Prévia do material em texto
1, 2, tree PLAY! Africa 1 1,2,tree PLAY! Progetto di uno spazio ludico autocostruito per i bambini del villaggio di Abetenim, Ghana A.A. 2014-2015 POLITECNICO DI MILANO Tesi di Laurea Magistrale: Interior Design Studente: Anna Mazzaron matr. 786026 Relatrice: Agnese Rebaglio 1, 2, tree PLAY! Africa 2 1, 2, tree PLAY! Africa 3 1, 2, tree PLAY! Africa 4 1, 2, tree PLAY! Africa 5 INDICE 0. ABSTRACT 1. AFRICA 1.1 GHANA 1.1.1 Un paese ospitale 1.1.2 Dipingere il Ghana 1.1.3 Architettura tradizionale e contemporanea del Ghana 1.2 ABETENIM ARTS VILLAGE 1.2.1 Storia del villaggio 1.2.2 Oggi come ieri 1.2.3 Vivere ad Abetenim oggi 1.2.4 Struttura del villaggio 1.2.5 Nka Foundation 1.2.6 Esperienza personale: Workshop “Build With Earth” 2. SCUOLA 2.1 STRUTTURE SCOLASTICHE DEL VILLAGGIO 2.1.1 Kindergarten 2.1.2 Primary School 2.1.3 Primary School 2.2 AMBIENTE 2.2.1 Essere un bambino ad Abetenim 2.2.2 Andare a scuola nel villaggio 2.2.3 Materiale raccolto 2.2.4 Bisogni p.9 p.13 p.24 p.25 p.26 p.33 p.40 p.43 p.43 p. 47 p. 50 p. 61 p. 69 p. 81 p. 84 p. 86 p. 90 p. 92 p. 95 p. 96 p.98 p.105 p.113 1, 2, tree PLAY! Africa 6 3. SPAZI LUDICI 3.1 IL BAMBINO 3.2 L’IMPORTANZA DEL GIOCO 3.3 L’AMBIENTE LUDICO 3.3.1 L’ambiente ludico esterno 3.4 CASI STUDIO 3.4.1 Collaborazione 3.4.2 Autocostruzione 3.4.3 Strutture didattiche 3.4.4 Forma 3.4.5 Simbologia 4. PROGETTO 4.1 LE ORIGINI 4.2 IL CONCEPT 4.3 OGNI PROGETTO HA LA SUA STORIA 4.3.1 Filosofia del progetto 4.3.2 Rispondere a dei bisogni 4.3.3 Analisi d’ambiente 4.3.4 Processo progettuale p.117 p.117 p.120 p.122 p.123 p. 127 p.128 p.130 p.132 p.135 p.137 p.141 p.141 p.143 p.145 p.145 p.146 p.148 p.152 1, 2, tree PLAY! Africa 7 4.4 “1,2, tree, PLAY!” 4.4.1 Materiali 4.4.2 Struttura 4.4.3 Percorso 4.4.4 Colore 4.4.5 Disegni tecnici 4.4.6 Viste 3D 5. ELENCO DELLE IMMAGINI BIBLIOGRAFIA SITOGRAFIA 6. ALLEGATO [istruzioni] p.156 p.156 p.159 p.163 p.168 p.172 p.196 p. 202 p. 207 p. 210 1, 2, tree PLAY! Africa 8 1, 2, tree PLAY! Africa 9 ABSTRACT Il progetto “1,2, tree PLAY!” nasce da un’esperienza personale vissuta nel villaggio di Abetenim (Ghana) nell’estate 2014, dalla quale sono tornata arricchita sotto diversi aspetti e con il desiderio di dare ulteriormente il mio contributo a questa comunità. Grazie al workshop “Build with earth”, nato dalla collaborazione tra l’ONG Nka Foundation e l’architetto Giulia Fortunato, ho conosciuto una cultura che mi ha sempre affascinato, una cultura che racchiude in sè energia, colori, ritmo, sorrisi, riassumibile in un’unica parola: Africa. Vivendo ad Abetenim ho scoperto come costruire con la terra e progettare con le risorse locali, ho conosciuto gli abitanti e le loro necessità , ho giocato con i bambini del villaggio. Ed è proprio da loro, dai più piccoli, che nasce il mio progetto. “1,2, tree PLAY!” racchiude la voglia che i bambini hanno di giocare e l’affetto che provano per l’albero sotto il quale sono cresciuti e offre loro uno spazio ludico esterno nel quale possano essere accompagnati durante l’infanzia. Il suono, il movimento, le emozioni e il relax sono gli elementi che caratterizzano le 4 aree del progetto, ognuna contraddistinta da una gamma cromatica diversa. Ogni spazio è arricchito da oggetti di recupero i quali permettono di svolgere attività specifiche e sviluppano attività e abilità diverse. La scelta di utilizzare materiali locali, oltre a motivazioni economiche, è dovuta alla volontà di trasmette agli abitanti un messaggio di ecosostenibilità valorizzando le loro risorse. Dopo un’attenta analisi sociale ho scelto di presentare un progetto che non avesse bisogno della collaborazione di un volontario esterno durante la fase di esecuzione, ma che possa essere auto-costruito dagli abitanti stessi una volta fornite le istruzioni. 1, 2, tree PLAY! Africa 10 1, 2, tree PLAY! Africa 11 1. AFRICA 1, 2, tree PLAY! Africa 12 0. Villaggio di Adanwomase Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 13 1. AFRICA “L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. E’ un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. E’ solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa.” 1 DALL’OCCIDENTE ALL’AFRICA La parola Africa suscita nella mente di ciascuno di noi una serie di immagini e associazioni di idee che non variano molto da persona a persona. Terzo mondo, povertà, bambini, colori, associazioni umanitarie, ebola. Chi ha avuto un contatto più diretto, ad esempio ha conosciuto qualcuno appartenente a questa etnia, aggiunge alle immagini anche i sorrisi, le espressioni, le lingue. C’è una terza categoria: chi l’ha vissuta. Io appartengo a quest’ultima, e associo la parola Africa ad un’esplosione. Un’esplosione di ritmi accompagnati da danze, un’esplosione di colori dati dalla terra rossa in contrasto con il verde della natura, dalle stoffe, dal mercato, dal colore della loro pelle in contrasto con il mio. Un’esplosione di risate e di silenzi. Ma non basta a descrivere l’Africa, perchè nonostante abbia vissuto un’esperienza in questo continente, ne ho visto solo una piccolissima parte. Neppure chi è nato in questo paese è in grado di descriverlo in maniera completa, ed è meglio così; trovo che il mistero sia uno degli elementi più affascinanti di un mondo così diverso da quello occidentale. Questo capitolo non vuole fornire una definizione di questo continente ne descriverlo, ma allontanare la mente delle persone da quelli che sono gli stereotipi sull’Africa, poichè la percezione dell’uomo occidentale appare condizionata da una distorsione negativa che tende a raffigurare questo continente come una realtà 1. Ryszard Kapuscinski, “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 2000 straziata dalla povertà, dalle guerre civili, dalla fame e dall’ignoranza. Secondo Edouard Glissant: “Vediamo molta Africa in televisione –AIDS, massacri, guerre tribali, miseria...- ma in realtà non la vediamo, perchè l’Africa è invisibile”.2 Ognuno di noi elabora una rappresentazione, un’idea, dalle fonti che ha a disposizione, le quali spesso offrono una versione critica e pessimistica di un paese in via di sviluppo, dove la parola “sviluppo” è più una speranza che un elemento concreto. La cronaca contribuisce a quest’idea di paese arretrato, parlandone raramente o solo in termini di nazione che ha bisogno di aiuto e dove regnano guerre, genocidi, povertà. In realtà negli ultimi quindici anni l’Africa subsahariana (che conta quarantanove paesi) registra una crescita sorprendente e sostenuta, con risultati via via in aumento. Infatti tra le venti economie in più rapida crescita nel 2014-2018, secondo le previsioni dell’Fmi (Fondo Monetario Internazionale), una su due si troverà a sud del Sahara. Prima fra tutte la Nigeria, che grazie a un “rebasing” delle stime del Pil ha superato il Sudafrica ed è diventata la prima economia del continente con un prodotto interno lordo stimato sui 400 miliardi di dollari.3 Inoltre Angola, Ghana, Mozambico, Etiopia o Tanzania sono alcuni dei paesi che hanno contribuito ad alimentare una fortissima crescita della zona da quindici anni con risultati che sono in costante aumento. 2. Articolo di L.Sampò, Architettura contemporanea in Africa, “Boun- daries”, Luglio-Settembre 2011, p. 15 3. Articolo di Giovanni Carbone, Fonte: www.lavoce.info 1, 2, tree PLAY! Africa 14 Si può dire quindi che gli scambi con il resto del mondo sono cresciutimaggioranza, sono i bambini i quali passano le giornate in continuo movimento e, come gli adulti, sono soliti stare in comunità. Gli adulti invece sono presi dalle loro abitudini, le donne spesso cucinano fuori dalle loro capanne, gli uomini si concentrano sulla produzione dell’olio di palma, e altri che stanno li seduti, a giocare o semplicemente a chiacchierare. La comunità intera si riunisce in occasione di feste, funerali e matrimoni, anche nei casi in cui non sia presente al completo, è lo spirito che non viene a mancare. La preoccupazione per l’altro, il sostegno che si danno a vicenda, oppure semplicemente il fatto di non essere mai da soli è ciò che più mi ha fatto sentire di essere all’interno di una comunità, ed è una cosa che loro stessi tengono a sottolineare. Tutta la comunità fa riferimento al Capo Villaggio, il quale viene rispettato da ogni persona. L’attuale Capo è Nana Owusu Ababio, nipote del capo precedente morto nel 1999. In realtà non era lui l’erede al trono, ma è stato scelto dallo “sgabello reale”. Come la tradizione ghanese insegna, è lo sgabello a scegliere il capo 1, 2, tree PLAY! Africa 44 d’accordo all’interno della famiglia allargata su chi porterà avanti la tradizione”. 29 Per quanto riguarda la parte amministrativa del villaggio ci sono due figure principali: il capo, e il rappresentante del governo. Il capo è circondato da un gruppo di anziani, nominati da lui stesso, che si occupano delle questioni tradizionali come i terreni, i matrimoni, i funerali, le feste o i problemi relazionali. Gli abitanti in occasione di uno di questi eventi devono chiedere preventivamente il permesso al capo per organizzarli. Gli anziani del villaggio nominati dal capo sono all’incirca sei, tra cui la madre o la sorella del capo, ma non è stabilito un numero preciso. Il capo può decidere infatti di nominare una persona ritenuta meritevole di occupare quel ruolo. Il rappresentante del governo invece, si occupa dell’educazione e della salute della comunità e ricopre il ruolo di rappresentante del comitato, di cui fanno parte altri membri. Queste figure vengono elette dal popolo e possono ricoprire il ruolo al massimo per due mandati, ognuno di quattro anni. I membri del comitato sono sei. Il capo villaggio ha inoltre il compito di accettare le persone che vengono in visita ad Abetenim. E’ tradizione infatti, che i nuovi arrivati si presentino al cospetto del capo portando un dono. Sarà poi il capo a decidere se una persona può rimanere oppure e no, e non è concepibile rimanere nel villaggio senza essersi presentato al capo. La maggioranza delle persone all’interno del villaggio appartiene ad una religione cristiana. Molto ravvicinate tra loro troviamo, infatti, tre chiese differenti tra cui quella della pentecoste e quella metodista. La religione del Ghana abbraccia diversi tipi di chiesa, che co-esistono anche nei piccoli villaggi a pochi metri di distanza. Dobbiamo inoltre allontanare dalla nostra mente il 29. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 e non viceversa, e così è accaduto per Nana Owusu Ababio. Si narra che una volta nominato il capo, lo sgabello può non essere d’accordo con la scelta del popolo e a questo punto farà avvenire qualcosa per impedirlo. Poco dopo essere stato nominato capovillaggio il fratello maggiore del capo attuale subì un incidente nella fabbrica in cui lavorava. La regola prevede che il capo debba essere perfetto, non era quindi ammissibile che salisse lui al trono. La situazione si fa ancora più interessante quando fu nominato il fratello successivo al primo, al quale avvenne lo stesso incidente. Per seguire la tradizione neanche questo potè prendere il posto del nonno, che venne quindi ricoperto dal capo in carica. La discendenza dei capi, rigorosamente uomini, avviene guardando l’eredità della madre. “Se io sono re o capo e muoio, i miei figli non possono essere capo, ma i miei nipoti si. Nel caso in cui la discendenza principale muoia, si guarda ai figli della sorella del capo, e nel caso in cui il capo non abbia sorelle, bisogna mettersi 24. Nana Owusu Ababio, capo villaggio di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 45 concetto di chiesa occidentale, poichè qui la struttura è molto differente, tanto che si confondono con le abitazioni del villaggio. Costruite in cemento, materiale “ricco”, sono leggermente più grandi di una casa comune e si possono facilmente scambiare per una di esse ancora in costruzione. Internamente sono molto semplici, composte da pareti spoglie, sedie in plastica, un leggìo per le letture e un tavolo. La caratteristica che più si allontana dal mondo occidentale però, è l’atmosfera che si crea durante le celebrazioni della durata media di 2 ore e mezza. La lingua utilizzata è quella d’origine, quindi possiamo solo intuire ciò che viene detto durante questi incontri, ma ad un certo punto tutto prende vita: iniziano con il ritmo dei tamburi, a cui si aggiunge la voce dei fedeli, i quali pregano con un’intensità a noi sconosciuta. Ho avuto la possibilità di partecipare a due funzioni, quella della pentecoste e quella metodista, entrambe molto emozionanti. Nella prima si è svolta la presentazione dei bambini davanti a Dio, quello che noi chiamiamo Battesimo. Questa rappresenta un’altra importante tradizione del villaggio dove i bambini, tenuti in braccio da una donna, vengono presentati alla comunità in modo ufficiale. Un’altra funzione altrettanto importante e sentita è il Funerale, svolto in maniera molto diversa dalla nostra. Il funerale viene considerato come una vera e propria festa, ed ha luogo in due momenti differenti: il primo celebrato a pochi giorni dalla morte, mentre il secondo dopo 30 giorni esatti. Del defunto è presente una foto, e nell’atmosfera dominano i colori dei vestiti neri, decorati con motivi rossi o arancioni, i quali vengono indossati solo in queste occasioni. L’ambientazione è creata con l’allestimento di tendoni montati all’esterno e, dopo una breve funzione in cui tutti si stringono le mani, inizia la musica accompagnata 25. Canti e danze durante una funzione religiosa, Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 26. Battesimo, Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 46 dalle danze. In prima fila ballano i parenti del defunto, con un’espressione tutt’altro che addolorata. E’ questo il loro modo per dire addio. Con gioia. Una delle leggende più antiche di Abetenim è quella degli spiriti del fiume. Gli abitanti credono molto in loro a partire dal potere che questi hanno di far avere un bambino anche alle donne che inizialmente non possono o non riescono ad averlo. Rispettano queste presenze e ancora oggi hanno l’abitudine, quando passano con l’auto sopra il ponte su cui scorre il fiume, di suonare il clacson in segno di saluto. Non ne hanno paura, al contrario, si lasciano guidare e aiutare da loro. Tutte le attività principali come stringere la mano, mangiare, sono svolte con la mano destra. E’ considerato volgare infatti, fare diversamente. L’ospite è sacro. Quando si organizza una festa, oltre a dover procurare e preparare da mangiare e da bere, bisogna mettere a loro agio gli invitati, facendoli sentire importanti. Le feste sono eventi vissuti molto seriamente, in particolar modo quelle religiose, e il padrone di casa dopo aver fatto accomodare l’ospite serve da bere e da mangiare. 27. Funerale, Abetenim Fonte: Cristina Gratton Noi stranieri siamo venuti a conoscenza della sacralità dell’ospite solo dopo non averla rispettata. Il 15 di Agosto abbiamo deciso di celebrare, importando una parte della nostra cultura, la festa dell’Assunzione procurando cibo, bibite ed invitando tutta la comunità. Una volta arrivati gli invitati li abbiamo fatti accomodare spiegando loro il significato di questa festa e gli abitanti del villaggio guidati dal capo hanno versato, come da loro tradizione,dell’alcool per terra pregando per noi e per la festa. Una volta concluso il rito, abbiamo iniziato a servire da mangiare spiegando poi loro il concetto di “buffet”; questo fu un grave errore che non comprendemmo subito, in seguito siamo stati redarguiti per la nostra mancanza di rispetto per non aver accolto gli invitati a dovere. Racconto [Ferragosto] 1, 2, tree PLAY! Africa 47 1.2.3 VIVERE AD ABETENIM OGGI Il villaggio si estende per 1 kmq nel bel mezzo della giungla. La popolazione conta circa 1000 persone, di cui il 60% hanno un età compresa tra 1 e 25 anni. Abetenim è il primo paese che si incontra sulla strada principale che va a Juaben attraversando altri 6 villaggi, per questo motivo è considerata relativamente centrale e abbastanza trafficata. L’economia è basata sull’agricoltura, in particolare sulla produzione di olio di palma venduto anche ai paesi vicini. La maggior parte degli abitanti coltiva la terra, altri ricoprono il ruolo di operaio e collaborano spesso con l’associazione durante la costruzione di nuove abitazioni. Altri impieghi sono esclusivi, ad esempio sono solo due le persone a ricoprire il ruolo di parrucchiera per le donne e barbiere per gli uomini. I commercianti si occupano dell’esportazione dei prodotti nei paesi circostanti, e portano nel villaggio i beni di prima necessità come il cibo. Sono presenti alcuni banchetti, se ne contano 3 in tutto il villaggio, che vendono dolci, bibite, qualche oggetto per la casa e le ricariche telefoniche. Per essere un villaggio rurale Abetenim dispone di molti servizi moderni, al contrario dei paesi vicini ai quali manca ancora l’elettricità e altri strumenti ritenuti indispensabili da noi occidentali. Lo sviluppo di Abetenim è avvenuto negli ultimi 4-5 anni anche grazie a Nka Foundation che ha portato oltre a beni materiali l’idea di una vita migliore. Il servizio principale difficilmente trovabile in altri villaggi rurali è ’ellettricità, presente nella maggior parte delle abitazioni. Camminando tra le case spesso si è accompagnati dalla musica della radio, che ispira molti bambini a iniziare danze cercando di imitare i divi della televisione. L’elettricità ogni tanto viene interrotta, senza però fermare il lavoro e la vita quotidiana degli abitanti. Inoltre è presente un pozzo, azionato dalla forza umana, che serve tutto il villaggio. Come in molte immagini iconiche di questo paese, anche ad Abetenim si vedono spesso persone, in particolare bambini, che portano sulla testa bacinelle d’acqua. Alcuni abitanti dispongono di un computer e di un cellulare che permette di avere una connessione ad internet, ma in pochi comprendono l’importanza di questi strumenti. 29. Esempio di impiego ad Abetenim, venditore Fonte: Martina Caldarigi 28. Esempio di impiego ad Abetenim, muratore Fonte: Martina Caldarigi 1, 2, tree PLAY! Africa 48 La lingua locale è il Twi, ma il 98% degli adulti non è in grado di leggere e scrivere a causa di una mancata istruzione. La scuola infatti, è presente solo da pochi anni, ed è stata una grande conquista in quanto i bambini stanno ricevendo un’educazione adeguata a partire dall’asilo fino ad arrivare alla scuola media. Nei paesi adiacenti ad esempio, queste non sono presenti e i bambini dovrebbero farsi kilometri di strada prima di arrivare ad Abetenim o Ejisu per andare a scuola. Nella stessa situazione si trovava il villaggio fino al 2011, anno di costruzione della scuola media. Ora lo stesso problema si pone per il liceo, ma è in programma la sua costruzione in un futuro per stimolare l’istruzione e agevolare chi non può permettersi un alloggio al di fuori di Abetenim. Le uniche persone ad allontanarsi dal villaggio natìo sono i ragazzi e le ragazze che vogliono continuare i loro studi. Questi ricevendo un’istruzione hanno una visione del mondo più completa e sperano in un futuro migliore rispetto a quello dei loro genitori. Il problema principale si pone una volta conclusi gli studi obbligatori, FCUBE (Free Compulsory Universal Basic Education). Lo stato infatti ricopre l’istruzione dei ragazzi fino alla scuola media, dal liceo in poi le spese saranno a carico della famiglia. Nei villaggi così piccoli questo problema si amplifica e rischia di compromettere l’educazione soprattutto delle ragazze. Mentre i ragazzi grazie alla loro corporatura, riescono fin da adolescenti a svolgere lavori in cui è richiesta la forza, le ragazze no. Gli impieghi più richiesti sono nell’ambito della produzione di olio di palma e a seconda delle età svolgono compiti più o meno pesanti, dall’estrazione dell’olio dai semi della pianta, alla raccolta delle foglie per la costruzione di scope per pulire le abitazioni, che vengono vendute poi al mercato più vicino. Così facendo, i ragazzi riescono quindi a guadagnarsi un’indipenzenza economica dai genitori e poterla utilizzare per i loro studi. Per le ragazze ovviamente, questo è più difficile. 30. Produzione dell’olio di palma Fonte: Achinoam Weinstein 31. Produzione dell’olio di palma Fonte: Martina Caldarigi 1, 2, tree PLAY! Africa 49 Un altro fattore che influenza l’economia di Abetenim, anche se in modo saltuario, è la presenza dei volontari. Questo ovviamente dipende da persona a persona, ma mi piace pensare che il nostro gruppo di volontari abbia migliorato, anche se per un breve periodo, la vita al villaggio. Il discorso vale principalmente per i ragazzi. Alcuni di loro infatti si sono specializzati in un ambito diverso come ad esempio imparare a suonare il bongo, strumento musicale tipico africano, costuire fionde o braccialetti. Sono molte le commissioni che hanno ricevuto da noi, che fummo contenti di dare il nostro contributo e nello stesso tempo portare a casa un ricordo di questa esperienza. Un impiego interessante che ha trovato l’associazione per alcuni ragazzi e ragazze, portando avanti così anche il loro obbiettivo, è stato ingaggiare degli insegnanti che dessero loro lezioni di balli e musiche tradizioni ashanti. Si è creato così un vero e proprio gruppo di ballerine e suonatori di tamburi completi di abiti e strumenti adeguati. Le loro esibizioni sono richieste anche nei paesi vicini, e riprodotte inoltre per i volontari. Noi dopo aver assistito al loro spettacolo, abbiamo deciso di prendere successivamente lezione di bonghi da questo gruppo di musicisti, capendo ben presto che non avremmo mai potuto raggiungere il loro livello, dato soprattutto dal senso del ritmo innato che li caratterizza. La situazione quindi degli abitanti a questo punto dovrebbe essere chiara: la maggior parte di loro nasce, vive e muore nel villaggio dedicandosi alla produzione di alimenti che possa permettergli di sopravvivere, alcuni giovani invece si allontanano per ricevere una maggiore istruzione. Ma c’è qualcuno che decide di trasferirsi ad Abetenim? Si, anche se molto pochi. Le uniche persone “esterne” oltre ai volontari, sono gli insegnanti. I volontari sono di passaggio, non si possono considerare quindi abitanti, ma gli insegnanti, che tornano ogni anno durante il periodo scolastico si, in particolar modo se qualcuno di loro sceglie di trasferirsi definitivamente nel villaggio. Una volta diventato maestro, egli dà una preferenza di regione in cui gli piacerebbe insegnare, sarà poi lo stato a decidere la sua destinazione. La maggior parte dei maestri e delle maestre durante il periodo scolastico viene ospitata nelle strutture costruite da Nka, destinate anche ai volontari; altri, coloro che abitano nel distretto di Ejisu-Juaben, fanno avanti e indietro tutti i giorni, ed infine troviamo i pochi che hanno scelto di trasferirsi ad Abetenim. 1, 2, tree PLAY! Africa 50 1.2.4 STRUTTURA DEL VILLAGGIO Il villaggio di Abetenim è facilmente suddivisibile in due parti: quella in cui vivono gli abitanti, e quella di Nka Foundation. ABETENIM VILLAGE La prima si sviluppa ai lati della strada principale, dalla quale si diramano pochealtre vie, non sempre ben definite. La struttura del villaggio non prevede grandi progetti urbanistici, e le abitazioni vengono costruite senza vincoli a piacimento dell’abitante. Ci sono alcuni luoghi ad uso comune che definiscono alcune aree: La “piazza”, che si allontana molto dal nostro concetto di tale definizione. Si tratta infatti di una zona aperta sulla via principale posta agli inizi del villaggio, dove persone di diverse età si riuniscono per giocare a dama o semplicemente chiacchierare. L’unica struttura presente nella piazza è una tettoia di dimensioni relativamente ristrette, che ripara dal sole o dalla pioggia, ed è l’unico punto del villaggio a possedere una zona coperta esterna. Passando un fossato sulla destra, troviamo il campo da calcio, una zona priva di vegetazione, senza limiti di area, caratterizzata dal due porte in legno. Questa è popolata un giorno alla settimana, la domenica, e per i giorni restanti rimane una zona di passaggio. In questo giorno particolare infatti ha luogo la partita, giocata dai giovani del villaggio rigorosamente scalzi. La scuola è poco più avanti ed è composta da tre strutture: la scuola elementare, che fu la prima ad essere costruita, la scuola media ed infine l’asilo, ancora in costruzione. Questa zona, come tutte le altre, non è delimitata, ma si trova in una strada “cieca” rimanendo quindi isoalta e non di passaggio. Le tre chiese. Esse non hanno una disposizione studiata bensì casuale, e sono state costruite in cemento, materiale considerato “ricco” dagli africani. Sono strutture semplici, prive di elementi che le possano ricondurre a un luogo di culto. Anche l’interno è spoglio, costituito solamente da panche, un tavolo e un leggìo. Il pozzo che serve tuttti gli abitanti del villaggio. I servizi igienici comunitari. Anche in questo caso c’è un solo servizio per tutta la comunità, non perchè non sia possibile costruirne altri, ma per scelta. Sparsi per il villaggio troviamo le “docce”, luoghi delimitati da pareti in legno dove è possibile lavarsi con i secchi; l’acqua corrente infatti, non è presente ad Abetenim, neanche nell’area dei volontari. La casa del capo affaccia sulla piazza principale, non ha segni particolari che la contraddistinguono dalle altre, solo qualche decorazione di simboli ashanti, presenti anche in altre abitazioni. 1, 2, tree PLAY! Africa 51 32. La piazza di Abetenim 33. La scuola di Abetenim Fonte: Achinoam Weinstein 34. Il campo da calcio di Abetenim 35. Chiesa della Pentecoste di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron, Martina Caldarigi 1, 2, tree PLAY! Africa 52 ABTENIM ARTS VILLAGE L’altra zona, quella donata dagli abitanti all’associazione Nka Foundation, si trova in una deviazione all’inzio del villaggio in una zona non di passaggio, insieme a poche altre abitazioni. Quando Mr. Nkurumeh ha scelto Abetenim come villaggio in cui attuare il suo progetto, ha dovuto chiedere il permesso, come è normale che sia, al capo e agli abitanti che hanno dato il loro benestare. Alcuni hanno donato i propri appezzamenti di terreno dando il consenso di costruirvi le strutture utili sia all’associazione che agli abitanti. E’ iniziato così intorno al 2008 il progetto che prevede la costruzione di 5 abitazioni, e di altre strutture nelle quali si svolgeranno laboratori e workshop sempre fondati sull’arte. Al giorno d’oggi le case costruite ed abitabili sono due, e due sono quelle in costruzione (a quest’ultima categoria appartiene anche quella progettata dal gruppo di architetti e studenti con cui ho vissuto ques’esperienza). L’associazione è venuta incontro alle esigenze che hanno gli occidentali, cercando di aggiungere per quanto possibile, comfort alle strutture. In aggiunta agli standard del resto del villaggio troviamo infatti un generatore di corrente, pronto a subentrare in caso di assenza della corrente elettrica, una pompa d’acqua che attinge direttamente dal pozzo e che offre una comodità maggiore essendo a pochi metri dalle abitazioni, una cucina maggiormente attrezzata (con fuoco a gas e frigorifero), ed infine i servizi igienici, alcuni posti all’interno delle camere da letto. L’area della fondazione non essendo di passaggio è frequentata principalmente dai due abitanti locali, dai loro collaboratori, dai volontari naturalmente, e da numerosi bambini nei periodi in cui questi sono presenti, vengono spesso a giocare, incuriositi dall’uomo bianco. Il resto degli abitanti passa solamente in occasioni particolari di festa o di rappresentazioni, oppure per vedere con i loro occhi come procedono i lavori, rimanendo stupiti dalle tecniche costruttive utilizzate. 36. Prima casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 53 37. Seconda casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh 38. Terza casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh Fonte: Anna Mazzaron, Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 54 39. Aula Workshop, progetto dell’Atelier Switzer 40. Teatro all’aperto, progetto dell’arch, Jose Rivera 41. Quarta casa per volontari, progetto dell’arch. Giulia Fortunato Fonte: Achinoam Weinstein , Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 55 TIPOLOGIE DI ARCHITETTURA DEL VILLAGGIO Oltre a conoscere le abitudini e gli usi degli abitanti, è importante capire dove vivono. Le abitazioni del villaggio sono apparentemente tutte uguali, o comunque case in cemento a parte, risultano molto simili tra loro agli occhi dello straniero. In realtà differenziano per tipologie di case e per tecniche costruttive, e si possono suddividere in cinque categorie: 30 La casa a corte. Sono tra le più antiche del villaggio e si trovano nella parte più vecchia, ai lati della strada principale. Hanno una forma rettangolare, dove le camere sono posizionate intorno ad un cortile centrale aperto. La vita degli abitanti si svolge principalmente all’aria aperta quindi non hanno bisogno di grandi spazi esterni. In particolare le attività culinarie a causa degli odori e dei fumi prodotti durante la fase di cottura. Essendo uno dei primi tipi di abitazione veniva utilizzata una tecnica che ha la terra come protagonista: “l’Atakpame”. 30. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 a sinistra: 42. Pianta casa a corte Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni a destra: 43-44. Esempio di casa a corte Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 56 La casa lineare. Solitamente costruita con mattoni di terra, è composta da una serie di stanze poste in modo lineare, prive di corte interna: “Adesso le abitazioni ghanesi sono state influenzate da quelle occidentali, ma se osservate quelle tradizionali vedrete che si concetrano sulle camere da letto. Costruiscono le stanze con una cucina, molto importante. Normalmente si vede anche una capanna all’esterno, il bagno. Quindi si può dire che la casa ghanese non abbia sale o grandi spazi, ma solo camere da letto e cucina, utilizzata anche come ripostiglio. Alcune famiglie infatti, soprattutto durante la stagione secca, preparano il cibo all’esterno”. 45. Pianta casa lineare Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni 46-47: Esempi di casa lineare Fonte: Achinoam Weinstein 48. Esempio di casa lineare Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 57 Case a forma di “L”. In questo caso le camere sono organizzate a forma di “L” per ricreare uno spazio esterno, spesso adibito alla cottura e alla vita all’aperto, come nei casi precedenti. Questa forma è esattamente una delle due metà della casa a corte, per questo viene definita “semi-completa”. Negli utlimi anni si sta pensando a progettare uno spazio di seduta esterno alla casa per ricevere le persone, le quali solitamente venivano accolte in piedi o in camera da letto. 49. Pianta casa “L” Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni 50. Esempiodi casa a corte Fonte: Achinoam Weinstein 51. Esempio di casa ad una stanza unica Fonte: Achinoam Weinstein Casa ad una stanza unica. Hanno iniziato ad essere costruite quando è iniziata la necessità di aggiungere una sola stanza per stare vicino alla propria famiglia, oppure viene abitata dall’intera famiglia nel caso in cui questa non sia numerosa. Queste ultime tre tipologie sono più recenti rispetto alla casa a corte e si trovano sparse per il villaggio, appena fuori dalla zona più antica. 1, 2, tree PLAY! Africa 58 La casa indipendente. Questa è la tipologia più recente presente nel villaggio di Abetenim, alcune abitazioni sono ancora in costruzione e occupano per ora una piccola percentuale delle case. E’ quella più simile al mondo occidentale e racchiude tutte le funzioni al suo interno, cucina, bagno, camere da letto. Costruire una di queste abitazioni è un lusso, per questo sono ancora poche, poichè sono composte da blocchi di cemento, e sono di dimensioni maggiori rispetto a quelle tradizionali. Le persone che possono permettersele sono quelle in condizioni particolari, come ad esempio l’unico falegname del paese, o la donna che ha ereditato un terreno acquistato successivamente dal governo. Altre volte si tratta di uomini che sono andati a cercar fortuna fuori dal villaggio e poi sono tornati per costruire una casa ai propri genitori. 52. Pianta casa indipendente Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni 53-54: Esempi di casa lineare Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 59 TECNICHE DI COSTRUZIONE DELLE ABITAZIONI Come per le tipologie di case, troviamo diversi tipi di tecnologie e materiali utilizzati, dai più antichi ai più moderni: Legno di palma o bamboo. Sono le costruzioni più semplici e anche quelle meno durature. Composte esclusivamente da assi di legno ad eccezione della copertura in laminato. La maggior parte di queste costruzioni viene adibita a magazzino o servizi igienici. 55-56. Esempio di casa costruita con legno di palma Fonte: Achinoam Weinstein Terra rossa. Questo è l’elemento che più caratterizza l’ambiente naturale circostante, utilizzato per le costruzioni in tre diversi metodi: atakpame, cob, ed earth bricks. Tutte e tre le tecniche hanno come protagonisti la terra e l’acqua, si differenziano per i processi e le forme finali assunte. Per ottenere l’atakpame è necessario mescolare la terra con l’acqua e mescolare per alcune ore con la pressione del proprio corpo, utilizzando i piedi rigorosamente scalzi; dopodichè si lascia riposare un’intera notte per consolidare l’impasto. Il giorno successivo si creano una serie di sfere con il composto e si inizia ad innalzare un muro di circa 2m di altezza formando così il primo strato. 57. Esempio di casa costruita con la tecnica atakpame Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 60 Tra uno strato e l’altro è necessario un tempo di asciugatura di circa due giorni. Una volta terminati gli strati e lasciati asciugare, bisogna colmare, sempre con il composto di terra e acqua, le crepe che si sono create per assicurare una maggiore stabilità all’edificio. Il cob method consiste nella costruzione di uno scheletro in legno, ricoperto successivamente da un impasto in terra. I bastoni sono molto resistenti e si trovano facilmente nella foresta. Queste abitazioni sono facilmente riconoscibili poichè lo scheletro, in quale dovrebbe essere ricoperto dalla terra, spesso emerge dalla struttura. Infine troviamo la tecnica earth bricks, ovvero dei mattoni in terra. L’impasto, sempre composto da terra e acqua viene modellato con la forma dei classici mattoni e lasciato asciugare. I blocchi vengono poi uniti tra loro e ricoperti dal cemento, tranne in alcuni casi in cui sonon stati lasciati a vista, per incompletezza dell’opera. Blocchi in cemento. Questo è il metodo di costruzione a cui aspirano tutti gli africani, simbolo di ricchezza, ed è il più simile a quello occidentale. Si tratta di semplici blocchi in calcestruzzo tenuti insieme dalla malta. 58. Esempio di casa costruita con la tecnica “cob method” Fonte: Achinoam Weinstein 59. Esempio di casa costruita con la tecnica “earth bricks” Fonte: Achinoam Weinstein 60. Esempio di casa costruita con blocchi di cemento Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 61 1.2.5 NKA FOUNDATION Nka nasce dall’idea di creare un’associazione che si impegni a preservare e diffondere l’arte. La parola stessa “Nka” può essere tradottare letteralmente con “...d’arte”, oppure con la parola “antico” nella lingua Akan. Alla base di questa fondazione c’è quindi la considerazione dell’arte come l’attività più antica svolta dagli esseri umani. 31 Le origini di Nka sono relativamente recenti. Nel 2005 iniziava la fase di sviluppo che aveva il fine di riunire gruppi di volontari che si impegnassero nelle attività umanitarie locali, attraverso l’uso delle arti. Durante i primi anni l’associazione si occupò di progetti artistici nelle città principali del Ghana, Accra e Kumasi, fino ad arrivare al 2009, quando i coordinatori di questa ong iniziarono ad interessarsi ai villaggi minori, con lo scopo di incrementare lo sviluppo di questi paesi e arricchirli trasformandoli in “villaggi d’arte”. La parola Arts Village ricorre spesso nei progetti di Nka, che ha negli anni successivi allargato le aree di interesse ad altri paesi africani e internazionali. Sempre il 2009 fu l’anno in cui questa fondazione venne riconosciuta dalla Repubblica del Ghana come associazione senza scopo di lucro, e sostenuta dal paese per sì che continuasse ad essere composta da persone appassionate all’arte e alla tecnologia e che queste persone venissero supportate per trasmettere le loro conoscenze alle diverse comunità. Inoltre ha creato un collegamento tra il paese africano e il resto del mondo. Nei villaggi dove Nka ha deciso di operare infatti, troviamo segni di volontari provenienti da nazioni differenti, dove ognuno ha collaborato con la realtà in cui si trovava in base alle proprie competenze artistiche, e ovviamente, in base alle necessità del posto. Troviamo infatti disegni, progetti, e realizzazioni di pittori, architetti, fotografi che hanno deciso di dare un proprio contributo allo sviluppo del paese. Il coordinatore ed ideatore di Nka Foundation è Barthosa Nkurumeh, architetto e insegnante nato in 31. www.nkafoundation.org Africa. I suoi studi hanno avuto luogo inizialmente all’Università in Nigeria e si sono conclusi negli Stati Uniti, che hanno dato inizio al suo interesse per l’arte e per la pratica di insegnamento. La sua filosofia è raccontata sul sito dell’Università nigeriana “Journal oh Liberal Studies” dove lui stesso dichiara: “L’arte è un mezzo di comunicazione, e il mio ruolo è quello di essere un’artista-insegnante. Come un’artista, torno sempre a studiare. Nella mia arte lo spettatore può notare i rapporti tra l’estetica e il simbolismo, tra il mio essere e la mia cultura”. (www.jls-online.com) E’ su queste linee guida che Mr. Nkurumeh ha fondato l’associazione e cercato i suoi collaboratori, i quali prima di qualsiasi manifestazione artistica hanno portato nei villaggi la speranza di uno sviluppo, che fino a qualche hanno fa non veniva neanche presa in considerazione. La fondazione ha ora diversi siti in Africa, ma la sede principale rimande negli Stati Uniti. All’interno di quest’assoziazione si trovano diverse figure oltre a quella di Barthosa Nkurumeh, le quali operano direttamente sul campo. Tra queste troviamo Ephrème Ouedraogo (Architetto e Coordinatore del Burkina Faso), Frank Appiah Kubi (Insegnante e coordinatore in Ghana, in particolare all’interno del villaggio di Abetenim), Ikem Nkurumeh (Tecnologo e Coordinatore negli Stati Uniti) e Isaac Chibua (Artista e Coordinatore del Botswana). 61. Logo di Nka Foundation Fonte: www.nkafoundation.org 1, 2, tree PLAY! Africa 62 Uno dei membri dellafondazione è Mr. Frank Appiah Kubi, referente del villaggio di Abetenim. Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Mr Appiah Kubi il quale è stato un punto di riferimento durante il mio soggiorno in Ghana. E’ nato e cresciuto nella città di Kumasi, dove ha studiato fino al liceo. Durante gli anni universitari si è spostato a Cape Coast per studiare alla UCC (University of Cape Coast) laureandosi in “Educazione”. Il suo primo contatto con Abetenim lo ebbe nel 2009, quando tornò nel suo distretto di origine, Juaben, e fu mandato dallo stato ad insegnare in questo piccolo villaggio, e da li non se ne andò. Solo qualche anno dopo venne a conoscenza dell’associazione quando vide Mr. Nkurumeh, il quale non abita nel villaggio, con un gruppo di uomini bianchi che fotografavano i bambini del villaggio. Mr. Appiah Kubi, al contrario della maggior parte degli africani, è dotato di grande curiosità che l’ha spinto a conoscere l’associazione ed infine ad entrare a farne parte, inizialmente come assistente, e poi come coordinatore del Ghana. E’ stato Mr. Appiah stesso a raccontarci di Nka Foundation e dei tanti cambiamenti che ha portato in così pochi anni: “Nka è un’organizzazione non governativa, ed essendo tale, non ha niente a che vedere con il Governo. E’ un’organizzazione no-profit composta esclusivamente da volontari a partire da Barthosa fino ad arrivare agli altri coordinatori, come me, e tutti i partecipanti. Uno degli obbiettivi principali di quest’associazione è aiutare i villaggi sotto sviluppati. Per sotto sviluppate consideriamo le aree rurali che non hanno strade in buone condizioni, acqua potabile, elettricità, ecc, e la decisione di Nka è stata quella di portare piano piano tutti questi servizi, in particolare quello dell’educazione, considerato alla base dello sviluppo. Speriamo anche di poter avere la fortuna di ospitare alcuni medici per qualche tempo che riescano a curare le persone e a trasmettere ad alcuni di noi la propria conoscenza. Anche per quanto riguarda le strutture scolastiche in certi villaggi come Abesuasi e Kokode sono molto sfortunati. Abetenim era una di questi, ma Nka Foundation ha iniziato a provvedere in questo villaggio con la speranza poi di esterdere la stessa inziativa agli altri. Ad esempio, non c’erano le scuole medie e i bambini dovevano andare ogni giorno a Juaben, qua vicino, per partecipare alle lezioni, ma andava a finire che non lo facevano e così l’associazione ha fatto costruire una scuola media nel villaggio, oltre a fornire ai bambini libri, uniformi e strumenti scolastici. [...]”(dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014) Frank Appiah Kubi [coordinatore di Nka ad Abetenim] 62. Mr. Frank Appiah Kubi Fonte: Giovanna Gaioni 1, 2, tree PLAY! Africa 63 L’associazione quindi, in particolare Bathosa Nkurumeh, si occupa di contattare i volontari e definire con essi gli obbiettivi e i lavori da effettuare nel luogo stabilito. Svolge inoltre la parte amministrativa e finanziaria che si dedica alla ricerca di donazioni da parte di altre organizzazioni o singole persone. Questi scambi tra contatti avvengono principalmente online, dove l’associazione pubblica diversi annunci per chi volesse sostenere questi progetti o parteciparvi. La maggior parte dei volontari, me compresa, è venuta a conoscenza di uno dei workshop organizzati attraverso la rete; nel mio caso è stata Giulia Fortunato, architetto laureato all’Università di Roma, a contattare per prima l’associazione attraverso il sito di “Online volunteering” e a cercare poi un gruppo di studenti interessati a questo campo, per poter realizzare il progetto. Il contatto diretto con la Nka solitamente lo ha una persona sola, quella che sceglie di partecipare e definire insieme a Barthosa il progetto. Sarà poi questa persona a scegliere se occuparsene da sola o se coinvolgere altre figure professionali o dilettanti. RAPPORTO TRA NKA E I VOLONTARI Le fasi precedentemente elencate si riferiscono ai progetti architettonici, ma questo non esclude che ci siano volontari che arrivano in Ghana e decidono di dare un altro tipo di contributo al paese. In alcuni casi ci sono stati artisti che mettevano a disposizione la loro creatività decorando le pareti degli edifici ispirandosi alla cultura africana e in particolare Ashanti; altri che hanno insegnato le loro competenze come nel caso di un fotografo, il quale ha mostrato come scattare le fotografie ai bambini che ancora oggi si dilettano in questo campo. L’obbiettivo principale dell’associazione, che si tratti di progetti in Africa o in altri paesi, rimane quello di divulgare l’arte partendo dalle tradizioni locali. Il rapporto tra l’associazione, i volontari e gli abitanti è fondamentale e deve essere costante per ottenere buoni risultati. E’ importante che chiunque decida di fare un’esperienza in questo paese non vi arrivi con l’idea di cambiarlo o di migliorarlo. L’atteggiamento migliore infatti è quello umile, e quando avviene lo scambio di nozioni tra le due culture. E’ necessario quindi arrivare preparati, e anche se all’arrivo ci si trova di fronte ad una realtà differente da quella che si era immaginata, bisogna lasciarsi affascinare da essa. L’atteggiamento peggiore che può avere un volontario è quello basato sull’indifferenza, sulla non curanza delle tradizioni o ancora peggio quando instaura un brutto rapporto con uno o più membri dell’associazione o del villaggio. Nka è una figura molto positiva, ed è importante che venga sostenuta da chi vive nelle zone rurali in cui opera per ottenere l’obbiettivo principale prefissato: lo sviluppo. A volte però, anche da parte degli abitanti c’è un disinteresse. Non sempre viene colto il lavoro dell’associazione che può essere visto come un “invasione” del territorio non richiesta. 63. Esempio di un volantino di Nka Foundation Fonte: www.nkafoundation.org 1, 2, tree PLAY! Africa 64 RAPPORTO TRA NKA E LA COMUNITA’ Il rapporto diretto tra la fondazione e la comunità è dato da Frank Appiah Kubi, il quale si propone di gestire i volontari che operano nel villaggio, segue in prima persona i loro progetti e si occupa di fare da intermediario tra gli stranieri e gli abitanti. Mr Appiah Kubi, originario di Kumasi, si è trasferito ad Abetenim quando ha iniziato ad insegnare nella scuola del villaggio; ha subito notato la mancanza d’istruzione che caratterizza questo posto, ed è tuttora convinto che per risolvere un problema è necessario partecipare in prima persona. I contatti con l’associazione sono arrivati successivamente, durante una visita di Barthosa al villaggio durante la quale l’insegnante si è informato sul ruolo di questa figura e sui progetti futuri, aderendo fin da subito. La maggior parte degli abitanti, dopo una prima fase di ostilità, sono molto favorevoli all’associazione e a quello che porta ad Abetenim. Non si può dire che i volontari siano stati accettati fin da subito, anche a causa del loro atteggiamento prepotente in alcuni casi. Frank Appiah Kubi divide così il pensiero degli abitanti nei confronti della fondazione: “Si possono dividere in tre categorie: ci sono gli anziani del villaggio che la vedono come una benedizione e la sostengono poichè ne comprendono i benefici, alcuni di loro hanno addirittura donato i propri terreni affinchè potessero essere utilizzati per i progetti di Nka. La seconda categoria comprende le persone che parlano alle spalle facendo buon viso a cattivo gioco, fondamentalmente perchè non capiscono e si rifiutano di ascoltare. Pensano che i bianchi vengano a scattare foto per poi guadagnare soldi in qualche modo con esse. Per esempio anche durante la realizzazione di un progetto e abbiamo bisogno della manodopera della comunità, loro non danno un contributo poichè credono che voi mi abbiate pagato e io stia sfruttando la comunità tenendomi i soldi. Ma questo lo pensano solo, perchèdavanti a me dicono che sono contenti. Infine troviamo le persone che sono molto felici della fondazione e vengono spesso al sito per vedere cosa accade e i progetti che vengono fatti. Queste sono le tre categorie, dove non si può dire che siano tutti soddisfatti, ma l’80% degli abitanti sostiene Nka Foundation”. 32 32. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 64. Volontario di Nka con i bambini della comunità di Abetenim Fonte: Giovanna Gaioni 1, 2, tree PLAY! Africa 65 65-66-67-68. Volontari di Nka con la comunità di Abetenim Fonte: Achinoam Weinstein, Giovanna Gaioni, Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 66 PROGETTI FUTURI I progetti di Nka sono molti e di vario genere, alcuni per il futuro immediato, altri più a lungo termine. L’obbiettivo principale come già accennato è quello di far diventare il villaggio di Abetenim un centro artistico pronto ad accogliere turisti e persone del luogo, questo utilizzando metodi di costruzione tanto innovativi quanto antichi: la terra rossa. Ha iniziato infatti a chiamare gruppi di volontari che progettassero e in seguito costruissero con la terra, sia per una questione economica, sia per portare alla gente un messaggio molto forte ovvero quello di utilizzare le risorse e le competenze che si possiedono, senza cercare un’imitazione del mondo occidentale che risulta sia costosa che poco adatta al luogo. Al momento il progetto del villaggio d’arte è suddiviso in due aree: una per l’alloggio dei volontari, e l’altra da dedicare a laboratori, workshop sia per bambini sia per adulti, per insegnare loro le arti antiche, le tradizioni. Al momento la fondazione si è concentrata sugli alloggi per i volontari, in modo che sia pronta ad accoglierli una volta arrivati ad Abetenim, per quanto riguarda gli spazi di lavoro, solo uno è stato completato. Sono molti i workshop per volontari organizzati in un futuro prossimo in modo che i lavori non si protraggano troppo nel tempo. E’ compito di Barthosa Nkurumeh contattarli e assegnare i progetti in base alle compretenze del volontario e alle esigenze degli abitanti. Un’altra questione che sta molto a cuore all’associazione, in particolare a Mr Appiah, è l’educazione dei bambini del villaggio. Il suo sogno è quello di riuscire a procurare delle borse di studio agli studenti brillanti che però non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche dal liceo in poi. Anche Nka ha lo stesso obbiettivo dell’insegnante, per questo ha contattato architetti internazionali affinchè progettassero una biblioteca, un’aula computer, una mensa, dei servizi igienici e un alloggio per insegnanti, tutti progetti destinati alla scuola. Inoltre l’associazione e i suoi collaboratori non si limitano a sostenere Abetenim, ma hanno in programma di estendere il loro appoggio per quanto riguarda l’istruzione, anche ad altri sei villaggi che si trovano sulla stessa strada: Ofoase, Abesuasi, Kokode, Nkyerepoaso, Knofrom e Odoyefe. Un ulteriore progetto riguarda una “guest house”, una pensione, un alloggio per ospitare i viaggiatori di passaggio. Questo potrà essere utili anche al villaggio il quale utilizzerà il ricavato per progetti destinati alla comunità. 69-70. Stato attuale della costruzione della Biblioteca Fonte: Solterre: Build for Ghana 1, 2, tree PLAY! Africa 67 FASI DEI PROGETTI ARCHITETTONICI DI NKA In base alla mia esperienza e ai racconti delle esperienze precedenti, ho definito le varie fasi che è necessario attraversare per la riuscita di un buon progetto. Queste non molto lontane da un qualsiasi altro lavoro architettonico, ma le condizioni di vita differenti, i diversi materiali e altri fattori caratteristici del luogo, influenzano il lavoro da svolgere. Definire l’oggetto. Nella maggior parte dei casi è il coordinatore a definire l’oggetto dell’esperienza di volontariato, dando delle direttive ben precise. Queste nascono dalle esigenze del villaggio in cui si è deciso di operare, sarà quindi importante anche la voce del coordinatore del villaggio, come ad esempio Frank Appiah Kubi. Deve essere chiaro fin da subito a tutte le figure che partecipano al progetto che questo può, anzi deve, subire delle modifiche una volta che il volontario ha analizzato la situazione direttamente sul posto; altrettanto importante però, che vengano date fin da subito delle direttive. Proposte di progetto. Il volontario a questo punto, inizia a proporre a Bathosa Nkurumeh alcuni schizzi, lavorando ancora dal paese di provenienza e non in loco. Questo ovviamente dovrà accadere dopo una fase di ricerca, in parte fornita dal coordinatore stesso, che analizza le tecniche locali utilizzate. Da quando è operativa questa associazione, uno degli scopi è quello di promuovere ed utilizzare le tecniche tradizionali e le tradizioni stesse di questo paese. Per quanto riguarda l’architettura ad esempio, è importante l’uso della terra come materiale primo per la costruzione di nuovi edifici. Progettare in loco. Una volta concordata la tipologia di progetto, il volontario arriverà nell’area d’intervento, dove a questo punto il disegno verrà, nella maggior parte dei casi, modificato. Questo perchè dovrà fare i conti con la situazione socio-economica del villaggio, valutando anche le forze lavoro a disposizione, 71. Schema delle fasi dei progetti di Nka Foundation Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 68 fissi quindi spesso lavorano poche ore nel cantiere e questo rallenta la costruzione. Se si tratta di edifici in terra sono necessari alcuni giorni per l’asciugatura. Interruzioni. Questa è una fase che non sempre si presenta ma ho deciso di inserirla perchè purtoppo spesso si verifica. Nel periodo che ho trascorso ad Abetenim erano in corso più cantieri contemporaneamente come ad esempio alcune abitazioni e la costruzione dell’asilo. I lavori sono stati fermi principalmente per mancanza di fondi. Ogni volontario, quando scegli di partecipare a questi workshop o iniziative deve pagare una quota all’associazione che serve a finanziare il progetto. Le donazioni esterne non sono frequenti, quindi Nka si ritrova spesso nella situazione in cui deve sospendere i lavori e attendere l’arrivo di altre donazioni o prelevare i soldi dalle quote che i volontari versano per l’alloggio. Fine dei lavori. Con ritmi rilassati il progetto arriva infine alla fase finale, quella della realizzazione. Ogni edificio o lavoro artistico è sempre un successo per l’associazione e per i villaggi dove questa opera. Per ogni area, Nka ha un progetto basato sulla filosofia di Barthosa Nkurumeh e della fondazione stessa dovel’arte è la vera protagonista e vedendo i costi effettivi dei materiali. Infatti nel caso in cui questi ultimi siano troppo alti, bisognerà rivedere il progetto affinchè risulti il più economico possibile. Questa è una fase importante perchè il progettista avrà a che fare con realtà molto differenti da quelle a cui è abituato, e gli abitanti scorprono nuovi metodi e tecnologie insegnate dagli stranieri: è uno scambio di nozioni continuo, che spesso porta ad un risultato che prende caratteristiche sia occidentali, che africane. Inizio dei lavori. Avendo definito un progetto, che potrà subire ancora delle variazioni, inizia la fase dei lavori. Si contattano quindi i muratori, il carpentiere e tutte le figure professionali che il villaggio mette a disposizione. Sarà compito loro infatti, e non del volontario, costruire l’edificio e ricevere a fine lavori lo stipendio concordato inizialmente. Durante questa fase le figure professionali mettono a disposizione le loro competenze e valutano la fattibilità del progetto, che in caso venisse a mancare, sarà necessaria una modifica. Lavori in corso. La durata dei lavori, come nella maggior parte dei cantieri di tutto il mondo, è sempre maggiore di quella prevista. Gli operai non hanno orari 72. Collaborazione tra abitantie volontari Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 69 1.2.6 ESPERIENZA PERSONALE: WORKSHOP “BUILD WITH EARTH” Il workshop “Build with earth” ideato dall’architetto Giulia Fortunato in collaborazione con l’associazione Nka Foundation, è nato come un’esperienza di volontariato. La fondazione aveva messo un annuncio sul sito “on- line volunteering” delle Nazioni Unite, ed è attraverso questo portale che sono iniziati i contatti tra l’architetto Fortunato e Barthosa Nkurumeh, responsabile dell’associazione. Nella pubblicazione Nka ha espresso chiaramente l’oggetto della commissione: progettare una casa per 5 persone da inserire nel contesto di Abetenim. L’associazione infatti, ha le idee molto chiare sul futuro di questo villaggio destinato a diventare un villaggio artistico, pronto ad ospitare gruppi di volontari che mettono a disposizione il proprio tempo e la propria esperienza per contribuire a questo progetto. La prima fase è comprensiva della progettazione e della costruzione di edifici adeguati ad ospitare questi gruppi di volontari. Al giorno d’oggi sono presenti due edifici abitativi finiti e due in costruzione di cui uno quello progettato da Giulia Fortunato e dal suo gruppo di lavoro, di cui faccio parte. In totale sono previsti 5 edifici situati in un’area leggermente fuori dal villaggio, circa a 200m, disposti attorno ad un cortile centrale. Gli obbiettivi del workshop si sono definiti un pò alla volta, partendo dalla volontà di coinvolgere studenti internazionali di architettura e design ed offrire loro un’esperienza concreta e formativa. Fu così che venne creato un gruppo di lavoro composto da studenti e giovani architetti con un obbiettivo comune: costuire con la terra. Il gruppo si impegnò nel periodo tra Agosto e Settembre 2014 a prepararsi a questo tipo di esperienza, partire, e progettare là dove la realtà è molto diversa da quella a cui siamo abituati. Io, come Giulia e gli altri ragazzi che hanno partecipato a questa esperienza, sono venuta a conoscenza del workshop attraverso la rete, rimanendo incuriosita dal tipo di proposta riguardante l’architettura. Ho scelto di partecipare al bando perchè sono sempre rimasta affascinata dai racconti e dalle fotografie di questo paese, ma le immagini viste da altri non mi bastavano più, volevo vederle con i miei occhi. Così una volta selezionata per il workshop, ho iniziato a raccogliere tutto il materiale necessario per prepararmi a quest’esperienza. 73. Volantino del workshop “Build with earth” Fonte: http://rammedeartharchitecture.wordpress.com 1, 2, tree PLAY! Africa 70 REQUISITI NECESSARI Per poter partecipare ad un progetto di questo tipo è necessario avere alcuni requisiti. Non tutti i volontari che hanno collaborato con l’associazione li possedevano, e questo ha portato a delle incomprensioni tra gli abitanti, l’associazione, e il volontario stesso. Per fortuna questi problemi non hanno fermato il lavoro iniziato da Nka nel 2005, che ancora oggi continua a ricevere persone pronte a collaborare e donare il loro tempo per dare un proprio contributo. La fondazione non fornisce un elenco di parametri da rispettare, ma attraverso un documento che inoltra ai collaboratori prima della loro partenza per l’Africa, suggerisce alcuni atteggiamenti che è necessario avere. Prima di tutto bisogna essere preparati ancor prima di partire, e lo si deve fare attraverso l’informazione. L’associazione stessa suggerisce testi, siti e abitudini sullo stile di vita africano, ben consapevole che questo si allontana molto dal nostro. Lo scopo è quello di agevolare sia il volontario che le persone del villaggio, evitando situazioni spiacevoli date da incomprensioni. Ad esempio, nel documento fornitoci da Nka era descritta l’usanza del villaggio di Abetenim in cui ogni persona che visita il villaggio deve essere accettata dal Capo Villaggio portando in dono un oggetto della propria terra. Per loro il Capo è sacro, e altrettanto sacro è rispettare il suo volere. Alcuni di noi però, non avendo letto attentamente le informazioni riguardanti le tradizioni si sono presentati senza omaggio, dovendo rimediare sul posto con qualche oggetto locale. Per fortuna questo non ha portato a conseguenze negative, ma alcune persone ne rimasero indignate, e la causa è stata proprio la disinformazione. Un altro fattore che deve essere chiaro fin da subito è la capacità di adattamento. Sempre per il fatto che si entra in contatto con una realtà molto diversa dalla nostra, è importante arrivarci consapevoli. I comfort, le abitudine sono da lasciare a casa per far subentrare la voglia di mettersi in gioco e di conoscere nuove culture. Sono molte le cose diverse che si trovano, ma altrettante sono quelle in cui in un modo o nell’altro sanno farci sentire a casa. L’esperienza non è consigliata a chi è legato all’acqua corrente o ad un’alimentazione varia, non tanto perchè la persona non è in grado di “sopravvivere” a queste differenze culturali, ma perchè in caso di malcontento questo influirà sul suo umore e di conseguenza sulle relazioni con l’ambiente e gli abitanti. Le relazioni infatti, sono anch’esse fondamentali. Per raggiungere dei buoni risultati, sia dal punto di vista progettuale che dall’esperienza personale, è importante instaurare un buon rapporto tra volontari, ma soprattutto con tra volontari e autoctoni. Gli abitanti, spesso diffidenti dell’uomo bianco considerato talvolta un invasore, devono sentirsi a prorpio agio anche con una o più figure estranee. Anche durante la fase progettuale ed esecutiva è importante il coinvolgimento di persone del posto che possano consigliare quali tecniche e materiali risultano maggiormente adatte alla costruzione di un edificio. Sono presenti alcune figure professionali specializzate in una determinata mansione (il carpentiere è una di queste), e dato che sarà compito loro eseguire il lavoro è importante una consulenza sulla reperibilità dei materiali e sulla possibilità di realizzazione dell’opera. Il ruolo del coordinatore è fondamentale in questo caso, poichè dopo aver instaurato un buon rapporto con entrambe le parti, ha la responsabilità di essere un tramite tra il volontario e la comunità. Per far si che questo accada, è compito della persona estranea conquistarsi la fiducia degli abitanti dimostrando interesse per la loro cultura. Ciò implica una partecipazione attiva alla vita comunitaria; questo 1, 2, tree PLAY! Africa 71 può avvenire in diversi modi, dall’assistere ad una funzione religiosa o ad una partita di calcio, al far giocare i bambini e portare loro dei doni. Frank Appiah Kubi racconta di un caso in cui queste relazioni non hanno funzionato: “Wayne e Karolina, due architetti americani, hanno avuto molti problemi con la comunità. Loro chiamavano le persone per lavorare e quando era il momento di pagarle dicevano che avevano sbagliato a fare il loro lavoro o che gli avrebbero dato solo la metà dei soldi. Oppure in altri casi mandavano alcuni uomini nella foresta a prendere foglie di palma, per poi dire loro che non servivano più.”33 Avere una buona relazione con essa però non basta, è necessaria anche una partecipazione degli abitanti ai progetti e ai lavori dell’associazione. La partecipazione dei cittadini è il termine che indica il potere cittadino. (Sherry R. Arnstein, A ladder of citizen partecipation, “Aip Journal”, Luglio 1969, p.216) Il loro coinvolgimento deve partire dal volontario e avvenire in modo naturale, poichè è raro che sia l’africano ad offrirti il suo aiuto. Una volta compreso questo, è importante che avvenga fin dal principio ovvero già durante la fase progettuale, dove l’esperienza degli abitanti ci aiuta a comprendere la fattibilità di un progetto. Dopodichè sarà più facile per la comunità comprendere e accettare l’intervento di stranieri che operano nel loro territorio. Anche durante la fase esecutiva la partecipazione è fondamentalesia per ottenere risultati migliori in quanto il carpentiere, il muratore possiedono delle competenze a noi mancanti, sia per offrire loro posti di lavoro. La collaborazione porta inoltre ad una maggiore comprensione ed accettazione del progetto da parte degli abitanti i quali, anche se inizialmente scettici delle proposte straniere, rimangono affascinati e soddisfatti del risultato. Un altro aspetto importante è il fatto di aver imparato qualcosa che li abbia portati ad un miglioramento anche dal punto di vista professionale; essi infatti saranno sempre più preparati al lavoro del cantiere successivo. Tutti questi requisiti sono fondamentali al progettista per capire i bisogni della comunità. Come in ogni progetto avviene, una delle prime fasi è conoscere il committente e cercare di soddisfarlo. Nel caso di Abetenim si parte dalle esigenze dell’associazione per poi entrare nella vita comunitaria (attraverso buone relazione, scambio di culture) e capire quali sono le sue necessità per evitare di ottenere quello che a noi sembra un ottimo risultato, ma per loro inutile o incompreso. A questo punto le energie dei volontari e degli abitanti saranno state vane. E’ importante che chiunque scelga di fare questo tipo di esperienza non parta con l’idea di imporre la propria cultura o il proprio modo di lavorare, ma sia capace di modificare il progetto qualora ce ne sia bisogno. Un’altra caratteristica che il progettista deve avere è infatti quella della flessibilità. “La flessibilità è importante sia per il progetto che per il progettista. [...] Il progettista deve venire qua e studiare i materiali. Come il vostro gruppo che è venuto ad usare la tecnica del rammed earth, ma dopo una discussione con Michele (un altro volontario) e me sono riuscito a convincervi che serve troppo tempo e troppo denaro per questa tecnica esponendovi i problemi che stiamo avendo con la costruzione dell’asilo. Standomi a sentire avete sviluppato subito un buon rapporto con me e la fondazione”. 34 Anche l’architetto Giulia Fortunato, responsabile del nostro progetto, alla domanda “Rispetto al disegno iniziale è cambiato qualcosa?” risponde: “Si, tutto. Il disegno iniziale era molto piu’ simile alla seconda casa di nka, conservava rispetto a quello iniziale il fatto di organizzare su una fascia tutte le stanze da 33-34. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 1, 2, tree PLAY! Africa 72 letto e invece su un’altra fascia le zone di servizio e delle aree comuni pero’ era completamente diverso e chiaramente non era formato da tre volume indipendenti,ma era una casa unica, un unico volume. Poi lavorando, vedendo il sito e lavorando tutti insieme, sono venute fuori altre idée e una strategia di impianto dell’edificio.” 35 Quando si entra nel vivo di un progetto un altro requisito necessario è la conoscenza dei materiali. “I requisiti di un progettista, cosa che non avevo io quando sono partito e che ho dovuto farmi una cultura mentre ero la’, e’ conoscere le materie, cioe’ io quando sono partito di terra sapevo poco o niente. La’ mi sono fatto una cultura sulle proprieta’ della terra, come la terra si comporta, che cosa puoi fare, fin dove puoi arrivare; perche’ tu magari hai in mente un progetto poi la terra magari non ti consente di realizzare quello che tu hai in testa, per cui devi riadattarlo e tener conto de materiale che li’ in Africa e’ fondamentale. Anche il calcestruzzo stesso non e’ il nostro calcestruzzo, lo tocchi e si sfalda. Devi tener conto di queste cose, comunque secondo me la priorita’ e’ sul materiale, che devi conoscere bene per progettare.” 36 35. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Giulia Fortunato, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 36. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Michele Ape, Milano, Settembre 2014 PROTAGONISTI Il progetto iniziale è nato dalla collaborazione dei due architetti, Giulia Fortunato e Barthosa Nkurumeh, dove quest’ultimo aveva precedentemente fissato l’ingombro dell’edificio e la sua destinazione d’uso. Giulia Fortunato ha iniziato la fase progettuale quando ancora si trovava in Italia ed è stata successivamente conclusa con il gruppo di lavoro una volta trovatasi in loco. Il progetto ha subito molte modifiche una volta che l’architetto Fortunato è entrato in contatto con la realtà del villaggio. Grazie alla collaborazione di alcuni abitanti e degli studenti, è stata recuperata l’idea di abitazione ghanese, la quale è composta solitamente da diversi volumi adibiti a diverse attività. Rispetto alle realizzazioni precendeti di Nka, questa nuova abitazione è suddivisa in 3 volumi, dove ognuno assume una differente funzione: sala comune/cucina, bagno, e camere da letto. Il processo progettuale in loco è durato all’incirca due settimane, nelle quali Giulia e gli studenti tra cui la sottoscritta, si riunivano nella sala comune per prendere alcune decisioni, e dividersi il lavoro da fare. Come nella maggior parte dei progetti c’è chi si occupava della stesura di tavole tecniche comprensive di dettagli, dei modelli e dei disegni tridimensionali, i quali venivano prontamente modificati nel caso in cui il progetto venisse modificato. Il lavoro è stato svolto sotto la supervisione di Frank Appiah Kubi, membro di Nka e abitatante di Abetenim il quale, pratico delle tecniche costruttive utilizzate in Ghana, forniva consigli sulle possibilità di realizzazione. Durante il nostro soggiorno in Africa siamo entrati in contatto con la KNUST, Università di Kumasi, e con il preside della facoltà di Architettura con cui abbiamo avuto un incontro. Dopo avergli presentato il progetto, il professore si è 1, 2, tree PLAY! Africa 73 mostrato molto disponibile nel consigliarci tecniche adeguate o a dare suggerimenti per alcuni dettagli che avrebbero migliorato la riuscita del progetto. Abbiamo inoltre incontrato studenti dell’università neolaureati, ai quali abbiamo esposto l’obbiettivo del nostro workshop invitandoli a visitare il nostro sito di persona. Una di loro, Winifred Ayine, ha accettato il nostro invito soggiornando ad Abetenim per una settimana nella quale ha seguito i lavori dando suggerimenti sul lavoro, e fornendoci di molte informazioni utili sullo stato di fatto dell’architettura ghanese e suoi suoi possibili sviluppi. Queste sono le figure che hanno strettamente collaborato al progetto di Giulia Fortunato e Barhosa Nkurumeh per l’associazione Nka Foundation, che come possiamo notare sono di vario genere, e ciascuna si è rivelata fondamentale. 74. Protagonisti principali del workshop build with earth” Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 74 PROGETTO Il progetto iniziale prevedeva un edificio unico completo di sala comune, bagno e camere da letto, realizzato con la tecnica rammed earth (impasto di terra ed acqua colato in delle casseformi e lasciato asciugare, muri eretti in più strati). L’architetto Fortunato, in collaborazione con noi studenti e il coordinatore, ha scelto poi di modificare l’abitazione allontanandosi dalla tipologia scelta per le precedenti costruzioni di Nka, tornando alla forma originaria delle case ghanesi, le quali sono caratterizzate da più volumi, uno per ogni funzione. Le necessità individuate furono quelle di avere un luogo per cucinare coperto, che fungesse anche da sala comune per incontri, un bagno, e camere da letto che potessero ospitare 5 persone. Anche uno spazio esterno coperto è rientrato tra i bisogni dell’abitazione. Nelle case dei volontari già esistenti infatti, questo spazio è molto ridotto creando dei disagi durante i giorni di pioggia. Oltre alla forma dell’edificio, è stata modificata anche la tecnica di costruzione. Quella che inizialmente doveva essere una realizzazione in terra cruda, è diventata un misto tra tecniche tradizionali e occidentali. Alla base di questo progetto troviamo una tecnologia a noi sconosciuta: l’Atakpame.Il metodo costruttivo in questione è praticato da esperti chiamati dalla regione vicina che si sono specializzati in questa tecnica. Essa consiste nella lavorazione di un impasto di terra e acqua, pressata con la forza umana, per la precisione questo viene pestato con i piedi per qualche ora. Dopo di che si lascia riposare una notte in modo che si asciughi, per poi essere assemblato in tante sfere di circa 30 cm di diametro. Il lavoratore prende una parte di essa per modellarla ed erigere il muro. La tecnica in questione è stata implementata e influenzata da una occidentale che comprende l’utilizzo dei mattoni. 75. Pianta originale 76. Pianta definitiva Fonte: Giulia Fortunato 1, 2, tree PLAY! Africa 75 E’ stato scelto infatti di gettare una colata di cemento per le fondamenta, e costruire delle colonne di mattoni posti ad angolo, ai vertici dei volumi, per facilitare la costruzione successiva dei muri in terra e fare in modo di ottenere una maggiore precisione. Per la progettazione del tetto è stata ripresa la tecnica e i materiali utilizzati per le costruzioni già terminate, che prevedono capriate in legno ricoperte da laminato ondulato. L’unica differenza che contraddistingue questa copertura dalle altre è l’avere due diverse inclinazioni, studiate per ottenere un risultato funzionale ed estetico migliore, dando importanza all’illuminazione naturale. La cura dei dettagli è stata parte integrante del progetto, e di fondamentale importanza. E’ difficile progettare per una cultura così diversa dalla nostra, abituata a “standardizzare” tutte le abitazioni e ad essere diffidente nei confronti delle novità. E’ importante non lasciarsi intimorire da questo loro atteggiamento e osare. Fu così che il nostro gruppo di lavoro ha progettato due finestre, una per la sala comune e l’altra per il bagno, molto innovative rispetto alle loro consuetudini strappando qualche risata al falegname che le doveva costruire, e alla gente una volta montate sull’abitazione. Si tratta di semplici rettangoli suddivisi in file, dove ognuna è a sua volta divisa da piani inclinati alternati. Questa forma permette un’oscurazione della luce diretta, ma un ampio ricambio d’aria. Da non sottovalutare infine, è la progettazione delle zanzariere o reti che hanno il compito di proteggere l’abitazione dall’ingresso di animali. Essendo un villaggio immerso nel verde, è importante prendere precauzioni sia per insetti di piccole dimensioni che possono portare malattie (come la malaria le zanzare), che per animali domestici o selvatici. 77. Sbancamento collina 78. Fondazioni + base in cemento 79. Colonne in mattoni + primo layer di Atakpame Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 76 80. Fine colonne, inizio secondo layer Atakpame 81. Finestra Cucina, lavori del carpentiere 82. Terzo layer di Atakpame Fonte: Anna Mazzaron 83. Completamento dei lavori, vista frontale 84. Completamento dei lavori, vista laterale 85. Completamento dei lavori, dettaglio bagno Fonte: Frank Appiah Kubi 1, 2, tree PLAY! Africa 77 LUGLIO 27-31 AGOSTO 2-9 10 11 12 13 14 15 16 17 Diario dei lavori [quarta casa per volontari, Abetenim] Anche il progetto di Giulia Fortunato, in collaborazione con un gruppo di 17 studenti di Architettura, Design ed Ingegneria, ha attraversato le fasi dei progetti architettonici di Nka. Ad oggi l’edificio non è ancora concluso e il motivo principale che ha rallentato i lavori è quello economico, come accennato precedentemente. In seguito riporto giorno per giorno, l’avanzamento dei lavori che ho seguito in prima persona durante il mio soggiorno al villaggio. Della fase progettuale inizale si è occupata principalmente l’architetto Fortunato quando ancora si trovava in Italia. Il progetto è stato rivisitato la prima settimana del workshop, insieme agli studenti e al coordinatore. Disegni tecnici, modellini, 3d del progetto. Modifica progetto (da edificio unico a 3 volumi) Scelta del sito Sbancamento collina Inizio scavi piattaforma Getto fondazioni piattaforma Getto fondazioni cucina + bagno Inizio montaggio casseformi bagno Scavo stanze Finito casseformi e armatura bagno Gettate fondazioni stanze e gettata casseformi bagno (cambio progetto: la cucina diventa una stanza) Gettata casseformi cucina (ritorno al progetto originale: da stanza a cucina) Finito di spostare la terra e smontaggio casseformi bagno e cucina Colonne di mattoni per bagno e cucina con listelli in metallo Idraulico ha messo tubature bagno Montate casseformi stanze 19 20 21 22 23 24 25 26-31 SETTEMBRE 1-2 3-5 6 9 10-11 12 13 Inizio impasto atakpame Getto cemento per stanze Inizio atakpame Progetto rivisto con falegname e atakpame Pilasti cucina Muri atakpame bagno + cucina (1 livello) Inizio muri atakpame stanze Fine muri atakpame stanze Perimetrazione della piattaforma. Tracciamento livello piattaforma e pavimentazione Finito 2 livello atakpame Box tubature bagno Sbancamento collina sul retro Asciugatura 2 livello atakpame asciugatura atakpame Falegname: costruzione cornice porte e finestre Costruzione finestra cucina Inizio 3 strato atakpame Fine 3 strato atakpame cucina Montaggio cornici porte e finestre Atakpame Impregnante per finestra Montaggio cornice finestre 1, 2, tree PLAY! Scuola 78 1, 2, tree PLAY! Scuola 79 2. SCUOLA 1, 2, tree PLAY! Scuola 80 1, 2, tree PLAY! Scuola 81 2. SCUOLA “Noi crediamo che attraverso l’istruzione di donne e uomini sia possibile rendere migliore la sopravvivenza di intere comunità. Ragazzi e ragazze istruiti saranno uomini e donne istruiti, che hanno competenze, capacità e opportunità di svolgere un ruolo fondamentale nella società.” FAWE 1 ISTRUZIONE IN GHANA E’ stato Kwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana, ad introdurre l’istruzione come elemento fondamentale del paese. Negli anni ’60 solo il 30% della popolazione sapeva leggere e scrivere, e nel programma di partito Nkrumah ha inserito come uno degli obbiettivi principali quello di sconfiggere l’analfabetismo entro 15 anni. Le difficoltà nascevano dalla mancanza di insegnanti, di libri e di edifici scolastici e non si può dire che le stesse difficoltà siano state superate completamente, per quanto i progressi rispetto al periodo in cui Kwame Nkrumah era in carica, siano lampanti. Nel 1961 il Ministero dell’Istruzione stabilì che la scuola dell’obbligo primaria doveva essere gratuita per tutte le età. Questo fu solo il primo passo compiuto dal governo per migliorare l’educazione ghanese. 2 Al giorno d’oggi si contano numerosi enti responsabili dell’istruzione della popolazione, in prima linea il Ministero dell’Educazione, seguito dal GES (Ghana Education Service), l’ EMIS (Education Management Information System) e tanti altri. Ognuna di queste istituzioni ha un compito ben preciso e delle responsabilità differenti descritte nel documento dell’UNESCO e guidate dalla filosofia del paese che 1. Forum for African Women Educationalists 2. Documento UNESCO, World data education, Ghana Settembre 2010, p.2 pone come obbiettivo del sistema educativo quello di bilanciare i requisiti di un individuo, in particolare l’intelletto, la spiritualità, l’emotività e la fisicità. Con queste competenze e valori, l’uomo riuscirà a realizzarsi e a trasformare il sistema socio-economico e politico della nazione. L’educazione inoltre, contribuisce al miglioramento della sicurezza, della salute e dell’equilibrio del mondo, poichè attraverso l’istruzione si assume una maggiore cosapevolezza della società e del ruolo che ogni persona può avere all’interno di essa. Nella “Nuova riforma educativa” del Ghana sono espresse le esigenze del paese e i campiutili in cui esso si deve sviluppare: l’agricoltura, l’informazione, la comunicazione e la tecnologia, necessarie a formare cittadini attivi. 3 L’impegno sociale e politico del paese ha portato negli ultimi anni un notevole incremento della scolarizzazione, passata dal 30% all’83%, risultando così, uno dei paesi più scolarizzati dell’Africa Occidentale. 3. Republic of Ghana, “Report on the Development of Education in Ghana”, September 2008, p.5 1, 2, tree PLAY! Scuola 82 STRUTTURA DEL SISTEMA EDUCATIVO Il sistema scolastico è uguale a quello italiano, con qualche differenza per quanto rigurda le età e gli anni di durata della scuola. Le età riportate dal Governo ghanese quando si parla della struttura scolastica sono indicative, infatti in base al villaggio o città in cui ci si trova, e in base a quando questo si è sviluppato, troveremo bambini e ragazzi di età differente frequentare la stessa classe. La suddivione è la seguente: Kindergarten (Pre-school education). Il corrispettivo italiano è l’asilo. La fascia di età richiesta è quella che va dai 4 ai 6 anni, ma è possibile trovare anche bambini più piccoli. Questa non fa ancora parte della scuola dell’obbligo ma è comunque gratuita e gioca un ruolo importante nella formazione del bambino. Il governo sta provvedendo a supportare l’espansione di queste strutture attraverso la collaborazione con Organizzazioni Non Governative, altri tipi di enti e comunità. Il programma che caratterizza la scuola dell’infanzia è ben definito e finalizzato allo sviluppo del bambino attraverso giochi individuali e di gruppo. All’interno di questo programma si possono delineare sei aree di interesse nelle quali si basano le esperienze: lo sviluppo del linguaggio, attività creative (scrivere, disegnare), principi di matematica (imparare i numeri), studio dell’ambiente, movimento e arte (musica, danza) e l’educazione fisica. Gli insegnamenti sopra citati vengono presentati al bambino sotto forma di gioco, utilizzando strumenti fisici adatti. Gli obbiettivi sono validi per i bambini di tutto il paese, ma come per gli altri livelli scolastici, l’ambiente gioca un ruolo fondamentale durante la loro crescita. Un bambino di città nasce e cresce all’interno di uno scenario completamente differente rispetto a un bambino che abita in un villaggio. Per questo le esigenze e gli obbiettivi dati dagli insegnanti variano di scuola in scuola. Nel caso di Abetenim per esempio, la struttura del Kindergarten non esisteva fino a pochi mesi fa. I bambini erano soliti fare lezione sotto l’albero accanto alla scuola elementare, e durante i giorni di pioggia si riparavano nell’aula della prima classe. Gli strumenti a loro disposizione si limitano a pochi banchi con alcune sedie e una lavagna, è comprensibile perciò che le maestre sviluppino un programma differente rispetto a quello di altri asili. Per fortuna è in corso tutt’oggi la costruzione di una struttura adeguata che accolga i numerosi bambini che frequentano la scuola dell’infanzia, per il villaggio e le famiglie che vi abitano è una grande conquista, ed è per questo che stanno collaborando alla sua costruzione. Primary Education. E’ la prima fase della “Basic Education”, educazione di base, obbligatoria e gratuita tutelata dall’ente FCUBE (Free Compulsory Universal Basic Education). La durata della scuola elementare è di 6 anni, dove bambini dai 6 agli 11 anni acquisiscono maggiore sicurezza sulle conoscenze e competenze già fornitegli all’asilo. Le elementari sono a loro volta divise in due fasce, dalla classe 1 alle 3 (lower primary) fanno parte del livello preparatorio, dall 4 alle 6 rientrano in quello avanzato (upper primary). Frank Appiah Kubi, insegnante della scuola media di Abetenim, racconta così la struttura e i contenuti scolastici: “La maggior parte delle lezioni delle prime 3 classi delle elementari sono in Twi. Possiamo dire che la lingua delle lezioni di queste classi è per l’80% lingua locale, per il 20% inglese. Mentre dalla classe 4 alla classe 6 la percentuale è esattamente opposta. Nelle prime tre classi le materie sono letteratura inglese e Twi, arte creativa e matematica, informatica, scienze. Nelle classi dalla 4 alla 6 c’è sempre la lingua inglese, ma separata dal Twi, arte, educazione civica e informatica”. 4 4-5. dall’intervista di A. Mazzaron a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 1, 2, tree PLAY! Scuola 83 Secondary Education. O più comunemente chiamata Junior High School (scuola media). Ha la durata di tre anni e fornisce agli studenti gli strumenti per scoprire i propri interessi, abilità e altre potenzialità che acquisiscono attraverso la conoscenza della scienza e della tecnica e preparare adeguatamente gli studenti al loro futuro accademico: la Senior High School. “Parlando delle scuole medie, come materie troviamo inglese, arte che però è più simile a design e tecnologia, Twi, scienze insieme a quelle sociali, come educazione civica e informatica. Nella scuola elementare c’è un solo insegnante dalla 1 classe alla 6, un unico insegnante per tutte le materie. Mentre nelle scuole medie, ogni materia ha un suo insegnante. Ogni materia viene insegnata in inglese, ad esclusione, ovviamente, del Twi. Questo non significa che non si parla mai in Twi, ma quando c’è bisogno di presentarsi o chiarire un concetto si usa. Tuttavia la lingua di insegnamento rimane l’inglese. Nelle città questo si riesce meglio. Gli studenti delle città di solito sono più brillanti, parlano molto bene. Ma nel villaggio è molto più difficile, perché non sempre abbiamo i libri adeguati e sono gli insegnanti che fanno dei sacrifici per poterli comprare.” 5 Questo è l’ultimo livello di scuola obbligatoria, ed è quello in cui molti studenti terminano la loro carriera scolastica, nella maggior parte dei casi per una questione economica. Senior High Education. Dopo la scuola media troviamo quello che in Italia viene contraddistinto dal nome di scuola superiore. Non è più compreso nella scuola dell’obbligo per cui l’iscrizione, le tasse, i libri sono a carico degli studenti. Anche numericamente parlando sono meno diffuse degli altri tipi di scuola, questo implica uno spostamento da parte dello studente in un altro villaggio o cittadina, aggiungendo alle spese anche quella dell’alloggio. Le iscrizione subiscono una selezione naturale tra chi può permettersi una spesa così elevata, e chi no. Come accennato nel capitolo precedente i ragazzi hanno maggior facilità ad entrare in una scuola superiore poichè ci sono più offerte di lavoro (anche piccole) che richiedono la forza maschile. Le donne nate in una famiglia povera rimangono quindi svantaggiate, e costrette ad essere sostenute nel migliore dei casi da altre figure al di fuori della famiglia. In aggiunta alle materie base, la Senior High School fornisce insegnamenti più specifici in programmi opzionali come l’agricoltura, la contabilità e lavori di segreteria per facilitare l’entrata degli studenti al mondo del lavoro. University. Come nel resto del mondo, il Ghana offre la possibilità agli studenti più brillanti di proseguire gli studi all’Università. Se si passa velocemente da una realtà rurale, come può essere quella di un villaggio, a un Campus Universitario, è facile chiedersi se ci si trova nello stesso paese. Il Campus sembra un oasi felice inserita in un contesto di povertà; sullo stile di quelli americani, offre servizi scolastici come edifici, aule, biblioteche, e spazi per attività extra curriculari. Il Campus della KNUST ad esempio, Università sita a Kumasi che ho avuto il piacere di visitare, comprende campi da gioco, giardini curati, negozi, un livello decisamente superiore rispetto ad alcune università italiane. La differenza è che sono meno accessibili per una questione di stato economico della famiglia, la quale spesso non può permettersi una spesa così eccesiva. Durante la nostra visita siamo entratiesponenzialmente solo recentemente. In particolar modo si tratta di esportazioni di risorse energetiche e minerarie verso la Cina (dal 2000, la quota rappresentata dal continente sul totale del commercio cinese è passata dal 2,2 al 5,1 per cento) ma anche verso altre economie avanzate o emergenti. Nonostante questa crescita non si tratta di mercati facili: la corruzione, l’instabilità politica e la mancanza di infrastrutturali sono solo alcuni dei principali ostacoli per attività commerciali e investimenti. Da questa breve introduzione sul continente africano si evince la presenza di una cultura molto diversa dalla nostra, ed essendo complicato ottenere informazioni su di essa, tradurrei questa situazione con una parola: incomprensione. L’incomprensione della cultura africana è infatti data dall’ignoranza della sua filosofia, elemento fondamentale per un’inchiesta critica, sui valori e principi di questo paese4 . Ma il pensiero occidentale nei confronti dell’Africa non è dato solo dall’incomprensione bensì, in opposizione ad esso, troviamo un altro elemento: il fascino. Emilio Caravatti, uno dei principali architetti oggi impegnato nella progettazione di edifici in Africa, descrive così questo concetto: “La sola parola Africa suscita attrazione. Il progetto genera curiosità per il solo fatto di essere marginale, lontano, apparentemente estremo”.5 Questo pensiero è valido non solo in ambito architettonico, ma anche in quello politico e sociale. Spesso la parola Africa viene utilizzata per sponsorizzare eventi o nominata in settori commerciali per attirare l’attenzione del cliente che inizia a collaborare con associazioni, Ong, missioni e altre realtà che sostengono questo paese. Dall’Occidente si evince quindi un pensiero comune dell’Africa, l’idea di un paese lontano, sconosciuto, che ha bisogno di aiuto per svilupparsi. Così nasce in noi un senso di responsabilità che colmiamo intervenendo a distanza. Prima di tutto questo bisognerebbe mettere da parte questi pensieri comuni, lasciarsi travolgere dai colori e suggestionare dai luoghi. E’ tempo infatti di parlare di un’altra Africa, che va al di la degli stereotipi e che spesso viene dimenticata. 4. Kwame Gyekye, “Tradition and modernity, philosophical reflections on the african experience”, Oxford University Press, Oxford 1997 5. Intervista di Roberto Gamba a Emilio Caravatti 1. Donne del villaggio di Abetenim durante una funzione religiosa Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 15 DALL’AFRICA ALL’OCCIDENTE “L’Africa ti insegna che l’uomo è una piccola creatura, in mezzo a tante creature, in un grande panorama”.6 Così Doris Lessing, scrittrice britannica cresciuta in Zimbabwe, descrive il dramma vissuto dai popoli defraudati delle terre e costretti ad assistere impotenti alla disgregazione del mondo tribale, a scontri razziali e alla schiavitù. Al giorno d’oggi questa paura si è trasformata in un’ossessione per gli africani: L’uomo occidentale. Nonostante tutti i danni che quest’ultimo ha arrecato nei secoli al continente nero, viene visto come un modello a cui tendere. Ciò che egli fa è legge e in quanto tale va rispettata. Parlando dell’Africa come unico paese, le considerazioni di questo capitolo sono generali e si basano sull’esperienza personale, su quella altrui e sulle testimonianze che ho potuto raccogliere dalle persone del luogo. L’africano medio ha due caratteristiche principali, opposte tra loro: l’orgoglio, per il proprio paese, per le proprie tradizioni, che difende quotidianamente e l’ammirazione per l’occidente, che cerca di copiare disperatamente per sentirsi un pò più vicino a questo mondo. E’ perennemente in cerca di uno sviluppo e di una crescita che non riesce a raggiungere perchè troppo legato alla propria cultura. Questo pensiero contrastante presente nella sua mente fa in modo che non ci sia un progresso lampante agli occhi stranieri, ma tanti piccoli progressi, visibili solo a chi si avvicina a questo mondo. Dalle precedenti osservazioni si può dedurre che l’Africa sia un paese arretrato. Non è così. Il concetto della Lessing assume un valore universale, si percepisce la definizione di persona umile, che viene spesso confusa come un senso di inferiorità. Ci sono tanti altri aspetti, spesso sottovalutati, che 6. Doris Lessing, “Racconti africani”, Feltrinelli, Milano 1989 rendono questo paese ricco. Si tratta di piccoli elementi, a partire da come vivono le giornate e dai problemi che affrontano durante queste, che rendono la loro vita migliore rispetto alla nostra. Citando Giovanni Vassallo, studioso di Antropologia Culturale: “La nostra è una società alla continua ricerca di ricchezza, di potere, di agio, viene quindi spontaneo chiedersi se la vera felicità risieda nel possesso di queste cose. Inoltre è bene domandarsi dove risiedano e in cosa consistano i veri valori. Forse è più facile riscoprire il senso di solidarietà, ospitalità e condivisione in quei piccoli villaggi africani dove la povertà è tanta ma altrettanto grande è l’umanità delle persone che ci vivono.” 7 Dall’Africa emerge un forte senso di tradizionalismo, che si contrappone a un desiderio di cambiamento. Si può dedurre un pensiero comune tra l’uomo occidentale e quello africano: il primo si sente superiore al secondo, il secondo, inferiore al primo. A riassumere alla perfezione questo concetto è stata l’attivista Wangari Maathai (Nata a Ihithe nel 1940, è stata un’ambientalista, attivista politica e biologa keniota, vinse il Nobel per la Pace nel 2004, fu membro del Parlamento keniota e Ministro per l’Ambiente e Risorse Naturale nel governo tra il 2003 e il 2005. Morì il 25 Settembre 2011), vincitrice del premio nobel per la pace nel 2004, quando ha affermato: “Non credo proprio che gli americani cambieranno il loro modo di vedere gli africani fino a quando gli africani non cambieranno il modo in cui considerano se stessi”. L’imprenditore sociale Indiano Vijay Mahajan concorda con la donna keniota: “La loro economia è più forte di quella indiana. Il loro mercato è grande quanto quello indiano. 7. Testimonianza di Giovanni Vassallo all’associazione “Africa Oggi”, 10 Marzo 2006 1, 2, tree PLAY! Africa 16 Le loro capacità imprenditoriali sono ottime. Gli africani devono farsene carico, come hanno fatto gli indiani e i cinesi. Sono sicuro che è solo una questione di tempo. [...] Ma se gli africani non cambiano il loro modo di vedersi, continueranno ad affermare di essere poveri e bisognosi di aiuto.”8 Come si può dedurre da queste affermazioni molte figure professionali e non, tra cui gli architetti, si stanno interrogando su come risollevare il nome del paese africano intervenendo umilmente, cercando di preservare le qualità e le tradizioni di questo continente e di sfruttarle per aumentarne lo sviluppo. 8. Intervista a Vijay Mahajan di Laura Bossi, L’Africa si sta alzando, >, luglio, agosto 2009, pp.38-41 2. Wangari Maathai Fonte: Martin Rowe 1, 2, tree PLAY! Africa 17 ABITARE IN AFRICA Con la parola “abitare”, l’uomo intende la capacità della nostra specie di indagare la relazione con i luoghi in cui ci insediamo, che ci influenzano e trasformiamo in base ai nostri desideri e le nostre esigenze.9 Abbiamo infatti, la capacità di umanizzare i luoghi attraverso interventi quotidiani, personalizzandoli, vivendoli e trasformandoli a nostra immagine e somiglianza; veniamo influenzati dalle relazioni, dalla nostra storia e siamo sempre alla ricerca di un benessere complessivo, non solo materiale. L’abitazione deve rispondere ai bisogni di chi la abita, per questo motivo nel mondo ne troviamo diverse tipologie che rispecchiano la cultura, lo sviluppo, le necessità e le materie prime di territori differenti. Con queste premesse le abitazioni dovrebbero essere frutto di una trasformazione del territorio idilliaca, ma la storia dell’abitare, è anche quella di un crescente disagio chein contatto con degli studenti di architettura i quali ci hanno mostrato le loro tavole e i loro modelli, molto simili ai nostri. 1, 2, tree PLAY! Scuola 84 LEGENDA: Kindergarten Primary School Junior High School 86. Area delle strutture scolastiche Fonte: Anna Mazzaron 2.1 STRUTTURE SCOLASTICHE DEL VILLAGGIO 1, 2, tree PLAY! Scuola 85 LEGENDA: Kindergarten Primary School Junior High School 87. Area delle strutture scolastiche, vista dal campo da calcio Fonte: Anna Mazzaron Attualmente la Scuola di Abetenim è composta da tre edifici, uno adibito alla scuola elementare, uno alla scuola media, ed infine i servizi igienici. La scuola materna è ancora in fase di completamento, la sua costruzione è iniziata nell’estate del 2014. Nel distretto di Juaben, come in altri distretti, è il governo a scegliere dove aprire le scuole, per questo non vi sono strutture in tutti i villaggi ma scelgono quelli più abitati, tralasciando i paesi più piccoli. Il caso di Abetenim è un pò diverso poichè riceve l’appoggio e i finanziamenti dell’associazione, ma i villaggi vicini come Kokode e Abeuasi che si trovano sulla stessa strada, non hanno la stessa fortuna avendo a disposizione solamente due o tre classi per tutti gli abitanti e uno ha solo l’asilo. Una volta terminata la scuola materna i bambini dovranno andare a piedi fino al primo villaggio vicino dotato di scuola elementare per poter frequentare le lezioni. “Se andiamo a Ofoase o Nkyerepoaso le cose vanno bene, loro hanno una bella scuola, un alloggio per insegnanti, così cercano di aiutare le comunità più piccole. Sono in questa situazione in quanto hanno ricevuto sostegno dal Governo”.6 Un tempo anche Abetenim non possedeva un numero sufficiente di strutture per poter accogliere tutti gli studenti, oltre ad essere in una condizione arretrata rispetto al resto del paese. I bambini che frequentavano la scuola erano quindi un numero ristretto rispetto alle presenze attuali, e il tasso di analfabetizzazione era molto alto. I primi sviluppi li troviamo successivamente alla costruzione della scuola elementare, nel 1997. Gli uomini e le donne che in quel tempo erano già adulti non dispongono della stessa formazione scolastica che hanno ricevuto i loro figli ad esempio molte di queste persone infatti non parlano inglese (lingua imparata e parlata correntemente solo nelle scuole) e possiedono anche una mentalità differente, più chiusa si può dire, data dall’ignoranza. 6. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 E’ proprio per questo motivo che lo stato del Ghana ha molto a cuore l’istruzione, per evitare che rimanga un paese arretrato ma al contrario investa le sue forze per sognare un paese migliore, più sviluppato. La situazione del villaggio è cambiata nel giro di pochi anni, infatti nel 2011 è stata costruita la scuola media e nel 2014 quella dell’asilo. La speranza è quella di aggiungere in un futuro anche la scuola superiore, per evitare di mandare i ragazzi a frequentare le lezioni a Juaben. 1, 2, tree PLAY! Scuola 86 L’esigenza di avere una struttura per l’asilo era presente da tempo. Al giorno d’oggi la scuola materna conta due classi con 40 bambini in totale e non aveva una struttura fisica dove fare lezione. Il loro punto d’incontro è sotto ad un grande albero il quale non riesce a riparare i bambini dal caldo tropicale e neanche dalle piogge; in questi casi i bambini devono correre al riparo nell’aula più vicina, quella della prima elementare, disturbando le lezioni di entrambe le classi di studenti. Questo problema non influesce solo sull’insegnamento ma anche sull’insegnante: è difficile infatti trovare una persona che rimanga a svolgere il suo lavoro in queste condizioni. Al giorno d’oggi le maestre riescono a gestire la situazione anche nei giorni in cui la presenza dei bambini è elevata, ma la necessità di avere una copertura è lampante. Nka Foundation ha deciso quindi di agire un’altra volta e contattare due studenti che proponessero due progetti differenti: James Palmer e Michele Ape, quest’ultimo 88. Lezione all’asilo prima della costruzione della struttura Fonte: Achinoam Weinstein 2.1.1 KINDERGARTEN 1, 2, tree PLAY! Scuola 87 del Politecnico di Milano. La fondazione aveva dato loro direttive ben precise: la struttura doveva essere realizzata in terra pressata (rammed earth), circondata da un portico, avere le dimensioni di circa 9m x 20m ed essere formata da tre stanze, due finalizzate alle aule e una per l’ufficio. L’edificio non sarà dotato di corrente elettrica quindi è stata sfruttata al massimo l’illuminazione naturale. Il posto scelto per la costruzione è vicino all’albero ed esposto nella posizione migliore per sfruttare la luce e la ventilazione naturale, entrambi elementi fondamentali per un clima caldo come questo. Durante la fase preliminare i due progettisti hanno ricevuto tutto il materiale da Barthosa Nkurumeh e dal coordinatore di Abetenim, Mr. Appiah, i quali hanno mandato loro fotografie e informazioni. Dopo aver presentato i progetti, la scelta della fondazione è ricaduta sulla proposta di James Palmer, il primo ad arrivare sul posto. Il progetto rispecchia le esigenze del villaggio e dell’associazione in tutta la sua semplicità, composto da due aule e un ufficio che affacciano su una veranda. Il budget era molto basso, di soli 2500 dollari da cui è dipesa anche la scelta dei materiali: terra battuta per la muratura, pilastri ricavati da legno locale, e lamiera per la copertura. Per ottenere una maggiore illuminazione le aule sono state esposte sui lati Est e Ovest dell’edificio, progettate con ampie finestre. Le pareti rimaste senza aperture tornano utili per l’affisso di materiali scolastici come lavagne o cartelloni. La struttura del tetto è costituita da una capriata in legno ricoperta da una lamiera metallica. Il disegno originale ha subito delle modifiche una volta arrivati al villaggio; in particolare l’altezza delle pareti è stata abbassata lasciando maggiore spazio tra la parete e il tetto, per ottenere una maggiore circolazione d’aria utile nei giorni più caldi. 89. Disegni tecnici del Kindergarten Fonte: Michele Ape 1, 2, tree PLAY! Scuola 88 I due progettisti hanno dimostrato di possedere la qualità della flessibilità scegliendo di modificare il progetto in base alle esigenze della comunità. Sembra una scelta naturale e semplice, ma anche dai racconti del coordinatore, si capisce da altri esempi che non sempre è stato così. Un altro requisito che ha caratterizzato questo progetto è stata la partecipazione attiva degli abitanti del villaggio. Oltre alle consulenze di Frank Appiah Kubi e del falegname, i quali hanno suggerito in corso d’opera alcune modifiche necessarie, la comunità è stata coinvolta durante la costruzione per svolgere lavori manuali come scavare la terra, spostarla per impastarla e risportare i secchi con il composto da versare nei casseri. In alcuni casi le ore di lavoro erano ben organizzate: gli uomini scavavano e le donne portavano la terra con i secchi, ma non tutti hanno capito l’importanza che aveva il loro contributo, e siccome non venivano pagati, dopo poche ore si fermavano. Il capo per stimolare la gente a collaborare aveva promesso 5 cedi, ma questo non sempre ha funzionato e a volte si è verificata durante i lavori una scarsa organizzazione. Altre persone invece erano felici di aiutare a costruire il Kindergarten poichè avevano compreso che si trattava di un progetto per il futuro dei propri figli, Michele Ape racconta: “Chi ha capito l’idea del fatto che era un progetto per loro, per sviluppare una comunità, per portare un futuro in un villaggio composto per la maggior parte da bambini; chi vedeva queste cose lavorava con entusiasmo. Dal punto di vista umano vedere una comunità che lavora per realizzarsi un asilo è una cosa che da noi non capita, li si.”7 La costruzionedell’edificio è cominciata alla fine del mese di Maggio, con l’obbiettivo di terminare a Settembre, inizio dell’anno scolastico. Purtroppo per motivi principalmente economici il 7. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Michele Ape, Milano, Settembre 2014 Kindergarten è ancora da ultimare. I fondi per questo progetto erano stati forniti in parte dall’associazione e in parte dai progettisti, ma il rispetto della stima dei costi e dei tempi previsti è difficile da rispettare, soprattutto in una società difficile come quella africana. Anche il Governo si è interessato ai lavori dell’asilo, in quanto tutore dell’istruzione; la speranza degli abitanti e in particolare del coordinatore è quella di essere sostenuti anche da questo ente, in modo da poter ultimare il progetto ed essere un appoggio anche per i villaggi vicini. Il miglior risultato ottenuto, oltre al fatto di avere una struttura per l’asilo, è il coinvolgimento della comunità e la sua partecipazione. In questo modo gli abitanti hanno un senso di appartenenza maggiore rispetto agli altri edifici e la speranza è quella che si occupino anche della manutenzione. Inoltre la collaborazione tra loro e i volontari del workshop ha arricchito entrambe le parti attraverso lo scambio delle diverse culture, facilitando anche i rapporti con i volontari futuri. 90. Stato attuale del Kindergarten Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 89 91-92-93. Costruzione del Kindergarten (Luglio 2014) Fonte: Michele Ape 1, 2, tree PLAY! Scuola 90 2.1.2 PRIMARY SCHOOL La scuola elementare venne costruita nel 1997 in conseguenza ad un appalto del Governo. Fu il primo edificio scolastico costruito ad Abetenim e ancora oggi rimane quello di maggiori dimensioni in tutto il villaggio. Il comprensorio della scuola, che conta tre edifici, rimane in una zona marginale del villaggio, non di passaggio. Le elementari sono le prime che si incontrano oltrepassato il campo da calcio, poi troviamo il Kindergarten e continuando la strada arrivando in un punto cieco, si trova la scuola media. La struttura della Prima school è fabbricata con mattoni in cemento coperta da uno strato lamiera sporgente, che crea una sorta di veranda intorno all’edificio. Esposto in direzioni Sud-Ovest questa copertura fa si che non arrivi la luce diretta del sole all’interno, disturbando le lezioni. La scuola è composta da sei aule (tre per la “Lower primary”, tre per la “Upper primary”) e uno sgabuzzino che funge anche da aula insegnanti. L’edificio è stato progettato in modo che ci fossero le aule una conseguente all’altra per permettere ad ognuna di esse di avere due lati caratterizzati da finestre e porte, in modo da sfruttare l’illuminazione naturale e la ventilazione nei giorni più caldi poichè, come negli altri edifici scolastici, non è presente la corrente elettrica. Inoltre la doppia entrata da un lato e dall’altro facilita 94. Lezione della scuola elementare Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Scuola 91 l’ingresso nelle aule in modo che una persona non sia costretta a fare il giro dell’edificio in caso si trovasse dalla parte opposta. Osservando la scuola dall’esterno non troviamo alcun tipo di indizio che ci permetta di capire la destinazione d’uso dell’edificio, soprattutto se si è stranieri. Per gli osservatori più acuti invece è possibile intuire la sua funzione dalla colorazione esterna. La parte inferiore fino ad arrivare a 1m di altezza è color marrone, mentre quella superiore è beige; la stessa colorazione è utilizzata anche nelle altre scuole del paese per caratterizzare questo tipo di edifici. La scuola di Abetenim è stata decorata ulteriormente da un’artista americana, che ha scelto di dipingere i simboli Ashanti su questo edificio e su alcune abitazioni del villaggio comprese quelle dei volontari. Lo spazio che circonda le elementari non ha subito trasformazioni durante gli anni e non ha alcun tipo di riferimento all’ambiente infantile. Uno dei progetti futuri finanziato dal governo è un campo da calcio regolamentare sul lato destro della scuola, affianco a quello già esistente “costruito” dagli abitanti. 95-96. Edificio della scuola elementare Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 92 2.1.3 JUNIOR HIGH SCHOOL Il progetto della Junior High school parte sempre da un’esigenza degli abitanti del villaggio, in particolare degli studenti, i quali prima della sua costruzione dovevano andare a frequentare le lezioni a Juaben facendo kilometri di strada. I fondi furono ancora una volta dati da Nka Foundation e dal Queens College di New York i quali permisero ai ragazzi di Abetenim di completare la loro formazione di base in un ambiente sicuro ed evitare che questi si incamminassero nel buio per arrivare a scuola in tempo. Le donazioni non bastarono a causa del materiale scelto dalla comunità per costruire l’edificio. Si tratta ancora una volta del calcestruzzo, troppo costoso per gli standard dell’associazione. Nka infatti promuoveva fin da subito l’utilizzo della terra rossa come materiale da costruzione il quale rispecchia al meglio gli obbiettivi di salvaguardare le tradizioni che l’associazione si è posta fin da subito. Il preside e gli abitanti la pensavano diversamente e per non creare un malcontento furono assecondati. Non erano ancora stati costruiti edifici in terra e la popolazione era molto dubbiosa. Adesso le cose sono cambiate poichè hanno potuto vedere con i loro occhi abitazioni costruite con varie tecniche che prevedono l’utilizzo della terra rossa e stanno iniziando a ricredersi; in particolar modo le strutture in cui alloggiano i volontari, le quali si possono tranquillamente scambiare per abitazioni in cemento. E’ stato dopo la visione di essi, che gli abitanti hanno accettato il progetto del Kindergarten. La progettazione andò a carico di Jason McDonald, il quale si trovava già sul posto quando gli fu fatta la richiesta di seguire i lavori, era il 2011. E’ stato il secondo edificio scolastico ad essere costruito nel villaggio e rispetto alla scuola elementare, si può notare uno sviluppo nella progettazione degli spazi. L’edificio è composto da tre volumi principali disposti a forma di “C” intorno ad un cortile centrale. Il materiale utilizzato è il cemento armato, risultato poco 97. Ragazzi della scuola media Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 93 adatto a questo ambiente in quanto trattiene calore e non permette un’adeguata ventilazione dell’edificio. Gli studenti infatti, frequentano le lezioni in aule spaziose ma poco illuminate e nei periodi più caldi, surriscaldate. In base a quest’esperienza la progettazione del Kindergarten ha seguito tutt’altra direzione: edificio costruito in terra, materiale più adeguato al luogo in cui ci troviamo, ampie finestre per l’illuminazione e distacco tra le pareti e la copertura per un miglior condizionamento dell’edificio. La copertura è simile a quella delle utlime costruzioni: in legno a cui viene applicata la lamiera ondulata. Il primo volume che si incontra provenendo dalla scuola elementare ospita al suo interno un’aula e un deposito, usato temporaneamente come sala insegnanti. Il blocco centrale ha lo spazio solo per una classe, mentre il terzo edificio comprende anch’esso un’aula e l’ufficio del dirigente scolastico. Anche in questo caso facendo riferimento alla Primary School sono sorte delle esigenze ulteriori rispetto alle aule e allo sgabuzzino di cui è composta la prima; nel progetto infatti della scuola media sono state aggiunte l’aula del dirigente e quella degli insegnanti. Nel cortile sul retro troviamo alberi da frutta; questo spazio viene utilizzato per la vendita di alimenti al mattino, poichè non è ancora presente una mensa scolastica che fa parte dei progetti futuri. Quando è stato avviato il progetto Jason McDonald era già sul posto e le modifiche sono state fatte in corso d’opera discusse con gli esperti, il coordinatorelocale e la comunità stessa. Anche in questo caso il ruolo della comunità è stato fondamentale, sia da un punto di vista di consulenza e mano d’opera, sia per l’importanza che ha assunto la collaborazione tra la gente locale e i volontari. Come per il KG ci sono stati alcuni abitanti che ne hanno capito l’importanza sentendo una forte appartenenza 98-99-100. Edificio scuola media e dettaglio struttura Fonte: Achinoam Weinstein, Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 94 al progetto e collaborando maggiormente, altri che invece rimasero più in disparte. Un’altra figura di rilievo è stato ancora una volta Frank Appiah Kubi, coordinatore del posto e insegnante della scuola media, che risultava quindi una delle persone maggiormente coinvolte nel progetto. Egli racconta: “Il momento più bello è stato quando i ragazzi sono andati a Juaben a fare gli esami e sono dovuti stare li per una settimana. Al loro ritorno alla fermata dell’autobus c’era pieno di gente del villaggio che li aspettava, orgogliosi della scuola che avevano appena finito di costruire e consapevoli del fatto che i loro figli non avrebbero avuto problemi a continuare i loro studi. Nel 2011 quando fu completata la prima parte della scuola media, alcuni rappresentanti dell’ufficio del Ministero dell’Istruzione vennero a guardare il nostro lavoro e approvarono la sua apertura. Successivamente mi hanno chiamato dall’ufficio di Ejisu per nominarmi dirigente della nuova scuola.” 8 Il villaggio e i suoi abitanti non sono stati gli unici a trarre beneficio dalla costruzione delle medie. La scuola infatti ha ricevuto sostegni anche da un gruppo di artisti americani, che una volta tornati nel loro paese hanno continuato a mandare finanziamenti affinchè questa struttura venisse completata. La costruzione di questa scuola ha quindi iniziato una collaborazione tra Nka Foundation e il Queens College portando alla creazione di un concorso artistico tra gli studenti che da allora si svolge con l’apertura del nuovo anno scolastico. 8. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 101. Aula della scuola media Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 95 2.2 AMBIENTE 102. Bambini del villaggio di Abetenim Fonte: Martina Caldarigi 1, 2, tree PLAY! Scuola 96 E’ incredibile quanto un bambino africano possa essere simile e allo stesso tempo diverso da un bambino occidentale. Le esigenze sono le stesse: mangiare, dormire e giocare, ma c’è qualcosa in questi bambini che colpisce subito lo straniero. La libertà. Nel villaggio non ci sono confini, limitazioni e ciò influisce positivamente sulla libertà fisica che i bambini possiedono. E’ facile trovarli in gruppo che corrono, giocano per strada senza essere condizionati da proprietà private o edifici in cui rinchiudersi. Un altro aspetto che li differenzia dai bambini a cui siamo abituati è la responsabilità nei confronti del più piccolo. Esiste una gerarchia dettata dall’età in cui il bambino più grande sorveglia il più piccolo, il quale è responsabile del più piccolo ancora ed ha pieni poteri su di lui. 9 9. Ryszard Kapuscinski, “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 1998 2.2.1 ESSERE UN BAMBINO AD ABETENIM 103. Bambino di Abetenim Fonte: Martina Caldarigi E’ interessante infatti, osservare come cambiano gli atteggiamenti dei bambini in base alla compagnia in cui si trovano. Questa responsabilità comprende anche i doveri nei confronti della famiglia: i bambini vengono spesso chiamati dai genitori per fare delle commissioni mentre loro si occupano delle proprie faccende o impieghi. Durante il gioco la fantasia è protagonista, utilizzata per la costruzione di oggetti con materiali di recupero. “Se li osservate vedrete che giocano con molti giochi differenti, e spesso sono loro ad inventarli. Giocano a tutti i tipi di gioco, di movimento, tradizionali ma che hanno modificato loro stessi. Questo cambia a seconda delle età. I ragazzi, oltre a giocare a calcio passano il tempo inventandosi gare di grette o con gli elastici, molto di moda ultimamente. In generale comunque, sono bambini avventurosi e innovativi. [...] Alcuni di loro sono introversi, tipi poco socievoli e giocano da soli, ma la maggior parte gioca in gruppo.”10 Da questa descrizione emerge l’analisi di un bambino indipendente e responsabile, il quale vivendo in un villaggio rurale e avendo a stento una struttura scolastica, non ha bisogno di altro ed è costretto ad inventarsi nuovi giochi per potersi divertire. Quello che spesso gli occidentali non vedono quando visitano un paese africano è un bambino nella sua semplicità. Pur avendo priorità differenti rispetto a quelli a cui siamo abituati, resta una persona ricca di sogni, che ha bisogno di sentirsi protetta e curata. Questa visione va a scontrarsi con l’educazione data dai genitori. Essi infatti, non sono apprensivi nei confronti dei loro figli come lo sono i genitori occidentali; ciò accade poichè i due ambienti, quello occidentale e quello africano, sono molto differenti, e di conseguenza lo sono le abitudini e le esigenze. 10. dall’intervista di A. Mazzaron a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 1, 2, tree PLAY! Scuola 97 I bambini del villaggio hanno bisogno di stupirsi davanti a quello che porta l’associazione, nuove strutture, nuove persone, per poter formarsi come uomini e donne consapevoli. Consapevoli dell’ambiente in cui vivono e del fatto che c’è un intero mondo al di fuori del villaggio; consapevoli di poter dare il proprio contributo a uno sviluppo futuro per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle degli altri abitanti. Il primo passo per arrivare a ciò è l’istruzione ed inconsciamente, o forse no, loro lo hanno capito. L’entusiasmo con cui frequentano la scuola è coinvolgente, lo ha confermato un questionario che ho sottoposto loro durante il mio soggiorno ad Abetenim. Alla domanda “Ti piace andare a scuola?”, hanno risposto semplicemente di si, senza esitazioni. L’affermazione può essere dovuta anche ad una pressione data da me o dall’insegnante che ritirava e leggeva i questionari, ma avendo potuto osservare da vicino questa realtà, posso confermare che i bambini e i ragazzi del villaggio sono caratterizzati da un forte senso del dovere nei confronti dell’educazione scolastica. Ciò avviene poichè ne comprendono l’importanza per poter costruire un futuro migliore. 104. Bambina del villaggio Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Scuola 98 2.2.2 ANDARE A SCUOLA NEL VILLAGGIO La scuola ad Abetenim è quanto di più simile ad una scuola occidentale. Tengo a specificarlo poichè in quanto ignorante, le mie aspettative riguardo all’istruzione erano differenti rispetto alla realtà, non più pessimistiche ne migliori, soltanto diverse. Il periodo scolastico è uguale a quello della maggior parte dei paesi, inizia a Settembre per concludersi a Giugno. Le strutture sono essenziali, composte da aule che ospitano banchi, lavagne e pochi materiali scolastici. E’ compito dell’insegnante procurarsi strumenti aggiuntivi o inventare nuovi metodi per catturare l’attenzione degli studenti, ma questo accade solo in alcuni casi, e dipende dal tipo di insegnante che troviamo. Le classi ricche di illustrazione sono quelle in cui sono presenti i maestri più creativi, le altre invece, sono spoglie. Anche il luogo della lezione è a discapito dell’educatore: “Dipende dall’insegnante, non tutte le lezioni sono sempre al chiuso. Alcune volte portano fuori tutte le sedie e si mettono a fare lezione sotto l’albero, altre invece vedi un insegnante seguito dagli studenti che passeggiano fuori, facendo lezione. Non siamo così legati al luogo fisico della classe.” 11 Uno dei problemi principali sollevati da Frank Appiah Kubi, direttore e insegnante delle scuole medie, sono proprio i maestri, in particolare quelli delle elementari. Ognuno di loro segue sempre la classe dello stessoanno (prima, seconda, ecc), di conseguenza gli alunni che frequentano la classe di un insegnante scadente rimangono meno preparati di altri. Nella scuola media è diverso, oltre ad essere migliori gli insegnanti, questi sono divisi per materie quindi influiscono meno sull’educazione degli studenti. Il problema si pone quando i maestri ritardano o non si presentano. La causa principale in questi casi è la lontananza dalla scuola: se loro non soggiornano nel 11-12-13. dall’intervista di A. Mazzaron a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 villaggio il rischio è quello di perdere troppo tempo per gli spostamenti. Gli studenti arrivano a scuola alle 8 puntuali e in alcuni casi aspettano due o tre ore l’arrivo dell’insegnante togliendo tempo alla loro educazione. Sono rimasta colpita dal comportamento degli studenti durante questa l’attesa; oltre a considerarlo un momento di sfogo, loro tendono ad impiegare il tempo leggendo libri o cercando di catturare l’attenzione del primo insegnante che passa nelle vicinanze chiedendogli di fare lezione. Un altro problema sono i genitori: “La maggior parte di loro sono responsabili. Diventano irresponsabili quando usano la povertà come scusa. Alcuni studenti vengono a scuola senza mangiare, senza scarpe, altri con i vestiti strappati o senza libri, matite. A volte vedi un bambino che sta in silenzio, timido, e se gli chiedi il motivo ti risponde che è affamato, perchè probabilmente non ha mangiato per tutta la mattina.”12 Gli insegnanti si assumono la responsabilità del bambino quando quella dei genitori viene a mancare. Ad esempio, quando gli è possibile forniscono all’alunno le scarpe, i libri, nei casi in cui egli non li possiede, e sono molto esigenti affinchè questi non arrivino a scuola senza. “Un altro problema sono gli strumenti. Nella scuola del villaggio mancano le attrezzature per rendere più interessanti ed istruttive le lezioni; mentre nelle città sono più organizzati e spesso sono i genitori a fornire la scuola di questi strumenti, come il computer.”13 In seguito a queste affermazioni è possibile dedurre la presenza di un sistema scolastico scadente; in realtà mi è sembrato molto simile a quello che ho vissuto in prima persona, inserito in tutt’altro contesto. Un elemento mancante nelle nostre scuole e presente ad Abetenim, è la cura della struttura, del materiale e il 1, 2, tree PLAY! Scuola 99 rispetto delle persone. Ad esempio tutte le mattine gli studenti si presentano a scuola mezz’ora prima per fare le pulizie, ed ogni volta che entra un adulto in aula si alzano in piedi recitando una frase di benvenuto. 105. Lezione alla scuola media Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 100 106. Foto di classe asilo 107. Foto di classe, prima elementare Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 101 108. Foto di classe seconda elementare 109. Foto di classe terza elementare Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 102 110. Foto di classe quarta elementare 111. Foto di classe quinta elementare Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 103 112. Foto di classe sesta elementare 113. Foto di classe prima media Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 104 114. Foto di classe seconda media 115. Foto di classe terza media Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 105 2.2.3 MATERIALE RACCOLTO Quando ho scelto di iscrivermi al Workshop “Build with Earth” non volevo limitarmi alla partecipazione dell’evento, ma contibuire maggiormente sviluppando un altro progetto che fosse utile alla comunità di Abetenim. Consapevole del fatto che sarei tornata arricchita dall’esperienza che stavo per fare e con il quadro della situazione più chiaro, ho iniziato a restringere il campo su quelli che sarebbero stati gli ambiti di progetto interessanti per me e per le persone del villaggio. In seguito ad un confronto avuto con la prof.ssa Rebaglio ho infine deciso di seguire una passione personale che coltivo da qualche anno: l’educazione dei bambini. Non sapevo quale realtà mi sarei trovata davanti una volta arrivata ad Abetenim, così optai per la scelta di un tema generale, che avrei definito maggiormente durante il mio soggiorno o al ritorno dal viaggio. L’ambito che ho scelto per il progetto è il Playground così, una volta che fui in Africa mi concentrai in particolar modo sull’analisi dei bambini del villaggio, sulla loro educazione e sulle strutture scolastiche. Una fonte preziosa per la mia ricerca è stata Mr. Frank Appiah Kubi che oltre ad essere uno degli insegnanti della scuola, ha a cuore l’istruzione di tutti gli studenti. Il primo passo da compiere per la mia ricerca necessaria alla progettazione, fu capire al meglio i bambini, le loro abitudini e i loro comportamenti. Ho preparato così alcune domande da fare direttamente a Mr. Appiah Kubi durante una delle interviste a cui lo abbiamo sottoposto insieme agli altri volontari. 1, 2, tree PLAY! Scuola 106 INTERVISTA A MR. FRANK APPIAH KUBI14 9 Settembre 2014, Abetenim, Ghana Tema: I bambini e la scuola di Abetenim 14. Insegnante di scienze della scuola media del villaggio, e coordinatore locale di Nka Foundation 116. Frank Appiah Kubi, insegnante della scuola media di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 107 Domanda: Come descriveresti il carattere dei bambini del villaggio? Per esempio calmo, avventuroso, indipendente.. Risposta: Ok, prima di tutto inizio a classificare i bambini: ci sono gruppi specifici in base al carattere come quelli calmi, quelli difficili, e possono essere socievoli, alcuni molto socievoli, e altri solitari. Questi ultimi tendono a nascondersi o stare lontani dal gruppo. Quelli che vanno dalla prima alla terza elementare dipendono ancora dai genitori, ma già dalla quarta alcuni bambini fanno piccoli lavoretti e vengono pagati. Ad esempio si occupano dell’estrazione dell’olio di palma, certi sono davvero bravi a tagliare le fronde della palma, le foglie, a rimuovere i semi e poi li vendono al mercato per farsi qualche soldo. Q: A partire da quale età? R: Dalla quarta elementare, 10 anni. D: Con cosa giocano di solito i bambini? Usano degli oggetti o usano l’immaginazione per inventare giochi nuovi? R: Se li osservate, vedrete che loro giocano a tanti nuovi giochi, e spesso sono loro ad inventarli. Giocano a tutti i tipi di giochi, di movimento, giochi tradizionali ma che hanno modificato loro stessi. Questi cambiano a seconda delle età. I ragazzi, oltre a giocare a calcio, fanno altri giochi come le grette. Un nuovo gioco sono gli elastici, che puntano nelle scommesse. In generale comunque, sono bambini avventurosi, hanno fantasia per inventare nuovi giochi. D: Giocano in gruppo o da soli? R: Come ti ho detto, alcuni di loro sono introversi, tipi poco socievoli e giocano da soli, ma la maggior parte gioca in gruppo. D: Come è strutturata la scuola? Classi e lezioni? R: la scuola base è strutturata in 3 fasi/sessioni. C’è l’asilo che dura tre anni. Per quanto riguarda le elementari sono divise in livello preparatorio (dalla classe 1 alla classe 3) e dalla classe 4 alla classe 6 sono livello avanzato. Dopodiché ci sono le medie che durano tre anni. La maggior parte delle lezioni delle prime 3 classi delle elementari sono in Twi 15. Possiamo dire che la lingua delle lezioni di queste classi è per l’80% lingua locale, per il 20% inglese. Mentre dalla classe 4 alla classe 6 la percentuale è esattamente opposta. Nelle prime tre classi le materie sono letteratura inglese e Twi, arte creativa e matematica, informatica, scienze. Nelle classi dalla 4 alla 6 c’è sempre la lingua inglese, ma separata dal Twi, arte, educazione civica e informatica. Parlando delle scuole medie, abbiamo inglese, arte che però è più simile a design e tecnologia, Twi, scienze e scienze sociali ( ad esempio educazione civica e informatica). Nella scuola elementare c’è un solo insegnante dalla 1 classe alla6, un unico insegnante per tutte le materie. Mentre nelle scuole medie, ogni materia ha un suo insegnante. Ogni materia viene insegnata in inglese, ad esclusione, ovviamente, del Twi. Questo non significa che non si parla mai in Twi, quando c’è bisogno di presentarsi o chiarire un concetto si usa. Tuttavia la lingua di insegnamento rimane l’inglese. Nelle città questo si riesce a fare meglio. Gli studenti delle città di solito sono più brillanti, parlano molto bene inglese. Ma nel villaggio è più difficile, perché non sempre abbiamo molti libri e sono gli insegnanti a fare sacrifici per poterli comprare. Per fortuna adesso ci sta aiutando la fondazione, soprattutto i bambini delle elementari, che quindi hanno un buon livello di istruzione. 15. Lingua locale, si pronuncia “ci” 1, 2, tree PLAY! Scuola 108 Io insegno scienze, e in scienze ci sono gli esperimenti, quindi spesso se devo spiegare qualcosa improvviso, mi preparo degli esperimenti da mostrare in classe. Per esempio se devo spiegare la densità utilizzo dei contenitori con l’acqua dentro e sposto degli oggetti da un contenitore all’altro. Questo è un esperimento semplice che non ha bisogno di materiali particolari. D: E per te qual’è il problema principale all’interno della scuola? R: Questa è una domanda difficile. Tutti gli insegnanti delle scuole medie sono professionali, ma quelli delle elementari no e questo è un problema. Se l’insegnante è del villaggio o vive qua, viene a scuola presto; quando apre la scuola lui c’è. Ma se l’insegnante sta fuori dal villaggio arriva dopo l’orario di apertura, in genere di una o due ore. Sopratutto se deve prendere il taxi o il tro tro 16 per arrivare a scuola. Alcuni vanno e vengono ogni giorno e perdono tanto tempo per gli spostamenti. Gli studenti quindi arrivano a scuola alle 8, ma spesso aspettano l’insegnate fino alle 9. Io non ho il controllo della scuola elementare, ma se parlo con il loro direttore dice che le classi senza insegnante fermano il primo insegnante che passa e chiedono di fargli fare qualcosa. Spesso questo gli da da scrivere o leggere. Ad esempio adesso l’insegnante del primo anno è valido, quelli del 2 e del 3 no, mentre quelli del 4, del 5 e del 6 sono buoni; quindi due delle classi sono un momento critico per il percorso educativo. D: I bambini vengono comunque a scuola presto? E aspettano? R: Si. D: E pensi che sarebbero contenti se avessero qualcosa da fare nel frattempo? 16. mezzo di trasporto locale, simile ad un pulmino D: Le lezioni sono tutte in classe o anche all’aperto? R: dipende dall’insegnante, non tutte le lezioni sono sempre al chiuso. Alcune volte portano fuori tutte le sedie e si mettono a fare lezione sotto l’albero, in altre invece trovi l’ insegnante seguito dagli studenti che passeggiano fuori, facendo lezione. Non siamo così legati al luogo fisico della classe. D: Quali materiali vengono usati dagli insegnanti per le lezioni? Solo la lavagna o anche altri, ad esempio per il calcolo..? R: Gli insegnanti di qui non hanno molti materiali per le loro lezioni quindi devono improvvisare, ma non tutti gli insegnanti lo fanno. Per esempio se devono organizzare una determinata lezione e hanno dei materiali a disposizione, li utilizzano per far comprendere meglio gli studenti, ma dipende dall’insegnante. Alcuni insegnano nel vuoto, in modo astratto, senza TLM (teaching, learning materials). Nelle scuole medie non è un problema se mancano i materiali perchè i ragazzi sono più grandi, ma nella scuola elementare o nell’asilo si, perchè questi studenti imparano giocando, sono attratti dai colori e materiali di questo genere. D: Mi puoi fare un esempio di materiali che utilizzano gli insegnanti? R: Si, per esempio gli insegnanti delle prime classi che devono imparare le unità di misura, utilizzano la bilancia per spiegare il peso. In altre classi dove gli insegnanti sono creativi, potete trovare tante illustrazioni, tanti cartelloni; nella classe 2 e 3 invece, le pareti sono vuote. D: E tu quale tipo di insegnate sei? R: Io? Come dicevo prima nelle scuole medie questi materiali hanno poco effetto. 1, 2, tree PLAY! Scuola 109 R: Si, assolutamente. Io per primo quando passo gli do qualcosa da fare, ma non regolarmente. D: Secondo te se ci fossero dei volontari che avessero voglia di insegnare loro qualcosa nelle ore senza insegnante sarebbe utile? R: Si, sarebbe fantastico. Il problema è che i volontari non sono qua per tanto tempo. D: Ci sono altri problemi che ti vengono in mente all’interno della scuola? R: Un altro problema sono i genitori. La maggior parte di loro sono responsabili, altri diventano irresponsabili quando usano la povertà come scusa. Alcuni studenti vengono a scuola senza mangiare, senza scarpe, altri con i vestiti strappati o senza libri, matite. A volte vedi un bambino che sta in silenzio, timido, e se gli chiedi il motivo ti risponde che è affamato perchè probabilmente non ha mangiato per tutta la mattina. Un altro problema sono gli strumenti. Nella scuola del villaggio mancano le attrezzature per rendere più interessanti ed istruttive le lezioni; mentre nelle città sono più organizzati e spesso sono i genitori a fornire la scuola di questi strumenti, come il computer. D: La scuola è obbligatoria? R: Si. FCUBE (Free Compulsory, Universal Basic Education). Non paghi l’iscrizione ma devi comprare I materiali. La scuola è obbligatoria fino alle medie, mentre per il liceo devi pagare le tasse, che in alcune scuole comprendono i libri, in altre no. D: Quali sono i progetti futuri per la scuola? R: Abbiamo in progetto di fare una biblioteca e un’aula computer. Questi saranno costruiti a Gennaio 2015 da un gruppo di volontari che ci hanno già inviato le piante, in accordo con NKA Foundation. Inoltre ci sarà un bagno e ci piacerebbe costruire una residenza per insegnanti in modo che questi non debbano più fare avanti e indietro dai villaggi vicini. Uno studente di Milano ha inoltre iniziato a costruire l’asilo, che non è ancora stato ultimato per problemi economici. Per ora i bambini di quell’età fanno lezione sotto l’albero, e in caso di pioggia, insieme alla prima elementare. 1, 2, tree PLAY! Scuola 110 QUESTIONARIO Sulla base delle informazioni fornite dall’insegnante, durante il mio soggiorno ho preparato un questionario da far compilare ad alcuni bambini della scuola di Abetenim per cercare di comprendere al meglio le loro abitudini. 117. Alunno della prima media che compila il questionario Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Scuola 111 Quanti anni hai? 9 10 11 12 13 14 15 Qual’è il tuo gioco preferito? oware 14 net ball run football Perchè ti piace la scuola? essere migliore educazione futuro Preferisci le lezioni in classe o fuori? entrambe fuori in classe Cosa fai di solito quando manca l’insegnante? sto in classe imparo leggo Cosa ti piacerebbe fare quando manca l’insegnante? andare a casa silenzio imparare leggere ampe silenzio scrivere 118. Schema riassuntivo dei questionari posti ad alcune classi della scuola Fonte: Anna Mazzaron Le domande e i risultati del test sono riassunti nella tabella seguente: 1, 2, tree PLAY! Scuola 112 Le risposte che mi hanno colpito maggiormente sono state quelle date alla domanda: “Ti piace la scuola? Perchè?”. Da esse si evince un forte senso dell’educazione oltre alla speranza di riuscire ad intraprendere un percorso universitario che li porti a poter svolgere la professione da loro desiderata. Nonostante la giovane età (l’età media del test è di 10 anni), essi sognano un futuro che pone le basi sull’istruzione, considerata “chiave della vita”. 17 17. risposta di un bambino di 11 anni 1, 2, tree PLAY! Scuola 113 2.2.4 BISOGNI Dopo la fase di ricerca ho iniziato a delineare quelle che ritengo essere le esigenze dei bambini e dei ragazzi della comunità, per poi iniziare la fase progettuale. Oltre all’analisidei dati raccolti mi sono informata su quelli che sono i progetti futuri già programmati per lo spazio nei pressi delle strutture scolastiche, in particolare su quelli che non sono ancora destinati ad essere realizzati da volontari o da altre associazioni. Il bisogno principale emerso dall’intervista è quello di risolvere il problema della mancanza di insegnanti durante le ore di lezione. In particolar modo sono coinvolti i bambini delle elementari e credo sia utile trovare una soluzione ludica ed istruttiva allo stesso tempo per non trascurare la loro educazione. Un’altra necessità è quella di costruire nuovi edifici che risultino adatti ad ospitare strumenti di lavoro utili alla formazione scolastica. Di questo se ne sta occupando Nka Foundation cercando volontari e fondi per la realizzazione di biblioteche e aule informatiche. Oltre alle strutture supplementari, fino a poco tempo fa si poneva un problema maggiore: la mancanza di un edificio per l’asilo. Questo si sta lentamente risolvendo da Giugno 2014, quando due studenti hanno progettato e iniziato a costruire aule finalizzate ad ospitare le classi del Kindergarten. Come accennato precedentemente è un grande passo per tutta la comunità e la situazione può essere ancora migliorata. Nell’idea iniziale infatti, era prevista anche la progettazione dello spazio esterno all’asilo, la quale non è ancora stata presa in considerazione poichè non reputata urgente. In base alle passioni personali e alle esigenze della comunità ho scelto così di iniziare un percorso dedicato ai bambini più piccoli, quelli dell’asilo, che possa soddisfare i loro bisogni più semplici: essere considerati per quello che sono, bambini. Ritengo di fondamentale importanza il fatto che questi abbiano uno spazio tutto loro, dove poter giocare, muoversi e riposarsi. Fino ad ora questo aspetto è stato considerato superfluo. In seguito anche all’esperienza vissuta, trovo che i bambini siano molto bravi ad inventare giochi, ma che allo stesso tempo abbiano bisogno di ricevere attenzioni particolari e la costruzione di uno spazio esclusivo penso sia una buon modo per prendersi cura di loro. Ho delineato così una serie di caratteristiche che il progetto deve soddisfare, osservando anche gli spazi per bambini già esistenti sia in paesi in via di sviluppo, sia nel resto del mondo. 1, 2, tree PLAY! Scuola 114 1, 2, tree PLAY! Scuola 115 3. SPAZI LUDICI 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 116 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 117 3. SPAZI LUDICI 3.1 IL BAMBINO Ogni buon progetto ha come primo scopo la conoscenza dell’utente. In questo caso il soggetto in questione è il bambino, ma questo non basta a fornirci tutte le informazioni utili necessarie ad una progettazione adeguata. Prima di parlare di criteri progettuali infatti, è bene prendere in esame l’individuo ed analizzarne le fasi di crescita specialmente quella che comprende l’età dell’asilo (di particolare interesse per il progetto in questione). “Il bambino che noi tutti consociamo è il bambino che ha costantemente necessità di aiuto da parte degli adulti. È il bambino che rischia in continuazione di farsi male, che ha pericoli sempre presenti nella sua casa, nella sua città è, in pratica, uno dei soggetti generalmente definiti deboli”. 1 Si può dedurre quindi che il bambino rappresenti un soggeto passivo e si differenzia dall’adulto per due caratteristiche: l’incoscienza e la “percezione ritardata”. Per percezione ritardata si intende la mancanza di attenzione per diverse situazioni. Quando il bambino gioca infatti, si isola dalla realtà concentrandosi su ciò che ha attirato la sua attenzione, costruendo così una barriera con il resto del mondo. Ciò significa che i bambini non riescono ad avere reazioni immediate a quello che succede e perciò si viene a creare una rottura tra azione e reazione, ma non vuol dire che la ricettività dei bambini non esiste, al contrario, è molto forte. Il bambino è da considerare allo stesso tempo soggetto attivo in quanto capace di creare relazioni con altri soggetti, oggetti, ambienti, svolgendo determitate azioni. 1. Linda Poletti, “Spazi abitativi per bambini: analisi complessiva per criteri progettuali” CLUP, Milano 2002, p.10 Un’ulteriore caratteristica che lo differenzia dall’adulto è la sua motricità intesa come capacità di correre, sdraiarsi, alzarsi, andare sotto/dentro, saltare; questo comporta spostamenti sia verticali che orizzontali, al contrario dell’adulto il quale compie spostamenti principalmente orizzontali. La curiosità rappresenta invece l’unione tra voglia di conoscere e il desiderio di muoversi ed è spesso collegata con un oggetto o un ambiente. Questa caratteristica è presente anche nell’adulto ma in minori quantità, poichè esso ha già passato da tempo la fase di scoperta del mondo e si limita ad approfondirlo solo sotto certi aspetti. 119. Bambini del villaggio di Abetenim durante un gioco Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 118 Tale curiosità può essere soddisfatta attraverso la manipolazione: toccare, costruire, fare. Per avere una visione più completa è bene sottoporre al bambino diverse texture e materiali. Inconsapevolmente il bambino ha bisogno di affermarsi, di essere approvato; ciò accade nella maggior parte dei casi in particolare quando decide di partecipare alla realtà attraverso la conoscenza di altri individui. L’ultima peculiarità dei bambini è la creatività; essi infatti riescono a svilupparla maggiormente rispetto ad un aduto, il quale però, è di fondamentale importanza affinchè la stimoli nel bambino. 2 Molti sono gli studiosi che hanno fondato le proprie ricerche osservando il bambino e sottoponendolo a diverse situazioni per ottenere reazioni differenti. Tra i più conosciuti e stimati troviamo Jean Piaget, psicologo, pedagogista e filosofo svizzero, il quale non considera il bambino come una copia dell’adulto in miniatura, ma come un individuo dotato di struttura propria. Famosa è la teoria di Piaget che riguarda lo sviluppo mentale del bambino. Ho scelto di riportarla in parte, in quanto la ritengo utile ai fini della mia ricerca poichè analizza in modo preciso e realistico le diverse fasi che attraversa il bambino nei primi anni di vita. Ogni fase è accompagnata da due processi: l’assimilazione e l’accomodamento. Il primo caso è fondamentale nella prima fase dello sviluppo e consiste nell’aver precedentemente assimilato un movimento, un azione e relazionarla a nuovi oggetti. Per quanto riguarda l’accomodamento il bambino ha già osservato attivamente un ambiente e cerca di dominarlo; l’imitazione può essere una forma di accomodamento poichè il bambino modifica se stesso in relazione agli stimoli dell’ambiente. Il periodo che va dalla nascita fino all’età di 14 anni 2. Linda Poletti, “Spazi abitativi per bambini: analisi complessiva per criteri progettuali” CLUP, Milano 2002, p.11-31 viene suddiviso da Piaget in cinque livelli. Si tratta di una generalizzazione dei bambini derivata da anni di studio e di osservazione, ciò non toglie che un bambino possa superare queste fasi in momenti differenti. 0-2 anni. Fase senso-motoria. Prevale la conoscenza del proprio corpo e la relazione che questo può avere con il cervello. E’ il livello in cui il bambino sviluppa i riflessi innati, le reazioni circolari (ripetizione di un’azione prodotta inizialmente per caso in cui il bambino trova interessante il suo effetto), la coordinazione mezzi-fini e comparsa della funzione simbolica. 2-4 anni. Fase pre-concettuale. L’atteggiamento è ancora di tipo egocentrico in quanto non conosce alternative alla realtà che sperimenta personalmente. Il linguaggio diventa importante poichè il bambino inizia ad associare agli oggetti o azioni, dei suoni. Non è capace di relazionare i concetti di tempo, spazio e causa e il suo ragionamento non è deduttivo ne induttivo. 4-6 anni. Fase del pensiero intuitivo. Aumenta lapartecipazione e la socializzazione nella vita di ogni giorno, in maniera creativa, autonoma, adeguata alle diverse circostanze. Con l’inizio della scuola materna il bambino inizia a conoscere altre autorità diverse dai genitori. Con l’approvazione della parte sociale i bambini giocano in gruppo sperimentando le relazioni interpersonali e confrontandosi con la società. 7-11 anni. Fase delle operazioni concrete. Il bambino ormai è in grado di coordinare le proprie azioni e di passare da una modalità di pensiero analogico, a una di tipo induttivo. Non commetterà più gli errori della fase precedente. 11-14 anni. Fase delle operazioni formali. 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 119 Il pre-adolescente acquisisce le capacità del ragionamento astratto, di tipo ipotetico-deduttivo. Può ora considerare delle ipotesi che possono essere o non essere vere e pensare cosa potrebbe accadere se fossero vere. Il mondo delle idee e delle astrazioni gli permette di realizzare un certo equilibrio fra assimilazione e accomodamento. Dopo aver analizzato i bambini è chiaro lo strumento che permette loro di conoscersi e di conoscere: il gioco. 120. Disegno di un bambino del villaggio di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 120 Il gioco è un valore insestimabile per la salute e il benessere del bambino. 3 A spiegare alla perfezione questo concetto è l’articolo n.31 de “La convenzione sui Diritti dell’Infanzia” scritto dall’ UNICEF. Secondo l’articolo ciascun bambino ha il diritto di svolgere le proprie attività ritenute fondamentali durante la fase di crescita: diritto al tempo libero, al riposo, dedicarsi al gioco ed attività ricreative, partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica. 4 Inoltre ha il diritto di mangiare sano, di sporcarsi, di camminare per le strade e ha diritto al selvaggio. La parola gioco sembra di per sè, una perdita di tempo, ma per il bambino rappresenta lo strumento per principale per svilupparsi, per crescere. “La definizione di gioco sfugge al tentativo di trovare degli enunciati definitivi, precisi, sintetici per la complessità dei significati e delle decisioni che esso può assumere nella vita di un bambino. D’altra parte il gioco, nelle sue svariate forme, può essere considerato semplicemente il vivere stesso del bambino, la sua modalità naturale di conoscere e di conoscersi, apprendere, esprimersi, elaborare emozioni ed azioni, integrarsi nell’ambiente che lo circonda, per raggiungere il suo obbiettivo prioritario: la realizzazione di se stesso”.5 In particolare dopo i due anni costituisce un esercizio pratico che gli consente di esplorare la realtà e di dominarla, invece che essere dominato da essa. Rappresenta quindi la maggiore forma di ricerca ed esplorazione. E’ importante che queste attività vengano svolte dal bambino stesso senza essere controllate da un adulto,6 3. www .eastafricanplaygrounds. org 4. www. unicef.it 5. AA.W. “Il bambino educatore” a cura di D.Poli, Alinea Editore, Firenze 2006 6. Articolo di S. Lester e W. Russel “Children’s right to play”, Dicembre 2010 poichè il bambino deve sentirsi libero di esprimersi e di fare esperienze. Ci sono alcuni casi in cui l’adulto è chiamato a partecipare ed è bene che risponda all’esigenza del bambino, assumendo così, uno dei seguenti ruoli: Osservatore. Non prende parte attiva al gioco ma lo osserva, senza che il bambino se ne accorga. Spettatore. I bambini si sentono guardati dagli adulti e necessitano di approvazione. Mediatore. Partecipazione diretta, incentivano i bambini nell’azione del gioco. Il gioco infatti nasconde molte caratteristiche positive che influenzano la crescita dell’individuo. I primi anni di vita sono quelli che formano una persona, ed è bene che questo avvenga in un ambiente sano, non solo dal punto di vista igienico, ma che sia costituito da relazioni positive. E’ il periodo in cui si sviluppano i cinque sensi: “La conoscenza del mondo, per un bambino, è di tipo plurisensoriale. E tra tutti i sensi, il tatto è quello maggiormente usato, il tatto completa una sensazione visiva e auditiva, da altre informazioni utili alla conoscenza di tutto ciò che ci circonda.” 7 La mente va stimolata lasciando che il bambino esplori il mondo intorno a sè toccando, assaggiando, provando le cose che incontra e deve farlo attraverso il gioco, il quale esercita su di esso molteplici funzioni: fisiche, psicologiche, emotive, sociali, di apprendimento, espressive e comunicative. Il gioco quindi non si limita ad essere un passatempo 7. Bruno Munari, “I laboratori tattili”, Maurizio Corraini s.r.l., Mantova 1985 3.2 L’IMPORTANZA DEL GIOCO 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 121 e per capirlo basterebbe osservare il bambino durante quest’attività in cui è possibile cogliere aspetti della sua vita interiore, della sua intimità. Gli permette di svilluppare la fantasia, l’intraprendenza, il suo spirito di iniziativa, ma anche di evadere dalla realtà. In una ricerca effettuata da Beth Coalter e Chris Taylor si afferma che vi sono tre elementi fondamentali che caratterizzano un gioco sano: la libertà di scegliere, la spontaneità e l’assenza di regole. 8 8. Articolo di B. Coalter e C. Taylor, “The Benefits of Play and Playwork”, 2001 121. Bruno Munari presenta i laboratori tattili Fonte: www.brunomunari.it 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 122 3.3 L’AMBIENTE LUDICO “[...]costruire contesti accoglienti per il gioco significa predisporre tempi, spazi, arredi, materiali e giocattoli che si “lasciano giocare”, che si lasciano agire, trasformare nel gioco.” Carla Rinaldi 9 L’ambiente educativo, che sia interno o esterno, rappresenta un’attenzione rivolta ai più piccoli e richiede una ricerca permanente e sensibile che permette di offrire un “buon gioco” al bambino. E’ necessario quindi creare un contesto adatto allo sviluppo della persona comprendente spazi, materiali, luoghi, tempi e relazioni, che interagiscano reciprocamente nei rapporti fra bambini e fra bambini e adulti, e che favoriscano alcune attività fondamentali della crescita. 9. Carla Rinaldi, professoressa di Pedagogia all’Università di Bolo- gna e membro della società “Reggio Children s.r.l” La comunicazione, non solo verbale ma soprattutto spaziale, dentro/fuori, che va inserita in un contesto territoriale. Costruttività. Progettari luoghi di ricerca e sperimentazione individuale e di gruppo per offrire l’opportunità al bambino di costruire le proprie conoscenze. Favorire le relazioni attraverso uno spazio adatto, predisposto alle interazioni rispetto al gioco individuale. Non dare una gerarchia agli spazi ma organizzarli in modo che si formi una comunità di valori, di persone, che prediligano lo stare insieme nel rispetto e nel benessere reciproco. La polisensorialità. Utilizzare diversi materiali per caratterizzare l’ambiente educativo. Questo favorisce il processo di conoscenza dei bambini e la costruzione di una propria identità in quanto li sostiene nell’affinare le proprie percezioni sensoriali. L’ambiente deve essere flessibile e trasformabile per poter creare nuove zone di esplorazione. Reticolarità e contemporaneità dei momenti di esplorazione vissuti dai bambini nella quotidianità che si contaminano e si ridefiniscono reciprocamente. Narrazione. Uno dei valori è quello di sostenere i processi cognitivi, capirli e documentarli, per ciò vengono allestiti luoghi adatti a quest’attività. Oltre alla narrazione dell’insegnante è importante che avvenga tra i bambini. 10 10. Sabrina Bonaccini, “Materiali in gioco”, Recos s.r.l., Poviglio (RE) 2010 122. Laboratorio di “Reggio Children” Fonte: www.reggiochildren.it 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 123 3.3.1 L’AMBIENTE LUDICO ESTERNO L’attività del gioco può essere svolta in diversi modi: c’è il gioco individuale, quello di gruppo, il gioco dove il bambino si relaziona con uno o più oggetti, o ancora dove si relazione con un ambiente.Quest’ultimo può essere interno oppure all’aperto e spesso viene curato poco soprattutto dove non è ritenuto indispensabile. Francesco Tonucci, pedagogista italiano, afferma che il bambino è un indicatore ambientale: “Se una città è sana e a misura d’uomo, allora i bambini e i ragazzi possono viverla ed esplorarla in maniera autonoma. La qualità di vita di un bambino dipende dalla sua libertà nel progettarsi il gioco e dalla padronanza che ha dello spazio e del tempo.” Secondo Roberta Baldini, pedagogista italiana contemporanea: “L’habitat rappresenta il luogo esterno della produzione e della fruizione culturale, di conseguenza è importante consentire ai bambini di utilizzare/esplorare pedagogigamente il territorio per attivare una relazione fisica, sensoriale, spaziale ed infine culturale, di ciò che sta fuori dalle strutture educative.” 11 In seguito a questa affermazione si può dedurre l’importanza che ha il rapporto tra spazio e bambino. L’uno si deve adattare all’altro e se è presente una progettazione dell’ambiente a priori, questo avverà più facilmente. Lo spazio dovrà essere caratterizzato da quattro valenze educative: Lo spazio come decodifica (aspetto cognitivo); Lo spazio come narrazione (aspetto teorico-culturale); Lo spazio come sfondo integratore del progetto 11-12. Roberta Baldini, “L’identità pedagogica dell’asilo nido” , Edizioni Del Cerro, Tirrenia (Pisa) 2004 scolastico (aspetto didattico); Lo spazio come appartenenza (aspetto etico-sociale) 12 L’ambiente ludico si può concentrare su un aspetto fondamentale della crescita di un individuo oppure su più aspetti contemporaneamente; la scelta dell’una o dell’altra possibilià dipende solitamente dagli educatori che se ne occupano. Durante la mia ricerca ho notato che le aziende specializzate in questo ambito progettano e propongono diversi strumenti o percorsi suddivisi in temi differenti. Troviamo infatti tutti i materiali necessari per l’allestimento di giochi improntati sulla natura, giochi sensoriali, motori o ludici. Oltre allo studio pedagogico degli spazi effettuato da persone competenti, trovo che l’ingrediente principale per la creazione di un ambiente adeguato ai bambini sia l’osservazione di essi durante il momento del gioco. Le considerazioni a posteriori saranno basate sui loro bisogni, e non dei bambini in generale, ma di quelli in particolare. Per quanto le necessità durante la fase dell’infanzia siano comuni in tutto il mondo, trovo che l’influenza del territorio e della cultura sia rilevante per la formazione di un individuo e di conseguenza, lo è anche la progettazione degli spazi. Prima di posizionare un’area gioco precostruita in due posti caratterizzati da due storie e due culture differenti, bisognerebbe chiedersi se quella è la risposta giusta al tipo di utenti interessati. Non voglio affermare che non possa essere così, ma dopo aver effettuato delle ricerche in questo ambito credo sia importante prendere in considerazione i bisogni in ordine di priorità. 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 124 In alcuni casi quest’affermazione può portare a risultati negativi, privando alcuni bambini di uno spazio ludico. Se pensiamo ai villaggi dei paesi in via di sviluppo si può facilmente notare che questi non hanno aree attrezzate per il gioco; ciò accade perchè non vengono viste come una priorità dall’uomo occidentale che sostiene e collabora con questi villaggi e non rientrano nella cultura degli abitanti del posto. Ciò non significa che i bambini non abbiano diritto ad avere uno spazio tutto per sè. 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 125 L’AMBIENTE LUDICO NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO Un parco giochi simboleggia, promuove e rafforza l’importanza del gioco. In particolare in Africa, paese d’interesse per la mia ricerca, ci sono milioni di bambini che non hanno spazi e attrezzature di gioco sicure, divertenti e utili al loro sviluppo, ma questi spazi sono una grande risorsa per tutta la comunità. Quest’ultima infatti, ne usufruirà in modo indiretto: il bambino che cresce in spazi progettati su misura si sentirà in qualche modo accompagnato durante la sua prima fase di vita. 13 Il Playground, o ambiente adibito al gioco, non fa parte della cultura africana infatti vengono a mancare nella maggior parte dei villaggi o città, e quelli presenti solitamente sono frutto di un pensiero occidentale. In particolar modo la progettazione di spazi esterni non viene presa in considerazione poichè, soprattutto nei villaggi, non sono garantite strutture che ospitano i bambini dell’asilo o delle scuole durante i giorni di lezione, ma non per questo la loro costruzione deve essere vista come una perdita di tempo e di energie. Anche ad Abetenim, paese protagonista della mia ricerca, la struttura dell’asilo è ancora in costruzione e trovo che non sia la condizione economica ad influenzare la scelta di fare a meno di strutture ed ambienti educativi, o perlomeno, non è la motivazione principale. Alcuni architetti e associazioni hanno iniziato a progettare e costruire spazi ludici in molti paesi in via di sviluppo per evidenziare l’importanza che questi assumono durante la fase di crescita di ciascun bambino. Come si può notare dai casi studio proposti successivamente, le priorità del progetto si basano su principi di autocostruzione con l’utilizzo di materiali di recupero e si concretizzano grazie alla collaborazione degli abitanti; questo per valorizzare le risorse locali e stimolare le persone del posto a progettare da sè le proprie strutture. 13. www .eastafricanplaygrounds. org 123. Rappresentazione di un gioco tipico africano Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 126 124. Gioco tipico africano creato dai bambini di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 127 3.4 CASI STUDIO Dopo un’attenta analisi effettuata in loco e sviluppata in seguito, ho iniziato a definire gli elementi che avrebbero caratterizzato il mio progetto. Osservando le modalità di lavoro dell’associazione Nka emerge nei progetti la volontà di collaborazione tra i volontari e la comunità del villaggio, per questo ho scelto di elaborare una struttura fondata su un principio di autocostruzione, metodo che iniziò a diffondersi in tutto il mondo negli anni Cinquanta e Sessanta. Le architetture “do-it-yourself” riguardano diversi ambiti disciplinari e sono molto differenti tra loro: dall’autocostruzione assistita, a quella spontanea e autogestita, dall’uso delle tecniche locali, tradizionali o vernacolari, all’impiego di tecnologie contemporanee e all’avanguardia. 14 L’area di progetto scelta si concentra nella zona della scuola, in particolare nella parte esterna dell’asilo. La mia volontà è quella di creare uno spazio di gioco usufruibile dai bambini in particolare durante le ore scolastiche, ma che possa essere utilizzato anche come luogo di svago durante il resto della giornata e allo stesso tempo offra suggerimenti didattici agli insegnanti. Nella fascia di età compresa tra i 3 e i 5 anni il bambino impara a relazionarsi con quello che lo circonda e con gli altri. Uno spazio didattico può quindi essere considerato tale se stimola il soggetto a muoversi, scoprire nuovi materiali, nuovi suoni e ad interagire con persone della sua età o adulte. L’ultimo elemento che ho preso in considerazione è la simbologia che lega il progetto al luogo. Nel mio caso questa è accennata e percepibile soprattutto in pianta, ma rimane di particolare importanza poichè ha dato la forma alla struttura. 14. Articolo di L. Sampò, Do It Yourself Architecture, “Boundaries”, Luglio-Settembre 2013, p. 2 Dopo aver definito le caratteristiche peculiari del progetto ho iniziato la ricerca di progetti esistenti a cui far riferimento. Riporto in seguito quelli che ritengo maggiormente interessanti, risultati utili durante il mio lavoro. 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 128 BIBLIOTECA DEL VECCHIO MERCATO THAILANDIA 2009 TYIN TegnestueIl vecchio mercato di Min Buri, villaggio nei pressi di Bangkok, ha perso importanza dopo l’incendio verificatosi alla fine degli anni Novanta. Questo, oltre ad un cambiamento fisico della sua posizione, ha influito sull’intera comunità la quale è passata da essere un centro “vivace” a slum. Le persone che ne fanno parte appartengono ad un ampio gruppo chiamato Urban Poor, termine utilizzato per indicare coloro che non godono della sicurezza dei loro diritti e hanno accesso limitato a servizi come l’acqua, l’igiene, la salute. TYIN Tegnestue, studio di architettura no profit, è intervenuto in quest’aree progettando una biblioteca utilizzando le risorse del posto. Il lavoro si può considerare molto più che un semplice progetto di riciclo, poichè ha come scopo quello di creare un senso di appartenenza al quartiere coinvolgendo gli abitanti. Lo studio TYIN Tegnestue, in occasione della mostra NEEDS racconta l’approccio che hanno avuto con gli abitanti del quartiere: “Inizialmente abbiamo cercato di comprendere le necessità delle persone, attraverso incontri regolari. [...] A parte conoscere le persone volevamo creare una certa consapevolezza circa le loro speranze e possibilità. Come parte integrante dell’indagine abbiamo intervistato più persone per comprendere la loro visione della comuntià, il loro passato, presente e futuro con l’obbiettivo di capire più a fondo la loro situazione.” 15 15. NEEDS, Architetture nei paesi in via di sviluppo, a cura di Salvatore Spataro, LetteraVentidue Edizioni s.r.l., Palermo 2013 125. BIBLIOTECA DEL VECCHIO MERCATO, Thailandia 2009 TYIN Tegnestue Fonte: www.tyinarchitects.com 3.4.1 COLLABORAZIONE 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 129 SCUOLA COMUNITARIA FANSIRA’ CORO’ 2010-2011 Emilio Caravatti Promossa dalla onlus italiana AfricaBougou, la scuola sorge nel villaggio di Fansirà Corò nella Repubblica del Mali. Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’architetto Emilio Caravatti e la comunità del posto, divenendo un’opportunità per sperimentare la partecipazione degli abitanti, futuri usufruitori, a tutte le fasi del suo processo. Fondamentale alla riuscita del lavoro è risultata la divisione dei compiti tra i collaboratori, i quali si occupavano durante la fase di costruzione di reperire il materiale locale utile. Anche i giovani hanno ricoperto un ruolo importante diventando apprendisti e riportando le conoscenze acquisite nei progetti successivi. Questo lavoro cerca di soddisfare i bisogni della comunità utilizzando la terra e le mani come risorsa principale, oltre a voler essere percepito e vissuto come un bene comune, da preservare e sostenere con responsabilità e autonomia. I bambini possono essere considerati protagonisti di questa esperienza. E’ stato realizzato infatti un laboratorio di architettura rivolto a loro per renderli partecipi al progetto e con il fine di stimolarli e trasmettere la curiosità di scopri- re gli ambienti in cui abitano; questo laboratorio si è concluso con la realizzazione di uno spazio esterno ludico caratterizzato da pneumatici riciclati colorati dai bambini stessi. 16 16. Fonte: E. Caravatti, “Boundaries – Architetture di Pace”, Gennaio-Marzo 2012, p. 25-33 126-127. SCUOLA COMUNITARIA , Fansira Corò 2010-2011 Emilio Caravatti Fonte: www.emiliocaravatti.it 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 130 GEOPARK, NORVEGIA 2008 R. Augenstein, B. Gonzalez, M. Pena Situato nei pressi del Museo dell’Olio di Stavanger, città norvegese nota come principale industria petrolifera del paese, Geopark è divenuto presto simbolo di riuso e riciclo degli oggetti dismessi dalle industrie. Il team di architetti che se ne occupò coivolse nelle diversi fasi del progetto molti giovani locali, utili per delineare le attività principali svolte quotidianamente: mountain bike, arrampicata, concerti, ecc. Una volta stabiliti i bisogni degli abitanti, iniziò il cantiere che vide come protagonisti bidoni in plastica, teli e tubi metallici fino alla creazione di un parco usufruibile da tutte le persone del posto, non solo dai giovani. L’obbiettivo, oltre a quello di creare uno spazio pubblico, fu quello di evidenziare l’importanza che assume l’industria petrolifera del paese. 3.4.2 AUTOCOSTRUZIONE 128. GEOPARK, NORVEGIA 2008 R. Augenstein, B. Gonzalez, M. Pena Fonte: www.archiweb.cz 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 131 PARCOBALENO, L’AQUILA 2013 VIVIAMOLAq “Parcobaleno” è un ottimo esempio di autocostruzione e collaborazione con gli abitanti. L’Aquila ha subito gravi perdite in occasione del terremoto avvenuto nel 2009; in seguito nasce VIVIAMOLAq, un collettivo di studenti e neo-laureati delle facoltà di Ingegneria Edile e Architettura che si pone come obbiettivo quello di “ridefinire con i cittadini e per i cittadini spazi aggregativi e di crescita sociale, attraverso l’organizzazione di laboratori territoriali di architettura partecipata.” 17 La necessità di costruire qunesto tipo di spazi nasce da un bisogno comune dei cittadini, che si sentono 17. dalla relazione stampa di VIVIAMOLAq, 2 Marzo 2014 Da questo scenario nasce una progettazione autogestita dove prendono parte gruppi di volontari di diverso tipo, che riutilizzano materiali poveri per la costruzione di un parco giochi. espropriati dal loro territorio il quale ha perso un’identità e dei giovani progettisti, che vedono intorno a loro una realtà da risanare e vogliono intervenire. Gli unici elementi acquistati sono stati i giochi (altalene, dondoli, ecc) per una questione di norme di sicurezza. Il risultato è un parco reversibile e sostenibile, adatto ai bambini ma anche ad altri target. 18 18. Fonte: L. Sampò, “Boundaries – Do It Yourself”, Luglio-Settembre 2013, p. 72-82 129. PARCOBALENO, L’AQUILA 2013 VIVIAMOLAq Fonte: www.archiweb.cz 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 132 OLIFANTSVLEI PRESCHOOL, SUD AFRICA 2006-2007 University of Innsbruck Il progetto è stato interamente disegnato da un gruppo di studenti dell’Università di Innsbruck, guidati dal professor Volker Giencke. Il complesso scolastico è composto da più volumi posti sotto un’unica copertura ed è stato costruito con materiali semplici ed economici. E’ prevista un’area didattica esterna caratterizzata da volumi colorati e spazi aperti che stimolano la fantasia per scoprire nuovi usi per questi luoghi formali; l’immaginazione dei bambini viene aiutata dalle bucature della copertura, che proiettano a terra ombre differenti anche a seconda del momento della giornata. Il progetto si è ispirato alla dichiarazione avvenuta durante la Conferenza delle Nazioni unite di Rio riguardante l’ambiente e lo sviluppo sostenibile: “Si devono mobilitare la creatività, gli ideali e il coraggio dei giovani nel mondo intero per creare una collaborazione globale, in modo da assicurare uno sviluppo sostenibile e garantire ad ognuno un avvenire migliore.” Olifantsvlei non è l’unico esperimento di questo genere, ma costituisce un punto di riferimento per il futuro partendo dai bambini che vengono catturati dal naturale desiderio di entrare e conquistare lo spazio.19 19. Fonte: M.A, “Boundaries – Contemporary Architecture in Africa”, Luglio-Settembre 2011, p. 34-39 3.4.3 STRUTTURE DIDATTICHE 130. OLIFANTSVLEI PRESCHOOL, SUD AFRICA 2006-2007 University of Innsbruck Fonte: www.archello.com 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 133 FOUND SOUND, LONDRA 2008 Erect Architecture Il coinvolgimento dei bambini durante la fase progettuale ed esecutiva è stato fondamentale. La scelta è stata fatta dall’architetto che decise di non avere metodo migliore per costruire un ambiente per la scuola. Si concentrò sul suono, creando una foresta musicale costituita da una serie di workshop in cui i bambini potevano esprimere liberamente i loro sentimenti attraverso tecniche e materiali diversi. Il risultato fu una serie di quattro installazioni dove ognuna ricreava uno spazio emozionale costituito da strumenti, elementi a sorpresa, elementi chiusi.20 20. Fonte: www.erectarchitecture.co.uk 131. FOUND SOUND, LONDRA 2008 Erect Architecture Fonte: www.erectarchitecture.co.uk 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 134 LOS ANGELES DE EDEN KINDERGARDEN PERU’ 2014 AfonsoMaccagliaArchitecture La struttura è stata progettata sulla base della conformazione territoriale/climatica e costruita con materiali locali. Riprende le caratteristiche utilizzate nel mio progetto e in quelli sopra elencati, autocostruzione, utilizzo di materiali locali, collaborazione tra abitanti e si tratta di una situazione simile a quella di Abetenim, dove la comunità è costretta ad insegnare ai bambini in condizioni complesse. Quello che più mi ha colpito di questo progetto è stato il programma didattico delle scuole materne peruviane su cui è stato fondato, suddiviso in quattro aree: quella audio-visiva in cui prevale lo sviluppo dell’udito attraverso attività musicali e lo sviluppo visivo, l’area dedicata al movimento e alle capacità psicomotorie dei bambini, lo spazio dove prevale la creatività attraverso attività specifiche, ed infine abbiamo la riproduzione di un’ambientazione domestica in cui i bambini possono giocare. In Ghana non esiste un programma didattico così puntuale, e soprattutto la maggior parte delle strutture non sono adeguatamente attrezzate, ma dopo le ricerche effettuate in questo settore ho deciso di inserire nel mio progetto una serie di aree specifiche per sviluppare determinate capacità del bambino. 132. LOS ANGELES DE EDEN KINDERGARDEN, PERU’ 2014 AfonsoMaccagliaArchitecture Fonte: www.archello.com 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 135 3.4.4 FORMA ESPERANZA DOS ECUADOR 2011 AL BORDE L’analisi territoriale e sociale ricorda la situazione del villaggio a cui faccio riferimento: niente acqua corrente ne elettricità, niente proprietà privata e il tempo non si misura con gli orologi. La comunità del villaggio di Manabì, in Ecuador, desidera il progresso non inteso come arricchimento di soldi, avanzamento della tecnologia, ma come arricchimento personale che parte dalla condivisione e dal gioco. Sono state utilizzate le risorse del posto per la costruzione della struttura: materiali irregolari, strumenti da pesca, operai esperti. Come nel caso del mio progetto sono stati utilizzati elementi semplici che ripetuti, formano un percorso. La struttura consiste in un treppiede formato da tre pali, giuntati con una corda e arricchiti da una trama semplice di linee orizzontali. La ripetizione dello stesso elemento è il punto di forza del progetto; esso infatti assume funzioni e visioni differenti in base alla sua posizione e alla copertura aggiunta in alcuni casi. 21 21. Fonte: Al Borde, “Boundaries – Do It Yourself”, Luglio-Settembre 2013, p. 40-43 133. ESPERANZA DOS, ECUADOR 2011 AL BORDE Fonte: www.albordearq.com 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 136 URBAN SPACESHIP, MARSIGLIA 2013 BC Architects and Studies In occasione dell’evento “Marsiglia Capitale Europea” viene progettato ed installato un campeggio urbano con l’aiuto degli abitanti. Lo scopo è quello di fornire un appoggio ai visitatori “nomadi” che si possono così stabilire temporaneamente in uno spazio pubblico della città. Il concept consiste nella creazione di un alveare, dove ognuno da il suo contributo; come rimando a questa struttura naturale vengono riprese le forme esagonali e modulari, che permettono di adattare, ampliare e trasformare l’installazione a seconda delle esigenze. In comune con il mio progetto troviamo la caratteristica della modularità e della ripetizione di elementi costruiti con materiale di recupero. 22 22. Fonte: http://studies.bc-as.org 134. URBAN SPACESHIP, MARSIGLIA 2013 BC Architects and Studies Fonte: www.studies.bc-as.org 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 137 3.4.5 SIMBOLOGIA TRICIRCLE PAVILION, SUD AFRICA 2008 Smale and Partners Inc. Come nel mio progetto la simbologia assume un ruolo fondamentale, soprattutto in questi luoghi tanto legati alle tradizioni e alla religione. Nel caso dell’opera architettonica “Tricircle Pavilion” troviamo tre cerchi: una chiesa, un giardino e un recinto per il bestiame. Un segno architettonico della Trinità, ma rappresenta anche una metafora dell’uomo, dell’architettura e dell’allevamento, che forma nella sovrapposizione dei cerchi il simbolo cristiano del pesce, richiesto espressamente dal committente. La metafora è difficilmente riconoscibile soprattutto da un occhio straniero, come nel caso del mio lavoro, in cui non ho fatto riferimento ad un simbolo ghanese specifico, ma ho preferito conservarne l’idea disponenedo gli elementi lungo una linea immaginaria sinuosa. 23 23. Fonte: S.A, “Boundaries – Contemporary Architecture in Africa”, Luglio-Settembre 2011, p. 51-53 135. TRICIRCLE PAVILION, SUD AFRICA 2008 Smale and Partners Inc. Fonte: www.artefacts.co.za 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 138 1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici 139 4. PROGETTO 1, 2, tree PLAY! Progetto 140 1, 2, tree PLAY! Progetto 141 4. PROGETTO 4.1 LE ORIGINI “Ci dobbiamo occupare dei bambini e dare loro la possibilità di formarsi una mentalità più elastica e più libera, meno bloccata, capace di decisioni [...] A questo scopo, vanno studiati quegli strumenti che passano sotto forma di gioco ma che, in realtà, aiutano l’uomo a liberarsi.” Bruno Munari Protagonisti della mia ricerca e del progetto da me presentanto sono i bambini, in particolare quelli del villaggio di Abetenim. L’idea nasce dall’incontro di diversi mondi che mi hanno sempre affascinato e che ho potuto conoscere in modo più approfondito durante l’estate del 2014. Sono sempre stata attrata dai paesi in via di sviluppo, dalle persone che vi abitano e dalla loro cultura così diversa dalla nostra, fu così che non ho esitato a partecipare al workshop “Build with Earth” organizzato dall’architetto Giulia Fortunato cogliendo l’occasione per proporre un altro progetto, questa volta personale. Prima della partenza per il Ghana ho concordato con la prof.ssa Rebaglio il tema del progetto: il Playground, il quale abbraccia un altro ambiente a cui sono affezionata, quello dei bambini. La definizione delle esigenze e della struttura è iniziata durante il mio soggiorno ad Abetenim, dove ho potuto conoscere da vicino la realtà e le abitudini cercando di creare un’armonia tra la mia cultura e quella del villaggio. Il primo approccio al progetto è stato troppo rigido poichè costituito da molte limitazioni, le quali sono successivamente maturate in una costruzione consona all’ambiente progettuale scelto. Trovo che la frase di Bruno Munari rispecchi alla perfezione il punto dal quale sono partita a progettare: la libertà necessaria per la formazione dell’individuo durante la fase dell’infanzia. Inizialmente ho preso in considerazione due strade differenti entrambe basate sull’idea di bambino libero, creativo, protagonista. La prima tipologia consisteva nella progettazione di una struttura che collegasse le tre scuole del villaggio (asilo, scuola elementare e scuola media) e che svolgesse una funzione didattica là dove l’educazione di Abetenim presenta una delle sue maggiori criticità: l’assenza di alcuni insegnanti e di conseguenza la mancanza di lezioni. La seconda invece, coinvolgeva solamente i bambini dell’asilo ed è nata da un’esigenza espressa dal villaggio stesso e dall’associazione Nka. Dopo alcune analisi è emersa dai primi schizzi la tipologia vincente, la seconda. Durante la prima fase di progettazione è fondamentale delineare quelle che sono le caratteristiche ambientali e sociali, le risorse che si hanno a disposizione, i costi, ma soprattutto le esigenze degli utenti. Fu così che decisi di seguire i progetti della fondazione fornendo loro un disegno dettagliato su come costruire un’area gioco indirizzata ai bambini dell’asilo utilizzando 1, 2, tree PLAY! Progetto 142 sulle risorse del luogo. A differenza degli altri progetti, quello da me proposto non necessitasi esprime ad esempio nel “problema della casa”, generalmente sofferto. Il territorio infatti, è oggetto di compravendita fra chi ne ha le possibilità economiche e non più l’ambito in cui ciascuno, nel rispetto della natura, può scegliere il luogo in cui preferisce insediarsi. L’abitare ideale è stato accompagnato negli anni dalla cementificazione del territorio, in cui emergono caratteristiche distruttive che portano ad una crescita smisurata delle città e alla devastazione del territorio. Nel 2006 è stato registrato per la prima volta che il 50% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane.10 Questo flusso migratorio è composto da essere umani che fugguno dalle guerre, dalla sete e dalla fame; si tratta degli stessi essere umani che andranno ad insediarsi nelle baraccopoli che nascono e crescono ai confini delle grandi città. Una persona su sei, al giorno d’oggi, è costretta a vivere in questi slum, privi di comfort, sicurezza e benessere. In contrapposizione ad essi, troviamo chi ancora continua a vivere in luoghi lontani dai centri urbani, 9-10. Barbara Spampinato, “L’abitare”, Prospettiva edizioni, Roma 2007 sperimentando nuove tipologie di abitazioni, dove permane la voglia e la capacità di migliorare il luogo in cui viviamo per riceverne conforto. In Africa prevale la necessità di avere un riparo, un luogo dove riporre i propri beni, rispetto alla volontà di decorare e abbellire la casa in cui si vive. Questo bisogno, molto diverso dal nostro, nasce da una cultura dove la ricerca di benessere e comfort è secondaria, non solo per la situazione economica del paese, ma sopratutto per uno stile di vita differente. Nella cultura africana tutto ruota intorno alla comunità, non al singolo, perciò anche la vita si svolge all’aria aperta in spazi comuni e non all’interno delle abitazioni. Quando osserviamo un’abitazione africana viene spontaneo porsi delle domande sulle motivazioni che hanno spinto un uomo ad arrivare a questo tipo di soluzione. 3. Esempio di abitazione di un villaggio africano, Abetenim (Ghana) Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 18 La nostra percezione dell’habitat africano non può che essere quella di “osservatori estranei”11, anche in questo caso è importante non lasciarsi sopraffare da pregiudizi oppure distorsioni personali lontane dalla realtà. Nella maggior parte del continente, se percorriamo le strade che conducono da una città all’altra, troviamo ai lati una serie di baracche precarie costituite da lamiere e materiali di recupero, le quali fanno nascere in molti stranieri l’idea che le costruzioni spontanee abbiano solo bisogno del nostro “intervento risanatore”. In questo tipo di società, dove si ha un rapido cambiamento nei modi di abitare, le tecniche di costruzione tradizionali diventano distintivi di arretratezza, di emarginazione e di precarietà. 11. Alberto Arecchi, “Abitare in Africa” MIMESIS, Milano 1998 Le baracche possono essere considerate quindi un prodotto scadente, frutto di un bisogno soddisfatto in maniera frettolosa e poco progettata. Trovo però che questi elementi abbiano un loro fascino, non tanto dato dalla struttura di per sé, quanto da ciò che la circonda. Le abitazioni, insieme alle costruzioni adibite alla vendita delle merci, si inseriscono in un ambiente vivo, apparentemente dominato dal caos. Osservando il contesto con occhio esterno, specialmente se ci troviamo in prossimità di un mercato, veniamo travolti da un insieme di rumori, colori, odori, persone che camminano, che urlano e sembrano non capirsi tra loro. Ma se solo ci lasciamo coinvolgere da questo caos apparente, possiamo notare che per questa cultura ogni cosa è al suo posto, ogni persona ha ben chiaro la strada da percorrere, e comprende perfettamente le parole dell’altra. Sarebbe riduttivo però parlare dell’abitare in Africa facendo riferimento solo alle piccole abitazioni. Non bisogna infatti fermarsi all’idea di abitazione africana ridotta ad una squallida baraccopoli ma prendere in condiserazione anche quelle che sono state realizzate in termini di qualità del loro ambiente di vita, in cui prevale l’attenzione sul come le persone si riuniscono e vivono. E’ da qualche tempo infatti, che questo territorio ha catturato l’attenzione di architetti, ingegneri, medici, e altre figure professionali e non, di tutto il mondo. Nella maggior parte dei casi, le figure che intervengono in Africa vengono attratte da questo continente ricco di emozioni e nasce in loro il desiderio di sfruttare le proprie conoscenze e competenze per migliorare la qualità di vita del paese. Di seguito analizzo l’atteggiamento degli africani nella progettazione architettonica e di come alcuni di loro affrontano questo tema. 4. Esempio di abitazione di una città africa, Cape Coast (Ghana) Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 19 NUOVE ARCHITETTURE L’evoluzione dell’architettura africana è ostacolata dalla mancanza di istruzione e dalla scarsa conoscenza dell’architettura stessa, non è la volontà di svilupparsi a mancare ma l’educazione in questo settore. Le persone che possono permettersi di frequentare l’Università diventando progettisti, rimangono affascinati dalle costruzioni occidentali e si lasciano ispirare da esse per poi cercare di riprodurle nel proprio paese. La sfida consiste nel raggiungere un buon risultato tenendo in considerazione la tecnologia e l’utilizzo minimo delle risorse che si hanno a disposizione. Troviamo così numerosi edifici costruiti in cemento armato, materiale che trattiene il calore all’interno, in cui l’ambiente raggiunge tempereture troppo elevate. Per risolvere il problema nelle grandi città vengono installati degli impianti di condizionamento per raffreddare l’edificio. La situazione è molto diversa nei villaggi dove non arriva l’elettricità e dove questo tipo di soluzioni spesso non sono attuabili facendo quindi risultare i progetti e i materiali occidentali inadeguati. Ciò nonostante, negli ultimi trent’anni la situazione è leggermente cambiata. Troviamo difatti, giovani studenti che affrontano, con molti sacrifici, esperienze di studio all’estero e tornano nel loro paese per dare il proprio contributo che risulta maggiormente innovativo e consono al territorio africano allontanandosi sempre di più dall’idea di ricreare un modello socio-economico che tenda a quello occidentale. Alcuni architetti hanno sempre sostenuto che la tecnologia sia stata la soluzione ai problemi di tutto il mondo perchè ha portato, in questo caso nell’architettura, ad avere risultati che un tempo erano impensabili. Da questa definizione si evince un’esclusione dei paesi in via di sviluppo, i quali non sono dotati delle nostre tecnologie e risultano arretrati. In contrapposizione a questo pensiero però vi è quello dell’architetto Bernard Rudofsky12, il quale afferma che i paesi in via di sviluppo non rimangono indietro sotto questo punto di vista, ma al contrario, hanno le proprie tecnologie “know-how”. Non esiste quindi per lui uno stato più o meno sviluppato di un altro; con la stesura del libro “Architecture without architects” volle infatti sensibilizzare le persone di questi paesi a sfruttare le proprie tecnologie e i propri materiali per progettare edifici innovativi tanto quanto quelli della cultutra occidentale, i quali risulteranno più adatti al contesto in cui si trovano.13 Uno dei primi esempi di architetti che hanno promosso l’architettura autoctona come migliore soluzione è Hassan Fathy14 . Egli infatti l’ha sviluppata attraverso l’impiego di materiali poveri e tecnologie costruttive tradizionali, utilizzando un linguaggio semplice costituito da pochi elementi morfologici propri dell’architettura vernacolare. Al contrario dei maestri dell’architettura moderna Fathy stabilisce un legame con il passato, considerato l’unico che risponde al meglio ai bisogni fisici, psicologici, fisiologici e culturali del luogo per quantodi un volontario presente in loco durante la fase di costruzione, ma è stato pensato per essere auto-costruito una volta consegnate loro le istruzioni. 1, 2, tree PLAY! Progetto 143 4.2 IL CONCEPT BAMBINO colore Abetenim libertà creatività sperimentazione collaborazione camminare/correre salire/scenderearrampicare saltare albero percorso asante story adinkra symbols movimento area sonora area movimento area emozionale are a r ela x 136. Schema riassuntivo del concept Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 144 Fondamento del progetto è l’articolo 31 presentato dall’Unicef il quale racchiude i “Diritti dei bambini”. Il diritto a vivere in modo sano, a sporcarsi, al selvaggio, sono stati essenziali per definire le caratteristiche principali ed ottenere un risultato consono all’ambiente in questione. Come definito precedentemente la libertà svolge un ruolo fondamentale nel progetto; la libertà intesa come possibilità di stimolare la fantasia, la creatività del bambino, attraverso strumenti differenti attivati dall’interazione persona-oggetto. Lo scopo è quello di accompagnare la persona durante la fase della scoperta offrendogli alcuni elementi semplici per poter sperimentare la realtà che la circonda e sviluppare in questo modo i cinque sensi. Se si pensa ad un qualsiasi bambino una delle prime immagini che si proietta nella nostra mente è in movimento. E’ importante infatti che tra i principali diritti venga rispettato quello motorio attraverso il quale l’essere umano riesce a sviluppare l’equilibrio, la forza fisica e la coordinazione di cui necessita per vivere e sopravvivere. Ho analizzato così alcuni movimenti principali che il bambino, o in generale l’essere umano, è solito svolgere (camminare/correre, salire/scendere, arrampicare, saltare) e da essi ho sviluppato una forma adeguata a questo tipo di azioni. Il risultato finale spinge ad una collaborazione tra i bambini; la costruzione infatti, invita gli utenti a svolgere giochi di gruppo in particolare in alcune aree. Un altro elemento di rilievo è stato l’albero presente nei pressi dell’edificio dell’asilo, il quale svolge un ruolo fondamentale sia per la forma che per la funzione. L’albero è stato il punto di riferimento per tutti i bambini di Abetenim poichè, fino a pochi mesi fa, era il luogo dove venivano svolte le lezioni dell’asilo. Ho voluto sottolinearne l’importanza che ho colto una volta trovatami in loco coinvolgendolo nel progetto; si percepisce infatti dagli abitanti un senso di “devozione”, di rispetto nei confronti di questo albero, che agli occhi dello straniero si confonde con la vegetazione circostante. Protagoniste dell’infanzia di ogni bambino sono le storie che gli vengono narrate; queste aiutano a sviluppare la sua immaginazione e fantasia coinvolgendolo in un mondo parallelo, dove tutto è possibile. Da generazioni in Ghana vengono raccontate le “Ananse Story”, una raccolta di miti, leggende, che trovano come personaggio principale Kwaku Ananse il quale viaggiando per il paese incontra diversi animali, ognuno con la sua storia. Lo scopo principale di queste favole è dare una spiegazione a determinati comportamenti degli animali stessi. E’ facile essere rapiti da questi racconti e dovendo progettare per un target infantile ho ritenuto necessario l’inserimento dell’aspetto narrativo attraverso la costruzione di un percorso che collega l’asilo all’albero. La forma che deriva da questa serie di elementi rimanda la mente dell’osservatore al mondo animale, fiabesco creando una contrapposizione di forme sinuose come i simboli adinkra e forme geometriche come la maggior parte delle decorazioni di questo continente. Il colore infine, aumenta la personalità del progetto. Lo considero elemento indispensabile e adatto per l’incontro di questi due mondi: quello dei bambini e quello dell’ Africa, continente dove i colori arrivano alla nostra mente ancora prima del nome. 1, 2, tree PLAY! Progetto 145 4.3 OGNI PROGETTO HA LA SUA STORIA 4.3.1 FILOSOFIA DEL PROGETTO Uno degli obbiettivi che mi sono posta è quello di ridurre al minimo i costi e le difficoltà che potrebbero presentarsi ai lavoratori durante la fase di costruzione, per questo ho iniziato a delineare una lista di materiali disponibili sul territorio evitando di acquistarne di nuovi. L’associazione Nka riesce a concretizzare i suoi progetti grazie a donazioni esterne e non avendo fondi propri è bene che il budget stimato sia il più ridotto possibile affinchè le costruzioni vengano ultimate. La sostenibilità del progetto da me presentato comprende sia l’utilizzo di materiali di recupero, sia la volontà di usufruire della forza lavoro locale senza l’intervento di “estranei”. Questo poichè essendo entrata in contatto con la realtà di Abetenim ho capito quanta poca fiducia hanno gli abitanti nelle loro capacità e trovo che renderli protagonisti di un progetto di cui beneficierà, anche se indirettamente, tutta la comunità sia di fondamentale importanza anche per fornire loro delle competenze che potranno essere sfruttate in un futuro. Il progetto risulterà quindi semplice nella sua complessità. Semplice per quanto riguarda il materiale e le tecnologie utilizzate, le quali dovranno essere presentate agli abitanti, in particolare ai costrutturi, in modo chiaro per non creare complicazioni durante la fase esecutiva. Complesso poichè non si tratta di un’area giochi attrezzata adatta a qualsiasi luogo, ma presenta bensì uno stretto collegamento con l’ambiente e la cultura del villaggio. “1,2,tree, PLAY” ha il compito di stimolare la mente sia degli adulti che si occuperanno della costruzione, sia di quelli che si limiteranno ad osservarla ma soprattutto dovrà stimolare la fantasia dei bambini affinchè interpretino l’ambiente a loro piacimento creando una propria favola nella quale immergersi quotidianamente. Ad aiutarli in questo saranno gli elementi differenti che contraddistinguono il progetto e danno la possibilità ai bambini di interagire con loro. 137. Rappresentazione del progetto inserito in un ambiente fantastico Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 146 4.3.2 RISPONDERE A DEI BISOGNI Ogni progetto nasce da un esigenza e deve rispondere ad uno o più bisogni per essere efficace. Ho analizzato così l’ambiente educativo di Abetenim in particolare quello del Kindergarten, ponendo in evidenza alcuni aspetti. Il primo, il più urgente, era quello di avere una sruttura che potesse ospitare le lezioni dell’asilo svolte fino ad oggi sotto il grande albero. Il problema principale si poneva nelle giornate di pioggia, quando le due classi dei più piccoli erano costrette ad unirsi alla prima elementare perdendo così una giornata di lezione. A questa necessità hanno risposto due studenti: Michele Ape e James Palmer, progettando una struttura adatta ad ospitare le classi dell’asilo. Parlando con chi si è occupato di questo progetto e con la Fondazione Nka, sono venuta a conoscenza del fatto che è prevista un’area esterna al Kindergarten fatta a misura di bambino, ma che nessuno al momento la sta disegnando. Sulla base di queste premesse ho scelto la tipologia di progetto da affrontare in quanto nasce proprio da un bisogno espresso dalla comunità. Ho cercato quindi di conoscere al meglio gli utenti che andranno ad usufuire direttamente della struttura, i bambini, attraverso interviste e questionari fatti a loro o a chi li vede quotidianamente come gli insegnanti. Trovo che il modo per comprendere meglio questo mondo sia osservare i bambini durante i momenti di gioco per poter valorizzare quest’ attività anche nella struttura da me progettata. I passatempi più diffusi tra i bambini sono sia giochi più classici come il calcio per i maschi e canzoni collegate ad alcuni gesti per le femmine, sia giochi inventati da loro con materiali di recupero come i copertoni o bastoni. Inoltre sono presenti l’oware e ladama; il primo è un gioco tradizionale ghanese, l’altro è universalmente conosciuto, cambiano solo i materiali che spesso sono anch’essi di recupero. L’ultimo bisogno a cui ho fatto riferimento è la necessità di rendere protagonista l’albero del Kindergarten il quale rimane un punto di riferimento per i bambini nonostante la sua funzione principale sia stata occupata dalla nuova struttura dell’asilo. 138. Lezione delle classi dell’asilo e della prima elementare prima della costruzione dell’edificio Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 147 Valorizzare i giochi dei bambini Oware Ruote Ampe Calc io Giocattoli fa i-d a-te 139. Rappresentazione dei giochi più comuni nel villaggio di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 148 4.3.3 ANALISI D’AMBIENTE Il villaggio di Abetenim si sviluppa ai lati della strada principale che collega il distretto di Ejisu-Juaben ai villaggi e non ha zone di forte concentrazione di persone durante il giorno se non quelle adiacenti alla strada. Osservando la cartina è facile notare che l’area dedicata alle scuole risulta marginale rispetto al resto del villaggio e posso confermarlo in seguito all’esperienza fatta ad Abetenim. Durante i giorni di vacanza dalla scuola risulta quasi “abbandonata” poichè viene a mancare la sua funzione principale, quella delle lezioni. E’ nel periodo compreso tra Settembre e Giugno che questo posto prende vita animato dallo schiamazzo dei bambini. Anche in questo caso però, è possibile non accorgersi di questo mondo quasi nascosto se non si è a conoscenza delle strutture scolastiche. Una volta arrivati alla fine del villaggio si prende una strada secondaria che porta ad una grande distesa di terra allestita dagli abitanti a campo da calcio, oltrepassato il campo ci si imbatte in una struttura lunga. Non ci sono cartelli o delimitazioni che possano ricondurre la struttura alla sua funzione e passandoci nei giorni di festa non è facile intuirla. L’edificio della scuola elementare si presenta come abbandonato e nei dintorni si nota solo un cantiere, quello dell’asilo, e qualche animale. La struttura della scuola media infatti rimane nascosta ed è necessario percorrere la strada oltre la scuola elementare per potervi arrivare. Ho avuto modo di osservare questo luogo sia in questa situazione sia a lezioni iniziate e posso affermare che sembra di trovarsi in due posti differenti. Come prevedibile l’ambiente durante i giorni di scuola viene pervaso da un’atmosfera allegra, animata in particolar modo durante la ricreazione. La cosa che mi ha colpito maggiormente facendo un confronto con le scuole occidentali non sono le aule o le strutture di per se o ancora le lezioni a risultare differenti, ma la libertà che c’è nell’andare a scuola. Non sono presenti cancelli o limitazioni del territorio semplicemente perchè non ce ne è bisogno. Un bambino potrebbe quindi tornare a casa in qualsiasi momento, non lo fa poichè ha voglia di andare a scuola e non lo vede come un obbligo ma come un opportunità di prepararsi al futuro. La scelta dell’area d’intervento del mio progetto è avvenuta in modo naturale una volta definite le caratteristiche che avrebbe assunto. Fin da subito mi sono concentrata nella zona compresa tra il Kindergarten e l’albero, un luogo apparentemente anonimo ma a mio parere, ricco di potenzialità. Si presenta vuoto e poco curato a causa delle erbacce che vi crescono e della presenza di mattoni avanzati da altri progetti. Una leggera pendenza caratterizza il luogo che non risulta così come la maggior parte dei playground costruiti nel resto del mondo; questo fattore potrebbe essere visto come un ostacolo ma anche come un elemento da sfruttare, per questo ho scelto di progettare un percorso che dall’asilo sale verso l’albero. Lo spazio risulta quindi adatto per accogliere una struttura essendo privo di impedimenti fisici, come ad esempio gli alberi, non comportando così un impatto invasivo. 1, 2, tree PLAY! Progetto 149 140. Rappresentazione della pianta con posizione e inquadratura delle foto 141-142-143. Viste differenti della zona d’intervento Fonte: Anna Mazzaron 2 3 1 1, 2, tree PLAY! Progetto 150 144. Rappresentazione del villaggio di Abetenim, in particolare delle scuole Fonte: Anna Mazzaron 145. Rappresentazione dei flussi durante il percorso casa-scuola 146. Rappresentazione dei flussi durante i momenti di gioco libero Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 151 147. Rappresentazione della pianta e del prosetto dell’area d’intervento in scala 1:500 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 152 4.3.4 PROCESSO PROGETTUALE Dopo le analisi del territorio, della cultura e dei bisogni è stato necessario dare una forma al progetto. Inizialmente ho definito due possibili soluzioni attuabili nell’area d’intervento scelta; La prima idea fu quella di creare una serie di elementi componibili in un’unica struttura oppure scomponibili singolarmente, aventi due differenti funzioni nel primo e nel secondo caso. La seconda opzione definita fu quella vincente: il percorso. Quello che non mi convinceva della prima soluzione era la dispersione che poteva assumere il progetto, privo di filo conduttore. Fu così che ho portato avanti la volontà di creare un ambiente fantastico che potesse stimolare l’immaginazione dei bambini anche solo guardandolo, ricreando uno spazio che trova le Ananse Story protagoniste, anche se indirettamente. Riporto in seguito i passaggi che reputo fondamentali che mi hanno permesso di arrivare ad una soluzione adeguata all’ambiente, tralasciando gli schizzi e le idee superflue. 148-149. Schizzi progettuali Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 153 Uno dei primi tentativi prevedeva come elemento un palo in legno riprodotto in diverse altezze, il quale ripetuto andasse a creare una sorta di corridoio tra l’asilo e l’albero. Volevo che in qualche modo i bambini si sentissero protetti senza sentirsi intrappolati da recinzioni o elementi invadenti. Gli aspetti negativi di questo progetto erano l’esclusione dell’albero, il quale veniva messo in disparte e non valorizzato come avrei voluto che risultasse e la troppa rigidità della forma che andava in constrasto con la sinuosità di questa cultura. elemento creare uno spazio protetto per i bambini1 150. Schizzi proposta n.1 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 154 Ho modificato così il progetto passando alla seconda soluzione e mantendendo i punti di forza: l’idea di percorso, il singolo elemento ripetuto in diverse altezze e l’idea di ricreare uno spazio fantastico. L’elemento singolo si è trasformato da un palo a una costruzione di più pali resi dinamici dalle diverse inclinazioni date, mentre la forma nel complesso è caratterizzata da curve morbide che si concludono avvolgendo l’albero. Dopo aver analizzato i movimenti dei bambini e le azioni sviluppate maggiormente nel periodo infantile ho deciso di inserire elementi differenti che potessero accompagnarli durante la fase di crescita, dividendoli in quattro ambiti: sonoro, del movimento, emozionale/ sensoriale e rilassante; un percorso che parte animato e si conclude con l’immagine dei bambini intorno all’albero ai quali vengono raccontate o raccontano delle storie. Trovo che la filosofia di questa opzione sia convincente, quello in cui è carente è la struttura. elemento linea morbida che include l’albero2 suddivisione in aree differenti3 151. Schizzi proposta n.2 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 155 Il terzo ed ultimo passaggio ha come protagonista il triangolo: elemento geometrico presente in molti tessuti africani e forma strutturalmente stabile rispetto a quelli precedenti. Il risultato finale di questo percorso riprende idealmente l’immagine di un grande animale rielaborata in base alle esigenze progettuali. elemento ripetizione di un elemento con diverse inclinazioni4 152. Schizziproposta n.3 (definitiva) Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 156 4.4 “1,2, tree, PLAY!” Il nome del progetto coincide con il titolo della tesi e si fonda su un gioco di parole che trova come protagonisti il bambino e l’albero ed è semplice, diretto, dinamico. 4.4.1 MATERIALI Uno degli obbiettivi principali è quello di intervenire nell’area esterna del Kindergarten di Abetenim senza entrare in conflitto con l’ambiente circostante e con la cultura del villaggio. La scelta dei materiali deve quindi rispondere a delle esigenze di sostenibilità per ridurre al minimo i costi e facilitarne la loro reperibilità. Le immagini mostrano la presenza degli oggetti scelti presenti sul posto e il loro comune impiego. Il materiale più utilizzato all’interno del progetto è il legno, maggiore componente della struttura principale. Dopo un’attenta analisi delle tipologie di alberi presenti in loco ho optato per l’uso del teak in quanto legno resistente a flessione e deformazione, durevole nel tempo, idrorepellente e facilmente lavorabile. Questa è risultata una soluzione vincente in quanto materiale disponibile in grandi quantità e ad un basso costo; inoltre la lavorazione avviene direttamente sul posto, evitando così ulteriori costi di trasporto e lavorazione. La maggioranza del legno sarà impiegata nella produzione di assi, elemento principale del progetto; la parte restante verrà utilizzata per i dettagli. 153. Schizzo del progetto definitivo 154. Assi di legno Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 157 Gli altri materiali non ricopriranno un ruolo strutturale bensì andranno a definire gli elementi aggiuntivi che differenziano il progetto in diverse funzioni e aree. Il copertone è un oggetto ricorrente nelle immagini africane in particolar modo in quelle che vedono i bambini come protagonisti. Essi infatti lo utilizzano spesso nei loro giochi facendolo rotolare sul terreno e mantenendolo in equilibrio. E’ stato usato in molti progetti destinati a paesi in via di sviluppo poichè disponibile in grandi quantità e oggetto caratteristico dell’infanzia. A mio parere col tempo è risultato un elemento inflazionato; osservando le aree giochi di questi paesi troviamo infatti una vasta scelta di playground caratterizzati unicamente da copertoni sotto le più svariate forme e colori. Pur trovando questo oggetto affascinante e proprio di questo ambiente, ho scelto di inserirlo in modo marginale per evitare che risultasse l’unico elemento del progetto. Ho cercato di utilizzare, per quanto possibile, elementi naturali per non interferire con l’ambiente circostante e per valorizzare i “prodotti” locali. Uno di questi è il seme, principalmente quello proveniente dalle palme e presente in grandi quantità. I semi, insieme ad altri oggetti offerti dalla natura, risultano adeguati alla riproduzione di suoni differenti in base alla loro posizione. Nel progetto alcuni semi sono stati inseriti all’interno di noci di cocco per emettere una melodia prodotta dallo spostamento di questo oggetto a tempo di musica; un altro esempio è la disposizione dei semi in una zona di calpestio in cui il suono, in questo caso, viene prodotto con i piedi e non con le mani. 155. Bambini che giocano con un copertone Fonte: Anna Mazzaron 156. Semi di palma Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 158 Ho inserito alcuni tubi metallici, spesso utilizzati per l’armatura del cemento nelle fondazioni degli edifici, nella prima zona del percorso. Anch’essi, come gli elementi naturali precedentemente elencati, riproducono suoni piacevoli se azionati da una forza meccanica e posizionati in modo strategico. Le reti e alcuni tessuti caratterizzano principalmente l’area emozionale: differenti trame e trasparenze permettono infatti al bambino di scoprire il mondo attraverso diversi filtri. Le reti in modo particolare vengono utilizzate come zanzariere all’interno delle abitazioni. La corda assume nel progetto varie funzioni: da quella motoria su cui i bambini possono arrampicarsi, a quella di assemblaggio di diversi elementi nei casi in cui è necessario ad esempio, fissare un oggetto ad una trave. 157. Tubo metallico 158. Rete Fonte: Anna Mazzaron 159. Corda Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 159 Tutti i materiali precedentemente elencati sono disponibili ad Abetenim a “costo zero”, ad eccezione delle assi di legno che necessitano di una lavorazione ben precisa. Gli unici elementi che andranno ad incidere sul costo finale del progetto sono quelli utilizzati per ottenere una maggiore stabilità della struttura. Si tratta di cerniere e chiodi, acquistabili all’interno dei mercati dei villaggi circostanti. 4.4.2 STRUTTURA Il progetto consiste nella ripetizione di un unico elemento riproposto con inclinazioni e altezze differenti: il triangolo. Questa forma è costituita dall’unione di assi che rappresentano i due lati, mentre il terzo lato è costituito dal terreno su cui appoggia tutta la struttura. I principali requisiti necessari al progetto sono la durabilità nel tempo e la resistenza. Nonostante l’utilizzo del teak, materiale di per sè resistente, ho scelto di rafforzare la struttura ulteriormente ricorrendo a diverse tecnologie. Anche in questo caso ho cercato soluzioni che fossero allo stesso tempo semplici e innovative per la comunità di Abetenim, in modo che possano essere riutilizzate in altri progetti futuri senza dover ricorrere a tecnologie avanzate di cui non dispongono delle materie prime. E’ stata preziosa la consulenza di esperti nel campo della lavorazione del legno, i quali sono riusciti a guidarmi nelle varie scelte per arrivare infine, ad una soluzione soddisfaciente che abbraccia tutti i requisiti prefissati. 160. Schizzi dell’elemento modulare scelto Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 160 La giuntura delle assi consiste in un semplice incastro con denti larghi 3cm ciascuno, un sistema semplice da realizzare anche con attrezzature di falegnameria basilari. Al villaggio è presente un carpentiere al quale vengono commissionati lavori per la comunità ed è importante che la tecnologia non superi le capacità e l’attrezzatura disponibile. Inizialmente la soluzione ottimale sembrava essere l’incastro a “coda di rondine” il quale, avendo i tagli trasversali, offre una maggiore resistenza. Nel mio caso le assi non sono perpendicolari tra loro (condizione necessaria per questo tipo di taglio), per ciò ho optato per la semplificazione dei denti in modo che non divenisse un ostacolo per chi si occupa dell’esecuzione. La struttura, essendo utilizzata principalmente da bambini, verrà sottoposta frequentemente a sollecitazioni; per questo ho rafforzato la sua stabilità trovando due soluzioni al contempo semplici e innovative per gli abitanti del villaggio. 161. Sezione in scala 1: 50 [vista laterale] 162. Schizzo incastro semplice Fonte: Anna Mazzaron incastro asse in teak ciotoli e materiali di recupero rivestimento in legno appoggio in legno per ancoraggio 1, 2, tree PLAY! Progetto 161 163. Dettaglio cerniera 164. Sezione in scala 1:50 [vista frontale] 165. Sezione in scala 1:50 [vista dall’alto] Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 162 La prima consiste nell’applicare una cerniera nella parte interna dell’incastro in modo da rendere la giuntura maggiormente resistente. Questo materiale è uno dei pochi che, nel caso in cui la fondazione lo ritenesse necessario per la buona resa del progetto, dovrà essere acquistato. La seconda soluzione riguarda l’ancoraggio della struttura al terreno. Ho cercato di renderla il meno invasiva possibile per non compromettere la sicurezza dei bambini e l’ambiente circostante, ma che risulti al contempo efficace. Ogni asse dovrà essere inserita nel terreno di circa 60 cm. Prima di questa operazione è necessario preparare il terreno scavando in prossimità delle assi una cavità rivestita con pannelli di legnoe che disponga di un elemento, anch’esso in legno, al quale fissare la trave. La buca verrà riempita con ciotoli e materiali di recupero per consentire il drenaggio dell’acqua piovana ed evitare una rapida decomposizione del legno. Inizialmente avevo risolto il problema del fissaggio a terra con un blocco di cemento inserito nel terreno; questa opzione risultava però poco pratica poichè non permette un adeguato drenaggio dell’acqua e non è sostenibile. Sono ritornata così ad un principio precedentemente esposto nel primo capitolo che vede come priorità quella di utilizzare le risorse locali ed insegnare alle comunità a servirsi di esse piuttosto che cercare di imitare le strutture occidentali. Questa struttura rappresenta il modulo ripetuto in tutto il progetto e riprodotto con diverse altezze ed inclinazioni. L’insieme di questi elementi crea un percorso “fluido” che collega l’edificio dell’asilo all’albero ed ha lo scopo coinvolgere i bambini facendoli entrare in una dimensione fantastica dove si possano riconoscere come protagonisti. 166. Schizzo soluzione ancoraggio a terra Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 163 4.4.3 PERCORSO Il progetto entrerà silenziosamente a far parte dell’ambiente in prossimità delle scuole, in particolare dell’asilo, senza creare contrasti con le strutture esistenti. Si estende principalmente in lunghezza occupando una superficie di circa 35 m. Per quanto riguarda l’altezza può variare dagli 0,20 m a 2,5 m a seconda delle funzioni assunte in quel determinato luogo. La soluzione del percorso nasce dalla volontà di creare una storia in cui non siano presenti solamente personaggi di fantasia, ma soprattutto reali: i bambini. Essi verranno stimolati sia dalla struttura in tutta la sua interezza, sia dai singoli elementi proposti nel progetto. La forma complessiva rimanda la nostra mente a un ambiente fanstastico in quanto ricorda lo scheletro di un animale che riposa sotto l’ombra dell’albero. Mi sono lasciata ispirare dai simboli Adinkra, appartenenti alla cultura ghanese, ottenendo così un percorso sinuoso nel quale immergersi. La forma è strettamente collegata alla funzione principale: stimolare i bambini nei momenti di gioco accompagnandoli durante la loro fase di crescita e rispettando i loro diritti. Il diritto al vivere sano, al relax, alla scoperta sono i fondamenti del progetto concentrati in zone ben specifiche del percorso caratterizzate da elementi differenti. Una volta usciti dall’edificio dell’asilo i bambini entreranno in un mondo musicale che si animerà con la zona successiva in cui potranno saltare, correre, arrampicarsi. Successivamente scopriranno il mondo osservato da un punto di vista differente, per poi riposarsi sotto quello che rimane tutt’oggi il loro punto di riferimento: l’albero. Il progetto è quindi composto da quattro aree, ognuna finalizzata allo sviluppo di un aspetto della crescita. 167. Rappresentazione simbolo-forma 168. Suddivisione delle aree di progetto Fonte: Anna Mazzaron Spazio relax Spazio emozionale Spazio movimento Spazio sonoro 1, 2, tree PLAY! Progetto 164 SPAZIO SONORO 169. Rappresentazione tridimensionale dello spazio sonoro Fonte: Anna Mazzaron Quest’area è dedicata all’educazione del suono come strumento di percezione dell’ambiente circostante. Attraverso oggetti di recupero il bambino ha la possibilità di sviluppare l’udito e il senso del ritmo creando numerose melodie sia singolarmente che in gruppo. E’ importante infatti che i bambini imparino a rapportarsi con l’uno con l’altro. Trovo che la musica sia un buon esercizio per migliorare le proprie capacità di comunicazione e collaborazione in modo che la classe dell’asilo possa risultare così un’orchestra e un insieme di solisti. Gli elementi che caratterizzano lo spazio in questione sono tubi metallici sospesi con i quali è possibile riprodurre un suono se movimentati da un fattore esterno, un piatto metallico che ricorda un “gong”, sonagli costruiti con noci di cocco e semi, una parete di tessuto semi-rigido ed infine diverse superfici calpestabili (semi, ghiaia, legno) dalle quali otteniamo suoni differenti. Anche l’ordine con cui ho posizionato le tappe non è casuale. Seguendo i ritmi della giornata ho scelto di iniziare il percorso l’area del suono per “svegliare” gli animi dei bambini, per poi fare in modo che si attivino e si sfoghino con quella del movimento. Gli ultimi due spazi, quello emozionale e quello relax, concludono il percorso riportando il bambino a uno stato di tranquillità necessario dopo il gioco vivace. 1, 2, tree PLAY! Progetto 165 SPAZIO MOVIMENTO 170. Rappresentazione tridimensionale dello spazio movimento Fonte: Anna Mazzaron Ogni bambino ha il diritto di muoversi e svolgere le attività proprie dell’infanzia: camminare, correre, arrampicarsi, dondolarsi, salire, scendere. Non è necessario uno spazio progettato appositamente per compiere questi movimenti, ma l’esistenza di uno di questi rende l’attività più interessante e facilita lo sviluppo delle capacità motorie. L’area è caratterizzata da elementi verticali ed orizzontali quali assi di legno, copertoni, corde e reti che arricchiscono lo spazio e permettono di svolgere attività semplici. In alcuni casi è il modulo stesso a differenziare le funzioni variando in altezza. 1, 2, tree PLAY! Progetto 166 SPAZIO EMOZIONALE 171. Rappresentazione tridimensionale dello spazio emozionale Fonte: Anna Mazzaron Chiamato “spazio emozionale” poichè è dedicato alla scoperta di azioni semplici come nascondersi, guardare, toccare, ecc, e porta il bambino a sviluppare i cinque sensi. Inoltre permette di rafforzare le relazioni bambino- bambino, bambino-oggetto, bambino-realtà, attraverso l’utilizzo di diversi materiali. Principalmente l’ambiente è caratterizzato da tessuti con trame e trasparenze differenti in modo da scoprire e osservare la realtà circostante da nuovi punti di vista. Questo aspetto dell’infanzia è spesso sottovalutato, per cui difficilmente troviamo nelle strutture per bambini uno spazio apposito. 1, 2, tree PLAY! Progetto 167 SPAZIO RELAX 172. Rappresentazione tridimensionale dello spazio relax Fonte: Anna Mazzaron Infine c’è la zona relax, caratterizzata da sedute o elementi inclinati adatti al riposo del corpo e della mente. Dopo aver giocato per diverse ore, il bambino necessita di una pausa da un’attività movimentata per dedicarsi alla lettura, all’ascolto, alla condivisione. Ho scelto di porre quest’area come conclusione del percorso e di darle una forma accogliente. L’albero infatti, viene “abbracciato” da una composizione di elementi posti in cerchio, forma che rimanda alla comunità. I bambini potranno così godersi i racconti delle maestre, parlare o semplicemente rilassarsi. 1, 2, tree PLAY! Progetto 168 4.4.4 COLORE Il colore, per definizione, è il risultato di un processo elaborato del cervello umano, il quale è in grado di distinguere le differenti qualità della luce. Nell’ambiente ludico più di altri, il colore ricopre un ruolo fondamentale ed è strettamente collegato alle emozioni; può essere inteso infatti come elemento comunicativo attraverso il quale l’individuo, o in questo caso il bambino, può esprimere il suo stato d’animo e creare situazioni differenti. Inconsciamente si crea una sintonia tra il colore e l’aspetto psicologico dell’uomo, il quale è portato a suddividerlo in due categorie principali: colori freddi e colori caldi. I primi sono caratterizzati da tonalità azzurre che riconducono ad un’atmosfera rilassata, i secondi sono governati dal rosso, colore eccitante, acceso. Lo studio del colore durante la progettazione degli ambienti viene spesso trascurato o inserito senza motivazioni adeguate. Questo avviene poichè non si pensa alle emozioni che può creare un colore all’occhio umano. Le tinte vivaci infatti provocano uno stato d’animo di tensione, aggressività, al contrario di quelle delicate chetrasmettono tranquillità; i colori brillanti vengono utilizzati per evidenziare oggetti o superfici, mentre quelli neutri per creare ambienti rilassanti. Per la buona riuscita di un progetto è necessario quindi non trascurare l’aspetto cromatico, che di per sè suscita in noi un senso di vivacità e risulta fondamentale negli ambienti infantili. Molti sono gli studiosi che hanno affrontato questo tema provenienti da ambienti differenti, da Goethe e Kandinskji nell’ambito artistico, a Heinz Werner1 in quello psicologico poichè, come accennato precedentemente, risultano due mondi strettamente collegati. 1.Heinz Werner, (1890-1964). Teorico della psicologia dello sviluppo psichico infantile. Il mio progetto è strettamente collegato alla scoperta dei bambini verso i cinque sensi; ho effettuato così delle ricerche di studiosi che hanno affrontato questo argomento. Ad esempio Karowski e Odbert, entrambi teorici, hanno fondato i loro studi sulla relazione tra colore e musica accostando la musica lenta al blu e quella veloce al rosso, le note alte a colori chiari e quelle basse a colori scuri. Partendo dallo studio di Werner, il quale afferma che la “rumorosità” dello spazio viene percepita in base al colore che lo domina, ho iniziato a fare delle prove cromatiche per rendere l’ambiente dell’asilo maggiormente interessante e consono alla sua funzione. Nel progetto da me proposto troviamo quattro aree suddivisibili in due categorie: l’area dinamica, che comprende quella del suono e quella motoria, e l’area tranquilla dove il bambino è portato a rilassarsi, che include le due restanti. In seguito a quanto affermato, ho scelto colori caldi per dominare l’area dinamica e freddi per favorire un’atmosfera rilassata. Frank Mahnke, attuale presidente della IACC2, ha approfondito durante i suoi studi la relazione tra colore e ambiente scolastico affermando: “Se si mettono a confronto spazi architettonici identici arredati allo stesso modo, ma con un diverso colore dominante, essi ci appariranno molto diversi”.3 Tra le sue ricerche emerge l’associazione che ha fatto tra il senso tattile e il colore, attribuendo a varie tinte una superficie materiale. Da questa mi sono ispirata nel selezionare i materiali in particolare della zona emozionale, associando colori diversi a tessuti diversi. 2. International Association of Colour Consultant 3. Frank Mahnke, “Il colore nella progettazione”, Torino 1998, p.7 1, 2, tree PLAY! Progetto 169 173. Rappresentazione dello studio sul colore di Frank Mahnke Fonte: Anna Mazzaron 174-175. Studio del rapporto tessuto/colore dello spazio emozionale Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 170 STUDIO DEL COLORE In seguito alla breve ricerca sopra citata ho fatto alcune prove di colore per vedere quale fosse il risultato migliore e proporlo di conseguenza alla comunità di Abetenim. Ho scelto infine di intervenire cromaticamente solo sulla struttura portante, le assi, ed evidenziare solamente gli elementi visibili da lontano una volta entrati nell’area scolastica. La parte retrostante è rimasta della colorazione originale per dare importanza anche all’aspetto naturale che caratterizza il progetto. Dal lato nord quindi, il progetto risulterà privo di colorazione. La scelta cromatica parte da toni gialli accesi che mettono in risalto l’aspetto musicale del progetto, proseguendo con le tonalità di rosso, indice di dinamicità; si passa poi ad una colorazione verde per l’area emozionale/sensoriale ed infine ai colori freddi, dominati dall’azzurro che trasmettono un senso di tranquillità nella zona rilassante. 176. Prova di colore n.1 177. Prospetto sud, Prova di colore n.2 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 171 178. Prova di colore n.3 (definitiva) 179. Prospetto sud, Prova di colore n.3 (definitiva) Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 172 4.4.5 DISEGNI TECNICI 180. Planimetria Area scolastica di Abetenim in scala 1:500 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 173 181. Planimetria Area Asilo di Abetenim in scala 1:200 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 174 182. Pianta del progetto in scala 1:100 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 175 1, 2, tree PLAY! Progetto 176 183. Prospetto Sud del progetto in scala 1:100 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 177 1, 2, tree PLAY! Progetto 178 184. Pianta e prospetto dell’elemento n.1 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 179 185 Pianta e prospetto dell’elemento n.2 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 180 186. Pianta e prospetto dell’elemento n.3 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 181 187. Pianta e prospetto dell’elemento n.4 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 182 188. Pianta e prospetto dell’elemento n.5 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 183 189. Pianta e prospetto dell’elemento n.6 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 184 190. Pianta e prospetto dell’elemento n.7 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 185 191. Pianta e prospetto degli elementi n.8-9 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 186 192. Pianta e prospetto dell’elemento n.10 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 187 193. Pianta e prospetto degli elementi n.11-12-13-14 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 188 194. Pianta e prospetto dell’elemento n.15 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 189 195. Pianta e prospetto degli elementi n.16-17-18-19 in scala 1:50 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 190 196. Pianta e prospetto degli elementi n.20-21-22-23-24-25-26-27 in scala 1:100 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 191 197. Pianta e prospetto degli elementi n.28-29-30 in scala 1:100 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 192 198. Pianta e prospetto dell’elemento n.28 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 193 199. Pianta e prospetto degli elementi n.29 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 194 200. Pianta e prospetto dell’elemento n.30 in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 195 CREATO CON LA VERSIONE DIDATTICA DI UN PRODOTTO AUTODESK C R EA TO C O N L A V ER SI O N E D ID A TT IC A D I U N P R O D O TT O A U TO D ES K CREATO CON LA VERSIONE DIDATTICA DI UN PRODOTTO AUTODESK C R EA TO C O N LA VER SIO N E D ID A TTIC A D I U N PR O D O TTO A U TO D ESK 201. Dettaglio di costruzione di elementi complessi in scala 1:20 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 196 4.4.6 VISTE 3D 202. Render progetto Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 197 1, 2, tree PLAY! Progetto 198 203. Render progetto n.2 Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 199 1, 2, tree PLAY! Progetto 200 204-205. Foto modello Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 201 206-207-208. Foto modello Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 202 ELENCO DELLE IMMAGINI 0. Villaggio di Adanwomase, Fonte: Achinoam Weinstein 1. Donne del villaggio di Abetenim durante una funzione religiosa, Fonte: Anna Mazzaron 2. Wangari Maathai, Fonte: Martin Rowe 3. Esempio di abitazione di un villaggio africano, Abetenim (Ghana), Fonte: Anna Mazzaron 4. Esempio di abitazione di una città africa, Cape Coast (Ghana), Fonte: Anna Mazzaron 5. Diébédo Francis Kéré, Fonte: www. kerearchitecture.com 6. Scuola di Fansirà Corò, Emilio Caravatti, Fonte: www.panoramio.com 7. Dano Secondary School, Diébédo Francis Kéré, Fonte: www.kerearchitecture.com 8. Simboli Adinkra, Fonte: www.adinkra.org 9-10. Produzione del Kente nel villaggio di Adanwomase, Fonte: Anna Mazzaron 11. Sgabello tradizionale Ashanti, Fonte: www. africanartgallery.it12. Produzione del Fufu, Abetenim Arts Village (Ghana), Fonte: Giovanna Gaioni 13. Riproduzione del gioco Oware di un bambino, Fonte: Anna Mazzaron 14. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord, Fonte: www.bookcoverimgs.com 15. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord, Fonte: Anna Mazzaron 16. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del centro-sud, Fonte: www.ghanaviaggioinafrica.com 17. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord, Fonte: Anna Mazzaron 18. “Kwame Nkrumah Presidential Library”, Mario Cucinella, Fonte: www.rhomefordencity.it 19. Entrata del Campus “Kwame Nkrumah University of Science and Technology” Kumasi (Ghana), Fonte: www.infosdaccra.com 20. Campus “Kwame Nkrumah University of Science and Technology” Kumasi (Ghana), Fonte: www.infosdaccra.com p.12 p.14 p.16 p.17 p.18 p.21 p.22 p.23 p.28 p.29 p.30 p.31 p.32 p.33 p.33 p.34 p.34 p.36 p.38 p.38 21. Winifred Ayine, Fonte: Winifred Ayine 22. Cartina del Villaggio di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 23. Abetenim Arts Village, Fonte: Achinoam Weinstein 24. Nana Owusu Ababio, capo villaggio di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 25. Canti e danze durante una funzione religiosa, Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 26. Battesimo, Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 27. Funerale, Abetenim, Fonte: Cristina Gratton 28. Esempio di impiego ad Abetenim, muratore, Fonte: Martina Caldarigi 29. Esempio di impiego ad Abetenim, venditore, Fonte: Martina Caldarigi 30-31. Produzione dell’olio di palma, Fonte: Achinoam Weinstein 32. La piazza di Abetenim, Fonte: Achinoam Weinstein 33. La scuola di Abetenim, Fonte: Achinoam Weinstein 34. Il campo da calcio di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 35. Chiesa della Pentecoste di Abetenim, Fonte: Martina Caldarigi 36. Prima casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh, Fonte: Achinoam Weinstein 37. Seconda casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh, Fonte: Anna Mazzaron 38. Terza casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh, Fonte: Achinoam Weinstein 39. Aula Workshop, progetto dell’Atelier Switzer, Fonte: Achinoam Weinstein 40. Teatro all’aperto, progetto dell’arch, Jose Rivera, Fonte: Anna Mazzaron 41. Quarta casa per volontari, progetto dell’arch. Giulia Fortunato, Fonte: Anna Mazzaron 42. Pianta casa a corte, Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni p.39 p.41 p.42 p.44 p.45 p.45 p.46 p.47 p.47 p.48 p.51 p.51 p.51 p.51 p.52 p.53 p.53 p.54 p.54 p.54 p.55 1, 2, tree PLAY! Progetto 203 69-70. Stato attuale della costruzione della Biblioteca, Fonte: Solterre: Build for Ghana 71. Schema delle fasi dei progetti di Nka Foundation, Fonte: Anna Mazzaron 72. Collaborazione tra abitanti e volontari, Fonte: Anna Mazzaron 73. Volantino del workshop “Build with earth”, Fonte: http://rammedeartharchitecture.wor- dpress.com 74. Protagonisti principali del workshop “Build with earth”, Fonte: Anna Mazzaron 75. Pianta originale della casa per volontari, Fonte: Giulia Fortunato 76. Pianta definitiva della casa per volontari, Fonte: Giulia Fortunato 77. Sbancamento collina, Fonte: Anna Mazzaron 78. Fondazioni + base in cemento, Fonte: Anna Mazzaron 79. Colonne in mattoni + primo layer di Atakpame, Fonte: Anna Mazzaron 80. Fine colonne, inizio secondo layer Atakpame, Fonte: Anna Mazzaron 81. Finestra Cucina, lavori del carpentiere, Fonte: Anna Mazzaron 82. Terzo layer di Atakpame, Fonte: Anna Mazzaron 83. Completamento dei lavori, vista frontale, Fonte: Frank Appiah Kubi 84. Completamento dei lavori, vista laterale, Fonte: Frank Appiah Kubi 85. Completamento dei lavori, dettaglio bagno, Fonte: Frank Appiah Kubi 86. Area delle strutture scolastiche, Fonte: Anna Mazzaron 87. Area delle strutture scolastiche, vista dal campo da calcio, Fonte: Anna Mazzaron 88. Lezione all’asilo prima della costruzione della struttura, Fonte: Achinoam Weinstein 89. Disegni tecnici del Kindergarten, Fonte: Michele Ape p.66 p.67 p.68 p.69 p.73 p.74 p.74 p.75 p.75 p.75 p.76 p.76 p.76 p.76 p.76 p.76 p.84 p.85 p.86 p.87 43-44. Esempio di casa a corte, Fonte: Achinoam Weinstein 45. Pianta casa lineare, Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni 46-47: Esempi di casa lineare, Fonte: Achinoam Weinstein 48. Esempio di casa lineare, Fonte: Achinoam Weinstein 49. Pianta casa “L”, Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni 50. Esempio di casa a corte, Fonte: Achinoam Weinstein 51. Esempio di casa ad una stanza unica, Fonte: Achinoam Weinstein 52. Pianta casa indipendente, Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni 53-54: Esempi di casa lineare, Fonte: Achinoam Weinstein 55-56. Esempio di casa costruita con legno di palma, Fonte: Achinoam Weinstein 57. Esempio di casa costruita con la tecnica atakpame, Fonte: Achinoam Weinstein 58. Esempio di casa costruita con la tecnica “cob method”, Fonte: Achinoam Weinstein 59. Esempio di casa costruita con la tecnica “earth bricks”, Fonte: Achinoam Weinstein 60. Esempio di casa costruita con blocchi di cemento, Fonte: Achinoam Weinstein 61. Logo di Nka Foundation, Fonte: www.nkafoundation.org 62. Mr. Frank Appiah Kubi, Fonte: Giovanna Gaioni 63. Esempio di un volantino di Nka Foundation, Fonte: www.nkafoundation.org 64. Volontario di Nka con i bambini della comunità di AbetenimFonte: Giovanna Gaioni 65-66-67-68. Volontari di Nka con la comunità di Abetenim, Fonte: Achinoam Weinstein, Giovanna Gaioni, Anna Mazzaron p.55 p.56 p.56 p.56 p.57 p.57 p.57 p.58 p.58 p.59 p.59 p.60 p.60 p.60 p.61 p.62 p.63 p.64 p.65 1, 2, tree PLAY! Progetto 204 p.88 p.89 p.90 p.91 p.92 p.93 p.94 p.95 p.96 p.97 p.99 p.100 p.100 p.101 p.101 p.102 p.102 p.103 p.103 p.104 p.104 90. Stato attuale del Kindergarten, Fonte: Anna Mazzaron 91-92-93. Costruzione del Kindergarten (Luglio 2014), Fonte: Michele Ape 94. Lezione della scuola elementare, Fonte: Achinoam Weinstein 95-96. Edificio della scuola elementare, Fonte: Anna Mazzaron 97. Ragazzi della scuola media, Fonte: Anna Mazzaron 98-99-100. Edificio scuola media e dettaglio struttura, Fonte: Achinoam Weinstein, Anna Mazzaron 101. Aula della scuola media, Fonte: Anna Mazzaron 102. Bambini del villaggio di Abetenim, Fonte: Martina Caldarigi 103. Bambino di Abetenim, Fonte: Martina Caldarigi 104. Bambina del villaggio, Fonte: Achinoam Weinstein 105. Lezione alla scuola media, Fonte: Anna Mazzaron 106. Foto di classe asilo, Fonte: Anna Mazzaron 107. Foto di classe prima elementare, Fonte: Anna Mazzaron 108. Foto di classe seconda elementare, Fon- te: Anna Mazzaron 109. Foto di classe terza elementare, Fonte: Anna Mazzaron 110. Foto di classe quarta elementare, Fonte: Anna Mazzaron 111. Foto di classe quinta elementare, Fonte: Anna Mazzaron 112. Foto di classe sesta elementare, Fonte: Anna Mazzaron 113. Foto di classe prima media, Fonte: Anna Mazzaron 114. Foto di classe seconda media, Fonte: Anna Mazzaron 115. Foto di classe terza media, Fonte: Anna Mazzaron 116. Frank Appiah Kubi, insegnante della scuola media di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 117. Alunno della prima media che compila il questionario, Fonte: Anna Mazzaron 118. Schema riassuntivo dei questionari posti ad alcune classi della scuola, Fonte: Anna Mazzaron 119. Bambini del villaggio di Abetenim durante un gioco, Fonte: Anna Mazzaron 120. Disegno di un bambino del villaggio di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 121. Bruno Munari presenta i laboratori tattili, Fonte: www.brunomunari.it 122. Laboratorio di “Reggio Children, Fonte: www.reggiochildren.it 123. Rappresentazione di un gioco tipico africano, Fonte: Anna Mazzaron 124. Gioco tipico africano creato dai bambini di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 125. BIBLIOTECA DEL VECCHIO MERCATO, Thailandia 2009 TYIN Tegnestue, Fonte: www.tyinarchitects.com 126-127. SCUOLA COMUNITARIA , Fansira Corò 2010-2011 Emilio Caravatti,Fonte: www. emiliocaravatti.it 128. GEOPARK, NORVEGIA 2008 R. Augenstein, B. Gonzalez, M. Pena Fonte: www.archiweb.cz 129. PARCOBALENO, L’AQUILA 2013 VIVIAMOLAq, Fonte: www.archiweb.cz 130. OLIFANTSVLEI PRESCHOOL, SUD AFRICA 2006-2007, University of Innsbruck, Fonte: www.archello.com 131. FOUND SOUND, LONDRA 2008 Erect Architecture, Fonte: www.erectarchitecture.co.uk 132. LOS ANGELES DE EDEN KINDERGARDEN, PERU’ 2014 AfonsoMaccagliaArchitecture, Fonte: www.archello.com 133. ESPERANZA DOS, ECUADOR 2011 AL BORDE, Fonte: www.albordearq.com p.106 p.110 p.111 p.117 p.119 p.121 p.122 p.125 p.126 p.128 p.129 p.130 p.131 p.132 p.133 p.134 p.135 1, 2, tree PLAY! Progetto 205 134. URBAN SPACESHIP, MARSIGLIA 2013, BC Architects and Studies, Fonte: www.studies.bc-as.org 135. TRICIRCLE PAVILION, SUD AFRICA 2008 Smale and Partners Inc., Fonte: www.artefacts. co.za 136. Schema riassuntivo del concept, Fonte: Anna Mazzaron 137. Rappresentazione del progetto inserito in un ambiente fantastico, Fonte: Anna Mazzaron 138. Lezione delle classi dell’asilo e della prima elementare prima della costruzione dell’edificio, Fonte: Anna Mazzaron 139. Rappresentazione dei giochi più comuni nel villaggio di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron 140. Rappresentazione della pianta con posizione e inquadratura delle foto, Fonte: Anna Mazzaron 141-142-143. Viste differenti della zona d’intervento, Fonte: Anna Mazzaron 144. Rappresentazione del villaggio di Abetenim, in particolare delle scuole, Fonte: Anna Mazzaron 145. Rappresentazione dei flussi durante il percorso casa-scuola, Fonte: Anna Mazzaron 146. Rappresentazione dei flussi durante i momenti di gioco libero, Fonte: Anna Mazzaron 147. Rappresentazione della pianta e del prosetto dell’area d’intervento in scala 1:500, Fonte: Anna Mazzaron 148-149. Schizzi progettuali, Fonte: Anna Mazzaron 150. Schizzi proposta n.1, Fonte: Anna Mazzaron 151. Schizzi proposta n.2, Fonte: Anna Mazzaron 152. Schizzi proposta n.3 (definitiva), Fonte: Anna Mazzaron 153. Schizzo del progetto definitivo, Fonte: Anna Mazzaron 154. Assi di legno, Fonte: Anna Mazzaron 155. Bambini che giocano con un copertone, p.136 p.137 p.143 p.145 p.146 p.147 p.149 p.149 p.150 p.150 p.150 p.151 p.152 p.153 p.154 p.155 p.156 p.156 p.157 Fonte: Anna Mazzaron 156. Semi di palma, Fonte: Anna Mazzaron 157. Tubo metallico, Fonte: Anna Mazzaron 158. Rete, Fonte: Anna Mazzaron 159. Corda, Fonte: Anna Mazzaron 160. Schizzi dell’elemento modulare scelto, Fonte: Anna Mazzaron 161. Sezione in scala 1: 50 [vista laterale], Fonte: Anna Mazzaron 162. Schizzo incastro semplice, Fonte: Anna Mazzaron 163. Dettaglio cerniera, Fonte: Anna Mazzaron 164. Sezione in scala 1:50 [vista frontale], Fonte: Anna Mazzaron 165. Sezione in scala 1:50 [vista dall’alto], Fonte: Anna Mazzaron 166. Schizzo soluzione ancoraggio a terra, Fonte: Anna Mazzaron 167. Rappresentazione simbolo-forma, Fonte: Anna Mazzaron 168. Suddivisione delle aree di progetto, Fonte: Anna Mazzaron 169. Rappresentazione tridimensionale dello spazio sonoro, Fonte: Anna Mazzaron 170. Rappresentazione tridimensionale dello spazio movimento,Fonte: Anna Mazzaron 171. Rappresentazione tridimensionale dello spazio emozionale,Fonte: Anna Mazzaron 172. Rappresentazione tridimensionale dello spazio relax,Fonte: Anna Mazzaron 173. Rappresentazione dello studio sul colore di Frank Mahnke,Fonte: Anna Mazzaron 174-175. Studio del rapporto tessuto/colore dello spazio emozionale,Fonte: Anna Mazzaron 176. Prova di colore n.1, Fonte: Anna Mazzaron 177. Prospetto sud, Prova di colore n.2, Fonte: Anna Mazzaron 178. Prova di colore n.3 (definitiva), Fonte: Anna Mazzaron 179. Prospetto sud, Prova di colore n.3 (definitiva), Fonte: Anna Mazzaron 180. Planimetria Area scolastica di Abetenim in scala 1:500, Fonte: Anna Mazzaron p.157 p.158 p.158 p.158 p.159 p.160 p.160 p.161 p.161 p.161 p.162 p.163 p.163 p.164 p.165 p.166 p.167 p.169 p.169 p.170 p.170 p.171 p.171 p.172 1, 2, tree PLAY! Progetto 206 181. Planimetria Area Asilo di Abetenim in scala 1:200, Fonte: Anna Mazzaron 182. Pianta del progetto in scala 1:100, Fonte: Anna Mazzaron 183. Prospetto Sud del progetto in scala 1:100, Fonte: Anna Mazzaron 184. Pianta e prospetto dell’elemento n.1 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 185 Pianta e prospetto dell’elemento n.2 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 186. Pianta e prospetto dell’elemento n.3 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 187. Pianta e prospetto dell’elemento n.4 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 188. Pianta e prospetto dell’elemento n.5 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 189. Pianta e prospetto dell’elemento n.6 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 190. Pianta e prospetto dell’elemento n.7 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 191. Pianta e prospetto degli elementi n.8-9 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 192. Pianta e prospetto dell’elemento n.10 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 193. Pianta e prospetto degli elementi n.11-12- 13-14 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 194. Pianta e prospetto dell’elemento n.15 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 195. Pianta e prospetto degli elementi n.16-17- 18-19 in scala 1:50, Fonte: Anna Mazzaron 196. Pianta e prospetto degli elementi n.20-21-22-23-24-25-26-27 in scala 1:100 Fonte: Anna Mazzaron 197. Pianta e prospetto degli elementi n.28-29- 30 in scala 1:100, Fonte: Anna Mazzaron 98. Pianta e prospetto dell’elemento n.28 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 199. Pianta e prospetto degli elementi n.29 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 200. Pianta e prospetto dell’elemento n.30 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron p.173 p.174-5 p.176-7 p.178 p.179 p.180 p.181 p.182 p.183 p.184 p.185 p.186 p.187 p.188 p.189 p.190 p.191 p.192 p.193 p.194 p.195 p.196-7 p.198-9 p. 200 p. 201 201. Dettaglio di costruzione di elementi complessi (es. n.5) in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron 202. Render progetto, Fonte: Anna Mazzaron 203. Render progetto n.2, Fonte: Anna Mazzaron 204-205. Foto modello, Fonte Anna Mazzaron 206-207-207. Foto modello, Fonte Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Progetto 207 BIBLIOGRAFIA AA.W. “Il bambino educatore” a cura di D.Poli, Alinea Editore, Firenze 2006 Arecchi A. “Abitare in Africa” MIMESIS, Milano 1998 Arecchi A. “La casa africana” CLESAV CittaStudi, Milano 1991 Baldini R. “L’identità pedagogica dell’asilo nido” , Edizioni Del Cerro, Tirrenia (Pisa) 2004 Bonaccini S. “Materiali in gioco”, Recos s.r.l., Poviglio (RE) 2010 Bonaglia F. e Wegner L. “Africa : un continente in movimento” , Il mulino, Bologna 2014 Ceppi G, Zini M. “Bambini, spazi, relazioni : metaprogetto di ambiente per l’infanzia” Reggio Children, Domus Academy Research Center, Reggio Emilia 1998 Fathy H. “Architecture for the Poor” , University of Chicago Press 1976 Folkers A. “Modern architecture in Africa” SUN 2010 Fontana L. “Lezioni Africane. Per un’architettura Materica, Sociale, Organica e Gioviale”. Prodotto non commerciale. Prima edizione Gennaio 2012 Gallo M.C. “Gli ambienti dei bambini”, F.lli Frilli Genova 2001 Giunta E, “Pro-Occupancy. Design dei microambienti urbani c ontemporanei: tra performatività dell’allestimento e appartenenze”, Maggioli Editore, Milano, 2012 Gyekye K. “Tradition and modernity, philosophical reflections on the african experience”, Oxford University Press, Oxford 1997 Kapuscinski R. “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 2000 Hageney W., “Black Africa : impression, graphic and color and fashion and design”, Belvedere, Roma 1980 Lessing D. “Racconti africani”, Feltrinelli, Milano 1989 Jaeger F. “3 STADIA 2010 : architecture for an African dream”, Jovis, 1, 2, tree PLAY! Progetto 208 Berlino 2010 Kapuscinski R. “Dall’Africa” Mondadori, Milano 2002 Kwei Armah, “The beautiful ones are not yet born”, Heinemann Educational Books Ltd, London, 1973 Lonely Planet “West Africa travel guide 8th edition” Lonely Planet Pubblications Pty Ltd 2013 MacLean L.M.“Informal Institutions and Citizenship in Rural Africa: Risk and Reciprocity in Ghana and Côte d’Ivoire” Cambridge University Press 2014 Munari B. “I laboratori tattili”, Maurizio Corraini s.r.l., Mantova 1985 Oliver P. “Built to meet needs. Cultural issues in vernacular architecture” Elsevier Ltd. 2006 Osae-Addo J. “Role of Creativity in Africa’s Development paper Conference in African Perspectives” Delft University University of T echnology 2007 Poletti L. “Spazi abitativi per bambini: analisi complessiva per criteri progettuali” CLUP, Milano 2002, p.10 Romitti I. e Petrella F. (a cura di) “Gli spazi verdi per il gioco dei bambini” Alinea, Firenze 1998 Rudofsky B. “Architecture without architects, Museum of Modern Art, New York 1964 Spampinato B. “L’abitare”, Prospettiva edizioni, Roma 2007 Spataro S. (a cura di) “NEEDS, Architetture nei paesi in via di sviluppo” , LetteraVentidue Edizioni s.r.l., Palermo 2013 Tai L. “La progettazione degli spazi all’aperto per i bambini” edizione italiana a cura di Alice Berto, Napoli Sistemi editoriali 2009 Yeboa-Dankwa J. “Basic Twi, for learners Asante”, Sebewie Publishers, Kumasi 1998 1, 2, tree PLAY! Progetto 209 [articoli] Africa News intervista ad Antoni Folkers del 22 Settembre 2001 Bossi L. intervista a Vijay Mahajan , L’Africa si sta alzando, >, luglio, agosto 2009, pp.38-41 Caravatti E., Architetture di Pace, “Boundaries”, Gennaio-Marzo 2013 Carbone G. Fonte: www.lavoce.info Coalter B. e Taylor C., “The Benefits of Play and Playwork”, 2001 Gamba R. intervista a Emilio Caravatti Lester S. e Russel W. “Children’s right to play”, Dicembre 2010 Picchi F. intervista a Diébédo Francis Kéré, “Domus”, 8 Novembre ‘10 Republic of Ghana, “Report on the Development of Education in Ghana”, Settembre 2008 Sampò L., Architettura contemporanea in Africa, “Boundaries”,Luglio-Set- tembre 2011 Sampò L. , Do It Yourself Architecture, “Boundaries”, Luglio-Settembre 2013 UNESCO, World data education, Ghana Settembre 2010 Vassallo G. “Africa Oggi”, 10 Marzo 2006 VIVIAMOLAq (relazione stampa), 2 Marzo 2014 1, 2, tree PLAY! Progetto 210 SITOGRAFIA www.adanwomase.com www.afritecture.org www.architekturfuerkinder.ch www.architectureforhumanity.org www.adjaye.com www.atelierswitzer.com www.bernardvanleer.org www.boundaries.it www.brunomunari.it www.cobprojects.info www.cultorweb.com www.detroitarchitectjournal.blogspot.it www.eastafricanplaygrounds. org www.ejisujuaben.ghanadistricts.gov.gh www.erectarchitecture.co.uk www.ghanaweb.com www.imaginationplayground.com www.metafisicadelcolore.it www.nkafoundation.org www.our-africa.org www.playgroundaroundthecorner.it www.playscotland.org www.reggiochildren.it www.ruralcommunitybuildings.org www.studies.bc-as.org www.touringghana.com www.tyintegnestue.no www.unicef.it www.volunteerafrica.netriguarda gli aspetti costruttivo, funzionale ed economico. Mette al primo posto le esigenze della comunità, e non si limita a progettare e costruire per la comunità. “Quando Hassan Fathy scrive il suo libro “Building with the Poors”, sostituendo l’ovvio e prevedibile “for” con quello straordinario, enorme e stravolgente “with”, 12. Nato nel 1905 è stato un architetto, disegnatore, insegnante, storico, collezionista e scrittore austriaco. Morì a New York nel 1988 13. Bernard Rudofsky, “Architecture without architects, Museum of Modern Art, New York 1964 14. Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1900, fu architetto e urbanista egiziano; morì a Il Cairo nel 1989 1, 2, tree PLAY! Africa 20 scardina la concezione caritatevole dell’aiuto ai poveri, inizia ad affiancare ai loro diritti e ai bisogni anche i doveri e le loro responsabilità, e di fatto anticipa di circa trent’anni il concetto stesso di co-operazione”15. Purtroppo il pensiero di Fathy viene spesso dimenticato dai grandi organismi e dalle Organizzazioni Non Governative che hanno ereditato un atteggiamento caritatevole nei confronti di questo paese ed impediscono a chi volesse intervenire di agire diversamente dal loro volere. Guardandoci intorno non c’è progetto rivolto ai paesi in via di sviluppo in cui non emerga la parola sostenibilità, seguita da replicabilità, etica morale o ricerca dello sviluppo; questi termini descrivono il progetto ideale, tralasciando però una componente fondamentale per la realizzazione di un vero e proprio lavoro adatto al territorio. Mancano infatti le indagini preliminari; senza di esse, senza aver avuto un contatto autentico con la cultura di chi poi andrà ad usufruire delle strutture, non si hanno a disposizione le basi per poter progettare, ma soprattutto non si conoscono le esigenze della comunità. Spesso difatti, l’Africa viene considerata come un’unica realtà, e una volta che si conoscono le esigenze di un villaggio e si risponde ad esse con un progetto, le stesse tecniche vengono adottate di conseguenza per tutti gli altri. Eppure avere a che fare con questo continente significa confrontarsi non con una, ma con migliaia di Afriche: regioni, tribù, idiomi, climi e paesaggi molto diversi tra loro.16 15. Lorenzo Fontana, “Lezioni Africane. Per un’architettura Materica, Sociale, Organica e Gioviale”. Prodotto non commerciale. Prima edizione Gennaio 2012 16. Articolo di L.Sampò, Architettura contemporanea in Africa, “Boundaries”, Luglio-Settembre 2011, p. 15 1, 2, tree PLAY! Africa 21 NUOVE ARCHITETTURE [Raccontate dagli architetti] Nonostante queste premesse l’architettura contemporanea in Africa si sta sviluppando e da una rapida analisi emerge uno dei problemi principali: questa spesso viene considerata come un’architettura a sè. Nei manuali di architettura, infatti, la maggior parte delle volte non viene citata oppure vengono inserite soltanto poche opere e di stampo occidentale. In contrapposizione a tale atteggiamento sulla divulgazione di esse, troviamo casi in cui le nuove architetture africane vengono messe in evidenza dedicando loro un intero libro o attraverso realizzazioni monografiche di riviste. Trovo che considerarle come semplici architetture e non come un’edizione speciale, sia l’atteggiamento corretto per diminuire le differenze culturali e progettuali tra il paese in questione e il mondo occidentale. Chi si occupa di questo sviluppo oltre agli architetti internazionali, sono i giovani di questo paese, che dopo aver studiato all’estero ritornano ai loro paesi d’origine investendo le proprie conoscenze per migliorare le condizioni di vita degli africani. Possiamo trovare tanti esempi a partire da Diébédo Francis Kéré, architetto contemporaneo del Burkina Faso, che dopo un percorso di studio svolto in Germania torna nel suo stato d’origine dove si mette all’opera per realizzare, nel villaggio di Gando, un centro educativo in continua espansione. I punti di forza della sua ricerca sono lo studio di strategie per l’adattamento climatico, l’utilizzo di materiali sostenibili, l’integrazione della forza lavoro locale e di tecniche costruttive tradizionali. Alla domanda che gli viene posta in un’intervista in cui gli viene richiesto un parere personale sulla possibile combinazione di tecniche tradizionali con l’architettura contemporanea, Kéré risponde: “[...] La mia proposta è quella di garantire una lunga durata degli edifici, basati su sistemi costruttivi tradizionali; ad esempio trovo che sia necessario trasformare l’argilla, sperimentare nuovi composti di miscelazione con il cemento e trovare soluzioni costruttive più idonee. Abbiamo la terra per fare i mattoni, non ci resta che scavare. La nostra risorsa più grande è il lavoro, ma molti africani emigrano in cerca di fortuna e noi dobbiamo cercare di farli rimanere, insegnare loro come si lavora utilizzando i materiali locali combinati sia ad antiche, che a nuove tecniche costruttive, raggiungendo la miglior combinazione: tradizione e modernità.” 17 Altri connotati necessari per la realizzazione di opere architettoniche in Africa sono la condivisione, l’interazione e lo scambio che troviamo ricorrenti nell’opera di Emilio e Matteo Caravatti dove il risultato consiste nella capacità di ascolto che rende l’architettura “arte eminentemente sociale”, vero e proprio bene comune. Un chiaro esempio lo troviamo nella realizzazione della scuola comunitaria a Fansirà Corò, (Repubblica del Mali) eseguita da questo studio. Oltre ad una scelta accurata dei materiali e delle tecnologie, è fondamentale l’approccio usato con la comunità del 17. Intervista a Diébédo Francis Kéré di Francesca Picchi, “Domus”, 8 Novembre 2010 5. Diébédo Francis Kéré Fonte: www.kerearchitecture.com 1, 2, tree PLAY! Africa 22 villaggio che viene coinvolta fin dalla prima fase del progetto. In un contesto rurale, l’architettura diviene un’opportunità per sperimentare una collaborazione con gli abitanti del posto, fruitori della struttura. I tempi, i materiali e le lavorazioni sono concordate in riunioni ed assemblee, il programma delle opere è studiato compatibilmente con i materiali reperibili sul mercato locale e soprattutto, sulla base della disponibilità della manodopera, che varia a seconda delle stagioni e del lavoro nei campi. 18 La collaborazione non si limita ad essere solo tra gli architetti e gli abitanti, ma vengono coinvolti anche i villaggi vicini per quanto riguarda la manodopera. 18. Scuola comunitaria a Fansirà Corò di Emilio Caravatti, Architettu- re di Pace, “Boundaries”, Gennaio-Marzo 2013, p. 25 I bambini, inoltre, hanno preso parte attivamente al progetto e alla costruzione apprendendo le varie tecniche e partecipando ad un laboratorio loro adibito e utilizzato come strumento per far accrescere in loro curiosità e stimolarli a scoprire gli ambienti in cui abitano. La domanda più ricorrente che viene fatta agli architetti che hanno scelto di dedicare la propria carriera e le proprie competenze a questo paese é: “Perchè hai scelto l’Africa come luogo in cui operare? Cosa ti piace?”. La risposta è semplice e spesso comune: “Perchè mi attrae, e sento che c’è molto da imparare da questo continente. [...] C’è tanta povertà, ma è in quella povertà di tanti cittadini africani che si trova un’enorme creatività ed energia, usata per costruire le loro città. Molte di queste sono state costruite dai loro stessi cittadini senza l’intervento di architetti e solo con un modesto contributo da parte degli urbanisti.”19 La creatività di cui parla Antoni Folkers riguarda il modo di creare il proprio ambiente, ed è qualcosa di molto distante da ciò che facciamo in Europa. Il metodo per ottenere un ambiente speciale e la temporaneità sono entrambe caratteristiche che contraddistinguono l’architettura del paese africano. Un’altra figura di rilievo nel campo dell’architettura contemporanea africana è Fabrizio Caròla20,il quale opera in questo paese dal 1972, ponendo al centro del suo progetto la relazione tra materia e ambiente. Indaga il luogo nella sua fisicità materica, ottenendo un’architettura spontanea che prende spunto dal concetto di un’architettura senza architetti e agisce sui significati delle forme mettendo a nostra disposizione un repertorio di soluzioni e di segni che ricorrono all’interno del continuo divenire della tradizione. 19. Intervista fatta da Africa News ad Antoni Folkers, architetto olan- dese di ArchiAfrika, 22 Settembre 2001 20. Nato a Napoli nel 1931, architetto italiano che ha dedicato la maggior parte della sua carriera all’architettura bioclimatica dell’Africa. Premio Aga Khan di architettura nel 1995 6. Scuola di Fansirà Corò, Emilio Caravatti Fonte: www.panoramio.com 1, 2, tree PLAY! Africa 23 7. Dano Secondary School, Diébédo Francis Kéré Fonte: www.kerearchitecture.com 1, 2, tree PLAY! Africa 24 1.1 GHANA 1, 2, tree PLAY! Africa 25 1.1.1 UN PAESE OSPITALE Il Ghana viene considerato uno dei paesi più ospitali dell’Africa Occidentale. 21 Nonostante abbia provato sulla propria pelle la brutalità della denominazione coloniale, sia per quanto rigurda i furti delle ricchezze minerarie, sia per la sottomissione a schiavitù, conserva un’ottima cultura dell’accoglienza. Non appena si varca il confine si percepisce l’orgoglio che caratterizza i ghanesi. Un orgoglio che nasce dalla sua storia e continua con lo sviluppo che sta attraversando il paese grazie ad una democrazia stabile e all’economia in rapida crescita, in particolar modo in seguito alla scoperta del petrolio al largo della costa nel 2007. Lo stesso orgoglio, punto di forza degli abitanti, può essere visto in modo negativo se viene ferito. Nonostante lo sviluppo del paese, la storia fa si che ci siano ancora dei rancori, spesso incosapevoli, nei confronti dell’uomo bianco, “broni”. Se l’uomo occidentale non sta attento a come si pone nei confronti del “bibini”, uomo di colore, rischia di toccarlo nell’orgoglio. Nasce in questi ultimi infatti, un senso di inferiorità che va colmato con delle relazioni sane e rispettose. Nonostante gli sviluppi che caratterizzano il paese, si trovano nelle zone più povere situazioni di disagio o segni di arretratezza (mancanza di servizi igienici, di acqua corrente, di istruzione), in particolar modo nelle zone rurali delle città e nei villaggi. Tuttavia la presenza di degrado non influisce in maniera invasiva sul Ghana, ritenuto un paese energico e mandato avanti dal forte spirito della popolazione dove le persone che vi abitano acquisiscono forza sopratutto dalla religione, la quale permea ogni aspetto della vita. “Il mondo spirituale dell’africano è ricco e complesso. Egli infatti crede all’esistenza di tre mondi diversi, anche se collegati l’uno con l’altro. Il primo è quello che lo circonda, ossia la realtà tangibile di cui fanno parte gli esseri umani, gli animali. 21. http://www.our-africa.org Il secondo è il mondo degli antenati, di coloro che, pur morti da tempo, in un certo senso non sono morti del tutto. [...] Il terzo mondo, infine, è il ricchissimo regno degli spiriti, autonimi e indipendenti, ma al contempo presenti in ogni essere, in ogni oggetto. A capo di questi tre mondi sta L’Essere Supremo, Dio.” 22 Il 70 % della popolazione è cristiana, ed è stupefacente il numero di chiese differenti che si possono trovare anche in un piccolo villaggio, da quella della pentecoste, ai carismatici, così come la chiesa protestante o cattolica. Il 15% della restante popolazione è di fede musulmana, concentrata in particolare al nord del paese. 1.1.2 DIPINGERE IL GHANA LINGUA L’inglese è la lingua ufficiale del Ghana, indice peculiare di un paese sottoposto al colonialismo. In Ghana però, si parlano numerose lingue locali; la più diffusa è sicuramente il Twi, dominante tra le tribù Akan. Breve glossario “storico”: AKAN. Abitanti dell’africa Occidentale, suddivisi in numerose tribù. ASANTE. Tribù Akan che si stabilirono nella regione intorno a Kumasi nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, il termine si riferisce anche alla loro cultura. ASHANTI. Differente forma del termine Asante, utilizzato per indicare il territorio della regione ghanese con capitale Kumasi (Regione Ashanti, Impero Ashanti). ASANEHENE. Re di Ashanti e proprietario dello “sgabello d’Oro”. 22. Ryszard Kapuscinski, “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 1998 1, 2, tree PLAY! Africa 26 Ancora oggi i leader internazionali devono presentarsi a Kumasi per conoscere il Re. SIKA ‘DWA. Lo sgabello d’Oro, simbolo della tradizione dei Re Ashanti che contiene lo spirito dei Re del passato. Il nuovo Re sceglie uno sgabello appartenuto a uno di questi, e di conseguenza assume il suo nome. NANA. Titolo dato ad una persona ufficiale o reale. Una tradizione particolare del Ghana sono i nomi, oltre a quello anagrafico, che vengono associati ad una persona. Tutto dipende dal giorno della settimana in cui si nasce e si differenziano tra maschili e femminili. Questi nomi spesso sostituiscono quello anagrafico, troviamo quindi personaggi pubblici ghanesi con nomi ricorrenti perchè legati al giorno di nascita. Per chi entra in stretto contatto con questa realtà è importante che conosca la tradizione a cui gli abitanti sono molto legati i quali oltre a voler sapere il nome dell’interlocutore spesso chiedono anche il corrispettivo ghanese. Vedere un Obroni in Ghana è abbastanza insolito, soprattutto nei piccoli villaggi, per questo se uno o più uomini bianchi girano per il paese diventano subito un’attrazione. Le reazioni solitamente sono due: c’è chi accetta gli stranieri e le loro tradizioni e li accoglie con un sorriso, e chi li mette alla prova. Questi ultimi solitamente iniziano a parlare in Twi23 chiedendo: “Wo-ho-te-sen?”, e se la tua risposta sarà: “Me-ho-ye” è come se avessi superato la prova e venissi accolto dalla società accompagnato da una fragorosa risata. Oltre ad attirare l’attenzione degli uomini e delle donne, quelli che rimangono maggiormente colpiti dalla presenza di un obroni sono i bambini. Molti di loro non ne hanno mai visto uno dal vivo e alcuni si spaventano pensando che si tratti di un fantasma, ma la maggior parte ne rimane affascianato ed è pronto a seguirlo pur di non perderlo. 23. J.Yeboa-Dankwa, “Basic Twi, for learners Asante”, Sebewie Publishers, Kumasi 1998 WO-HO-TE-SEN? Come stai? ME-HO-YE. Bene WO-SO-WO-HO-TE-SEN? E tu? MEDAASE. Grazie AKWABA. Prego BRONI. Uomo bianco BIBINI. Uomo nero WO-DI-DE-SEN? Come ti chiami? ME DIN DE... Mi chiamo... WO FRE HEN? Da dove vieni? ME FRE... Vengo da... WADI MFI SEN? Quanti anni hai? Lunedì. AJOAU (Femminile), KWAJO (Maschile) Martedi. ABENA, KWABENA Mercoledì. AKUA, KWAKU Giovedì. YAA, YAW Venerdì. EAFIA, KOFI Sabato. AMA, KWAME Domenica. AKOSUA, AKWASI Basic Twi [lezioni ad Abetenim] 1, 2, tree PLAY! Africa 27 Il fascino aumenta se questo è dotato di macchina fotografica, a quel punto è veramente difficile separare il bambino dall’obiettivo. COMUNITA’ Il senso di comunità e il ruolo sociale dell’individuo sono alcuni degli elementi che più caratterizzano le culture africane.24 La vita comunitaria infatti, ha precedenza sulla storia del singolo individuo, poichè secondo questa cultura la personalità del singolo può fallire, al contrario di quella della comunità. L’individuo è per natura un essere sociale e si forma prevalentemente attraverso le relazioni; l’insieme di relazioni crea una comunità, dove il bene comune spesso coincide con il bene del singolo. In Ghana per esempio, nonostante ci siano linguaggi differenti, diverse abitudini, prospettive, istituzioni, le persone sono caratterizzate da valori culturali comuni, aspirazioni, obbiettivi, che fanno di tante culture, una sola comunità. Il filosofo Nigeriano Menkiti 25 ha presentato una teoria sulla personalità degli africani: “La personalità è una piccola cosa daraggiungere. E questo raggiungimento è direttamente proporzionale alla partecipazione del singolo individuo alla vita comune”.26 La persona viene sottoposta a diversi riti prima di entrare a far parte a tutti gli effetti in una comunità, ma solo durante il rito del funerale, si trova la concreta espressione della personalità morale dell’individuo. Nonostante queste premesse la cultura africana riconosce che la formazione dell’individuo non 24. Articolo di L.Sampò, Architettura contemporanea in Africa, “Boundaries”, Luglio-Settembre 2011, p. 15 25. Ifeanyi Menkiti, nato nel 1940, poeta e filosofo nigeriano 26. Kwame Gyekye, “Tradition and modernity, philosophical reflections on the african experience”, Oxford University Press, Oxford 1997 dipende solamente dalla comunità, la quale spesso viene “accusata” di non dar l’attenzione necessaria ad esso, ma anche dal singolo stesso, il quale però, riesce a scoprire la propria essenza, i propri obbiettivi, attraverso una struttura comune o grazie alle relazioni sociali che intreccia durante il suo percorso di vita. Il concetto di relazione tra comunità e individuo si può riassumere in un proverbio zulù, dove la famiglia “estesa”, il villaggio, sono parte integrante della vita quotidiana: “Una persona è una persona attraverso gli altri”. La stessa parola zulù “ubuntu”, oggi nota a molti, veicola un messaggio analogo, di partecipazione: “Io sono perchè tu sei”. Questo è quello che ho studiato sui libri, prima di intraprendere il mio viaggio in Africa. La parola comunità era ricorrente e stava diventando inflazionata, ma solo una volta entrata in contatto con questa cultura, ne ho compreso il vero significato. In Ghana “gli affari di uno, sono gli affari di tutti”, è una regola con poche eccezioni. Si tratta di un principio fondamentale che appare opposto alla cultura occidentale, dove, inutile dire, è il singolo ad essere al centro del pensiero. Questo emerge in modo particolare nei piccoli villaggi, dove le strutture sociali, composte dal capo, gli anziani, le donne ecc, sono ben chiare a tutti, compresi gli stranieri che hanno la possibilità di conoscere questo mondo più da vicino. Durante la mia esperienza mi sono imbattuta spesso in situazioni in cui non era una singola persona ad avere e a dover affrontare un problema, ma un insieme di esse che si riunivano per l’occasione con il fine di discuterne e trovare una soluzione. 1, 2, tree PLAY! Africa 28 SIMBOLI Le tradizioni principali del Ghana hanno luogo nella regione Ashanti, regione centrale del paese, con capitale Kumasi. Il mio lavoro di ricerca si è svolto proprio nelle vicinanze di questà città, dove sono entrata in stretto contatto con le loro tradizioni. L’artigianato occupa la maggior parte della tradizione artistica, infatti i prodotti non hanno soltanto un valore estetico, ma rappresentano nella maggior parte dei casi un simbolo di identità etnica o commemorativa di eventi storici, leggendari, per trasmettere valori culturali o per sottollineare l’appartenenza a un gruppo. Oltre ad essere ricco di manufatti, il Ghana, in particolar modo la regione Ashanti, è prima di tutto costituito da silmboli. Simboli “Adinkra” In Twi, il termine Adinkra significa “arrivederci” o “addio”, e deriva dalla leggenda in cui si narra la storia di un re del Gyaman (Nana Cofi Adinkra), sconfitto dagli Asante. Tutto nacque da un simbolo che portava sui vestiti, al quale venne attribuito il significato di dolore, di perdita, dopo la sua scofitta. Negli anni successivi l’etnia Akan ha disegnato altri simboli i quali rappresentano ancora oggi un sentimento, uno stato, ed esprimono vari temi che riguardano la storia, le credenze popolari e la filosofia Asante. Spesso sono connessi a proverbi, o sono simbolo di saggezza, e altre volte ancora, rappresentano il comportamento umano, animale o delle forme di vita vegetali. Dopo la leggenda del re Adinkra, questi segni vennero utilizzati principalmente per connotare gli sgabelli dei re o dei capi successivi, oppure come decorazione di pareti, tessuti, gioielli. Per quanto riguarda i tessuti vengono ancora utilizzati per una vasta gamma di eventi sociali come feste, matrimoni, battesimi, e funerali. Al giorno d’oggi hanno mantenuto gli stessi significati e valori, in particolar modo per il popolo Ashanti, e spesso vengono utilizzati con il fine di affascinare lo straniero. I designer li utilizzano spesso per la decorazione di stoffe, mentre gli artigiani li incidono e disegnano sui loro prodotti. Per quanto riguarda i tessuti in particolare, la tradizione si è evoluta utilizzando due tipi di stampe: la stampa classica che prevede l’utilizzo di timbri in legno o in metallo, e la serigrafia. Per tingere i tessuti si utilizza ancora oggi un elemento naturale, la corteccia e le radici di alberi particolari, ai queli viene estratto il colore attraverso procedure ben precise. 8. Simboli Adinkra Fonte: www.adinkra.org 1, 2, tree PLAY! Africa 29 Kente Un altro tipo di tessuto tradizionale del Ghana è il Kente, materiale di origini molto antiche, caratterizzato da motivi geometrici e colori sgargianti. Si narra la leggenda di due uomini, Ota Karaban e Kwaku Ameyaw, i quali hanno imparato questo tipo di tessitura osservando un ragno costruire la sua tela, riportando poi la scoperta al Re degli Ashanti che l’ha diffusa in tutto il regno. Da questa osservazione ne deriva il nome Kente=Kenten (cestino). Ancora oggi la tecnica è rimasta quella di una volta. Protagonista è il telaio, collegato a due pedali e implementato con dei pettini che hanno il compito di comprimere le trame una contro l’altra, il tutto azionato esclusivamente dalla forza dell’uomo. La tradizione vuole che il Kente sia tessuto dagli uomini. Le donne, infatti, hanno svolto un ruolo significativo in passato per la filatura del cotone grezzo e per la tintura di esso, ma al giorno d’oggi queste operazioni sono stati sostituite dai filati di fabbrica e di conseguenza il ruolo della donna si limita alla commercializzazione del tessuto, mentre l’uomo, continua ad essere protagonista nella fase di fabbricazione. Le fabbriche di Kente sono tutt’oggi attive e visitabili; si trovano principalmente nell’area centrale della regione Ashanti e mostrano tutte le fasi della lavorazione, partendo dalla tessitura fino ad arrivare al prodotto finito. Essendo un processo complicato, il Kente rimane uno dei manufatti più costosi di tutta l’Africa. Il risultato finale del tessuto Kente è ottenuto da tante strisce larghe circa 15 cm, assemblate infine in un un’unico pezzo in cui le dimensioni variano in base alla lavorazione. Nei tempi antichi l’utilizzo di questi tessuti era prevalentemente riservato ai membri delle famiglie reali Ashanti, ma oggi questa tradizione si è allargata a tutte le persone, che sono solite indossarlo negli eventi più importanti come le feste, i matrimoni, le lauree e le cerimonie religiose. Questo manufatto viene indossato non solo per la sua bellezza, ma soprattutto perchè carico di significati simbolici. Il simbolismo più forte per quanto riguarda questo tessuto è dato dalle forme geometriche ma anche dai colori, come ad esempio il giallo e gli arancioni che indicano ricchezza. 9-10. Produzione del Kente nel villaggio di Adanwomase Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 30 Lo Sgabello Lo sgabello occupa un posto rilevante nella cultura ghanese tanto che un detto recita: “Non ci sono segreti tra l’uomo e il suo sgabello”. Quest’oggetto deriva da un unico pezzo di legno scelto accuratamente e intagliato secondo la tradizione. Come la maggior parte dei prodotti di questo paese, anch’esso viene caricato di simboli, e spesso indica il rango a cui un individuo appartiene: più vi è lavorazione, più è importante la classe sociale. Nella maggior parte delle tribù lo sgabello è il primo regalo che il padre fa al figlio, e il primo dono che l’uomo fa alla propria sposa.Questo oggetto diventa compagno di vita e in molti casi è strumento di uso quotidiano diffuso in molte case ghanesi. Nella cultutra Akan, lo sgabello viene venerato poichè strettamente collegato agli antenati, i quali continuano a dimorare in esso anche dopo la morte. Ogni persona ha quindi il diritto di ricevere questo oggetto, ma pochi acquisiscono anche l’onore di ottenere la “cerimonia dell’annerimento” dello sgabello dopo la morte, il quale viene posto nella “casa degli sgabelli” della tribù. Il rito consacra l’antenato rendendolo meritevole di memoria futura consentendo un ricordo costante alle persone care al defunto. Di maggiore rilievo sono considerati gli sgabelli del Re Ashanti, o dei capi villaggio, infatti si dice che sia lo sgabello a scegliere il capo, e non viceversa. Nel momento in cui un uomo, per discendenza, diventa capo, ha il diritto di scegliere uno sgabello che si trova nella stanza dei re antenati. Ogni sgabello “porta” il nome del re a cui apparteneva, e di conseguenza, da il nome al futuro capo che lo sceglie. Oltre al nome, quest’oggetto porta con se l’anima stessa della tribù, fonte di potere del capo ed è ricco di simboli che riportano la storia e i valori della tribù. Lo sgabello è l’artefatto in legno più significativo e tradizionale, ma sono tante le lavorazioni in legno ghanesi, tra cui le sculture, spesso rappresentanti animali, o arredi più o meno tradizionali. 11. Sgabello tradizionale Ashanti Fonte: www.africanartgallery.it 1, 2, tree PLAY! Africa 31 Fufu e Banku La cucina ghanese, come la maggior parte della cucina africana, è molto semplice e limitata. Come in ogni paese del mondo i prodotti vengono importati ed esportati facilmente, quindi anche in Ghana è comune trovare marche multinazionali e prodotti di altri paesi. La scelta quotidiana del cibo degli africani però, come spesso accade, torna sempre alla tradizione e soprattutto nei villaggi è facile trovare sempre gli stessi cibi tradizionali. Tra i più comuni ne troviamo in particolare due, costituiti primcipalmente da mais e da yam (un tubero simile alla patata), a volte accompagnati da salsa, zuppa di pomodori, verdure, pesce o carne, ma solitamente consumati senza questi ultimi ingredienti. Il primo è il Fufu, diventato uno dei simboli del paese soprattutto riconosciuto come icona dagli stranieri per la particolare preparazione. Vengono utilizzati due strumenti costruiti in legno: un mortaio, e un bastone alto quanto una persona. Sono necessarie due figure per la lavorazione del fufu, la prima, generalmente ricoperta dall’uomo, che ha il compito di battere il bastone nel mortaio, e la seconda, generalmente ricoperta dalla donna, la quale si occupa di impastare il mais e lo yam con un rapido movimento della mano, tra un battito e l’altro di bastone. La cosa che colpisce di più, specialmente gli stranieri, è la rapidità con cui viene effettuato questo gesto, per loro meccanico e naturale. E’ necessaria anche una certa affinità tra i due lavoratori che spesso rischiano, in particolar modo la donna o chiunque sia seduto al mortaio ad impastare, di essere colpiti dal bastone in movimento. Il Banku invece, è molto simile ma ancora più semplice; è composto da farina di mais e farina di manioca versate in un recipiente e cotte con acqua. 12. Produzione del Fufu, Abetenim Arts Village (Ghana) Fonte: Giovanna Gaioni 1, 2, tree PLAY! Africa 32 Oware Il gioco più tradizionale che troviamo in Ghana è l’Oware, diffuso nella maggior parte dell’Africa Occidentale con diverse varianti per quanto rigurada il numero di giocatori, le varie tipologie di gioco e il nome stesso che cambia a seconda del paese o della zona. Appartiene alla serie di giochi Mancala, e si tratta di un gioco di strategia tra i più comuni. La storia dell’Oware deriva dal suo stesso nome, che tradotto dal Twi significa “Mi sposo lui/lei”. La leggenda narra che un uomo e una donna abbiano giocato una partita infinita solo per rimanere insieme, ed infine si siano sposati. Riflette i valori tradizionali africani poichè i giocatori incoraggiano le altre persone a partecipare al gioco in qualità di pubblico, infatti non è così insolito vedere un gruppo di africani che si riuniscono per sostenere i propri amici, anche se il gioco coinvolge direttamente poche persone. L’Oware ha avuto un ruolo importante anche per l’insegnamento dell’aritmetica all’interno delle scuole elementari. La struttura del gioco è molto semplice, costituito da 12 buche disposte su due file, ogni buca originariamente accoglie 4 semi, utilizzati come palline; lo scopo del gioco è possedere infine più palline rispetto all’avversario. Le forme dell’oggetto variano leggermente ma la struttura di base è la stessa, e viene spesso decorato esternamente con simboli ghanesi. 13. Riproduzione del gioco Oware di un bambino Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 33 1.1.3 ARCHITETTURA TRADIZIONALE E CONTEMPORANEA del Ghana ARCHITETTURA TRADIZIONALE Ovunque ci troviamo l’architettura rispecchia lo stile di vita di un popolo. Anche nel Ghana dall’architettura tradizionale si evincono quelle che sono le abitudini e le tradizioni degli abitanti di questa regione. Ancora oggi, osservando i piccoli villaggi in cui lo sviluppo ha preso meno il sopravvento, le tracce dell’antichità sono ben visibili pur variando a seconda della posizione in cui si trovano. Se osserviamo le costruzioni a Nord dello stato, in particolare presenti nei villaggi rurali, possiamo notare che queste sono caratterizzate da una forma circolare, ripresa poi nella disposizione delle abitazioni stesse, poste anch’esse intorno ad una corte interna, sempre circolare. Ritroviamo lo stesso concetto di area comune esterna nelle case tradizionali del centro e del sud del Ghana, con una struttura però differente, caratterizzata dalla forma geometrica del rettangolo, sia per quanto riguarda la casa in sè, sia per la forma che si ottiene in coseguenza della collocazione dei singoli elementi, che creano il cortile interno. Anche le tecniche di costruzione variano a seconda della posizione geografica. Le case del Nord venivano costruite con una miscela di terra e acqua, alla quale si aggiungeva lo sterco di bovino per renderla maggiormente impermeabile ed evitare una rapida usura. Nella regione Ashanti invece, veniva costruito uno scheletro assemblando dei pali in legno, il quale veniva riempito da fango impastato a lungo e lavorato con acqua. In entrambi i casi il tetto ha una struttura di base costruita con bastoni di bamboo, ricoperta successivamente dalla paglia. Quest’ultima viene ancora oggi utilizzata per la copertura, preparata a terra e issata poi sul tetto per essere srotolata su tutta la superficie. 14. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord Fonte: www.bookcoverimgs.com 15. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 34 Concentrandosi sulle abitazioni Ashanti, regione di maggior interesse per la mia ricerca, troviamo metodi tradizionali di costruzione molto precisi per ogni singolo elemento: La pavimentazione. Le quattro unità abitative rettangolari che formano un cortile con la medesima forma all’interno, venivano rialzate di 10 cm da terra per un maggiore isolamento, e la pavimentazione era composta da ghiaia rifinita con argilla o fango rosso. L’area esterna centrale veniva considerata il centro delle attività e utilizzata in occasione delle cerimonie religiose. Le pareti. Lo scheletro delle pareti era costituito da una struttura in legno (nella maggior parte dei casi si tratta di bamboo), riempito con argilla, ottimo materiale da costruzione in questo tipo di ambiente. Le colonne portanti avevano un diametro di circa 15cm dalle quali si otteneva una parete spessa circa 25 cm, intonacata successivamente con l’argilla rossa, caratteristica di queste zone. La copertura. L’utilizzodel legno è ricorrente anche nella copertura, ancora una volta utilizzato per la struttura portante. Come nelle case nel Nord del Ghana, anche nella regione Ashanti veniva utilizzata la paglia come rivestimento, o in alcuni casi le foglie di palma. Durante le ristrutturazioni moderne, questi elementi sono stati sostituiti da lamiere in metallo rovinando così, l’armonia del passato dove vigeva un equilibrio tra design e materiali naturali. Le decorazioni. Come descritto precedentemente, la tradizione del Ghana è ricca di simboli e disegni usati ancora oggi. Anche le abitazioni antiche sono caratterizzate da una particolare attenzione alle decorazioni, poste a circa 1m di altezza sia sulle pareti sia sulle colonne esterne. Veniva utilizzata la tecnica del bassorilievo aggiungendo alla parete argilla rossa 16. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del centro-sud Fonte: www.ghanaviaggioinafrica.com 17. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 35 per creare disegni o simboli Adinkra. In alcuni villaggi si trovano ancora oggi queste decorazioni, con significati differenti a seconda della tradizione. In un villaggio che ho visitato nei pressi della città di Tamale per esempio, le pareti esterne delle case sembravano essere state decorate con semplici elementi geometrici, quando in realtà, si trattava di un metodo per disegnare il calendario, appartenente alla tradizione di quel particolare villaggio. Il problema attuale è tramandare le tradizioni, poichè i giovani sono sempre più disinteressati e il rischio è quello che rimanga solo il ricordo di queste usanze. Delle abitazioni originali oggi ne rimangono ben poche, poichè uno dei problemi principali è la mancanza di manutenzione. Riparare i danni causati dall’erosione non sarebbe poi così complesso, si tratta di capire dove la terra rossa viene a mancare e se ne mette altra intonacandola, oppure se la rottura è alla base dell’edificio, si possono porre dei sacchi al posto di questa mancanza. Il problema quindi non è il costo della manutenzione, ma è una questione di cultura, dove in questo caso viene a mancare la sensibilità del riparo e del riciclo, e si preferisce lasciare una casa danneggiata o costruirne una nuova anche se i proprietari sono nati e cresciuti in una di esse.27 27. dall’intervista di B. Santolini e C. Gratton a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 1, 2, tree PLAY! Africa 36 ARCHITETTURA CONTEMPORANEA Il problema architettonico principale del Ghana, ma che si estende anche ad altri campi, è il fatto che le persone di questo paese non si fidano delle proprie capacità, e di ciò che viene costruito da loro stessi poichè lo ritengono di scarsa qualità. Nonostante spesso vengano fatte delle valide invenzioni, queste saranno successivamente scartate, per poi essere attribuite ad altre nazioni. I ghanesi spesso aspettano che l’uomo occidentale li istruisca e dica cosa fare, e anche in questi casi, una volta acquisite tecniche differenti, non sempre è sufficiente affinchè queste vengano successivamente messe in pratica. E’ difficile trovare quindi nuove architetture progettate e realizzate esclusivamente dalle persone del luogo. Esistono diversi casi, invece, in cui l’architetto occidentale che decide di operare in Ghana, o in qualunque altro posto del continente africano, sceglie di instaurare un rapporto con il paese, con gli abitanti, ed iniziare una vera e propria collaborazione. Aree urbane. Uno dei pochi esempi che troviamo in Ghana è l’opera dell’architetto italiano Mario Cucinella che iniziò un progetto nato dall’idea di Samia Nkrumah, figlia del leader politico Kwame Nkrumah. Il sogno di questa donna era donare un centro culturale al suo paese in grado di favorire uno sviluppo sostenibile con il fine di coinvolgere la popolazione locale e attuare un piano educativo approcciandosi a nuove tecnologie. Nacque così da questa collaborazione la “Kwame Nkrumah Presidential Library”, luogo dedicato esclusivamente alla cultura e in grado di offrire biblioteche e aule studio a chi ne avesse bisogno. Una delle motivazioni principali che ha spinto Samia a realizzare questo luogo nasce dal fatto che l’83% della popolazione non ha accesso ad internet e nei casi di qualche studente, neanche ai libri. In questo caso però, l’intervento risulta in un certo senso invasivo. Nonostante la maggior parte dei materiali siano del posto, non vengono adottate infatti tecnologie locali per creare un edificio autosufficiente che richiama la forma dell’albero. Questi grandi progetti che hanno luogo principalmente nelle città, sono solo una parte dell’architettura contemporanea. Qui la vita scorre più veloce e va verso nuove tendenze ed esigenze, nuovi stili e atteggiamenti. Non cambia quindi lo stile di vita solo a livello familiare, ma è la società a subire e desiderare un cambiamento. Questo porta ad una modifica degli ambienti anche dal punto di vista dell’urbanizzazione. Aree rurali. Le grandi città però non sono tante, e non sono le uniche ad accrescere l’interesse dell’uomo occidentale. Se ci inoltriamo nei piccoli villaggi possiamo notare che lo stile di vita è rimasto invariato rispetto a quello passato, di conseguenza anche le soluzioni abitative si avvicinano molto a quelle tradizionali. Come definito nei capitoli precedenti, al centro della vita quotidiana dell’africano c’è la comunità; di 18. “Kwame Nkrumah Presidential Library”, Mario Cucinella Fonte: www.rhomefordencity.it 1, 2, tree PLAY! Africa 37 conseguenza le abitazioni vengono principalmente utilizzate nelle ore notturne, mentre il maggior numero di attività si svolgono nelle aree esterne. Ancora oggi le case sono molto differenti dallo stile occidentale poichè al contrario di queste non hanno una zona giorno, una zona notte e dei servizi, ma si limitano ad avere lo stretto indispensabile: le camere da letto. A volte sono dotate anche di cucina, spazio importante ma che spesso viene utilizzato come magazzino in mancanza di altri ambienti adeguati. Soprattutto nelle stagioni secche infatti, le attività culinarie vengono svolte all’esterno delle case anche per fare in modo che gli odori che ne conseguono vengano dispersi all’aria aperta. I servizi non sono previsti all’interno delle abitazioni ma sono presenti in pochi punti del villaggio, e si tratta di un luogo in comune con gli altri abitanti. La socializzazione tra le persone avviene quindi all’aria aperta e il problema si pone durante il periodo delle piogge poichè nella maggior parte dei villaggi sono presenti degli spazi comuni esterni ma non al coperto. La vita comunitaria in questi casi, si blocca momentaneamente. 28 Cos’è cambiato quindi rispetto alle abitazioni tradizionali? Sicuramente i materiali. Questa trasformazione è lampante in particolar modo nei villaggi, poichè le nuove abitazioni si riconoscono subito a causa del materiale utilizzato: il cemento. Nel pensiero degli africani c’è ormai una concezione ben chiara delle abitazioni moderne e delle tecnologie da utilizzare. Il cemento è da qualche tempo diventato simbolo di ricchezza, mentre la costruzione in terra, di povertà. Quest’affermazione è stata alimentata dalle strutture 28. dall’intervista di B. Santolini e C. Gratton a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 occidentali costruite con questo materiale, che hanno trasmesso un messaggio di benessere, sia fisico che economico. Ciò che cerca di fare l’africano è quindi copiare questo stile e cercare di ottenere lo stesso risultato a costo di fare molti sacrifici, soprattutto economici. E’ comune infatti, conoscere persone che hanno passato tutta la vita a lavorare e risparmiare per potersi permettere una casa “all’occidentale”. Sia che le nuove abitazioni siano costruite in terra, sia che siano costruite in cemento la figura dell’architetto, specialmente nei piccolivillaggi, non esiste. Il proprietario disegna da se la propria abitazione. E’ lui che si occuperà della progettazione, spesso copiata da edifici precedenti, e della realizzazione con l’aiuto della gente del villaggio. Quello che manca al ghanese di oggi, è cambiare punto di vista riguardo alle risorse a disposizione. Ci sono infatti, architetti, volontari e tante altre figure che stanno cercando di portare in Africa un’idea, che a dire il vero non è affatto innovativa, ma sicuramente vincente. Quella di tornare alle origini, alle tecniche costruttive tradizionali. Dopo aver osservato architetture costruite in terra qualche africano sta già cambiando la sua opinione a riguardo, ma questo processo durerà ancora a lungo, specialmente se durante la formazione di queste figure professionali, questo tema non è ancora stato affrontato. 1, 2, tree PLAY! Africa 38 FORMAZIONE DI NUOVI ARCHITETTI: KNUST La sede d’istruzione di maggior rilievo ghanese è l’università KNUST, conosciuta per l’educazione scientifica e la tecnologia, anche nel resto del continente africano. Il nome della scuola rappresenta l’acronimo di “Kwame Nkrumah University of Science & Technology”, nata originariamente come “The Kumasi College of Technology”, e fu aperta nel 1952. Il nome fu modificato in un secondo periodo (nel 1961) in onore del primo presidente del Ghana indipendente, e primo leader dell’Africa nera a far ottenere al suo paese l’autogoverno. (www.knust.edu.gh) La prima Università del paese invece, la University of Ghana, nacque pochi anni prima, nel 1948. Queste date risultano interessanti se si pensa a tutte le Università che hanno aperto molto prima, presenti nel resto del mondo e ciò è indice di un’educazione arretrata rispetto a quella occidentale. Nonostante quest’osservazione KNUST rimane una delle università più rispettate dell’Africa e bisogna riconoscere che l’evoluzione al suo interno è stata rapida, tanto che nel giro di pochi anni sono stati incrementati i corsi di laurea aggiungendo la Facoltà di Ingegneria, di Farmacia, un Dipartimento di Agricoltura, la Scuola di Architettura, di Urbanistica e di Edilizia. Lo stile del campus prende spunto da quelli americani: un unico comprensorio che abbraccia tutte le Facoltà e trova lo spazio anche per attività didattiche extracurriculari come ad esempio, lo sport. Si trova sulla strada principale che collega Accra e Kumasi, poco prima dell’entrata in quest’ultima, rappresenta un piccolo “paradiso” prima di venire travolti dalla confusione della città. 20. Campus “Kwame Nkrumah University of Science and Technology” Kumasi (Ghana) Fonte: www.infosdaccra.com 19. Entrata del Campus “Kwame Nkrumah University of Science and Technology” Kumasi (Ghana) Fonte: www.infosdaccra.com 1, 2, tree PLAY! Africa 39 Winifred Ayine, una studentessa di Architettura neolaureata, descrive la sua Università come una scuola che fornisce un insegnamento di base, dove ognuno prende poi una strada diversa per la sua carriera professionale. I professori, che diversamente da quelli italiani non hanno uno studio personale ma una piccola impresa, insegnano l’architettura “all’occidentale”, senza valorizzare le risorse locali. Nessuno degli insegnanti ha mai costruito in terra, solamente in cemento, e non è tra le loro priorità trasmettere agli studenti queste tecnologie, che neanche loro conoscono. Resta quindi alla sensibilità del singolo studente la possibilità di apparsionarsi a questo campo ed indagare su di esso, come ha fatto questa ragazza. Winifred ha appena svolto, in occasione della sua tesi magistrale, una ricerca sulle costruzioni in terra che si è conclusa con la progettazione di un Campus utilizzando proprio questo materiale e le dovute tecnologie. La studentessa afferma che gli africani non costruiscono in terra perchè non sanno come farlo. Questo tipo di iniziative non sono sponsorizzate dall’università, e neanche sul web ha trovato alcun tipo di caso studio presente in Ghana, perciò è rimasta affascinata dall’iniziativa di NKA Foundation di contattare architetti occidentali per effettuale uno scambio di conoscenze con il suo paese, ed iniziare così, a produrre nuovamente edifici in terra. E’ fondamentale però una collaborazione tra uomo bianco e uomo nero, affinchè il primo porti l’innovazione e il secondo l’esperienza della vita in Africa, per arrivare infine ad uno scambio reciproco di conoscenza. Attualmente al KNUST non ci sono insegnanti bianchi, ma Winifred spera in uno sviluppo futuro che comprenda programmi di studio innovativi, poichè ritiene che al giorno d’oggi, quello che fa principalmente l’africano è copiare dall’Occidente. Winifred Ayine [studentessa KNUST] 21. Winifred Ayine Fonte: Winifred Ayine 1, 2, tree PLAY! Africa 40 1.2 ABETENIM ARTS VILLAGE 1, 2, tree PLAY! Africa 41 LEGENDA: 1. Prima casa per volontari progetto di Bathosa Nkurumeh e arch.Jason McDonald 2. Seconda casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh 3. Terza casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh 4. Quarta casa per volontari, progetto dell’arch. Giulia Fortunato 5. Teatro all’aperto, progetto dell’arch. Jose Rivera 6. Aula computer, progetto della studentessa Valentina Dall’Orto 7. Aula workshop, progetto dell’Atelier Switzer 8. Fermata del bus, progetto dell.arch. Jason McDonald 9. Casa Opoku, progetto dell.arch. Jason McDonald 10. Scuola Elementare, progetto di Nka Foundation 11. Scuola media, progetto di Nka Foundation 12. Asilo, progetto degli studenti Michele Ape e James Palmer 13. Servizi igienici per la scuola, progetto dello studente Diego Ratti Uno dei villaggi presi in considerazione da Nka Foundation è Abetenim, il quale ha modificato il suo nome in “Abetenim Arts Village” dopo l’intervento dell’associazione. Si trova nella regione Ashanti a circa 40 km da Kumasi, in particolare fa parte del distretto di Ejisu-Juaben che si trova a sud-est della città. 22. Cartina del Villaggio di Abetenim Fonte: Anna Mazzaron 1, 2, tree PLAY! Africa 42 23. Abetenim Arts Village Fonte: Achinoam Weinstein 1, 2, tree PLAY! Africa 43 1.2.1 STORIA DEL VILLAGGIO Abetenim era in principio un campo di schiavi, di nome Nkoa Kuro. Durante il periodo del colonialismo occidentale, tutte le persone catturate in diversi luoghi durante le battaglie venivano portate in questo villaggio. Successivamente i bianchi acquistavano gli schiavi dal Capo di Juaben. Egli era il fratello del Re degli Ashanti e a lui arrivavano i proventi del commercio di esseri umani. Il nome del villaggio deriva dall’elevata presenza di palme. La traduzione della parola palma è infatti “beteni”; da lì, il nome Abetenim che letteralmente significa “luogo con molte palme”. Un’altro racconto interessante riguardante il villaggio è quello del torrente che scorre nella parte bassa del paese, vicino al pozzo. Questo veniva considerato il Dio protettore e gli abitanti erano soliti venerarlo. Possedeva anche poteri magici, si dice infatti che se una donna sposata ma senza figli si fosse recata al fiume con un fiore, e dopo aver invocato il Dio e gettato il fiore nel fiume, ella sarebbe riuscita a concepire un bambino. Come ogni villaggio che si rispetti, anche Abetenim porta una lunga discendenza di capi, l’attuale capo tribù è Nana Owusu Ababio, nipote del capo di Ejisu. 1.2.2 OGGI COME IERI Oltre alle tradizioni del paese, anche ogni piccolo villaggio ha le proprie. Quelle di Abetenim le ho scoperte prendendo parte alla vita quotidiana e dai racconti di Mr. Appiah Kubi, coordinatore di Nka Foundation e insegnante di scienze naturali alla scuola media del villaggio. Come nella maggior parte dell’Africa, la comunità è al centro della vita di tutti i giorni. Le giornate si svolgono all’aperto ed è difficile vedere una persona in solitudine. Camminando per le strade è facile essere travolti da un’atmosfera leggera, ricca di saluti e di sorrisi. L’anima del villaggio, e non solo perchè in