturno, pressoché fino alla seconda metà dell’VIII
secolo poco più che castra di secondo piano nel panorama locale dei
poteri, talune, è il caso della nuova Capua, fondate addirittura ex novo.
Se almeno dalla tarda antichità al pieno VIII secolo i luoghi incontra-
stati del potere politico ed economico di questa parte del Mezzogiorno
3 BENIAMINO DI TUDELA, Itinerary, p. 10. Per una revisione critica del
ruolo preponderante del commercio amalfitano nelle strutture socio-
economiche della città costiera nel Medioevo si rimanda a DEL TREPPO,
Amalfi, in part. pp. 3-16, 72-86, 145-150.
4 Una proposta di sintesi in DI MURO, Territorio e società, in part. pp.
85-97, con bibliografia.
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115Una nuova era?
erano stati (in parte insieme alla declinante vecchia Capua) Napoli e
Benevento, a partire perlomeno dalla metà del IX secolo e fino all’età
di Federico II, è indubbio che Salerno e la nuova Capua, per i territori
di tradizione longobarda, e Amalfi,per l’area di tradizione bizantina,
abbiano sopravanzato in quanto al ruolo economico e spesso politico
le capitali storiche: Benevento, penalizzata anche da una collocazione
geografica divenuta sempre più marginale nel contesto degli scambi a
media-lunga distanza, e Napoli, relegandole sullo sfondo, in una posi-
zione di rilevanza quasi esclusivamente politica, sebbene anch’essa de-
clinante, riplasmando di fatto la geografia del potere nel Mezzogiorno5.
L’immagine della piena affermazione di queste nuove città-capitali, di
fatto compiuta alla metà del IX secolo, sostanzialmente a discapito dei
vecchi centri del potere, può essere assunta come rappresentazione
emblematica del compimento di complessi processi di riaggregazione e
riorganizzazione principiati intorno alla metà del VII secolo, un altro
punto di snodo nelle vicende del Mezzogiorno. Allo stesso tempo, pur
nella consapevolezza dei pericoli connessi alla frequentazione degli
sdrucciolevoli crinali epocali, mi sembra che il punto di arrivo indicato
sopra definisca per il Mezzogiorno il momento in cui una nuova età
diviene pienamente riconoscibile, qualcosa di strutturalmente ‘altro’ ri-
spetto al momento in cui si innescarono i processi conseguenti, in ulti-
ma analisi, alla dissoluzione del mondo romano, sostanzialmente in li-
nea con quanto è stato evidenziato nel più ampio scenario europeo 6.
5 Per la vicenda di Benevento dopo la Divisio Ducatus dell’849 e il suo
declino economico e politico si veda GASPARRI, Il ducato e il principato,
pp. 123-142. Per Napoli, infra.
6 In questo senso mi pare si possa essere pienamente d’accordo con il
Delogu che focalizza per l’Italia nella seconda metà del VII secolo il momen-
to in cui terminano di fatto i processi di semplificazione della società inne-
scati dalla metà del V secolo con la crisi irreversibile della società romana, e
a partire dal quale si colgono «fenomeni di riorganizzazione e riaggregazione
su nuove basi»: DELOGU, Trasformazione, p. 12; ibid., pp. 12-17; ID., La fine
del mondo antico, pp. 7-29. In generale per l’Europa si veda HODGES,
Goodbye to the Vikings?.
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116 Una nuova era?
Il crepuscolo del IX secolo con il fallimento della politica espansio-
nistica del vescovo-duca napoletano Atanasio II e l’annessione di
Benevento a Capua (900) costituisce il corollario inevitabile di questo
cambiamento ormai pienamente realizzato: il X secolo vedrà il predo-
minio assoluto di Amalfi in primis e Salerno sui mercati e sui mari, e la
scomparsa pressoché totale dei Napoletani dalle rotte della navigazio-
ne intermediterranea7.
In un illuminante, e per tanti aspetti ancora attuale, saggio del 1965
dedicato alle città campane nell’alto Medioevo, Giuseppe Galasso
rimarcava come tra il X e l’XI secolo si sia realizzato un mutamento
radicale nelle dinamiche dei flussi commerciali marittimi tra l’Oriente e
la Campania: da quel momento l’elemento dinamico nei rapporti com-
merciali tra le due aree è rappresentato dai mercanti occidentali8. Fu
quello il periodo in cui si compì il rovesciamento della situazione di
partenza, cioè di quando il rinnovato vigore alla percorrenza delle vie
mediterrane legato alla tregua tra Bisanzio e l’Islam vide come elemen-
to propulsore i mercanti orientali (islamici e bizantini) alla conquista dei
deboli mercati e, soprattutto, delle merci (anche umane) del Mezzo-
giorno. Questa prima, significativa riattivazione delle rotte tra le due
sponde del Mediterraneo contribuì ad innescare il processo di
ridefinizione degli equilibri che condusse a quella che si è sopra definita
una svolta epocale nelle vicende del Mezzogiorno.
7 Il ruolo di Amalfi, Napoli e Salerno nell’economia mercantile del X-XI
secolo appare già ben delineata nell’opera di Adolf SCHAUBE, Storia del
commercio. Si veda anche GALASSO, Mezzogiorno medievale, pp. 108-114;
CITARELLA, Il commercio di Amalfi; DEL TREPPO, La marineria napoletana
nel Medioevo; CITARELLA, Merchants, markets and merchandise; GALASSO,
Napoli e il mare. Di recente Giovanni Vitolo ha ribadito la decadenza di
Napoli nei commerci dell’alto e del pieno Medioevo, sottolineando che «è
come se i napoletani si fossero in qualche maniera ritratti dal mare» (VITOLO,
Napoli nobilissima, p. 59).
8 GALASSO, Mezzogiorno medievale, pp. 61-135, in part. pp. 114-115.
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117Una nuova era?
Una delle conseguenza più vistose di questi nuovi equilibri fu
senz’altro la marginalizzazione di Napoli nello scenario dei traffici me-
diterranei e la contemporanea avanzata di Amalfi. Pur nella consape-
volezza del ben altro spazio che un tale argomento meriterebbe, si cer-
cherà sinteticamente di mettere in luce alcuni aspetti delle vicende rela-
tive alla direzione delle politiche commerciali di Napoli e Amalfi, nel
tentativo di proporre una chiave interpretativa delle ragioni di questo
mutamento.
La storiografia del Ventesimo secolo ha sostanzialmente fornito tre
spiegazioni principali ai diversi esiti cui andarono incontro le marinerie
dei due centri tirrenici. Una prima spiegazione risale ad Adolf Schaube,
il quale indicò il successo di Amalfi fondamentalmente quale risultato
dei forti legami che la città costiera seppe istituire con il mondo islamico9.
Giuseppe Galasso nel 1965 ipotizzava la preminenza amalfitana nel
commercio tirrenico, già evidente negli anni ’30 del IX secolo, deri-
vante, insieme ad una serie di motivi difficilmente individuabili, in primo
luogo dalla posizione geografica della città, non agevolmente accessi-
bile per le vie di terra, fattore che avrebbe facilitato il commercio illeci-
to di merci molto richieste, in primo luogo gli schiavi, tra i territori
longobardi e bizantini. Su questa preminenza e sui pochi scrupoli ad
avere contatti con gli Arabi derivanti dall’unica preoccupazione politica
di salvaguardare il proprio minuscolo territorio, Amalfi avrebbe costruito
le sue future fortune nel Mediterraneo, sopravanzando la stessa Napo-
li10.
Più di recente, Barbara Kreutz ha riesaminato su basi rinnovate la
più antica motivazione addotta alla supremazia di Amalfi sui mari: la
superiorità nella tecnica marinaresca. La studiosa perviene alla conclu-
sione che, in un mondo in cui trafficanti e avventurieri senza scrupoli
potevano facilmente far fortuna nel Mediterraneo, ormai mare di nes-
suno da un punto di vista dei commerci, l’adozione di alcuni tipi parti-
9 SCHAUBE, Storia del commercio.
10 Ibid., pp. 111-113.
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118 Una nuova era?
colari di imbarcazioni ibride quali la sagena e di accorgimenti tecnici
quali la vela latina, fornì notevoli vantaggi alla marineria amalfitana, fa-
vorendone l’affermazione11.
La tesi dello Schaube, ripresa e sviluppata successivamente da
Armand Citarella, se vale a spiegare il motivo centrale dell’ascesa di
Amalfi, non fornisce lumi sulla contemporanea decadenza di Napoli nel
commercio marittimo, anch’essa in ottimi rapporti con l’Islam per lun-
ghi tratti del IX secolo, forse ancor più di Amalfi. Allo stesso modo
l’ipotesi di Giuseppe Galasso, se fornisce un prezioso elemento per
comprendere i motivi dell’iniziale materializzarsi di Amalfi nello scena-
rio degli emporia tirrenici, non spiega la sorte di Napoli. Infine la tesi
‘tecnicistica’ di Barbara Kreutz, al di là dei numerosi problemi posti
dalla documentazione, da sola non vale a spiegare il persistere della
preminenza amalfitana nel Mediterraneo fino almeno all’XI secolo, in
quanto, ad esempio, è noto come le tecniche si diffondano velocemen-
te, anche nel Medioevo12.
A mio avviso il fattore determinante nell’ascesa di Amalfi e nel con-
temporaneo declino di Napoli è da ricercare in un ambito più propria-
mente storico, individuando le cause per cui le due città tirreniche com-
pirono scelte diverse in un determinato momento. Probabilmente fu il
diverso atteggiamento che i due centri costieri campani ebbero di fron-
te alle opportunità che il primo riattivarsi dei traffici mediterranei a lun-ga distanza dischiudevano a segnarne le vicende successive. Se all’ini-
zio, come osserva giustamente Giuseppe Galasso alla luce dei brandelli
di documentazione disponibili per la seconda metà dell’VIII secolo, il
ruolo dei mercanti napoletani e amalfitani dovette limitarsi alla semplice
intermediazione tra le produzioni longobarde e la domanda bizantina e
araba13, le fonti del IX secolo ci mostrano una differenziazione all’in-
11 KREUTZ, Amalfi e il mare, in part. pp. 118-127.
12 Si veda a tal proposito il classico saggio di WHITE JR., Tecnica e
società.
13 GALASSO, Mezzogiorno medievale, pp. 109-110.
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119Una nuova era?
terno delle nascenti reti del commercio a lunga distanza. La politica
commerciale napoletana pare ancorarsi alla precedente fase di media-
zione interna: non abbiamo fonti che ci illuminino anche dubitativamente
sull’eventualità che le navi napoletane battessero rotte diverse dal pic-
colo cabotaggio lungo le coste tirreniche14, mentre la città rimane cen-
tro fiorente di mercato, come si evince anche dall’accordo stipulato
nell’831 con Sicone. La stessa presenza di un gran numero di Islamici
presso il porto di Napoli, che agli occhi di Ludovico II faceva apparire
la città tirrenica «Panormus vel Africa»15, può essere interpretato an-
che come il riflesso della sussistenza di mercanti interessati al commer-
cio dei prodotti che si trovavano sulla piazza napoletana, accanto alle
milizie aghlabite16. In questo senso si può parlare di una politica con-
servatrice da parte dei mercanti napoletani, interessati esclusivamente
al reperimento delle merci da esitare presso il mercato locale.
La scelta amalfitana pare puntare piuttosto, già nel corso del IX
secolo, decisamente alla percorrenza delle rotte mediterranee, politica
che comportava naturalmente rischi maggiori ma anche guadagni più
cospicui. Alcuni elementi lasciano intravedere, come è stato notato, un
certo dinamismo amalfitano e una certa indipendenza dalle scelte na-
poletane sin dall’inizio del IX secolo: la partecipazione alla battaglia
navale dell’812; la specificità dell’elemento amalfitano nel quadro dei
rapporti commerciali con i Longobardi emergente da alcuni capitoli del
14 Vi è su questo punto accordo tra gli storici, a partire perlomeno dagli
studi di Adolf Schaube. Si veda anche GALASSO, Mezzogiorno medievale, p.
112, il quale a proposito della gloriosa vittoria di Ostia dell’849 in cui le
flotte napoletana, amalfitana e gaetana furono guidate dal console Cesario,
figlio del duca di Napoli, parla di «episodio conclusivo di una lunga tradi-
zione ormai volta al termine».
15 Chron. Sal., c. 107, p. 119.
16 Il legame economico che caratterizzava l’alleanza tra Agareni e Napo-
letani fu efficacemente indicato qualche anno più tardi dal pontefice Gio-
vanni VIII, che ne individuò la ragione profonda «pro turpis lucro commodo»:
Registrum Johannis VIII in MGH Ep. VII Kar.: KEHR, Regesta Pontificum
Romanorum, VIII, pp. 334 ss. Si veda anche infra
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120 Una nuova era?
Pactum Sicardi; il racconto dell’Anonimo salernitano dal quale emer-
ge l’attività dei mercanti amalfitani nella seconda metà del IX secolo
nei porti dell’Africa settentrionale, la corrispondenza epistolare del pon-
tefice Giovanni VIII. Si tratta di episodi ben noti che, sebbene limitati,
hanno permesso di argomentare la precoce preminenza degli Amalfitani
sulle coste tirreniche e la frequentazione delle rotte mediterranee17.
L’ascesa di Salerno come centro politico ed economico nei primi
decenni del IX secolo e gli stretti rapporti con Amalfi limitarono ai mer-
canti napoletani la possibilità di approvvigionamento di parte rilevante
delle produzioni longobarde. Inoltre i commercianti islamici avrebbero
potuto trovare i prodotti longobardi direttamente sulla piazza salernitana,
innervata almeno dai tempi di Sicardo dalla presenza di Amalfitani, senza
passare più per la mediazione napoletana, come sembra testimoniare il
celebre episodio del mercante agareno Arrane «in foro Salernitane
civitatis residens» riportato dall’Anonimo di Salerno18, con conseguenze
immaginabili per il mercato partenopeo19. Allo stesso tempo i mercanti
longobardi (verosimilmente Salernitani), seguendo forse l’esempio dei
vicini Amalfitani, iniziarono a frequentare con profitto le rotte mediter-
ranee, tanto che nella seconda metà del IX secolo, in un momento
particolarmente critico per le vicende politiche del Mezzogiorno, pote-
vano partecipare, si è visto, ai negozi presso l’importante piazza
siracusana.
17 Tra gli altri GALASSO, Mezzogiorno medievale; CITARELLA, Merchants,
markets and merchandise, con bibliografia.
18Il cronista salernitano racconta che una mattina il principe Guaiferio si
trovava a passeggiare per la città, quando incontrò un mercante agareno di
nome Arrane, il quale, colpito dalla bellezza del copricapo del principe, glielo
richiese come dono e il principe fu ben lieto di fargliene omaggio. Il fatto mi
sembra particolarmente rimarchevole in quanto permette di individuare nel
mercato urbano un centro di attività commerciale internazionale cui parteci-
pavano mercanti provenienti dal Nord Africa, forse una fiera (forum) che si
svolgeva con scadenze stabilite L’episodio si colloca tra la fine degli anni
’60 e l’inizio degli anni ’70 del IX secolo: Chron Sal., c. 110, pp. 122-123.
19 Si veda anche supra.
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121Una nuova era?
Quando nel corso del X secolo si spense la spinta propulsiva
dell’Islam nel Mediterraneo20, gli Amalfitani, e in secondo luogo i
Salernitani e i Gaetani, si trovarono nella situazione ottimale per parte-
cipare da protagonisti, insieme ai Veneziani, alla piena realizzazione del
ribaltamento nel Mediterraneo della situazione mercantile alla metà
dell’VIII secolo21. La posizione ‘conservatrice’ assunta da Napoli nel
IX secolo non permise ai suoi mercanti di immettersi nella rinnovata
direzione delle correnti commerciali marittime da Occidente ad Orien-
te e, dunque, di partecipare alla forte crescita economica che tale evento
conseguì22: Napoli rimase esclusivamente sede di mercato, anche di un
certo rilievo23, e i suoi mercanti si limitarono alla piccola navigazione
giungendo al più sulle coste laziali24. Fu questo un fattore che ebbe
conseguenze anche a livello politico: non sembra un caso che il X seco-
lo segni il sostanziale eclissarsi del Ducato napoletano dalle principali
20 Si veda ad es. ASHTOR, Gli Ebrei nel commercio mediterraneo, p. 421.
21 Si è visto come nel X secolo si ritrovino mercanti amalfitani un po’
dappertutto nel Mediterraneo, in Spagna, in Egitto, a Costantinopoli. In
generale sulle colonie amalfitane nel Mediterraneo, CITARELLA, Merchants,
markets and merchandise, pp. 275 ss. I magna negotia dei mercanti amal-
fitani salernitani e gaetani sul mercato di Pavia ricordati nelle Honorantie
civitatis Papie (Honorantie civitatis Papie, p. 18) ne sono una conse-
guenza.
22 Anche da un punto di vista archeologico il X secolo pare segnare per
Napoli una riduzione della cifra della cultura materiale: si veda ARTHUR,
Naples, from Roman Town to City-state, pp. 150-151.
23 Già Guarimpoto sottolineava come nella Napoli della seconda metà
del IX secolo si potesse trovare tutto in abbondanza, Vita Athanasii, p.
439. È ben nota, inoltre, la testimonianza del viaggiatore arabo Abu al-Qasim
Muhammad ibn Hawqal, che intorno al 977 ammira gli abiti di lino presenti
sulla piazza partenopea, pur sottolineando la minore importanza di questa
rispetto ad Amalfi: AMARI, Biblioteca arabo-sicula, I, pp. 24-25. Si vedano
anche RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, p. 113, e VITOLO, Napoli me-
diatrice di culture, p. 38.
24 CAPASSO, Monumenta II,2 pp. 20, 161-162; Regesta, p. 378.
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122 Una nuova era?
vicende politiche del Mezzogiorno25, se si esclude il poco chiaro epi-
sodio dell’attacco a Siponto del 94926.
Solo in età angioina Napoli potè esprimereuna rinnovata rilevanza
mercantile nel Mediterraneo, senza mai peraltro raggiungere i vertici
toccati da Amalfi tra X e XI secolo27.
Una spiegazione alla scelta iniziale di Napoli può essere indicata
nella rilevanza che tra VII e VIII secolo la città assunse nelle inaridite
direttrici degli scambi mediterranei e, in particolare, il ruolo di colletto-
re delle produzioni beneventane già sottolineato nelle pagine precendenti:
riversate le (poche?) eccedenze beneventane sulla piazza partenopea,
queste potevano facilmente venire esitate ai rari mercanti oltremarini
che continuavano sporadicamente a frequentarla, quali con ogni
verosimiglianza erano gli occupanti della nave egiziana sulla quale si
imbarcò san Wilibaldo nel 723. Il rinnovato vigore ai commerci legato
al periodo di tregua 752-813 poté dunque essere immediatamente sfrut-
tato dai Napoletani, realizzando sicuramente una crescita degli scambi
sul mercato cittadino: i mercanti bizantini e delle coste del Mediterra-
neo meridionale privilegiarono evidentemente le rotte e gli approdi che
avevano continuato a percorrere anche nel periodo in cui più basso fu
il volume dei traffici tra le sponde del Mediterraneo (seconda metà del
VII secolo- metà dell’VIII), e si può ragionevolmente ipotizzare che
Napoli rimanesse in quel periodo l’unico porto campano interessato in
qualche misura dal commercio a lunga distanza. In tal modo i mercanti-
mediatori napoletani trovarono facili occasioni di arricchimento, non
dovendo far altro che reperire un maggior numero di prodotti per sod-
25 Un quadro generale in RUSSO MAILLER, Il Medioevo a Napoli, pp. 79-
82.
26 VON FALKENHAUSEN, La dominazione bizantina, p. 39.
27 Sulla marineria angioina e sul ruolo del porto di Napoli tra XIII e XIV
secolo si veda ora DALENA, Passi, porti e dogane marittime, con bibliografia
esaustiva.
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123Una nuova era?
disfare la maggiore richiesta. Inoltre l’evoluzione della classe dirigente
napoletana durante l’alto Medioevo nella direzione dell’esercizio delle
armi e del possesso fondiario, inteso anche come stile di vita, contribuì
a quella che Giovanni Vitolo ha suggestivamente indicato come una
«mutazione genetica, capace di provocare un progressivo ridimensio-
namento della propensione marinara» dei Napoletani28. A differenza di
Napoli, il piccolo approdo di Amalfi non poteva di certo contare su
una tradizione ininterrotta di scambi intermediterranei, né il limitato ter-
ritorio produttivo della città poteva far sperare nell’immissione in que-
sto sistema. Di qui la scelta in qualche modo obbligata di mettersi per
mare alla ricerca di prodotti e mercati, per cogliere le opportunità che
la congiuntura favorevole offriva. La vicinanza geografica e politica di
Salerno e del suo ricco territorio diede ulteriore vigore alla spinta ini-
ziale. Su queste relazioni la stessa Salerno costruì le sue fortune econo-
miche, per cui i suoi principi, all’apice della sua ricchezza, potevano
battere a ragione sulle proprie monete la legenda Opulenta Salernum29.
28 VITOLO, Napoli nobilissima, p. 60.
29 Sui rapporti tra le fortune di Amalfi e Salerno, CITARELLA, Merchants,
markets and merchandise, pp. 275 ss. Sulla ricchezza di Salerno nell’XI
secolo, DELOGU, Mito.
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CAPITOLO QUINTO
MONDI IN CONTATTO
Dum regia divis opum michi pulchris instructa zetis
excresceret, dum diversa gemmarum metallorumque genera
redundarent et tyria multa, quicquid feret Indus quidve Tabso
Vana creat et mollis mittit Arabs mandatque nigri pellis Ethiops
et vestiunt Seres (Proemio della donazione di Arechi II a San-
ta Sofia di Benevento, CSS, I, p. 289).
Paragonata all’Occidente Venezia è un altro mondo. I
suoi abitanti possiedono lo spirito mercantile e non si fanno
prendere dagli scrupoli per le interdizioni contro il turpe
lucrum. Questa mentalità è del tutto scomparsa nel mondo
occidentale ed in Italia dopo le conquiste arabe; invece si
conserva a Venezia ed in tutti gli altri paesi bizantini dell’Italia
meridionale […]. Bisogna insistere sul fatto che i duchi di
Benevento conservarono la moneta d’oro ed anche il sistema
monetario bizantino. La continuazione dell’unità mediterra-
nea, che doveva scomparire più tardi, là era ancora visibile
(PIRENNE, Maometto e Carlomagno, pp. 170-171).
When Charlemagne led his forces south to Rome, having
conquered Lombardy, he encountered a landscape that must
have puzzled him. On the one hand there were the ruins of the
roman age, which up to the nineteenth century caused travel-
lers to marvel. On the other hand, much of the landscape was
uncultivated and wooded. Occupying islands in this sylvan
sea were estate centres and small, nucleated villages with
utterly undistinguished architecture […] In some way, we
might imagine him saying, Italy had been caught in a time
warp. Change was needed (FRANCOVICH-HODGES, Villa to Vil-
lage, p. 75).
L’immagine che probabilmente illustra in maniera più immediata il
ruolo del Mezzogiorno longobardo nella trama dei trading worlds della
prima metà del IX secolo è legata ad una vicenda tragica, connessa ai
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126 Mondi in contatto
sempre incombenti pericoli del viaggiare nell’alto Medioevo1. Intorno
all’820 un mercante proveniente dalle terre beneventane fece naufragio
mentre cercava di guadare con un’imbarcazione il fiume Reno nei pressi
di Bologna. Insieme al mercante le acque inghiottirono il prezioso frutto
dei suoi negozi, una piccola fortuna composta da circa 100 monete d’oro,
beneventane, arabe e bizantine2. Il nostro anonimo mercante incarna
bene la figura avventurosa delineata da Henri Pirenne di quei personaggi
che, animati dalla ricerca di alti profitti, erano disposti a percorrere lunghi
itinerari per giungere in terre lontane ad esitare prodotti la cui rarità ne
accresceva il prezzo: «Ci si spiega agevolmente che l’esca del guadagno
fosse abbastanza potente per controbilanciare le fatiche, i rischi e i peri-
coli di un’esistenza errante ed esposta a tutti i pericoli»3. Furono tali
personaggi i vettori di quel commercio a lunga distanza nel quale Pirenne
scorgeva l’elemento fondamentale della rinascita economica dell’Euro-
pa, ma che lo storico belga era disposto a collocare in un orizzonte crono-
logico ben più avanzato4. La vicenda del mercante annegato tra le acque
del Reno può essere sussunta, nella sua drammatica essenzialità, a
paradigma della complessità dei traffici sovraregionali mediati nelle terre
del Principato e proiettati talora verso il vasto impero di Carlo Magno,
complessità condensata nelle monete coniate in aree così lontane tra loro
e nella figura del mercante che con esse si recava al Nord.
Il progredire delle ricerche archeologiche, coniugato ad una rilettura
delle fonti scritte, renderà in futuro il quadro di queste interrelazioni sem-
pre meno oscuro, al di là degli ormai sempre più anacronistici steccati
disciplinari, nella direzione indicata da Gian Piero Bognetti oltre mezzo
1 Sui pericoli del viaggio nel Medioevo si veda DALENA, Dagli Itinera ai
percorsi, pp. 119 ss.
2 Nel 1857, durante la realizzazione di alcuni lavori per la costruzione di
un ponte nei pressi del fiume, il gruzzolo fu fortunosamente rinvenuto in-
sieme ai resti del mercante e probabilmente del battello che lo trasportava.
Di queste monete solo una parte risulta conservata presso il Museo civico
di Bologna: GORINI, Moneta e scambi, pp. 187-188; HODGES, In the shadows
of Pirenne, pp. 123-124; MC CORMICK, The origins, 829-830.
3 PIRENNE Le città del Medioevo, p. 84.
4 Ibid., pp. 83 ss.
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127Mondi in contatto
secolo fa5. Quanto visto finora permette di delineare uno scenario in cui
l’Italia meridionale longobarda nella prima metà del IX secolo costituisce
una delle più vivaci aree di snodo delle correnti dei traffici europei, cen-
tro per certi aspetti di una vera e propria connessione economicache la
collegava all’Africa, all’Oriente e alla Francia, alimentata per lo più da
energie alloctone (mercanti dei ducati costieri, siciliani, bizantini, vene-
ziani, italici e romani, come si è visto, ma non solo6), con una significativa
partecipazione dei mercanti longobardi, ben presto attestati anche sulle
più importanti piazze bizantine, quali Siracusa, e regolata da centri di
controllo strategici dei traffici terrestri e marittimi, con una indubbia apertura
alla frequentazione delle vie del Mediterraneo.
Nel quadro che emerge si può riconsiderare sotto una luce rinno-
vata il celebre ‘Proemio’ del Liber preceptorum della Santa Sofia
beneventana riportato all’inizio di questo capitolo, ritenuto a ragione
un’aggiunta seriore (XI sec.)7, ma che, ad un esame appena più ap-
Fig. 14: Solido di Niceforo I e Stauracio (803-811), dinar egiziano e solido di
Arechi II (774-787) dal tesoretto del Reno (foto cortesia del Museo Civico
Archeologico di Bologna).
5 Valga a questo proposito il giudizio di Paolo Delogu, che indica in
Bognetti «il capostipite di quanti si sforzano di coniugare storia e archeolo-
gia medievale in Italia»: DELOGU, La fine del mondo antico, p. 7. Si veda
BROGIOLO-GELICHI, La città nell’alto medioevo italiano, pp. 17 ss. Fonda-
mentali BOGNETTI, L’età longobarda; BOGNETTI, Problemi di metodo.
6 Si veda infra.
7 Si vedano le considerazioni a tal proposito di Jean-Marie Martin nella
sua edizione del CSS, pp. 61-63.
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128 Mondi in contatto
profondito, già sembra riecheggiare in maniera amplificata gli appa-
rati esotici di cui Arechi dotò la Santa Sofia beneventana in occasio-
ne della traslazione del corpo di san Mercurio (768). Si può ipotizzare
che l’autore del Proemio, nel trasporre tra le disponibilità di Arechi II
l’acquisizione di preziosi oggetti provenienti dall’Etiopia, dalla Persia,
dall’Arabia, dall’India e dalla Tabso Vana-Taprobana, l’odierno Sri
Lanka8, si rifacesse ad una fonte perduta o ad un’antica tradizione
orale; in ogni caso il testo non può essere trascurato relegandolo a
una sorta di invenzione retorica del tutto improbabile. Quale era, in-
fatti, la provenienza di quelle «purpureis gausapis ... et telis de
Phocaico stagmine textis et vasis argento aurove celatis, quibus etiam
plurimum decoris extrinsecus margaritae electro variante polita
clusione rutilantes addiderant»9 ricordate nella di certo più attendibile
Translatio Sancti Mercurii? Possiamo sicuramente ritenere di pro-
duzione orientale i tessuti di porpora (costantinopolitana) e le coperte
d’altare intessute «Phocaico stagmine», così come i vasi «argento
auroveque celatis», dello stesso tipo, forse, di quei rutilanti vasi
costantinopolitani che sappiamo custoditi fino all’843 nella scintillan-
te camera del tesoro di Montecassino. E si trattava solo di una parte
di quelle ampie dotazioni ricordate dalle fonti scritte, con le quali Arechi
aveva ornato il santuario beneventano10.
La scoperta di un pomo di spada in giada, materiale estratto nei
pressi del fiume Karakash nel Tibet settentrionale, a San Vincenzo al
Volturno11, testimonia come nell’alto Medioevo esistessero reti di com-
mercio attraverso le quali in qualche modo era possibile collegare
terre lontanissime al Mezzogiorno longobardo, proprio come si evince
dal Proemio beneventano. Si è visto, inoltre, che nel IX secolo a
Siracusa erano operanti mercanti etiopi accanto a mercanti longobardi
e che tra VIII e IX secolo i rapporti tra Sicilia e Benevento furono
8 Per l’identificazione da parte di Jean Marie Martin di Tabso Vana con
l’odierno Sri Lanka, ibid., p. 291 n. 1.
9 Translatio Sancti Mercurii, p. 577.
10 ERCHEMPERTO, c. 3, p. 236; Chronica Monasterii Casinensis, I, c. 9, p. 56.
11 HODGES, Light in the Dark ages, p. 136
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129Mondi in contatto
frequenti, anche a livello diplomatico12. In un mondo in cui il dono
costituiva parte rilevante nel sistema delle relazioni diplomatiche non
è improbabile che exotica provenienti dall’Etiopia potessero raggiun-
gere la corte di Arechi II per tramite del patrizio di Sicilia o dei suoi
ambasciatori13.
Ma pregiati prodotti dell’Oriente potevano giungere nel Mezzo-
giorno longobardo anche attraverso altre strade. Una preziosa fonte
araba della seconda metà del IX secolo, il celebre racconto di Ibn
Khurradadhbih, informa dell’attività di mercanti ebrei poliglotti, i
Radhaniti, che commerciavano tra l’estremo Oriente e la «terra dei
Franchi», seguendo rotte terrestri e marittime che collegavano la Cina
e l’India all’Occidente cristiano. In particolare questi mercanti, pro-
12 Per quest’ultimo aspetto BERTOLINI, Carlo Magno e Benevento, pp.
174 ss.
13 Sull’ideologia dello scambio di doni nell’alto Medioevo e sulle sue
implicazioni si veda ad es. CUTLER, Gifts and Gift Exchange, pp. 245-278.
Fig. 15: San Vincenzo al Volturno, pomo di spada in giada
(da HODGES, Light in the Dark ages)
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130 Mondi in contatto
babilmente partecipi di gruppi tra loro collegati disseminati lungo gli
itinerari descritti da Ibn Khurradadhbih, vendevano le loro preziose
merci esotiche a Costantinopoli e alla corte dei sovrani franchi espor-
tando schiavi dall’Occidente14. Quali fossero i porti della «terra dei
Franchi» dove giungevano e da dove ripartivano non è però dato sa-
pere; forse, come qualche studioso ha ipotizzato in maniera generica,
erano in Italia15. In effetti si può pensare che per un geografo islamico
del IX secolo non sarebbe risultato particolarmente semplice colloca-
re con precisione un approdo lungo le sponde centro-settentrionali
del Mediterraneo, data l’idea meno che vaga degli Arabi in quel peri-
odo a riguardo della geografia europea16, per cui il termine ‘Terra dei
Franchi’ poteva indicare genericamente l’intero Occidente cristiano.
È interessante notare come la mappa delineata dal proemio pseudo-
arechiano si sovrapponga perfettamente alle rotte commerciali per-
corse dai Radhaniti tra la Cina e la «terra dei Franchi»: l’Oceano
Indiano («Indus» e «Tabso Vana»), il Golfo Persico («Arabs»), il Corno
d’Africa («nigri pellis Ethiops»), la Siria («Seres»)17. Ad ogni modo
quel che importa ora sottolineare è come nell’altomedioevo esistesse
14 Una prima rotta seguita dai Radhaniti è la seguente: «They embark in
the land of the Franks on the Western Sea, and they sail toward al-Farama.
There they lay load their merchandise on the backs of camel and proceed
by land to al-Quzulm [nei pressi di Suez, sul Mar Rosso]... They embarked
on the Eastern Sea and proceed from al-Quzulm to al-Jar and to Jidda [il
porto di La Mecca], then they go to Sind, Hind, and China». Un itinerario
alternativo prevedeva l’imbarco dalla terra dei Franchi fino ad Antiochia, da
dove via terra giungevano nei pressi dell’Eufrate; risalendo il fiume giunge-
vano a Baghdad, e da qui si dirigevano, attraverso Basra, nel Golfo Persico,
dove si imbarcavano per la Cina. Un terzo itinerario dall’Occidente prevede-
va lo sbarco lungo le coste del Marocco da dove attaversando l’Egitto e la
Siria giungevano a Baghdad. Il testo tradotto è riportato in LOPEZ-RAYMOND,
Medieval trade, pp. 31-33. Sui Radhaniti si veda da ultimo MC CORMICK, The
origins, pp. 688 ss., con bibliografia.
15 GIL, The Radhanite, pp. 299-328.
16 ASHTOR, Che cosa sapevano i geografi arabi, pp. 453 ss.; ID., Gli
Ebrei nel commercio mediterraneo, p. 404.
17 Per gli itinerari percorsi dai Radhaniti, MC CORMICK, The origins, pp.
691 ss., cartina 23.1.
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131Mondi in contatto
la possibilità di assicurarsi oggetti preziosi provenienti dall’altro capo
del mondo attraverso rotte che passavano anche dalla Tabso Vana-
Taprobana del proemio beneventano18; ma altri elementi spingono
ad inoltrarsi sulle tracce dei Radhaniti e ad approfondire il ruolo degli
ebrei longobardo-meridionali nei commerci a lunga distanza. Gli
exotica che avrebbe raccolto Arechi II disegnano un esteso sistema
di relazionicommerciali, quasi un calco, si è visto, degli itinerari dei
Radhaniti, che poteva essere veicolato da mercanti bizantini in con-
tatto con la corte. Ma gli stessi Ebrei, che nelle terre beneventane
vivevano numerosi tra VIII e IX secolo in prospere comunità, pote-
vano fungere da mediatori tra i due mondi. È interessante ricordare
che, grosso modo negli stessi anni in cui Ibn Khurradadhbih scriveva
dei Radhaniti, il monaco pellegrino Bernardo partì dal porto di Taran-
to, dove vide sei navi cariche di schiavi dirette in Africa, alla volta
della Terrasanta giungendo ad Alessandria, da dove proseguì per al
Farama; cavalcando a dorso di cammello raggiunse la Palestina (867).
Si tratta del medesimo itinerario seguito dai Radhaniti i quali, salpan-
do da un punto non specificato della «terra dei Franchi», sbarcati
sulle coste egiziane, passavano per al Farama per poi proseguire
verso l’estremo Oriente19.
Bisogna sottolineare che Taranto nel IX secolo, oltre a costituire
un importante centro marittimo probabilmente sin dalla seconda metà
18 Nella seconda metà dell’VIII secolo mercanti islamici e navi persiane
frequentavano le rotte dello Sri Lanka, MC CORMICK, The origins, p. 585.
19AVRIL-GABORIT, L’Itinerarium Bernardi monachi, MC CORMICK, The
origins, p. 691. Al ritorno dal suo pellegrinaggio in Palestina il monaco
Bernardo, partendo dalla Terrasanta, sbarcò, come è noto, a Salerno o nei
pressi. DALENA, Militia Sancti Sepulcri, p. 22. La Translatio Sancti Heliani
narra che il gastaldo Gualtari, inviato a Costantinopoli da Arechi II intorno
al 760, si imbarcò su di una «navem onustam» in un porto pugliese non
specificato (Translatio Sancti Heliani, p. 581). Non è improbabile si trattas-
se di Taranto, anche se in quegli anni il porto di Otranto risulta attivo nei
collegamenti con Costantinopoli. Al ritorno da Costantinopoli Gualtari por-
tò con sé le reliquie di sant’Eliano avvolte «auratis linteis», custodite «thecis
argenteis», ibid., p. 582. In ogni caso risulta interessante la notazione della
nave carica, con ogni probabilità, di prodotti longobardi.
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132 Mondi in contatto
dell’VIII secolo20, ed essere sede di un mercato dove operavano an-
che gli Amalfitani21, ospitava una fiorente comunità ebraica e avreb-
be ertanto potuto costituire un rilevante punto di riferimento per i
Radhaniti22. È questo un elemento da non sottovalutare. Le impor-
tanti ricerche di Cesare Colafemmina sulle comunità ebraiche del
Mezzogiorno meridionale descrivono un quadro economico e cultura-
le estremamente vivace della presenza ebraica nella Langobardia
meridionale altomedievale. Oltre alla già ricordata comunità di Ta-
ranto, tra la tarda antichità e la seconda metà del IX secolo fiorirono
numerosi insediamenti ebraici nei centri urbani del Mezzogiorno
longobardo. Il più insigne tra questi era probabilmente quello di Venosa,
ma comunità ebraiche rigogliose si trovavano anche ad Oria, vivace
centro di cultura ebraica in quegli anni, Bari, Brindisi, la già ricordata
Taranto, Benevento23. Passando al versante tirrenico del Ducato-
Principato di Benevento, a Pontecagnano (SA), alla luce di alcuni
rinvenimenti archeologici, è stato possibile individuare presenze ebrai-
che nel VII secolo24; ad Angri (SA) nell’859 troviamo tra i testi
20 Da Taranto con ogni probabilità si imbarcò nel 757 san Magdalveo
alla volta della Terrasanta, seguendo un itinerario analogo a quello descrit-
to dal monaco Bernardo; AA SS., Oct., II, p. 538; DALENA, Le vie di pellegri-
naggio medievale, p. 13, n. 15.
21 L’episodio degli amalfitani che vendevano vasi e altre mercanzie a
Taranto nell’840, in Chron. Sal., c. 79, p. 76. La conquista aghlabita di Mes-
sina (843), con gli inevitabili pericoli per le imbarcazioni che attraversavano
lo stretto conteso tra Bizantini e arabi, dovette favorire l’ascesa della piazza
e del porto di Taranto, conquistata dagli arabi nell’840, anche se le navi
delle città costiere campane (Napoli e Amalfi in particolare) continuarono a
transitare tra Scilla e Cariddi.
22Per la comunità ebraica di Taranto si veda COLAFEMMINA, Insediamenti
e condizione degli Ebrei, pp. 200-202.
23 Si veda in generale l’importante saggio di COLAFEMMINA, Insediamenti
e condizione degli Ebrei.
24 Gli Ebrei, in costante crescita demografica a Salerno, tanto che in età
sveva la Iudaica non fu più sufficiente ad ospitarli, sono ricordati nei docu-
menti salernitani soprattutto come artigiani; per la comunità ebraica a Salerno
nel Medioevo si vedano gli studi di TAMASSIA, Stranieri, in part. pp. 152 e
ss.; MARONGIU, Gli Ebrei a Salerno, pp. 3-31; FERORELLI, Gli ebrei nell’Ita-
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133Mondi in contatto
sottoscrittori di una compravendita uno iosep filius iacob25, con ogni
evidenza onomastica un Ebreo, mentre a Salerno una colonia ebraica
caratterizzata da una spiccata vocazione commerciale e artigianale è
attestata a partire dal X secolo, sebbene tracce di presenze ebraiche
in città si possano già rinvenire nel IX secolo26. Tali comunità, nono-
stante si caratterizzassero per una forte autocoscienza, risultano per-
fettamente integrate e rilevanti nel tessuto sociale del Principato, tanto
da condizionarne talune consuetudini, quali quella di «iudaizare et otiari
in sabato» come si denuncia in una sinodo beneventana del IX seco-
lo27, oltre a essere partecipi, in alcuni elementi, con molta probabilità
della cerchia dei consiglieri dei sovrani, come mi sembra possa de-
dursi dal celebre episodio del divorzio «more Hebreico» di Grimolado
III28. La ricchezza di questi gruppi, in particolare delle comunità di
lia meridionale, p. 58. Per la presenza ebraica a Pontecagnano, COLAFEMMINA,
Iscrizioni ebraiche, pp. 56-58.
25 CDC, I, LVIII, p . 73.
26 CDC, I, p. 320, a. 991. MARONGIU, Gli Ebrei a Salerno, pp. 238-263;
DELOGU, Mito p. 149. Di un certo interesse un documento del 1031 in cui un
ebreo deve corrispondere come censo, tra le altre cose, unum cingulum
bonum de siricu mundum, CDC, II, p. 211, ibid. La Giudaica di Salerno era
sotto la tutela del principe salernitano, ibid. Ma nell’area salernitana dove-
vano essere presenti comunità ebraiche almeno dal IX secolo, come si è
visto per Angri. Uno iosep ebreo è ricordato in una carta del 931 come
possessore di una terra a Capezzano nei pressi di Salerno: CDC, I, p. 203,
CLIX. Difficile affermare con sicurezza che fosse ebreo anche quel iosep
medicus che tra l’848 e l’856 si rende protagonista di una dispendiosa poli-
tica di acquisizione di terre nei pressi dell’Irno per la cifra totale di 150 solidi
aurei, una piccola fortuna (CDC, I, pp. 34-35, a. 848; ivi, p. 48, a. 855; ivi, p.
58, a. 856, p. 76). Iosep donerà, avanti l’anno 865, almeno parte dei suoi beni
alla chiesa salernitana di San Massimo (CDC, I, p. 76, a. 865), prestigiosa
fondazione privata del principe di Salerno Guaiferio (per San Massimo si
veda RUGGIERO, Principi). In ogni caso il legame con San Massimo, e dun-
que con la famiglia principesca di Salerno, appare indice di un ruolo non
secondario del ricco medicus.
27 HEFELE-LECLERCQ, Histoire des Conciles, III, 2, pp. 1222 ss.
28 ERCHEMPERTO, c. 5, p. 243. Sembra estremamente verosimile sia stato
un giurista ebraico a suggerire al principe Grimoaldo la possibilità di scio-
gliere il matrimonio con la nipote del basileus, Evanzia, divenuto politica-
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134 Mondi in contatto
Venosa, Oria e Taranto, ma anche di Benevento, lascia intravedere
una partecipazione attiva degli Ebrei longobardo-meridionali alle vi-
cende commerciali del Mezzogiorno longobardo altomedievale: un
componimento poetico ebraico-pugliese degli inizi del IX secolo ac-
certa l’inserimento di mercanti ebrei del Mezzogiorno longobardo nel
commercio di schiavi e il ruolo svolto dai porti pugliesi 50 anni prima
della testimonianza del monaco Bernardo29.
La forte presenza e la significativa prosperità delle comunità ebrai-
che nelle città del Mezzogiorno longobardo tra VIIIe IX secolo rap-
presentano ulteriori indizi a sostegno della rilevanza della Langobardia
Minor nel quadro delle connessioni tra Oriente e Occidente: presso
mente scomodo in un momento in cui il sovrano andava realizzando una
politica di autonomia dai due imperi, facendo ricorso all’istituto ebraico del
libello di ripudio ben noto alle comunità israelitiche in Italia fino al tardo
Medioevo ed oltre.
29 L’indubbia ricchezza delle comunità ebraiche del Mezzogiorno alto-
medievale che emerge dalle fonti scritte non può essere legata esclusiva-
mente al possesso della terra: non va escluso, oltre alle attività artigianali e
all’esercizio di professioni quali il medico, un ruolo attivo e rilevante nel
commercio. Secondo Ashtor gli Ebrei svolsero un ruolo di mediatori com-
merciali non irrilevante tra Africa del Nord e Italia meridionale: ASHTOR, Gli
Ebrei nel commercio mediterraneo, p. 404. L’episodio del mercato di Venosa
sembra confermare la presenza ebraica nelle piazze del Mezzogiorno così
come la testimonianza di mercanti ebrei a Siracusa nell’878. Nel X secolo
l’ebreo Samuele figlio di Hananeel fu il responsabile delle finanze dei prin-
cipi di Capua: The Chronicle of Ahimaaz, p. 100. Si consideri che le maggio-
ri comunità israelitiche dell’VIII-IX secolo prosperavano in centri collocati
lungo le arterie principali di collegamento tra la Puglia e Benevento. Un
passo della Cronaca di Ahimaaz narra di un gruppo di Ebrei recatisi a
Benevento da Oria nella seconda metà del IX secolo per affari legati al
commercio (The Chronicle of Ahimaaz, p. 77). Un documento databile alla
fine del IX secolo testimonia di un mercante di schiavi ebreo operante dalle
parti di Teano: doc. edito in CUOZZO-MARTIN, Documents inédits, 67 (riporta-
to al n. 82). Dal bios di san Nilo sappiamo che nel X secolo a Bisignano fu
assassinato un mercante ebreo, Vita Nili, pp. 80-81. Per il componimento
del IX secolo si veda COLAFEMMINA, Gli Ebrei e la Puglia, pp. 104-105; i
“bei fanciulli” e le “belle fanciulle”, preziosa merce trasportata dalle navi,
possono forse far parte di quelle schiere di “slaves girls, boys” ricordati tra
le merci dei Radhaniti?
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135Mondi in contatto
queste comunità, in particolare nel IX secolo, si recavano personaggi
provenienti da lontano, quali l’Esiliarca Aronne di Baghdad ricordato
alla metà del IX secolo a Benevento, Oria e Bari dopo essere sbar-
cato, proveniente da Giaffa, a Gaeta, dove fu ospite di un Ebreo
ispanico30. Frequenti, inoltre, erano in questi anni i contatti tra le co-
munità pugliesi e la Palestina: nella seconda metà del IX secolo sap-
piamo di un inviato di Gerusalemme che di sabato insegnava nella
sinagoga di Venosa, mentre Ebrei pugliesi inviavano negli stessi anni
sussidi alle comunità di Palestina31.
Si tratta di indizi che valgono a confermare di riflesso l’immagine
della mobilità lungo le vie beneventane e la vivacità dei porti del Mez-
zogiorno tra i secoli VIII e IX: le navi con le quali giungevano qui
pellegrini di ritorno dalla Terrasanta o inviati della Diaspora non era-
no certo costruite per il trasporto dei passeggeri bensì avevano fun-
zione commerciale, come illustra efficacemente la testimonianza di
Bernardo a Taranto o di Wilibaldo a Napoli, e dunque costituiscono
una traccia certa dei movimenti più o meno regolari di uomini e merci
negli approdi del Mezzogiorno32.
 Le comunità ebraiche, sia in Puglia, regione per la quale dispo-
niamo di maggiori informazioni, sia in Campania, erano insediate nei
centri marittimi di maggiore rilevanza (Taranto, Bari, Gaeta, Napoli,
Salerno) e lungo le più importanti vie di comunicazione, l’Appia, la
Traiana, l’Erculea, la Popilia. Vero perno della rete degli insediamenti
ebraici nelle città del Mezzogiorno appare l’opulenta comunità di
Venosa, e ciò non sorprende: la città era a controllo di un nodo viario
30 The Chronicle of Ahimaaz, pp. 63-66, 75; COLAFEMMINA, Insediamenti
e condizione degli Ebrei, p. 223. Il viaggio marittimo di Aronne coincide
con la rotta Palestina-Campania seguita dal monaco Bernardo nell’872 di
ritorno dalla Terrasanta.
31 The Chronicle of Ahimaaz pp. 67-68; COLAFEMMINA, Insediamenti e
condizione degli Ebrei, p. 214.
32 Per questo concetto si veda in generale MC CORMICK, The origins, p.
789. Anche il secondo itinerario dei Radhaniti poteva passare per il Mezzo-
giorno: l’itinerario verso Antiochia richiama in parte il viaggio di Wilibaldo
da Napoli verso la Terrasanta. Per l’Itinerario di Wilibaldo, DALENA, Militia,
pp. 20-23.
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136 Mondi in contatto
di primo piano nelle comunicazioni del Mezzogiorno antico e medie-
vale, crocevia di antiche direttrici quali la Traiana, l’Erculia e la via
Canusia-Bardulos ancora attive nel Medioevo, che collegavano i
porti della Puglia con la Campania e l’Italia centro-settentrionale33.
Alla metà del IX secolo tale rete insediativa connetteva i corridoi dei
movimenti a lunga distanza della Diaspora che, principiando da
Baghdad e da Erez Israel si dirigevano fino alla valle del Reno, come
emerge dalle cronache34. In particolare la rotta che collegava la Pa-
lestina alle coste tirreniche campane doveva essere abbastanza fre-
quentata durante la seconda metà del IX secolo, come si deduce dal-
le testimonianze di viaggio di Aronne di Baghdad e del monaco
Bernardo. In generale da quanto visto mi sembra si possa supporre
con una certa plausibilità un legame tra le comunità longobardo-me-
ridionali e i Radhaniti di Ibn Khurradadhbih: la documentata non
estraneità degli Ebrei longobardo-meridionali al commercio pare raf-
forzare tale ipotesi35.
Fig. 16: Le rotte mediterranee e il Mezzogiorno nel IX secolo
33 Sull’importanza di Venosa come snodo viario si veda DALENA, Dagli
Itinera ai percorsi, pp. 80-90.
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137Mondi in contatto
Da quanto visto si può a ragione ritenere la regione dell’antico
Ducatus come area di snodo tra il Mediterraneo meridionale e l’Eu-
ropa continentale, un’area di mediazioni culturali, come aveva rileva-
to Nicola Cilento, ma anche di interconnessioni fra sistemi economi-
ci, parte non irrilevante di quell’embrionale world-system emergente
tra VIII e IX secolo dalle interrelazioni tra tanti circuiti sovraregionali
e sovranazionali costituenti il tessuto connettivo che mise in comuni-
cazione l’Europa carolingia all’Africa e all’Asia fino all’estremo
Oriente, che storici e archeologi vanno tratteggiando con sempre
maggiore chiarezza come motivo per tanti versi centrale nella genesi
dell’Europa moderna36. Se nel Mar del Nord e nel Baltico a partire
dall’VIII secolo la ‘connessione vichinga’ aveva costituito un ponte
tra l’Oriente e il mondo carolingio37, nel ‘nuovo’ Mediterraneo
altomedievale iniziava grossomodo negli stessi anni ad emergere una
rete di relazioni commerciali via via più articolate, ormai consolidate
alla metà del IX secolo e profondamente differenti nella struttura da
quelle che avevano caratterizzato il Mediterraneo nella tarda Anti-
chità38, una nuova via per il contatto tra ‘Mondi’ lontanissimi non solo
geograficamente.
34 COLAFEMMINA, Insediamenti e condizione degli Ebrei, pp. 226-227.
35 Si veda supra.
36 MC CORMICK, The origins, in part. pp. 670-695, 797 ss. Di parere diver-
so appare WICKHAM, Framing the Early Middle Ages, pp. 819 ss.
37 Si rimanda all’ormai classico HODGES-WHITEHOUSE, Mohammed, Char-
lemagne, in part. pp. 102-157.
38 Gli studi di Chris Wickham hanno evidenziato come in età tardoantica
dominasse un modello economico in cui lo Stato, sostanzialmente attraver-
so il sistema dell’imposta fondiaria, si configurava come percettore e distri-
butore quasi esclusivo delle risorse, lasciando uno spazio limitato all’inizia-
tiva privata e dunque, dal punto di vista del mercato, artificiale propulsore
della domanda: uno Stato in grado, attraverso tale sistema, di mantenere
attive reti di commercio con un complesso sistema di infrastrutture funzionali
al trasporto delle merci,anche delle merci veicolate da mercanti privati ma
lungo le vie dell’annona. Di qui la progressiva scomparsa di anfore e cera-
miche fini da mensa africane in Occidente a partire dal V secolo, in seguito
alla perdita dell’Africa settentrionale e al disfarsi progressivo del sistema di
trasporto annonario (da ultimo WICKHAM, Framing the Early Middle Ages,
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138 Mondi in contatto
In questo contesto appare estremamente significativa e di certo
non casuale la presenza nell’868 a Salerno di un Leo de Alexandria39,
un personaggio proveniente da uno dei maggiori centri di snodo inter-
nazionali del passaggio di uomini e merci attraverso cui l’Europa era
connessa all’Oriente40, negli stessi anni in cui l’Anonimo salernitano
colloca la presenza di Arrane sulla piazza di Salerno41. Proprio in
questi anni inizia a delinearsi con sempre maggior chiarezza la fun-
zione di Salerno quale rilevante scalo marittimo; da qui, ad esempio,
l’imperatore Ludovico II partì per recarsi ai celebri balnea di Pozzuoli
(867)42 e qui con ogni probabilità approdò il monaco Bernardo con i
suoi compagni di viaggio di ritorno dalla Terrasanta intorno all’87043.
pp. 58 ss.). Nell’alto Medioevo, al contrario, dissolto il sistema dell’imposta
fondiaria, si possono cogliere i germi di un’economia dove l’iniziativa pri-
vata dei mercanti risulta concretamente legata alla domanda, in particolare
per quanto riguarda il commercio a lunga distanza funzionale innanzitutto
alle necessità di rappresentazione e di ostentazione sociale delle élites ari-
stocratiche. Si veda a tal proposito l’ottima sintesi di Giuseppe PETRALIA, A
proposito dell’immortalità di “Maometto e Carlomagno”, in part. pp. 60-
84, in cui sono ripercorse le diverse tesi storiografiche sulla questione dei
rapporti tra età tardo Antichità e alto Medioevo che hanno attraversato il
XX secolo. Si veda anche ID., Monete, commercio.
39 CDC, I, LXIV, p. 81, a. 868. Leone aveva possedimenti fondiari nel-
l’agro nocerino-sarnese. Le terre in questione furono donate prima dell’868
al principe di Salerno Guaiferio dallo stesso Leone, come ricordato dal prin-
cipe (quod mihi dedit leo de alexandria, ibid.).
40 Per il ruolo di Alessandria nel IX secolo si veda MC CORMICK, The
origins, pp. 584 ss.
41 Chron Sal., c. 110, pp. 122-123. L’episodio di Arrane, che, secondo la
narrazione dell’Anonimo salernitano, una volta ritornato nelle sue terre,
grato al principe Guaiferio informerà alcuni mercanti amalfitani sull’immi-
nenza dell’attacco a Salerno da parte di Abd Allâh (a. 872), e di cui non si ha
certezza storica, dovette sicuramente nascere dalla presenza reale di mer-
canti nordafricani nel mercato di Salerno.
42 Ludovico II «ingreditur Salerno, navigans Malfim, Puteolim utitur
lavacris»: Chronicon Casinense, 7, p. 224.
43 DI MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 124 ss. La presenza di un
attracco a Salerno è da mettere in relazione perlomeno all’intervento sulle
mura di Salerno di Grimoaldo III (788): il nuovo principe infatti, secondo la
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139Mondi in contatto
Tale rilevanza si intensifica nel corso del X secolo quando Salerno
appare come il porto del Mezzogiorno più frequentato nei pellegri-
naggi in Terrasanta44, segno che ormai la città tirrenica costituiva
uno snodo cruciale nelle rotte per l’Oriente45.
narrazione dell’Anonimo salernitano, all’indomani del suo insediamento sul
trono del padre Arechi II riconsiderò l’aspetto difensivo delle mura sia ad
oriente sia ad occidente, come «tutamentum contra marinos hostes» (Chroni-
con Salernitanum, c. 27, p. 28). L’ulteriore rafforzamento difensivo di una
zona della città, quella occidentale, in cui dal X secolo è attestato con sicu-
rezza il porto, con una motivazione legata esplicitamente al timore per un
attacco marino (forse da parte dei Bizantini, divenuti da potenziali alleati
nemici da cui guardarsi dopo l’accordo raggiunto con Carlo Magno) induce
ad ipotizzare già ai tempi di Grimoaldo, l’esistenza se non proprio di un
porto, di una rada nella quale potevano attraccare navi da guerra. A queste
considerazioni si può aggiungere un’annotazione relativa al 787 degli
Annales qui dicuntur Einhardi, una fonte franca del IX secolo, secondo
cui «Aragisius dux Beneventanorum … relicta Benevento … in Salernum
maritimam civitatem velut munitiorem se cum suis contulit» (Annales regni
Francorum, p. 75). Mi sembra si possa inferire che l’annalista franco, nel
qualificare Salerno «maritimam», ne abbia sottolineato un aspetto in qual-
che modo caratterizzante, legato non esclusivamente ad un elemento evi-
dentemente paesaggistico, ma anche ad una più profonda identificazione
della città con un certo tipo di attività derivante, si può ragionevolmente
supporre, dalla presenza di un attracco. Sul porto di Salerno in età longobarda
si veda anche DI MURO, Mezzogiorno longobardo, pp. 124 ss.
44 Sul finire del X secolo Sant’Alderado diacono della chiesa di Troyes
si imbarca a Salerno per la Terrasanta (FIGLIUOLO, Amalfi e il Levante, p.
590, n. 63; ID., Salerno, p. 201). Nel 990 il monaco cassinese Liutius di
ritorno da Gerusalemme si ferma «apud Salernum» (Chronica monast. Cas.,
I, 30, p. 221.I). Negli stessi anni un gruppo di Normanni «a Ierosolim
revertentes Salernum applicuerunt» (ibid., II, 37, p. 237). Si tratta delle uni-
che attestazioni documentate di porti del Mezzogiorno frequentati da pelle-
grini in partenza o in arrivo dalla Terrasanta per tutto il X secolo; si veda la
tabella in VANNI, Itinerari, in part. pp. 100-105.
45 A mio parere tale rilevanza negli itinerari per la Terrasanta,e dunque
per il Mediterraneo orientale, ancora accertabile fino alla metà dell’XI sec.
(si veda a tal proposito l’utile tabella in VANNI, Itinerari, pp. 105-110) costi-
tuisce un serio indizio per rafforzare la tesi di Armand Citarella, secondo il
quale Salerno avrebbe costituito a partire dalla metà del IX secolo il mag-
gior centro di approvvigionamento di prodotti per i commerci di Amalfi, il
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140 Mondi in contatto
La posizione della Langobardia minor, cerniera geografica tra l’im-
pero di Carlo Magno e l’opulento Mediterraneo arabo-bizantino, signi-
ficò certamente una condizione necessaria per l’attuarsi di questa si-
tuazione, fornendo una sponda importante alla connessione tra i mer-
cati mediterranei e l’Europa carolingia. Ma la collocazione geografica-
mente favorevole non costituì l’elemento decisivo per lo sviluppo del
Ducato-Principato e per le sue successive fortune economiche: cen-
trale in questo quadro fu senza dubbio la capacità delle élites laiche ed
ecclesiastiche, ma anche dei mediocres, di sfruttare le risorse interne,
l’attenzione sempre maggiore che essi prestarono a partire dal VII
secolo alla produttività del territorio, razionalizzata e accresciuta tra
VIII e IX secolo grazie all’evoluzione di efficaci modalità di gestione
delle risorse agrarie e silvo-pastorali, in particolare nel sempre più dif-
fuso grande dominio fondiario di tipo curtense, fondato su un criterio di
centralità diretto al coordinamento di patrimoni disseminati su scala
sovrarregionale, il cui esito era, come si è visto, l’accumulazione di
prodotti e la conseguente disponibilità di eccedenze da riversare sui
mercati. Fu questo il fattore determinante che da una parte stimolò la
crescita urbana osservabile tra la fine dell’VIII e la metà del IX secolo
e dall’altra alimentò il commercio, in particolare i circuiti che possiamo
definire interregionali e oltremarini connessi alla rete dei mercati locali,
terminali delle produzioni del territorio o ai luoghi di stoccaggio di mate-
rie prime quali il legno. In questo quadro bisogna sottolineare ancora
una volta l’importanza delle infrastrutture viarie terrestri e fluviali, ele-
mento fondamentale per la semplificazione dei collegamenti tra gli ap-
prodi e i mercati interni quali Benevento: anche in questo caso lo svi-
luppo dei sistemi di gestione fondiaria dei grandi patrimonidispersi nel-
le regioni del Ducato dovette favorirne l’efficienza per l’evidente ne-
cessità della manutenzione viaria in relazione al transito di uomini e
merci. Si tratta di un elemento fondamentale per tentare di compren-
dere la crescita economica così evidente nel IX secolo. In questo con-
cui porto, difficilmente raggiungibile da terra, era troppo piccolo e poco
protetto dal mare per risultare utile ai commerci: Salerno in un certo senso
sarebbe stata il vero porto commerciale di Amalfi secondo CITARELLA, Mer-
chants, markets and merchandise, pp. 275-276.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00140
141Mondi in contatto
testo l’attenzione per le vie di comunicazione appare come elemento
fortemente innovativo nelle vicende del Ducato-Principato, per alcuni
versi un ulteriore indizio di una nuova era. Se a prima vista la percorribilità
delle vie può apparire come una persistenza, seppur piuttosto
disarticolata, di reti infrastrutturali di matrice tardoantica, in realtà la
complessa strutturazione viaria che consentiva la circolazione di uomi-
ni e merci documentata tra la seconda metà dell’VIII secolo e la se-
conda metà del IX costituisce il portato di un sistema socio-economico
nuovo, dove il ruolo dello Stato appare, per tanti versi, quasi seconda-
rio: a differenza dell’età tardoantica, quando l’organizzazione fiscale
imperiale regolava e permetteva la sussistenza dell’imponente trama
connettiva che metteva in comunicazione i quattro angoli dell’Impero,
cui si agganciava il sistema di trasporti collegato alle attività dei ceti
eminenti e dei mercanti privati46, a partire per lo meno dalla metà dell’VIII
secolo furono, accanto al controllo delle vie da parte del principe, le
esigenze di gestione patrimoniale delle élites beneventane, insieme e in
stretta relazione all’emergere di una nuova geografia dell’insediamen-
to, a ridisegnare e sostenere un sistema di comunicazioni che nel Mez-
zogiorno, come ha efficacemente mostrato Pietro Dalena, se si
incardinava su alcune direttrici romane, si frantuma dall’alto Medioevo
in una serie di rivoli viari alternativi o funzionali, a seconda dei casi, alle
antiche arterie sopravvissute47. Tutto ciò appare collegato almeno in
parte alla, seppur relativa, ricchezza dell’aristocrazia beneventana che,
come si è visto, poteva già nella seconda metà dell’VIII secolo dispor-
re in alcuni suoi membri di ingenti patrimoni ben strutturati e diffusi su
aree distanti tra loro, come nel caso ricordato di Guaccone. Questa
condizione di vivacità economica accompagnò e in parte favorì l’emer-
gere delle aristocrazie guerriero-fondiarie come soggetto politico sem-
pre più centrale e consapevole del proprio ruolo48, che anche da un
punto di vista economico non può essere declinato, come anche altrove
46 Si veda ad es. WICKHAM, Framing the Early Middle Ages, pp. 58 ss.
47 DALENA, Dagli Itinera ai percorsi.
48 Si vedano le donazioni ai monasteri. Ad es., se per San Vincenzo al
Volturno nell’VIII secolo è sostanzialmente il duca l’unico benefattore; a
partire dal IX conti, gastaldi, proceres, si legano ad esso attraverso una
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142 Mondi in contatto
serie di cospicui donativi: WICKHAM, Monastic lands; DEL TREPPO, La vita
economica e sociale.
49 Sulla dinamicità delle aristocrazie fondiarie altomedievali si veda in
generale TOUBERT, Dalla terra ai castelli, pp. 128-138. Per il concetto di
superconsumatore parassitario, ibid., p. 128.
50 Si veda supra cap. II.
51 Per quest’ultimo aspetto si veda GASPARRI, Il ducato e il principato.
Una recente rilettura critica sulla natura delle aristocrazie longobarde meri-
dionali in LORÈ, Sulle istituzioni nel Mezzogiorno longobardo. Su questo
argomento rimando ad un mio prossimo lavoro.
in Europa, nei termini sociologici del ‘superconsumatore parassitario’49.
Senza voler insistere troppo sulla possibilità che alcuni membri dell’ari-
stocrazia fondiario-guerriera potessero avere interessi anche nel com-
mercio, ma anche senza escluderla50, basti considerare a proposito del
dinamismo della classe aristocratica gli investimenti nella realizzazione
di strutture funzionali alle modalità gestionali di tipo curtense e in attivi-
tà produttive, quali la costruzione di mulini, che costituiscono il segno
materiale di una chiara tendenza a ricercare una crescita della redditività
economica dei propri possedimenti.
In particolare, la crescita della ricchezza, parallelamente alla matu-
razione e alla diffusione di un regime di controllo di uomini e terre di
stampo curtense, con una tipologia insediativa peculiare, favorì e ac-
crebbe nella sfera più alta dei proceres la tendenza a ritagliarsi am-
biti di potere tendenzialmente signorili, situazione che non a caso ini-
zia a delinearsi chiaramente negli anni di Sicone e Sicardo, di cui i
centri gastaldali del IX secolo costituiscono, in particolare nell’area
capuana, il riflesso macroscopico che meglio emerge dalle fonti scritte:
in sostanza le piccole fortezze curtensi dei proceres che dominavano
dall’alto le ricche terre dell’Italia meridionale longobarda si possono
considerare, in particolare nella contea di Capua, dapprima piccoli
laboratori di sperimentazione del potere su uomini e cose, poi (a par-
tire dalla metà del IX secolo) la base economica della potenza e il
tessuto connettivo di raccordo per le insorgenti istanze signorili dei
maggiori signori della terra, i gastaldi, cui diede ulteriore vigore l’as-
senza di istituzioni in qualche modo capaci di contenere la disgrega-
zione del potere, quali i vincoli vassallatico-beneficiari51. In definitiva
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143Mondi in contatto
mi sembra che nello sviluppo economico, anche nello sviluppo di
un’economia di mercato, seppure primordiale, nel Beneventano un
ruolo di primo piano sia stato giocato dalle élites laiche, sempre più
protagoniste sulla scena politica del Ducato a partire dai primi decen-
ni dell’VIII secolo; più precisamente, da un lato, dalle loro necessità
di rappresentazione e di visibilità sociale cui erano strettamente
funzionali i prestigiosi exotica, dall’altro dalle loro capacità produtti-
ve. Per acquistare sete e raffinati oggetti preziosi che i mercanti pro-
ponevano c’era bisogno di monete d’oro, per il cui reperimento era
necessario ammassare eccedenze da esitare in cambio di queste; le
modalità di gestione dei patrimoni fondiari di matrice curtense forni-
vano indubbiamente gli strumenti per raggiungere un tale fine. Quan-
do la base dell’aristocrazia guerriero-fondiaria beneventana tra la fine
dell’VIII secolo e i primi decenni del IX si allargò, la domanda di beni
di lusso aumentò verosimilmente in maniera proporzionale e, di con-
seguenza, la ricerca di produttività delle aziende fondiarie si moltipli-
cò, provocando, da una parte, una pressione sempre più intensa sul
mondo contadino52, dall’altra alimentando i mercati di prodotti in en-
trata e in uscita: di qui la circolazione di merci e mercanti che si è
tentato di evidenziare nelle pagine precedenti. Si può certamente con-
dividere l’opinione di Chris Wickham che per l’alto Medioevo la ric-
chezza più solida abbia un carattere essenzialmente legato alla di-
mensione regionale53, e si è visto come ciò sia vero anche per il Mez-
zogiorno longobardo, ma negare per i decenni a cavallo dei secoli
VIII-IX il ruolo di propulsore economico degli scambi a lunga distan-
za, almeno per quanto riguarda il Ducato-Principato di Benevento,
può risultare fuorviante. Da questo punto di vista mi sembra si possa
riconoscere un ruolo rilevante alla domanda dei beni di prestigio in
questo primo decollo dell’economia del Mezzogiorno.
52 Di qui le inquietudini sociali sfociate talvolta in rivolte da parte dei
rustici che emergono dalle carte di questo periodo, per le quali si veda DEL
TREPPO, La vita economica e sociale.
53 Si veda ad es. WICKHAM, Sul mutamento, pp. 25-26, concetto ribadito
in maniera molto più articolata in ID., Framing the early Middle age.
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144 Mondi in contatto
È sulla base, anche materiale, della situazione economico-sociale
del IX secolo che nel secolo successivo fiorì nel Mezzogiorno
longobardo l’incastellamento, spesso senza soluzione di continuità ri-
spetto alla precedente fase insediativa curtense54, un’impalcatura
insediativa sulla quale si modellò il paesaggio rurale della Campania e
del Sannio moderni.
Non bisogna dimenticare, nel valutare le ragioni della funzione di
area di snodo del Mezzogiorno longobardo, la capacità politica e mi-
litare che la compagine beneventana ebbe modo di dimostrare sullo
scacchiere internazionale, in grado come fu di tener testa, grazie al
realismo politico dei suoi duchi-principi, ma anche all’organizzazione
del suo esercito, ai reiterati assalti dei Franchi, la maggiore potenza
militare della Cristianità in quegli anni. Per comprendere la percezio-
ne che si ebbe al di fuori dei confini beneventani di tale resistenza, è
di grande interesse ricordare un celebre episodio riportato da
Agobardo di Lione: in seguito ad una perniciosa morìa di bovini nelle
campagne dell’impero carolingio, si diffuse tra la popolazione franca
la credenza che fosse stato Grimoaldo IV di Benevento a determi-
narla spargendo polveri venefiche sui pascoli della Francia; si tratta,
come notò acutamente Nicola Cilento, di un riflesso vivido dei tenta-
tivi di conquista del Ducato da parte degli eserciti franchi, talora gui-
dati dagli stessi figli di Carlo Magno, frustrati dalla inaspettata resi-
stenza militare benevantana, che dal punto di vista di una popolazione
esasperata da venti anni di vani assalti poteva spiegarsi forse solo
con il ricorso ad arti occulte da parte dei Beneventani, malefìci che
ora si temeva venissero rivolti al cuore stesso dell’Impero55.
54 Sull’evoluzione delle curtes longobarde in castelli in Italia meridiona-
le si rimanda a DI MURO, Territorio e società. Una visione quantitativamente
riduttiva dell’incastellamento longobardo-meridionale rispetto alle tesi tra-
dizionali in FIGLIUOLO, Morfologia dell’insediamento, pp. 25-38; LORÈ, Sul-
le istituzioni nel Mezzogiorno longobardo, pp. 42-43
55 AGOBARDO, Liber contra insulsam vulgi opinionem de grandine et
tonitruis col. 158; CILENTO, Le origini della signoria capuana, pp. 79-80.
Per una visione più riduttiva della consistenza militare della Langobardia
del Sud in questo periodo, GASPARRI, Il ducato e il principato.
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145Mondi in contatto
Personaggi dotati di una visione straordinariamente chiara della
direzione in cui andava evolvendo lo scenario politico-economico ‘mon-
diale’ in quegli anni, Arechi II, i due Grimoaldo, Sicone e Sicardo
seppero valutare le potenzialità delle terre che governavano e, quan-
do le condizioni politiche lo consentirono, seppero dirigerle con ener-
gia verso nuove, significative espansioni. In particolare i diversi pacta
con i quali i sovrani longobardi, insieme ai loro consiglieri, cercarono
di regolamentare i rapporti commerciali con i vari mercanti stranieri
e i centri di mercato vicini, rivelano per queste epoche una compren-
sione dei meccanismi economici che regolano il mercato più profon-
da di quanto comunemente si sia disposti a riconoscere.
Il più rilevante progetto di ricerca di archeologia medievale rea-
lizzato in Italia, forse in Europa, nello scorso secolo, il ‘San Vincenzo
Project’, ha permesso al suo ideatore e artefice, Richard Hodges, di
mettere a punto un modello storiografico estremamente complesso
che, tra le molteplici tematiche affrontate, focalizza l’attenzione sul-
l’impatto che ebbe la conquista di Carlo Magno sull’Italia già
longobarda. Lo studioso, pur con cautela, sembra propendere per un
ruolo decisivo di tale evento nello sviluppo economico della Penisola,
sviluppo in cui gli istituti monastici giocarono un ruolo decisivo. San
Vincenzo al Volturno pare fornirgli la prova concreta che «with
carolingian patronage a higly rational investment strategy of rural
development was instigated by previousely inactive monasteries»56.
Non è questa la sede in cui aprire una riflessione su quanto, semplifi-
cando, vi sia realmente di ‘franco’ e quanto di ‘longobardo’ nell’ideo-
logia, nella gestione fondiaria e nella cultura materiale di San Vincen-
zo al Volturno tra la fine dell’VIII e la metà del IX secolo, ma, alla
luce di quanto visto, non mi sembra si possa parlare di un Mezzogior-
no longobardo in qualche modo economicamente depresso, né rispet-
to ai ducati bizantini costieri né rispetto all’Impero di Carlo, perlomeno
tra l’ultimo quarto dell’VIII secolo e la prima metà del IX. Le rovine
grandiose della romanità, incontrate nella sua discesa in Italia, avran-
no forse insieme affascinato e turbato il sovrano franco, come sug-
56 HODGES, Goodbye to the Vikings?, p. 181.
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146 Mondi in contatto
gestivamente propone lo studioso anglosassone nel passo riportato
all’inizio di questo capitolo; tuttavia le (ri-)nascenti città di Arechi e
le ricchezze esotiche in esse accumulate, che Carlo poteva quasi scor-
gere dall’antica Capua ormai morente in quell’inverno del 787 quan-
do i due sovrani furono ad un passo dallo scontro, erano i bagliori
aurorali, certo tenui, ma distinguibili, di una società che iniziava a
proporsi con decisione per un ruolo non secondario sul palcoscenico
di una nuova era.
Ma il punto più importante che emerge è forse un altro e concer-
ne il contributo offerto dall’Italia meridionale longobarda alla genesi
dell’Europa moderna. È necessario a questo punto scomodare anco-
ra una volta Henri Pirenne: il grande storico belga nel suo celeberrimo
Maometto e Carlomagno indicava, si è visto all’inizio di questo ca-
pitolo, in Venezia e nell’Italia meridionale le uniche eccezioni in un
Occidente cristiano moribondo dal punto di vista del commercio. Si è
detto in premessa come questo punto di vista non sia più oggi soste-
nibile, ma Pirenne aveva visto giusto nel cogliere la sopravvivenza di
un’economia mercantile nel Mezzogiorno altomedievale e nell’indi-
care la vivacità ‘anomala’ del Ducato-Principato di Benevento57, seb-
bene lo studioso non desse poi seguito all’intuizione, dando l’impres-
sione di considerare il vecchio Ducato quasi un corpo estraneo alla
nuova Europa che andava prendendo forma all’ombra di Carlo Magno.
Al contrario, il Mezzogiorno longobardo, ai confini meridionali del-
l’impero di Carlo, costituì un avamposto dell’Occidente verso il Me-
diterraneo e un ‘ponte’ per i contatti con l’Oltremare, una frontiera
mediatrice, pienamente integrata nelle dinamiche non solo politiche e
culturali58, ma anche economiche, che tra VIII e IX secolo segnaro-
57 PIRENNE, Maometto e Carlomagno, pp. 171-172.
58 Si vedano sotto diversi aspetti (religiosi, istituzionali, politici, artisti-
ci, sociali ed economici) almeno CILENTO, Le origini della signoria capuana;
RUGGIERO, Principi; TABACCO, Egemonie sociali, in part. pp. 171 ss.;
FONSECA, Particolarismo istituzionale; VITOLO, Vescovi e Diocesi; MARTIN,
Città e campagna; DELOGU, Patroni, donatori e committenti; HODGES, Light
in the Dark ages; MITCHELL, Artistic patronage; da ultimo DI MURO, Terri-
torio e società, in particolare sugli aspetti insediativi.
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147Mondi in contatto
no una nuova direzione nella vicenda dell’Europa, aspetti questi che
Pirenne tenne ben presenti nel delineare i processi di ricostruzione
dell’Europa in nuove forme59, e i suoi sovrani ben compresero l’ur-
genza di conquistare un ruolo di primo piano nei flussi di commer-
cio60. Ma in fondo anche su questo punto, per usare l’espressione di
Michael Mc Cormick, si può sostanzialmente affermare che Pirenne
avesse ragione, anche quando aveva torto: alcuni aspetti dell’unità
del Mediterraneo in quelle terre non si estinsero del tutto o, diremmo
più correttamente alla luce di quanto visto, furono recuperati in for-
me rinnovate quando le condizioni lo permisero in un contesto
protoeuropeo:la lunga transizione dall’età romana al Medioevo era
davvero terminata.
Senza Maometto non ci sarebbe stato Carlo Magno nel senso
profondo sintetizzato magistralmente da Michael Mc Cormick, ma,
rimanendo nella metafora pirenniana, senza i vari Arechi e Sicardo
(ovvero il Mezzogiorno longobardo) la costruzione dell’Europa sa-
rebbe stata forse un po’ più ardua.
59 Su questo aspetto della costruzione pirenniana, talvolta trascurato in
sede storiografica, si veda DELOGU, Reading Pirenne again, in part. pp. 36-
37.
60 È appena il caso di sottolineare come tali flussi ovviamente non costi-
tuissero entità astratte, ma movimenti veicolati da uomini; dunque insieme
ad essi circolavano idee, saperi pratici, notizie: di qui riusciamo a mettere a
fuoco ancora meglio il ruolo di confluenza tra mondi che giocò la Langobar-
dia minor.
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BIBLIOGRAFIA
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Abd Allâh, 106, 138
Abruzzo, 33, 35, 63, 75
Abu al-Qasim, 121.
Acerenza (PZ), 38, 41, 53
Ad Flexum (loc.presso San Pietro in
Fine-FR-), 16.
Ad Pini (loc.), 54.
Adelchi (principe),107.
Adelchi (re), 20.
Adelperga (principessa), 20.
Adriano I (papa), 17, 79, 80, 97, 108.
Adriatico (mare), 51, 101.
Africa, 78, 82, 95, 96, 119, 120, 127,
130, 134, 136-138.
Aghenardus, 39, 43.
Agobardo di Lione (vescovo), 144.
Agropoli (SA), 17, 108.
Ahimaaz (cronista), 67, 134, 135.
Ahistulfus (re, v. Astolfo), 45, 92, 107.
Alahis, 38, 43.
Alburno (monte), 17.
Alessandria, 79, 131, 138.
Al-Farama, 131.
Alife (CE), 16, 23, 38, 39, 47, 50, 54,
57, 61, 64.
Alpi (monte), 56, 107.
Altissimus (monte), 53.
Alvignano (CE), 41, 73.
Amalfi (SA), 13, 20-22, 81, 83-93, 95,
105, 108, 114-123, 132, 138.
AMARI M., 104, 121.
AMAROTTA A. R., 92.
Amelberga (badessa), 101.
Anatolia, 78.
INDICE DEI NOMI DI PERSONA, DI LUOGO E DELLE COSE NOTEVOLI
I luoghi identificati sono riportati con il nome odierno, seguito dalla sigla della
provincia; quelli non identificati sono riportati in corsivo. Si fa uso delle seguenti
abbreviazioni ch.= chiesa; loc.= località; mon.= monastero.
Andrea (duca), 13, 17, 21, 104.
ANDREOLLI B., 62.
Angri (SA), 110, 132, 133.
Antimo (duca), 21.
Antiochia, 130, 135.
Appia (via), 15, 50, 53, 54, 135.
Apulia, 34, 58.
Aquino (FR), 60.
Arabia, 128.
Arculfo (vescovo), 78, 96.
Arechi II (principe), 19, 23, 50, 52,
54-56, 60, 63, 64, 84, 85, 89, 93,
103, 125, 127, 128, 131, 138, 144,
145, 147.
Argento, 24, 37, 44 79, 82, 102, 103,
128, 131.
Ariano Irpino (AV), 36.
Arichis, 60.
Arniperto, 37, 44.
Aronne di Baghdad (esiliarca), 134,
136.
Arrane (mercante), 120, 138.
ARSLAN E. A. 99, 102-104.
ARTHUR P., 75, 83, 121.
Ascoli Satriano (FG), 24, 36, 53, 54,
63, 100, 144.
ASHTOR E., 78, 113, 121, 130, 134.
Astolfo (re, v. Ahistulfus), 45, 56,
107.
Atanasio I (vescovo), 83.
Atanasio II (vescovo-duca), 105, 106,
116.
Atenolfo I (principe), 95, 106.
Atlantico (oceano), 76.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00171
172 Indice dei nomi
Atrani (SA), 91.
Avellino, 54.
Avril F. 131.
Baghdad, 130, 134-136.
BALASCO A., 47.
Baltico (mare), 92, 137.
Bardulos (statio ad), 51, 135.
Bari, 38, 50, 57, 132, 134, 135.
Bartolomeo (santo), 95, 97
Basilio (imperatore), 86, 97.
Basra, 130.
Bassacio (abate), 54, 68.
Benevento, 13, 15-29, 31-58, 60, 62,
65-74, 77, 79, 82-93, 95-111, 115-
117, 122, 125-128, 131-147.
Beniamino di Tudela (cronista), 113,
114.
Bernardo (monaco), 131, 134-136,
138.
Berolais (Santa Maria Capua Vetere),
15, 65, 106.
Bertelli G., 74.
BERTOLINI O., 19, 20, 85, 86, 129.
Biagio (santo), 96.
Biferno (fiume), 26, 52, 53, 63.
Bisanzio (v. Costantinopoli), 10, 19,
20, 82, 97, 113, 116.
Blackburn M., 97.
Bloch H., 31, 33-35, 57, 58, 61, 71.
Bocchi F., 100.
BOGNETTI G. P., 56, 126, 127.
Bojano (CB), 33, 52, 53.
Bologna, 103, 126, 127.
Boniperto, 70.
Bono (duca), 89.
Borgo San Sepolcro (AR), 103.
Brescia, 56, 101.
Brindisi, 22, 132.
Brogiolo G. P., 11, 127.
Brühl C., 25.
Bruzio (si veda anche Calabria), 97,
98.
Burgarella F., 97, 98.
Cahen C., 100.
Caiazza D., 47.
Caiazzo (CE), 44.
Calabria (si veda anche Bruzio), 17,
20, 96, 98, 99, 101.
Calore (fiume), 54.
Calvi (CE), 45, 47, 60.
Camardo A., 47.
Campania, 12, 14, 16, 17, 19, 23, 34,
38, 46, 47, 51, 61, 62, 73, 80, 84,
96, 101, 102, 104-107, 116, 134,
135, 143.
Campo Senarcunis (loc. in prov. di
Campobasso), 52.
Canni (Canne -FG-), 52.
Canosa (BA), 34, 37, 38, 40.
Canton, 78.
Capitani O., 10.
Capriati (CE), 60, 64, 65.
Capua (CE), 14-23, 34, 37, 39, 41,
42, 45, 47, 54, 58, 60, 61, 69, 73,
74, 80, 94, 106, 114-116, 134, 142,
144-146.
Carinola (CE), 39.
Carlantino (FG), 33, 51, 52.
Carlo Magno (imperatore),10, 11, 17,
19, 20, 79, 80, 85, 86, 93, 94, 98,
108, 109, 125, 126, 129, 137, 139,
144-147.
Carucci C., 29.
Casa Gentiana, 36.
Casale San Giovanni (loc.), 33.
Casilinum, 14, 16.
Cassandro G., 19.
Cassese L., 66.
Castelforte (FR), 61.
Castello, 90, 143.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00172
173Indice dei nomi
Catola (San Marco la Catola, FG), 33,
52.
Caudium (Montesarchio, BN), 33, 35.
Cellole (CE), 41, 73.
Celone (fiume), 69.
Ceppaloni (BN), 36.
Ceramica, 68, 74, 75, 100, 102, 104.
Cesario (duca), 119.
Cetara (SA), 81, 82, 91.
Chieti, 20.
Chiuse alpine, 107.
Chiusi (AR), 19.
Cilento N., 14, 20, 22, 33, 42, 43, 47,
73, 88, 94, 95, 98, 105, 106, 108,
136, 144, 146.
Cilento, 16.
Cina, 129, 130.
Cipro, 78.
Citarella A. O., 13, 17, 37, 44, 68, 70,
78, 81-85, 92, 96, 99, 113, 116, 118,
120-123, 139.
Civita d’Ogliara (loc. presso Serino
-AV-), 46.
Clanio (fiume), 13, 19.
Clusa (loc. nei pressi di Pietravairano
-CE-), 27, 28.
Colafemmina C., 67, 132, 134, 135.
Conza (AV), 41, 47, 102.
Cordova, 113.
Cosenza, 57.
Costantinopoli (si veda anche
Bisanzio), 83, 96, 113, 121, 130, 131.
Creta, 78.
Crisci G., 57.
Cristoforo (mercante), 94.
Cristoforo (patrizio), 113.
Crosta (loc.), 36.
Cunari, 40, 61, 91, 134.
Cuozzo E., 134.
Curtis,27-31, 35, 39, 46, 48, 50, 52-
54, 60, 63, 66, 67, 69.
Cutler A., 129.
D’Arienzo V., 64.
Dalena P., 9, 16, 17, 50, 51, 53, 78,
96, 98, 110, 122, 126, 131, 135, 141.
Dalmazia, 89, 103.
Dazio, 96
De Crescenzo A., 102.
Del Treppo M., 26, 31, 33, 35, 80,
84, 114, 116, 141, 143.
Delogu P., 9-12, 19, 24, 46, 50, 56,
65, 84, 85, 92, 93, 108, 115, 123,
127, 133, 146.
Denarius, 71, 102, 103.
Desiderio (re), 56.
Di Muro A., 16, 17, 23-31, 35, 39-42,
47-49, 56, 57, 65, 67, 73-75, 80,
85, 92, 95, 102, 104, 114, 138, 139,
143, 146.
Dinar, 127.
Docibile (duca), 94.
Duchesne L., 98.
Eboli (SA), 17, 108.
Egeo (mare), 96.
Egitto, 78, 82,100, 113, 121, 130.
Eliano (santo),131.
Eolie (isole), 96.
Eraclio (imperatore), 24.
Erchemperto (cronista), 16, 21, 47,
48, 50, 60, 61, 80, 86, 106, 128,
133.
Etiopia, 128, 129.
Europa, 9-11, 18, 22, 26, 31, 64, 70,
78, 88, 92-94, 102, 114, 115, 126,
136-139, 141, 145-148.
Evanzia (principessa), 20, 133.
Fabiani L., 31.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00173
174 Indice dei nomi
Fasano (BR), 41, 73.
Feller L., 24, 25, 33, 75.
Ferorelli F., 132.
Ferriera, 63.
Figliuolo B., 139, 143.
Filippone N., 47.
Fisco (si veda anche Sacro Palazzo), 55.
Fonseca C. D., 51, 146.
Forcellini F., 89.
Forino (AV), 39.
Fortore (fiume), 34, 51, 52, 100.
Francovich R., 11, 26, 28, 125.
Friuli, 19.
Fucino (lago), 71.
Gaborit J. R., 131.
Gaeta (FR), 12, 17, 76, 82, 86, 90, 92,
94, 100, 105, 114, 119, 121, 134,
135.
Gaglione M., 98.
Galasso G., 46, 81, 116-120.
Galcisi, 46.
Garigliano (fiume), 14-16, 61, 94, 95,
109.
Gasparri S., 24, 25, 40, 45, 47, 54, 55,
115, 142, 144.
Gattola E., 14, 28, 34, 42, 44, 57, 61,
66.
Gelichi S., 11, 92, 101, 127.
Gennaro (santo), 19, 21, 87, 88, 101.
Genova, 101.
Gerusalemme, 78, 134, 139.
Giaffa, 134.
Giffoni (SA), 17.
Gil M., 130.
Giovanni (cronista), 68.
Giovanni diacono (si veda anche
Iohannes diaconus), 18, 21, 22.
Giovanni f. di Pandone, 38.
Giovanni VIII (papa), 94, 105, 119, 120.
Giovanni X (papa), 95.
Gisulfo (abate), 70.
Gisulfo II (duca), 55, 57.
Giugliano (NA), 81.
Goffredo (re), 93.
Golfo Persico, 130.
Graffulus, 45.
Grano, 60, 64, 79, 80, 109, 110.
Gregorio II (papa), 98.
Gregorio Magno (papa), 79, 98.
GRIERSON PH., 97, 103.
Grimoaldo III (principe), 14, 16, 20,
30, 43, 47, 69, 102, 133, 138, 144.
Grimoaldo IV (principe), 21, 89, 144.
Griperto (marepais), 37, 41.
Guacciperto, 34.
Guaccone (gastaldo), 34-36, 39, 41,
42, 58, 141.
Guaiferio (principe), 66, 93, 120, 133,
137.
Gualtari (gastaldo), 131.
Guardialfiera (CB), 26.
Guidone (geografo), 53.
Gypsaria, 63.
Haitabu, 93.
Hefele C. J., 109, 133.
Herdonia, 53.
HODGES R., 11, 26, 28, 31, 45, 48, 63,
78, 92, 93, 115, 125, 126, 128, 129,
137, 145, 146.
Iacob, 132.
Ibn Hayyan, 113.
Ibn Khurradadhbih, 129-131, 136.
Ildebrando (duca), 19, 20, 71.
India, 128, 130.
Indiano (oceano), 76.
Iohannes Diaconus (v. anche Giovan-
ni diacono), 18, 21, 22, 38, 86.
Iosep f. Iacobi, 132.
Iosep medicus, 133.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00174
175Indice dei nomi
Irpinia, 23, 24, 33, 37.
Januarius (mercante), 101.
Jidda, 130.
Jonio (mare), 108.
Karakash, 128.
Kehr P. F., 43, 57, 105, 119.
Kreutz B., 117, 118.
La Mecca, 130.
La Rocca C., 44, 105.
Landolfo (conte), 43,74.
Larino (CB), 33, 50, 51, 53, 63.
Latina (via), 14, 45, 47, 50, 61, 82.
Latiniano, 34, 36.
Lauro (AV), 109.
Leclercq H., 109, 133.
Legno, 27, 60, 63, 80-82, 97, 98, 100,
140.
Leo de Alexandria, 137, 138.
Leone (amalfitano), 91, 137, 138.
Leone (nauclerius), 94.
Leone Ostiense (cronista, vescovo),
68, 70, 74, 83, 94.
Lesina (lago di), 37, 52, 62.
Lete (fiume), 57.
Liburia, 13, 16, 17, 19, 34, 36, 37, 80,
89, 106.
Liguria, 80, 101.
Limata (BN), 54.
Lipari, 95, 96.
Liutius (monaco), 139.
Liutprando di Cremona (cronista, ve-
scovo), 113.
LOMBARD M.,78, 100.
Lopez R. S., 69, 130.
LORÈ, V., 142, 143.
Lotario I (imperatore), 81, 86.
Lotario III (imperatore), 71.
Lucania, 16, 36, 80, 108.
Lucera (FG), 30, 34, 37, 45, 53, 69.
Ludovico I il Pio (imperatore), 49, 61,
86.
Ludovico II (imperatore), 95, 97, 101,
119, 138.
Luni (SP), 36, 69, 101.
Lupara (CB), 53.
LUPIA A., 23, 46.
Lupolo, 70.
Magiperto, 45.
Mainardi (monti), 33.
Mar del Nord, 92, 93, 107.
Mar Rosso, 130.
Marche, 101, 120.
Marocco, 130.
Marongiu A., 132.
Martin J. M:, 13, 17-19, 33, 40, 42,
46, 50, 53, 55, 58, 61, 70, 83, 102,
127, 128, 134, 146.
Massico (monte), 36.
Matera, 53.
Matese (monte), 17.
Maulucci F. P., 30.
Mc Cormick M., 9, 11, 16, 18, 24, 70,
77, 78, 80-82, 96, 97, 100, 101, 104,
105, 107, 126, 130, 131, 135, 137,
138, 146, 147.
Mediterraneo, 76, 78, 79, 82, 83, 89,
95, 98, 100, 101, 105, 112, 114, 116-
122, 124, 127, 130, 134, 136-139,
146, 149.
Melfa (fiume), 33.
Mercante, 13, 16, 68, 77, 79-82, 85,
88, 91, 93, 94, 96, 97, 99-101, 105-
111, 113-122, 125-131, 134, 137,
141, 146.
Mercato San Severino, 54.
Mercato, 13, 61, 64-71, 75, 78-81, 84,
88, 92, 93, 96, 90-101, 109, 116,
119-123, 131, 134, 137, 144.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00175
176 Indice dei nomi
Mercurio, 53, 98.
Middleton N., 107, 110.
Milazzo (ME), 96.
Miniera, 79.
Mitchell J., 146.
Moleciano (loc.), 45.
Mommsen T., 98.
Moneta, 20, 24, 69, 70-72, 82, 84, 87-
89, 97, 99, 102-104, 123, 125, 126,
142.
Mons Aureus (monte Raione), 72.
MONTANARI M., 62, 64.
Montecassino, 15, 31, 35, 37, 39, 43,
44, 48, 50, 55-58, 61, 65, 66, 69-
73, 82, 83, 99, 104, 128.
Montecorvino Rovella (SA), 73, 74.
Montefusco Irpino (AV), 33.
Monterotaro (loc.), 51.
Montesarchio (AV), 33, 35.
Montevergine, 54.
Mottola (TA), 53.
Nannigone, 95, 96.
Napoli, 12, 17-23, 78-81, 83-89, 99,
101, 104-106, 115-119, 121-123,
132, 135.
Nasar, 96.
Nauclerio, 94.
Nave, 16, 17, 78, 82, 92, 94, 96, 105,
108, 119, 121, 122, 131, 132, 135,
138.
Nilo (santo), 134.
Nocera (SA), 34, 67.
Nola (NA), 19, 34, 36, 38, 110.
Nurano (loc.), 63.
Ofanto (fiume), 53.
OLDONI M., 90.
Olevano sul Tusciano (SA), 28, 29,
75, 102.
Olio, 96, 102.
Oria (LE), 77, 82.
Oro, 79, 82, 103, 104, 124, 126, 142.
Orso (vescovo), 87.
Otranto (LE), 101, 131.
PACE V., 73.
Paestum (SA), 16, 17, 23.
Palermo (Panormus), 21, 100, 101,
104, 119.
Palestina, 131, 134, 135.
Pandone (marepais), 42.
Pandonolfo (conte), 94.
Paoli E., 88.
Papiano (loc. presso Trani), 50.
Papiro, 82, 83.
Paroli L., 100, 101.
Pasquali G., 56.
Patria (lago), 14, 16, 34, 62, 109.
Patterson H., 102.
Pavia (Papia), 19, 77, 100, 110, 121.
Peduto P., 23, 29, 46, 49, 52, 113.
Persia, 128, 131.
Pescatori G., 102.
Pesce, 62.
PETRALIA G., 10, 137.
Picentini (monti), 17.
Picentino (fiume), 48, 66.
Pietro (amalfitano), 91.
Pietro (marepais), 37, 41.
Pietro Diacono (cronista), 61, 66.
Pirenne H., 9, 10, 125, 126, 145-147.
Pisa, 101.
Plateatico, 60, 107, 110.
POHL W., 33, 39, 40.
Policastro (Bussentino, SA), 80, 108.
Pollino (monte), 97.
Pontecagnano (SA), 132.
Pontepiano (località presso Bene-
vento), 36.
Ponticello (loc. presso Benevento),
54, 55.
Interno Economia 3b.pmd 10/10/2012, 11.00176
177Indice dei nomi
Popilia (via), 17, 47, 48, 135.
Porpora, 113, 128.
Portatico, 107, 109.
Potenza, 36.
Potone, 32, 36, 39, 40, 43, 58, 67.
Pozzuoli (NA), 19, 95, 96, 138.
Prata Sannita (CE), 54, 63.
Pratola Serra (AV), 33.
Profumo M. C., 102.
Pronella, 54.
Pucciano (loc. presso Nocera -SA-),
67.
Puglia, 12, 23, 30, 34- 36, 47, 50, 53,
54, 62, 73, 74, 100, 134, 135.
Quintodecimo (loc. presso Mirabella
Eclano -AV-), 54.
Radelchi (principe), 39, 40, 99.
Radeprando, 37, 41.
Raviscanina (CE), 73.
Reginaldo (duca), 19.
Reno (fiume), 126, 127, 135.
RIZZITANO U., 99, 104,105.
Rodeperto, 72.
Roffredo, 86.
Roma, 14-16, 98, 100.
Romania, 103.
Romano I (imp.), 104.
Romualdo II (duca), 55.
ROSSI A., 47.
Rota (loc. presso Mercato San Severi-
no -SA-), 54, 66.
Rotgaudo (duca), 19.
Rotili M., 102.
Rovelli A., 24.
Ruggiero B., 19, 20, 41, 133, 146.
Ruric, 93.
RUSSO MAILLER C., 18, 19, 21, 83, 86,
104-106, 121, 122.
Ruviano (CE), 34.
Saba (santo), 98.
Sabatino (monaco), 60, 64.
Sabato (fiume), 36, 47.
Sacro palazzo, 24, 56, 66, 87, 107
Sagdan (emiro), 64.
Sale, 64.
Salerno, 13, 17, 23, 29, 34, 36, 38, 40,
43, 46-50, 54, 57, 58, 60, 62-69,
84, 85, 88-98, 102-109, 114-116,
120, 123, 131-134, 137-139.
Salina, 51, 62, 63.
Salpi (FG), 51, 62, 63.
San Benedetto di Montecassino
(mon.), 31, 36-38, 43, 48, 57, 63-
66.
San Colombano di Bobbio (mon.), 37.
San Lorenzo Maggiore (mon.di Napo-
li), 54.
San Magno (chiesa), 52, 53.
San Marco (ch. di Cellole), 41, 73.
San Marco la Catola (FG), 33, 52.
San Massimo (mon. di Salerno), 63,
66, 67, 133.
San Michele di Olevano sul Tusciano
(santuario), 48, 73, 75, 102, 104.
San Potito Sannitico (BN), 71.
San Valentino sul Calore (BN), 54, 65.
San Vincenzo al Volturno (mon.), 12,
16, 26, 29, 31, 33, 37, 41, 42, 43-
48, 51, 60, 62, 64, 66-73, 102, 128,
129, 141, 145.
Sanctus Ienuarius (ch. presso Bene-
vento), 36.
Sannio, 14, 23, 33, 34, 37, 38, 46, 51,
58, 80, 143.
Sant’Agata de’ Goti (BN), 33.
Sant’Agata di Puglia (FG), 53, 54
Sant’Alderado (diacono), 139.
Sant’Ambrogio (ch. di Montecorvino
Rovella -SA-), 73, 74.
Santa Croce di Magliano (CB), 34.
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178 Indice dei nomi
Santa Maria a Corte, (ch. di Olevano
sul Tusciano -SA-), 28, 48.
Santa Maria di Compulteria (ch. pres-
so Alvignano –CE-), 41, 73.
Santa Maria in Civita (ch. presso
Guardialfiera-CB-), 26.
Santoianni (loc. presso Pietravairano
-CE-), 27.
Sarno (fiume), 109.
Sassonia, 85.
Satroniano (loc.), 45.
Savino E., 23.
Savona, 101.
Scafati (SA), 109.
Scalea (CS), 17, 101.
Scapoli (IS), 33.
Schaube A., 116-119.
Schiavi, 79, 80, 117, 134.
Schipa M., 23, 85.
Schleswig, 93.
SCHWARZ U., 96.
Scorciabove (loc. presso Lucera -FG),
30, 69.
Sele (fiume), 16, 17, 47-49, 54, 70,
80, 84, 108.
Senigallia (PS), 101.
Sepino (IS), 52.
Sergio I (papa), 98.
Sergio II (duca), 105.
Sessa Aurunca (CE), 15, 36, 37, 41,
60, 77.
Sesto (fiume), 50, 63.
Seta, 82, 113, 142.
Sicardo (principe), 13, 18, 21-23, 42,
42, 70, 84, 85, 86-94, 95-97, 99,
103, 104, 107, 111, 114, 120, 142,
144, 147.
Sicilia, 20, 77, 81, 83, 92, 96-105, 111,
127, 131.
Sicone (principe), 21, 40, 60, 86-91,
103, 119, 142, 144.
Siconolfo (principe), 29, 39, 93, 99,
103, 104.
Sicopoli (loc. presso Capua), 14, 47.
Simonelli A., 47.
Siponto (FG), 37, 51, 62, 122.
Siracusa, 92-101, 105, 121, 127, 131,
134.
Siria, 130.
SKINNER P., 94.
Solido, 24, 63, 69-72, 88, 89, 99, 108,
127, 133.
Sorrento (NA), 13, 22.
Spagna, 121.
Spoleto (PG), 13, 19, 20, 56, 71, 80.
Sri Lanka, 128, 131.
Stabia (NA), 22, 110.
Stefano (gastaldo), 37, 39, 41, 42-44.
Stefano II (duca-vescovo), 19, 83.
Suabilo (gastaldo), 71, 72.
Suessola (loc. presso Acerra -NA-),
47, 60.
Suez, 130.
Suio (loc. presso Castelforte -FR-), 61.
Summonte (AV), 36.
TABACCO G., 146.
Taloni (mercante), 68, 69.
Tamassia N., 132.
Tammaro (fiume), 33, 35.
Taprobana (Sri Lanka), 128, 131.
Taranto, 38, 53, 108, 131, 132, 135.
TAVIANI CAROZZI H., 16, 66.
Teano (CE), 14, 27, 31, 37, 39, 47,
50, 60, 134.
Telese (BN), 33, 37, 38, 39, 45, 47,
50, 102.
Teloneo, 109.
Tenza (fiume), 48.
Teodimo (suddiacono), 83.
Teodoro (duca), 83.
Teodosio (monaco), 99, 100.
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179Indice dei nomi
Terra di Lavoro, 36, 39, 43, 80.
Terrasanta, 78, 131, 134, 135, 138,
139.
Tibet, 128.
Timisoara, 103.
Tirreno(mare), 79, 84, 88, 92, 95, 96.
Torre del Greco (NA), 22.
Toscana, 12, 28.
TOUBERT P., 11, 26, 31, 34, 37, 39, 58,
60, 62, 64, 69, 103, 141.
Traiana (via), 50, 135.
Trani, 36, 50, 51.
Traù, 103.
Tremissi, 24, 30, 69, 70.
Troyes, 139.
Tusciano (fiume), 28, 29, 48, 66.
Ufita (fiume), 35.
Urso (abate), 58.
Vairano (Vairano Patenora -CE-), 37,
71.
Valenti M., 11, 28.
Valle Caudina, 39.
Vanni F., 139.
Varaldo C., 101.
Varano (FG), 62.
Vasi, 82, 128, 132.
Venafro (IS), 16, 33, 37, 48, 50, 54,
57, 63.
Venezia, 81, 103, 125, 146.
Venosa (PZ), 67, 132-135.
Venticano (AV), 54.
Verhulst A., 11.
Vezzano (SV), 101.
Vicopalazzo (presso Calvi -CE-), 45.
Vinchiaturo (CB), 52.
Vino, 48, 60, 67, 79, 102.
Vitolo G., 9, 23, 83, 88, 116, 121, 123,
146.
Volpe G., 23, 53.
Volturno (fiume), 14, 16, 17, 29, 31,
33, 34, 37, 38, 43-45, 47-51, 54,
57, 60-66, 72-74, 80, 81, 94, 102,
114, 128, 129, 141, 145.
von Falkenhausen V., 73, 83, 122.
White Jr. L., 118.
Whitehouse D., 78, 93, 137.
WICKHAM C., 11, 24, 26, 31, 33, 34, 43,
50, 51, 78, 84, 102, 137, 141, 143.
Widukindo, 85.
Wilibaldo (santo), 78, 122, 135.
WILLARD H. M., 37, 44, 68, 70, 82,
83, 99.
Zaccaria (abate), 55.
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INDICE GENERALE
Presentazione p. 7
Premessa « 9
Capitolo I. Il contesto del Pactum Sicardi « 13
I.1 L’orizzonte geografico del Pactum « 14
I.2 Il contesto politico « 19
I.3 Il contesto economico-produttivo « 22
I.3.1 Le risorse beneventane « 23
I.3.2 Mercati locali e insediamenti rurali « 64
Capitolo II. Sicardo, il Mediterraneo e l’Europa « 77
II.1 La riapertura del Mediterraneo: mercati in formazione « 80
II.2 I Siconidi, Napoli e Amalfi: tra guerre e commercio « 86
II.2.1 Amalfi, Sicardo e Salerno « 90
II.3 Altre connessioni « 95
Capitolo III. Una nuova era? « 113
Capitolo IV. Mondi in contatto « 125
Bibliografia « 149
Indice dei nomi di persona, di luogo e delle cose notevoli « 171
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Giovanni l’Elemosiniere. Due testi “amalfitani” inediti, 1995,
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AA. VV., Salerno capoluogo e la sua provincia. Squilibri geoam-
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Annotazioni
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Annotazioni
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Annotazioni
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Annotazioni
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Annotazioni
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Annotazioni
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