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1, 2, tree PLAY! Africa
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1,2,tree PLAY!
 
Progetto di uno spazio ludico autocostruito 
per i bambini del villaggio di Abetenim, Ghana
A.A. 2014-2015
POLITECNICO DI MILANO
Tesi di Laurea Magistrale: Interior Design
Studente: Anna Mazzaron matr. 786026
Relatrice: Agnese Rebaglio
1, 2, tree PLAY! Africa
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INDICE
0. ABSTRACT
1. AFRICA
 1.1 GHANA
 1.1.1 Un paese ospitale
 1.1.2 Dipingere il Ghana
 1.1.3 Architettura tradizionale e contemporanea del Ghana
 1.2 ABETENIM ARTS VILLAGE
 1.2.1 Storia del villaggio
 1.2.2 Oggi come ieri
 1.2.3 Vivere ad Abetenim oggi
 1.2.4 Struttura del villaggio
 1.2.5 Nka Foundation
 1.2.6 Esperienza personale: Workshop “Build With Earth”
2. SCUOLA
 2.1 STRUTTURE SCOLASTICHE DEL VILLAGGIO
 2.1.1 Kindergarten
 2.1.2 Primary School
 2.1.3 Primary School
 2.2 AMBIENTE
 2.2.1 Essere un bambino ad Abetenim
 2.2.2 Andare a scuola nel villaggio
 2.2.3 Materiale raccolto
 2.2.4 Bisogni
p.9
p.13
p.24
p.25
p.26
p.33
p.40
p.43
p.43
p. 47
p. 50
p. 61
p. 69
p. 81
p. 84
p. 86
p. 90
p. 92
p. 95
p. 96
p.98
p.105
p.113
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3. SPAZI LUDICI
 3.1 IL BAMBINO
 3.2 L’IMPORTANZA DEL GIOCO
 3.3 L’AMBIENTE LUDICO
 3.3.1 L’ambiente ludico esterno 
 3.4 CASI STUDIO
 3.4.1 Collaborazione 
 3.4.2 Autocostruzione
 3.4.3 Strutture didattiche
 3.4.4 Forma
 3.4.5 Simbologia 
4. PROGETTO
 4.1 LE ORIGINI
 4.2 IL CONCEPT
 4.3 OGNI PROGETTO HA LA SUA STORIA
 4.3.1 Filosofia del progetto
 4.3.2 Rispondere a dei bisogni
 4.3.3 Analisi d’ambiente
 4.3.4 Processo progettuale
p.117
p.117
p.120
p.122
p.123
p. 127
p.128
p.130
p.132
p.135
p.137
p.141
p.141
p.143
p.145
p.145
p.146
p.148
p.152
1, 2, tree PLAY! Africa
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 4.4 “1,2, tree, PLAY!” 
 4.4.1 Materiali
 4.4.2 Struttura
 4.4.3 Percorso
 4.4.4 Colore
 4.4.5 Disegni tecnici
 4.4.6 Viste 3D
5. ELENCO DELLE IMMAGINI
 BIBLIOGRAFIA
 SITOGRAFIA
6. ALLEGATO [istruzioni]
p.156
p.156
p.159
p.163
p.168
p.172
p.196
p. 202
p. 207
p. 210
1, 2, tree PLAY! Africa
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1, 2, tree PLAY! Africa
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ABSTRACT
Il progetto “1,2, tree PLAY!” nasce da un’esperienza personale vissuta nel 
villaggio di Abetenim (Ghana) nell’estate 2014, dalla quale sono tornata arricchita 
sotto diversi aspetti e con il desiderio di dare ulteriormente il mio contributo a 
questa comunità.
Grazie al workshop “Build with earth”, nato dalla collaborazione tra l’ONG Nka 
Foundation e l’architetto Giulia Fortunato, ho conosciuto una cultura che mi ha 
sempre affascinato, una cultura che racchiude in sè energia, colori, ritmo, sorrisi, 
riassumibile in un’unica parola: Africa.
Vivendo ad Abetenim ho scoperto come costruire con la terra e progettare con le 
risorse locali, ho conosciuto gli abitanti e le loro necessità , ho giocato con i bambini 
del villaggio. Ed è proprio da loro, dai più piccoli, che nasce il mio progetto.
“1,2, tree PLAY!” racchiude la voglia che i bambini hanno di giocare e l’affetto 
che provano per l’albero sotto il quale sono cresciuti e offre loro uno spazio ludico 
esterno nel quale possano essere accompagnati durante l’infanzia.
Il suono, il movimento, le emozioni e il relax sono gli elementi che caratterizzano le 4 
aree del progetto, ognuna contraddistinta da una gamma cromatica diversa. Ogni 
spazio è arricchito da oggetti di recupero i quali permettono di svolgere attività 
specifiche e sviluppano attività e abilità diverse.
La scelta di utilizzare materiali locali, oltre a motivazioni economiche, è dovuta alla 
volontà di trasmette agli abitanti un messaggio di ecosostenibilità valorizzando le 
loro risorse.
Dopo un’attenta analisi sociale ho scelto di presentare un progetto che non 
avesse bisogno della collaborazione di un volontario esterno durante la fase di 
esecuzione, ma che possa essere auto-costruito dagli abitanti stessi una volta 
fornite le istruzioni. 
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1, 2, tree PLAY! Africa
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1. AFRICA
1, 2, tree PLAY! Africa
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0. Villaggio di Adanwomase
Fonte: Achinoam Weinstein
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1. AFRICA
“L’Africa è un continente troppo grande per poterlo 
descrivere. E’ un oceano, un pianeta a sé stante, un 
cosmo vario e ricchissimo. E’ solo per semplificare e 
per pura comodità che lo chiamiamo Africa.” 1
DALL’OCCIDENTE ALL’AFRICA 
La parola Africa suscita nella mente di ciascuno di noi 
una serie di immagini e associazioni di idee che non 
variano molto da persona a persona.
Terzo mondo, povertà, bambini, colori, associazioni 
umanitarie, ebola.
Chi ha avuto un contatto più diretto, ad esempio ha 
conosciuto qualcuno appartenente a questa etnia, 
aggiunge alle immagini anche i sorrisi, le espressioni, 
le lingue.
C’è una terza categoria: chi l’ha vissuta. Io appartengo 
a quest’ultima, e associo la parola Africa ad 
un’esplosione.
Un’esplosione di ritmi accompagnati da danze, 
un’esplosione di colori dati dalla terra rossa in contrasto 
con il verde della natura, dalle stoffe, dal mercato, 
dal colore della loro pelle in contrasto con il mio. 
Un’esplosione di risate e di silenzi.
Ma non basta a descrivere l’Africa, perchè nonostante 
abbia vissuto un’esperienza in questo continente, ne ho 
visto solo una piccolissima parte.
Neppure chi è nato in questo paese è in grado di 
descriverlo in maniera completa, ed è meglio così; trovo 
che il mistero sia uno degli elementi più affascinanti di 
un mondo così diverso da quello occidentale.
Questo capitolo non vuole fornire una definizione di 
questo continente ne descriverlo, ma allontanare la 
mente delle persone da quelli che sono gli stereotipi 
sull’Africa, poichè la percezione dell’uomo occidentale 
appare condizionata da una distorsione negativa che
tende a raffigurare questo continente come una realtà 
1. Ryszard Kapuscinski, “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 2000
straziata dalla povertà, dalle guerre civili, dalla fame e 
dall’ignoranza.
Secondo Edouard Glissant: “Vediamo molta Africa in 
televisione –AIDS, massacri, guerre tribali, miseria...- 
ma in realtà non la vediamo, perchè l’Africa è invisibile”.2
Ognuno di noi elabora una rappresentazione, un’idea, 
dalle fonti che ha a disposizione, le quali spesso offrono 
una versione critica e pessimistica di un paese in via di 
sviluppo, dove la parola “sviluppo” è più una speranza 
che un elemento concreto.
La cronaca contribuisce a quest’idea di paese arretrato, 
parlandone raramente o solo in termini di nazione che 
ha bisogno di aiuto e dove regnano guerre, genocidi, 
povertà.
In realtà negli ultimi quindici anni l’Africa subsahariana 
(che conta quarantanove paesi) registra una crescita 
sorprendente e sostenuta, con risultati via via in 
aumento. 
Infatti tra le venti economie in più rapida crescita nel 
2014-2018, secondo le previsioni dell’Fmi (Fondo 
Monetario Internazionale), una su due si troverà a sud 
del Sahara. 
Prima fra tutte la Nigeria, che grazie a un “rebasing” delle 
stime del Pil ha superato il Sudafrica ed è diventata la 
prima economia del continente con un prodotto interno 
lordo stimato sui 400 miliardi di dollari.3
Inoltre Angola, Ghana, Mozambico, Etiopia o Tanzania 
sono alcuni dei paesi che hanno contribuito ad 
alimentare una fortissima crescita della zona da quindici 
anni con risultati che sono in costante aumento. 
 
2. Articolo di L.Sampò, Architettura contemporanea in Africa, “Boun-
daries”, Luglio-Settembre 2011, p. 15
 
3. Articolo di Giovanni Carbone, Fonte: www.lavoce.info 
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Si può dire quindi che gli scambi con il resto del mondo 
sono cresciutimaggioranza, 
sono i bambini i quali passano le giornate in continuo 
movimento e, come gli adulti, sono soliti stare in 
comunità.
Gli adulti invece sono presi dalle loro abitudini, le donne 
spesso cucinano fuori dalle loro capanne, gli uomini 
si concentrano sulla produzione dell’olio di palma, e 
altri che stanno li seduti, a giocare o semplicemente a 
chiacchierare.
La comunità intera si riunisce in occasione di feste, 
funerali e matrimoni, anche nei casi in cui non sia 
presente al completo, è lo spirito che non viene a 
mancare. 
La preoccupazione per l’altro, il sostegno che si danno 
a vicenda, oppure semplicemente il fatto di non essere 
mai da soli è ciò che più mi ha fatto sentire di essere 
all’interno di una comunità, ed è una cosa che loro 
stessi tengono a sottolineare.
Tutta la comunità fa riferimento al Capo Villaggio, il 
quale viene rispettato da ogni persona. L’attuale Capo 
è Nana Owusu Ababio, nipote del capo precedente 
morto nel 1999. In realtà non era lui l’erede al trono, ma 
è stato scelto dallo “sgabello reale”. Come la tradizione 
ghanese insegna, è lo sgabello a scegliere il capo 
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d’accordo all’interno della famiglia allargata su chi 
porterà avanti la tradizione”. 29
Per quanto riguarda la parte amministrativa del villaggio 
ci sono due figure principali: il capo, e il rappresentante 
del governo.
Il capo è circondato da un gruppo di anziani, nominati 
da lui stesso, che si occupano delle questioni 
tradizionali come i terreni, i matrimoni, i funerali, le feste 
o i problemi relazionali.
Gli abitanti in occasione di uno di questi eventi devono 
chiedere preventivamente il permesso al capo per 
organizzarli. Gli anziani del villaggio nominati dal capo 
sono all’incirca sei, tra cui la madre o la sorella del 
capo, ma non è stabilito un numero preciso. Il capo 
può decidere infatti di nominare una persona ritenuta 
meritevole di occupare quel ruolo.
Il rappresentante del governo invece, si occupa 
dell’educazione e della salute della comunità e ricopre il 
ruolo di rappresentante del comitato, di cui fanno parte 
altri membri. Queste figure vengono elette dal popolo e 
possono ricoprire il ruolo al massimo per due mandati, 
ognuno di quattro anni. I membri del comitato sono sei.
Il capo villaggio ha inoltre il compito di accettare 
le persone che vengono in visita ad Abetenim. E’ 
tradizione infatti, che i nuovi arrivati si presentino al 
cospetto del capo portando un dono. Sarà poi il capo a 
decidere se una persona può rimanere oppure e no, e 
non è concepibile rimanere nel villaggio senza essersi 
presentato al capo.
La maggioranza delle persone all’interno del villaggio 
appartiene ad una religione cristiana. 
Molto ravvicinate tra loro troviamo, infatti, tre chiese 
differenti tra cui quella della pentecoste e quella 
metodista. La religione del Ghana abbraccia diversi tipi 
di chiesa, che co-esistono anche nei piccoli villaggi a 
pochi metri di distanza.
Dobbiamo inoltre allontanare dalla nostra mente il 
29. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
e non viceversa, e così è accaduto per Nana Owusu 
Ababio.
Si narra che una volta nominato il capo, lo sgabello 
può non essere d’accordo con la scelta del popolo e 
a questo punto farà avvenire qualcosa per impedirlo.
Poco dopo essere stato nominato capovillaggio il 
fratello maggiore del capo attuale subì un incidente 
nella fabbrica in cui lavorava.
La regola prevede che il capo debba essere perfetto, 
non era quindi ammissibile che salisse lui al trono.
La situazione si fa ancora più interessante quando 
fu nominato il fratello successivo al primo, al quale 
avvenne lo stesso incidente.
Per seguire la tradizione neanche questo potè prendere 
il posto del nonno, che venne quindi ricoperto dal capo 
in carica.
La discendenza dei capi, rigorosamente uomini, 
avviene guardando l’eredità della madre. “Se io sono re 
o capo e muoio, i miei figli non possono essere capo, ma 
i miei nipoti si. Nel caso in cui la discendenza principale 
muoia, si guarda ai figli della sorella del capo, e nel 
caso in cui il capo non abbia sorelle, bisogna mettersi 
24. Nana Owusu Ababio, capo villaggio di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
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concetto di chiesa occidentale, poichè qui la struttura 
è molto differente, tanto che si confondono con le 
abitazioni del villaggio. Costruite in cemento, materiale 
“ricco”, sono leggermente più grandi di una casa 
comune e si possono facilmente scambiare per una di 
esse ancora in costruzione.
Internamente sono molto semplici, composte da pareti 
spoglie, sedie in plastica, un leggìo per le letture e un 
tavolo.
La caratteristica che più si allontana dal mondo 
occidentale però, è l’atmosfera che si crea durante le 
celebrazioni della durata media di 2 ore e mezza.
La lingua utilizzata è quella d’origine, quindi possiamo 
solo intuire ciò che viene detto durante questi incontri, 
ma ad un certo punto tutto prende vita: iniziano con il 
ritmo dei tamburi, a cui si aggiunge la voce dei fedeli, i 
quali pregano con un’intensità a noi sconosciuta. 
Ho avuto la possibilità di partecipare a due funzioni, 
quella della pentecoste e quella metodista, entrambe 
molto emozionanti.
Nella prima si è svolta la presentazione dei bambini 
davanti a Dio, quello che noi chiamiamo Battesimo.
Questa rappresenta un’altra importante tradizione del 
villaggio dove i bambini, tenuti in braccio da una donna, 
vengono presentati alla comunità in modo ufficiale.
Un’altra funzione altrettanto importante e sentita è il 
Funerale, svolto in maniera molto diversa dalla nostra. 
Il funerale viene considerato come una vera e propria 
festa, ed ha luogo in due momenti differenti: il primo 
celebrato a pochi giorni dalla morte, mentre il secondo 
dopo 30 giorni esatti.
Del defunto è presente una foto, e nell’atmosfera 
dominano i colori dei vestiti neri, decorati con motivi 
rossi o arancioni, i quali vengono indossati solo in 
queste occasioni.
L’ambientazione è creata con l’allestimento di tendoni 
montati all’esterno e, dopo una breve funzione in cui 
tutti si stringono le mani, inizia la musica accompagnata 
25. Canti e danze durante una funzione religiosa, Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
26. Battesimo, Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
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dalle danze.
In prima fila ballano i parenti del defunto, con 
un’espressione tutt’altro che addolorata. 
E’ questo il loro modo per dire addio. Con gioia.
Una delle leggende più antiche di Abetenim è quella 
degli spiriti del fiume. 
Gli abitanti credono molto in loro a partire dal potere 
che questi hanno di far avere un bambino anche alle 
donne che inizialmente non possono o non riescono ad 
averlo. 
Rispettano queste presenze e ancora oggi hanno 
l’abitudine, quando passano con l’auto sopra il ponte 
su cui scorre il fiume, di suonare il clacson in segno di 
saluto. 
Non ne hanno paura, al contrario, si lasciano guidare e 
aiutare da loro.
Tutte le attività principali come stringere la mano, 
mangiare, sono svolte con la mano destra.
 E’ considerato volgare infatti, fare diversamente.
L’ospite è sacro. Quando si organizza una festa, oltre 
a dover procurare e preparare da mangiare e da bere, 
bisogna mettere a loro agio gli invitati, facendoli sentire 
importanti. 
Le feste sono eventi vissuti molto seriamente, in 
particolar modo quelle religiose, e il padrone di casa 
dopo aver fatto accomodare l’ospite serve da bere e 
da mangiare.
27. Funerale, Abetenim
Fonte: Cristina Gratton
Noi stranieri siamo venuti a conoscenza della sacralità dell’ospite solo dopo non averla rispettata.
Il 15 di Agosto abbiamo deciso di celebrare, importando una parte della nostra cultura, la festa dell’Assunzione 
procurando cibo, bibite ed invitando tutta la comunità. Una volta arrivati gli invitati li abbiamo fatti accomodare 
spiegando loro il significato di questa festa e gli abitanti del villaggio guidati dal capo hanno versato, come da loro 
tradizione,dell’alcool per terra pregando per noi e per la festa.
Una volta concluso il rito, abbiamo iniziato a servire da mangiare spiegando poi loro il concetto di “buffet”; questo 
fu un grave errore che non comprendemmo subito, in seguito siamo stati redarguiti per la nostra mancanza di 
rispetto per non aver accolto gli invitati a dovere.
Racconto
[Ferragosto] 
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1.2.3 VIVERE AD ABETENIM OGGI
Il villaggio si estende per 1 kmq nel bel mezzo della 
giungla.
 La popolazione conta circa 1000 persone, di cui il 60% 
hanno un età compresa tra 1 e 25 anni.
Abetenim è il primo paese che si incontra sulla strada 
principale che va a Juaben attraversando altri 6 villaggi, 
per questo motivo è considerata relativamente centrale 
e abbastanza trafficata.
L’economia è basata sull’agricoltura, in particolare sulla 
produzione di olio di palma venduto anche ai paesi 
vicini.
La maggior parte degli abitanti coltiva la terra, altri 
ricoprono il ruolo di operaio e collaborano spesso 
con l’associazione durante la costruzione di nuove 
abitazioni.
Altri impieghi sono esclusivi, ad esempio sono solo 
due le persone a ricoprire il ruolo di parrucchiera per le 
donne e barbiere per gli uomini. 
I commercianti si occupano dell’esportazione dei 
prodotti nei paesi circostanti, e portano nel villaggio i 
beni di prima necessità come il cibo.
Sono presenti alcuni banchetti, se ne contano 3 in tutto 
il villaggio, che vendono dolci, bibite, qualche oggetto 
per la casa e le ricariche telefoniche.
Per essere un villaggio rurale Abetenim dispone di 
molti servizi moderni, al contrario dei paesi vicini ai 
quali manca ancora l’elettricità e altri strumenti ritenuti 
indispensabili da noi occidentali.
Lo sviluppo di Abetenim è avvenuto negli ultimi 4-5 anni 
anche grazie a Nka Foundation che ha portato oltre a 
beni materiali l’idea di una vita migliore.
Il servizio principale difficilmente trovabile in altri villaggi 
rurali è ’ellettricità, presente nella maggior parte delle 
abitazioni. 
Camminando tra le case spesso si è accompagnati 
dalla musica della radio, che ispira molti bambini a 
iniziare danze cercando di imitare i divi della televisione.
L’elettricità ogni tanto viene interrotta, senza però 
fermare il lavoro e la vita quotidiana degli abitanti.
Inoltre è presente un pozzo, azionato dalla forza umana, 
che serve tutto il villaggio. Come in molte immagini 
iconiche di questo paese, anche ad Abetenim si 
vedono spesso persone, in particolare bambini, che 
portano sulla testa bacinelle d’acqua.
Alcuni abitanti dispongono di un computer e di un 
cellulare che permette di avere una connessione ad 
internet, ma in pochi comprendono l’importanza di 
questi strumenti.
29. Esempio di impiego ad Abetenim, venditore
Fonte: Martina Caldarigi
28. Esempio di impiego ad Abetenim, muratore
Fonte: Martina Caldarigi
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La lingua locale è il Twi, ma il 98% degli adulti non è 
in grado di leggere e scrivere a causa di una mancata 
istruzione. La scuola infatti, è presente solo da pochi 
anni, ed è stata una grande conquista in quanto i 
bambini stanno ricevendo un’educazione adeguata a 
partire dall’asilo fino ad arrivare alla scuola media. Nei 
paesi adiacenti ad esempio, queste non sono presenti 
e i bambini dovrebbero farsi kilometri di strada prima di 
arrivare ad Abetenim o Ejisu per andare a scuola. Nella 
stessa situazione si trovava il villaggio fino al 2011, 
anno di costruzione della scuola media.
Ora lo stesso problema si pone per il liceo, ma è in 
programma la sua costruzione in un futuro per stimolare 
l’istruzione e agevolare chi non può permettersi un 
alloggio al di fuori di Abetenim.
Le uniche persone ad allontanarsi dal villaggio natìo 
sono i ragazzi e le ragazze che vogliono continuare i loro 
studi. Questi ricevendo un’istruzione hanno una visione 
del mondo più completa e sperano in un futuro migliore 
rispetto a quello dei loro genitori. Il problema principale 
si pone una volta conclusi gli studi obbligatori, FCUBE 
(Free Compulsory Universal Basic Education). 
Lo stato infatti ricopre l’istruzione dei ragazzi fino alla 
scuola media, dal liceo in poi le spese saranno a carico 
della famiglia. 
Nei villaggi così piccoli questo problema si amplifica e 
rischia di compromettere l’educazione soprattutto delle 
ragazze. Mentre i ragazzi grazie alla loro corporatura, 
riescono fin da adolescenti a svolgere lavori in cui 
è richiesta la forza, le ragazze no. Gli impieghi più 
richiesti sono nell’ambito della produzione di olio di 
palma e a seconda delle età svolgono compiti più o 
meno pesanti, dall’estrazione dell’olio dai semi della 
pianta, alla raccolta delle foglie per la costruzione di 
scope per pulire le abitazioni, che vengono vendute poi 
al mercato più vicino.
Così facendo, i ragazzi riescono quindi a guadagnarsi 
un’indipenzenza economica dai genitori e poterla 
utilizzare per i loro studi. Per le ragazze ovviamente, 
questo è più difficile.
30. Produzione dell’olio di palma
Fonte: Achinoam Weinstein 
31. Produzione dell’olio di palma
Fonte: Martina Caldarigi 
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Un altro fattore che influenza l’economia di Abetenim, 
anche se in modo saltuario, è la presenza dei volontari. 
Questo ovviamente dipende da persona a persona, 
ma mi piace pensare che il nostro gruppo di volontari 
abbia migliorato, anche se per un breve periodo, la vita 
al villaggio.
Il discorso vale principalmente per i ragazzi. Alcuni di 
loro infatti si sono specializzati in un ambito diverso come 
ad esempio imparare a suonare il bongo, strumento 
musicale tipico africano, costuire fionde o braccialetti. 
Sono molte le commissioni che hanno ricevuto da 
noi, che fummo contenti di dare il nostro contributo e 
nello stesso tempo portare a casa un ricordo di questa 
esperienza. 
Un impiego interessante che ha trovato l’associazione 
per alcuni ragazzi e ragazze, portando avanti così 
anche il loro obbiettivo, è stato ingaggiare degli 
insegnanti che dessero loro lezioni di balli e musiche 
tradizioni ashanti. Si è creato così un vero e proprio 
gruppo di ballerine e suonatori di tamburi completi 
di abiti e strumenti adeguati. Le loro esibizioni sono 
richieste anche nei paesi vicini, e riprodotte inoltre per 
i volontari. Noi dopo aver assistito al loro spettacolo, 
abbiamo deciso di prendere successivamente lezione 
di bonghi da questo gruppo di musicisti, capendo ben 
presto che non avremmo mai potuto raggiungere il loro 
livello, dato soprattutto dal senso del ritmo innato che li 
caratterizza.
La situazione quindi degli abitanti a questo punto 
dovrebbe essere chiara: la maggior parte di loro nasce, 
vive e muore nel villaggio dedicandosi alla produzione 
di alimenti che possa permettergli di sopravvivere, 
alcuni giovani invece si allontanano per ricevere una 
maggiore istruzione. 
Ma c’è qualcuno che decide di trasferirsi ad Abetenim? 
Si, anche se molto pochi. 
Le uniche persone “esterne” oltre ai volontari, sono 
gli insegnanti. I volontari sono di passaggio, non si 
possono considerare quindi abitanti, ma gli insegnanti, 
che tornano ogni anno durante il periodo scolastico 
si, in particolar modo se qualcuno di loro sceglie 
di trasferirsi definitivamente nel villaggio. Una volta 
diventato maestro, egli dà una preferenza di regione 
in cui gli piacerebbe insegnare, sarà poi lo stato a 
decidere la sua destinazione. La maggior parte dei 
maestri e delle maestre durante il periodo scolastico 
viene ospitata nelle strutture costruite da Nka, destinate 
anche ai volontari; altri, coloro che abitano nel distretto 
di Ejisu-Juaben, fanno avanti e indietro tutti i giorni, ed 
infine troviamo i pochi che hanno scelto di trasferirsi ad 
Abetenim.
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1.2.4 STRUTTURA DEL VILLAGGIO 
Il villaggio di Abetenim è facilmente suddivisibile in due 
parti: quella in cui vivono gli abitanti, e quella di Nka 
Foundation. 
ABETENIM VILLAGE
La prima si sviluppa ai lati della strada principale, dalla 
quale si diramano pochealtre vie, non sempre ben 
definite. La struttura del villaggio non prevede grandi 
progetti urbanistici, e le abitazioni vengono costruite 
senza vincoli a piacimento dell’abitante.
Ci sono alcuni luoghi ad uso comune che definiscono 
alcune aree:
La “piazza”, che si allontana molto dal nostro concetto 
di tale definizione. Si tratta infatti di una zona aperta 
sulla via principale posta agli inizi del villaggio, dove 
persone di diverse età si riuniscono per giocare a 
dama o semplicemente chiacchierare. L’unica struttura 
presente nella piazza è una tettoia di dimensioni 
relativamente ristrette, che ripara dal sole o dalla 
pioggia, ed è l’unico punto del villaggio a possedere 
una zona coperta esterna.
Passando un fossato sulla destra, troviamo il campo da 
calcio, una zona priva di vegetazione, senza limiti di 
area, caratterizzata dal due porte in legno. Questa è 
popolata un giorno alla settimana, la domenica, e per i 
giorni restanti rimane una zona di passaggio. In questo 
giorno particolare infatti ha luogo la partita, giocata dai 
giovani del villaggio rigorosamente scalzi.
La scuola è poco più avanti ed è composta da tre 
strutture: la scuola elementare, che fu la prima ad 
essere costruita, la scuola media ed infine l’asilo, ancora 
in costruzione. Questa zona, come tutte le altre, non è 
delimitata, ma si trova in una strada “cieca” rimanendo 
quindi isoalta e non di passaggio.
Le tre chiese. Esse non hanno una disposizione studiata 
bensì casuale, e sono state costruite in cemento, 
materiale considerato “ricco” dagli africani. Sono 
strutture semplici, prive di elementi che le possano 
ricondurre a un luogo di culto. Anche l’interno è spoglio, 
costituito solamente da panche, un tavolo e un leggìo.
Il pozzo che serve tuttti gli abitanti del villaggio.
I servizi igienici comunitari. Anche in questo caso c’è 
un solo servizio per tutta la comunità, non perchè non 
sia possibile costruirne altri, ma per scelta. Sparsi per il 
villaggio troviamo le “docce”, luoghi delimitati da pareti 
in legno dove è possibile lavarsi con i secchi; l’acqua 
corrente infatti, non è presente ad Abetenim, neanche 
nell’area dei volontari.
La casa del capo affaccia sulla piazza principale, non 
ha segni particolari che la contraddistinguono dalle 
altre, solo qualche decorazione di simboli ashanti, 
presenti anche in altre abitazioni.
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32. La piazza di Abetenim
33. La scuola di Abetenim
Fonte: Achinoam Weinstein 
34. Il campo da calcio di Abetenim 
35. Chiesa della Pentecoste di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron, Martina Caldarigi
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ABTENIM ARTS VILLAGE
 
L’altra zona, quella donata dagli abitanti all’associazione 
Nka Foundation, si trova in una deviazione all’inzio 
del villaggio in una zona non di passaggio, insieme a 
poche altre abitazioni.
Quando Mr. Nkurumeh ha scelto Abetenim come 
villaggio in cui attuare il suo progetto, ha dovuto 
chiedere il permesso, come è normale che sia, al 
capo e agli abitanti che hanno dato il loro benestare. 
Alcuni hanno donato i propri appezzamenti di terreno 
dando il consenso di costruirvi le strutture utili sia 
all’associazione che agli abitanti.
E’ iniziato così intorno al 2008 il progetto che prevede la 
costruzione di 5 abitazioni, e di altre strutture nelle quali 
si svolgeranno laboratori e workshop sempre fondati 
sull’arte.
Al giorno d’oggi le case costruite ed abitabili sono 
due, e due sono quelle in costruzione (a quest’ultima 
categoria appartiene anche quella progettata dal 
gruppo di architetti e studenti con cui ho vissuto 
ques’esperienza).
L’associazione è venuta incontro alle esigenze che 
hanno gli occidentali, cercando di aggiungere per 
quanto possibile, comfort alle strutture. In aggiunta 
agli standard del resto del villaggio troviamo infatti un 
generatore di corrente, pronto a subentrare in caso di 
assenza della corrente elettrica, una pompa d’acqua 
che attinge direttamente dal pozzo e che offre una 
comodità maggiore essendo a pochi metri dalle 
abitazioni, una cucina maggiormente attrezzata (con 
fuoco a gas e frigorifero), ed infine i servizi igienici, 
alcuni posti all’interno delle camere da letto.
L’area della fondazione non essendo di passaggio è 
frequentata principalmente dai due abitanti locali, dai 
loro collaboratori, dai volontari naturalmente, e da 
numerosi bambini nei periodi in cui questi sono presenti, 
vengono spesso a giocare, incuriositi dall’uomo bianco.
Il resto degli abitanti passa solamente in occasioni 
particolari di festa o di rappresentazioni, oppure 
per vedere con i loro occhi come procedono i lavori, 
rimanendo stupiti dalle tecniche costruttive utilizzate.
36. Prima casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh
Fonte: Achinoam Weinstein 
1, 2, tree PLAY! Africa
53
37. Seconda casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh
38. Terza casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh
Fonte: Anna Mazzaron, Achinoam Weinstein 
1, 2, tree PLAY! Africa
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39. Aula Workshop, progetto dell’Atelier Switzer
40. Teatro all’aperto, progetto dell’arch, Jose Rivera
41. Quarta casa per volontari, progetto dell’arch. Giulia Fortunato
Fonte: Achinoam Weinstein , Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
55
TIPOLOGIE DI ARCHITETTURA DEL VILLAGGIO
Oltre a conoscere le abitudini e gli usi degli abitanti, è 
importante capire dove vivono.
Le abitazioni del villaggio sono apparentemente tutte 
uguali, o comunque case in cemento a parte, risultano 
molto simili tra loro agli occhi dello straniero. In realtà 
differenziano per tipologie di case e per tecniche 
costruttive, e si possono suddividere in cinque 
categorie: 30 
La casa a corte. Sono tra le più antiche del villaggio 
e si trovano nella parte più vecchia, ai lati della strada 
principale. Hanno una forma rettangolare, dove le 
camere sono posizionate intorno ad un cortile centrale 
aperto. La vita degli abitanti si svolge principalmente 
all’aria aperta quindi non hanno bisogno di grandi 
spazi esterni. In particolare le attività culinarie a causa 
degli odori e dei fumi prodotti durante la fase di cottura. 
Essendo uno dei primi tipi di abitazione veniva utilizzata 
una tecnica che ha la terra come protagonista: 
“l’Atakpame”.
30. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
a sinistra: 42. Pianta casa a corte
Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
a destra: 43-44. Esempio di casa a corte
Fonte: Achinoam Weinstein 
1, 2, tree PLAY! Africa
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La casa lineare. Solitamente costruita con mattoni di 
terra, è composta da una serie di stanze poste in modo 
lineare, prive di corte interna: “Adesso le abitazioni 
ghanesi sono state influenzate da quelle occidentali, 
ma se osservate quelle tradizionali vedrete che si 
concetrano sulle camere da letto. Costruiscono le 
stanze con una cucina, molto importante. Normalmente 
si vede anche una capanna all’esterno, il bagno. 
Quindi si può dire che la casa ghanese non abbia 
sale o grandi spazi, ma solo camere da letto e cucina, 
utilizzata anche come ripostiglio. Alcune famiglie infatti, 
soprattutto durante la stagione secca, preparano il cibo 
all’esterno”.
45. Pianta casa lineare
Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
46-47: Esempi di casa lineare
Fonte: Achinoam Weinstein 
 
48. Esempio di casa lineare
Fonte: Achinoam Weinstein
1, 2, tree PLAY! Africa
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Case a forma di “L”. In questo caso le camere sono 
organizzate a forma di “L” per ricreare uno spazio 
esterno, spesso adibito alla cottura e alla vita all’aperto, 
come nei casi precedenti. Questa forma è esattamente 
una delle due metà della casa a corte, per questo 
viene definita “semi-completa”. Negli utlimi anni si sta 
pensando a progettare uno spazio di seduta esterno 
alla casa per ricevere le persone, le quali solitamente 
venivano accolte in piedi o in camera da letto.
49. Pianta casa “L”
Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
50. Esempiodi casa a corte
Fonte: Achinoam Weinstein 
51. Esempio di casa ad una stanza unica
Fonte: Achinoam Weinstein 
Casa ad una stanza unica. Hanno iniziato ad essere 
costruite quando è iniziata la necessità di aggiungere 
una sola stanza per stare vicino alla propria famiglia, 
oppure viene abitata dall’intera famiglia nel caso in cui 
questa non sia numerosa. Queste ultime tre tipologie 
sono più recenti rispetto alla casa a corte e si trovano 
sparse per il villaggio, appena fuori dalla zona più 
antica.
1, 2, tree PLAY! Africa
58
La casa indipendente. Questa è la tipologia più recente 
presente nel villaggio di Abetenim, alcune abitazioni 
sono ancora in costruzione e occupano per ora una 
piccola percentuale delle case. E’ quella più simile al 
mondo occidentale e racchiude tutte le funzioni al suo 
interno, cucina, bagno, camere da letto. Costruire una 
di queste abitazioni è un lusso, per questo sono ancora 
poche, poichè sono composte da blocchi di cemento, 
e sono di dimensioni maggiori rispetto a quelle 
tradizionali. Le persone che possono permettersele 
sono quelle in condizioni particolari, come ad esempio 
l’unico falegname del paese, o la donna che ha 
ereditato un terreno acquistato successivamente dal 
governo. Altre volte si tratta di uomini che sono andati 
a cercar fortuna fuori dal villaggio e poi sono tornati per 
costruire una casa ai propri genitori.
52. Pianta casa indipendente
Fonte: riproduzione di Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
53-54: Esempi di casa lineare
Fonte: Achinoam Weinstein 
 
1, 2, tree PLAY! Africa
59
TECNICHE DI COSTRUZIONE DELLE ABITAZIONI
Come per le tipologie di case, troviamo diversi tipi di 
tecnologie e materiali utilizzati, dai più antichi ai più 
moderni:
Legno di palma o bamboo. Sono le costruzioni più 
semplici e anche quelle meno durature. Composte 
esclusivamente da assi di legno ad eccezione della 
copertura in laminato. La maggior parte di queste 
costruzioni viene adibita a magazzino o servizi igienici.
55-56. Esempio di casa costruita con legno di palma
Fonte: Achinoam Weinstein 
Terra rossa. Questo è l’elemento che più caratterizza 
l’ambiente naturale circostante, utilizzato per le 
costruzioni in tre diversi metodi: atakpame, cob, ed 
earth bricks.
Tutte e tre le tecniche hanno come protagonisti la terra 
e l’acqua, si differenziano per i processi e le forme finali 
assunte.
Per ottenere l’atakpame è necessario mescolare la 
terra con l’acqua e mescolare per alcune ore con 
la pressione del proprio corpo, utilizzando i piedi 
rigorosamente scalzi; dopodichè si lascia riposare 
un’intera notte per consolidare l’impasto. Il giorno 
successivo si creano una serie di sfere con il composto 
e si inizia ad innalzare un muro di circa 2m di altezza 
formando così il primo strato. 
57. Esempio di casa costruita con la tecnica atakpame
Fonte: Achinoam Weinstein 
1, 2, tree PLAY! Africa
60
Tra uno strato e l’altro è necessario un tempo di 
asciugatura di circa due giorni. Una volta terminati gli 
strati e lasciati asciugare, bisogna colmare, sempre 
con il composto di terra e acqua, le crepe che si sono 
create per assicurare una maggiore stabilità all’edificio.
Il cob method consiste nella costruzione di uno 
scheletro in legno, ricoperto successivamente da un 
impasto in terra. I bastoni sono molto resistenti e si 
trovano facilmente nella foresta. Queste abitazioni sono 
facilmente riconoscibili poichè lo scheletro, in quale 
dovrebbe essere ricoperto dalla terra, spesso emerge 
dalla struttura.
Infine troviamo la tecnica earth bricks, ovvero dei 
mattoni in terra. L’impasto, sempre composto da terra 
e acqua viene modellato con la forma dei classici 
mattoni e lasciato asciugare. I blocchi vengono poi 
uniti tra loro e ricoperti dal cemento, tranne in alcuni 
casi in cui sonon stati lasciati a vista, per incompletezza 
dell’opera.
Blocchi in cemento. Questo è il metodo di costruzione 
a cui aspirano tutti gli africani, simbolo di ricchezza, ed 
è il più simile a quello occidentale. Si tratta di semplici 
blocchi in calcestruzzo tenuti insieme dalla malta.
58. Esempio di casa costruita con la tecnica “cob method”
Fonte: Achinoam Weinstein 
59. Esempio di casa costruita con la tecnica “earth bricks”
Fonte: Achinoam Weinstein 
60. Esempio di casa costruita con blocchi di cemento
Fonte: Achinoam Weinstein 
1, 2, tree PLAY! Africa
61
1.2.5 NKA FOUNDATION
Nka nasce dall’idea di creare un’associazione che 
si impegni a preservare e diffondere l’arte. La parola 
stessa “Nka” può essere tradottare letteralmente con 
“...d’arte”, oppure con la parola “antico” nella lingua 
Akan. Alla base di questa fondazione c’è quindi la 
considerazione dell’arte come l’attività più antica svolta 
dagli esseri umani. 31
Le origini di Nka sono relativamente recenti. Nel 2005 
iniziava la fase di sviluppo che aveva il fine di riunire 
gruppi di volontari che si impegnassero nelle attività 
umanitarie locali, attraverso l’uso delle arti. Durante i 
primi anni l’associazione si occupò di progetti artistici 
nelle città principali del Ghana, Accra e Kumasi, fino ad 
arrivare al 2009, quando i coordinatori di questa ong 
iniziarono ad interessarsi ai villaggi minori, con lo scopo 
di incrementare lo sviluppo di questi paesi e arricchirli 
trasformandoli in “villaggi d’arte”. La parola Arts Village 
ricorre spesso nei progetti di Nka, che ha negli anni 
successivi allargato le aree di interesse ad altri paesi 
africani e internazionali. Sempre il 2009 fu l’anno in cui 
questa fondazione venne riconosciuta dalla Repubblica 
del Ghana come associazione senza scopo di lucro, 
e sostenuta dal paese per sì che continuasse ad 
essere composta da persone appassionate all’arte 
e alla tecnologia e che queste persone venissero 
supportate per trasmettere le loro conoscenze alle 
diverse comunità. Inoltre ha creato un collegamento 
tra il paese africano e il resto del mondo. Nei villaggi 
dove Nka ha deciso di operare infatti, troviamo segni di 
volontari provenienti da nazioni differenti, dove ognuno 
ha collaborato con la realtà in cui si trovava in base 
alle proprie competenze artistiche, e ovviamente, in 
base alle necessità del posto. Troviamo infatti disegni, 
progetti, e realizzazioni di pittori, architetti, fotografi che 
hanno deciso di dare un proprio contributo allo sviluppo 
del paese.
Il coordinatore ed ideatore di Nka Foundation è 
Barthosa Nkurumeh, architetto e insegnante nato in 
31. www.nkafoundation.org 
Africa. I suoi studi hanno avuto luogo inizialmente 
all’Università in Nigeria e si sono conclusi negli Stati 
Uniti, che hanno dato inizio al suo interesse per l’arte 
e per la pratica di insegnamento. La sua filosofia è 
raccontata sul sito dell’Università nigeriana “Journal 
oh Liberal Studies” dove lui stesso dichiara: “L’arte è 
un mezzo di comunicazione, e il mio ruolo è quello di 
essere un’artista-insegnante. Come un’artista, torno 
sempre a studiare. Nella mia arte lo spettatore può 
notare i rapporti tra l’estetica e il simbolismo, tra il mio 
essere e la mia cultura”. (www.jls-online.com)
E’ su queste linee guida che Mr. Nkurumeh ha fondato 
l’associazione e cercato i suoi collaboratori, i quali prima 
di qualsiasi manifestazione artistica hanno portato nei 
villaggi la speranza di uno sviluppo, che fino a qualche 
hanno fa non veniva neanche presa in considerazione.
La fondazione ha ora diversi siti in Africa, ma la sede 
principale rimande negli Stati Uniti. All’interno di 
quest’assoziazione si trovano diverse figure oltre a quella 
di Barthosa Nkurumeh, le quali operano direttamente 
sul campo. Tra queste troviamo Ephrème Ouedraogo 
(Architetto e Coordinatore del Burkina Faso), Frank 
Appiah Kubi (Insegnante e coordinatore in Ghana, in 
particolare all’interno del villaggio di Abetenim), Ikem 
Nkurumeh (Tecnologo e Coordinatore negli Stati Uniti) 
e Isaac Chibua (Artista e Coordinatore del Botswana).
61. Logo di Nka Foundation
Fonte: www.nkafoundation.org 
1, 2, tree PLAY! Africa
62
Uno dei membri dellafondazione è Mr. Frank Appiah Kubi, referente 
del villaggio di Abetenim. 
Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Mr Appiah Kubi il 
quale è stato un punto di riferimento durante il mio soggiorno in Ghana. 
E’ nato e cresciuto nella città di Kumasi, dove ha studiato fino al liceo. 
Durante gli anni universitari si è spostato a Cape Coast per studiare 
alla UCC (University of Cape Coast) laureandosi in “Educazione”. 
Il suo primo contatto con Abetenim lo ebbe nel 2009, quando tornò 
nel suo distretto di origine, Juaben, e fu mandato dallo stato ad 
insegnare in questo piccolo villaggio, e da li non se ne andò. Solo 
qualche anno dopo venne a conoscenza dell’associazione quando 
vide Mr. Nkurumeh, il quale non abita nel villaggio, con un gruppo di 
uomini bianchi che fotografavano i bambini del villaggio. Mr. Appiah 
Kubi, al contrario della maggior parte degli africani, è dotato di grande 
curiosità che l’ha spinto a conoscere l’associazione ed infine ad entrare 
a farne parte, inizialmente come assistente, e poi come coordinatore 
del Ghana.
E’ stato Mr. Appiah stesso a raccontarci di Nka Foundation e 
dei tanti cambiamenti che ha portato in così pochi anni: “Nka è 
un’organizzazione non governativa, ed essendo tale, non ha 
niente a che vedere con il Governo. E’ un’organizzazione no-profit 
composta esclusivamente da volontari a partire da Barthosa fino ad 
arrivare agli altri coordinatori, come me, e tutti i partecipanti. Uno 
degli obbiettivi principali di quest’associazione è aiutare i villaggi 
sotto sviluppati. Per sotto sviluppate consideriamo le aree rurali che 
non hanno strade in buone condizioni, acqua potabile, elettricità, 
ecc, e la decisione di Nka è stata quella di portare piano piano tutti 
questi servizi, in particolare quello dell’educazione, considerato 
alla base dello sviluppo. Speriamo anche di poter avere la fortuna 
di ospitare alcuni medici per qualche tempo che riescano a curare 
le persone e a trasmettere ad alcuni di noi la propria conoscenza. 
Anche per quanto riguarda le strutture scolastiche in certi villaggi 
come Abesuasi e Kokode sono molto sfortunati. Abetenim era una 
di questi, ma Nka Foundation ha iniziato a provvedere in questo 
villaggio con la speranza poi di esterdere la stessa inziativa agli 
altri. Ad esempio, non c’erano le scuole medie e i bambini dovevano 
andare ogni giorno a Juaben, qua vicino, per partecipare alle lezioni, 
ma andava a finire che non lo facevano e così l’associazione ha fatto 
costruire una scuola media nel villaggio, oltre a fornire ai bambini 
libri, uniformi e strumenti scolastici. [...]”(dall’intervista di A. Weinstein 
e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014)
Frank Appiah Kubi
[coordinatore di Nka ad Abetenim] 
62. Mr. Frank Appiah Kubi
Fonte: Giovanna Gaioni
1, 2, tree PLAY! Africa
63
L’associazione quindi, in particolare Bathosa 
Nkurumeh, si occupa di contattare i volontari e definire 
con essi gli obbiettivi e i lavori da effettuare nel luogo 
stabilito. Svolge inoltre la parte amministrativa e 
finanziaria che si dedica alla ricerca di donazioni da 
parte di altre organizzazioni o singole persone. Questi 
scambi tra contatti avvengono principalmente online, 
dove l’associazione pubblica diversi annunci per chi 
volesse sostenere questi progetti o parteciparvi. La 
maggior parte dei volontari, me compresa, è venuta a 
conoscenza di uno dei workshop organizzati attraverso 
la rete; nel mio caso è stata Giulia Fortunato, architetto 
laureato all’Università di Roma, a contattare per prima 
l’associazione attraverso il sito di “Online volunteering” e 
a cercare poi un gruppo di studenti interessati a questo 
campo, per poter realizzare il progetto. Il contatto 
diretto con la Nka solitamente lo ha una persona sola, 
quella che sceglie di partecipare e definire insieme 
a Barthosa il progetto. Sarà poi questa persona a 
scegliere se occuparsene da sola o se coinvolgere 
altre figure professionali o dilettanti.
RAPPORTO TRA NKA E I VOLONTARI
Le fasi precedentemente elencate si riferiscono ai 
progetti architettonici, ma questo non esclude che ci 
siano volontari che arrivano in Ghana e decidono di 
dare un altro tipo di contributo al paese. In alcuni casi 
ci sono stati artisti che mettevano a disposizione la loro 
creatività decorando le pareti degli edifici ispirandosi 
alla cultura africana e in particolare Ashanti; altri che 
hanno insegnato le loro competenze come nel caso 
di un fotografo, il quale ha mostrato come scattare le 
fotografie ai bambini che ancora oggi si dilettano in 
questo campo.
L’obbiettivo principale dell’associazione, che si tratti 
di progetti in Africa o in altri paesi, rimane quello di 
divulgare l’arte partendo dalle tradizioni locali. 
Il rapporto tra l’associazione, i volontari e gli abitanti 
è fondamentale e deve essere costante per ottenere 
buoni risultati. E’ importante che chiunque decida di fare 
un’esperienza in questo paese non vi arrivi con l’idea 
di cambiarlo o di migliorarlo. L’atteggiamento migliore 
infatti è quello umile, e quando avviene lo scambio di 
nozioni tra le due culture. E’ necessario quindi arrivare 
preparati, e anche se all’arrivo ci si trova di fronte ad 
una realtà differente da quella che si era immaginata, 
bisogna lasciarsi affascinare da essa.
L’atteggiamento peggiore che può avere un volontario 
è quello basato sull’indifferenza, sulla non curanza delle 
tradizioni o ancora peggio quando instaura un brutto 
rapporto con uno o più membri dell’associazione o del 
villaggio.
Nka è una figura molto positiva, ed è importante che 
venga sostenuta da chi vive nelle zone rurali in cui 
opera per ottenere l’obbiettivo principale prefissato: lo 
sviluppo. 
A volte però, anche da parte degli abitanti c’è 
un disinteresse. Non sempre viene colto il lavoro 
dell’associazione che può essere visto come un 
“invasione” del territorio non richiesta.
63. Esempio di un volantino di Nka Foundation
Fonte: www.nkafoundation.org 
1, 2, tree PLAY! Africa
64
RAPPORTO TRA NKA E LA COMUNITA’
Il rapporto diretto tra la fondazione e la comunità è 
dato da Frank Appiah Kubi, il quale si propone di 
gestire i volontari che operano nel villaggio, segue in 
prima persona i loro progetti e si occupa di fare da 
intermediario tra gli stranieri e gli abitanti. Mr Appiah 
Kubi, originario di Kumasi, si è trasferito ad Abetenim 
quando ha iniziato ad insegnare nella scuola del 
villaggio; ha subito notato la mancanza d’istruzione che 
caratterizza questo posto, ed è tuttora convinto che 
per risolvere un problema è necessario partecipare 
in prima persona. I contatti con l’associazione sono 
arrivati successivamente, durante una visita di Barthosa 
al villaggio durante la quale l’insegnante si è informato 
sul ruolo di questa figura e sui progetti futuri, aderendo 
fin da subito.
La maggior parte degli abitanti, dopo una prima fase di 
ostilità, sono molto favorevoli all’associazione e a quello 
che porta ad Abetenim. Non si può dire che i volontari 
siano stati accettati fin da subito, anche a causa del 
loro atteggiamento prepotente in alcuni casi.
Frank Appiah Kubi divide così il pensiero degli abitanti 
nei confronti della fondazione: 
“Si possono dividere in tre categorie: ci sono gli anziani 
del villaggio che la vedono come una benedizione e 
la sostengono poichè ne comprendono i benefici, 
alcuni di loro hanno addirittura donato i propri terreni 
affinchè potessero essere utilizzati per i progetti di 
Nka. La seconda categoria comprende le persone 
che parlano alle spalle facendo buon viso a cattivo 
gioco, fondamentalmente perchè non capiscono 
e si rifiutano di ascoltare. Pensano che i bianchi 
vengano a scattare foto per poi guadagnare soldi in 
qualche modo con esse. Per esempio anche durante 
la realizzazione di un progetto e abbiamo bisogno 
della manodopera della comunità, loro non danno un 
contributo poichè credono che voi mi abbiate pagato 
e io stia sfruttando la comunità tenendomi i soldi. 
Ma questo lo pensano solo, perchèdavanti a me 
dicono che sono contenti. Infine troviamo le persone 
che sono molto felici della fondazione e vengono 
spesso al sito per vedere cosa accade e i progetti che 
vengono fatti. Queste sono le tre categorie, dove non 
si può dire che siano tutti soddisfatti, ma l’80% degli 
abitanti sostiene Nka Foundation”. 32 
32. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014
64. Volontario di Nka con i bambini della comunità di Abetenim
Fonte: Giovanna Gaioni
1, 2, tree PLAY! Africa
65
65-66-67-68. Volontari di Nka con la comunità di Abetenim
Fonte: Achinoam Weinstein, Giovanna Gaioni, Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
66
PROGETTI FUTURI 
I progetti di Nka sono molti e di vario genere, alcuni per 
il futuro immediato, altri più a lungo termine. L’obbiettivo 
principale come già accennato è quello di far diventare 
il villaggio di Abetenim un centro artistico pronto ad 
accogliere turisti e persone del luogo, questo utilizzando 
metodi di costruzione tanto innovativi quanto antichi: 
la terra rossa. Ha iniziato infatti a chiamare gruppi di 
volontari che progettassero e in seguito costruissero 
con la terra, sia per una questione economica, sia per 
portare alla gente un messaggio molto forte ovvero 
quello di utilizzare le risorse e le competenze che si 
possiedono, senza cercare un’imitazione del mondo 
occidentale che risulta sia costosa che poco adatta 
al luogo. Al momento il progetto del villaggio d’arte è 
suddiviso in due aree: una per l’alloggio dei volontari, 
e l’altra da dedicare a laboratori, workshop sia per 
bambini sia per adulti, per insegnare loro le arti antiche, 
le tradizioni.
Al momento la fondazione si è concentrata sugli alloggi 
per i volontari, in modo che sia pronta ad accoglierli 
una volta arrivati ad Abetenim, per quanto riguarda 
gli spazi di lavoro, solo uno è stato completato. Sono 
molti i workshop per volontari organizzati in un futuro 
prossimo in modo che i lavori non si protraggano troppo 
nel tempo. 
E’ compito di Barthosa Nkurumeh contattarli e 
assegnare i progetti in base alle compretenze del 
volontario e alle esigenze degli abitanti.
Un’altra questione che sta molto a cuore all’associazione, 
in particolare a Mr Appiah, è l’educazione dei bambini 
del villaggio. Il suo sogno è quello di riuscire a procurare 
delle borse di studio agli studenti brillanti che però non 
possono permettersi di pagare le tasse scolastiche 
dal liceo in poi. Anche Nka ha lo stesso obbiettivo 
dell’insegnante, per questo ha contattato architetti 
internazionali affinchè progettassero una biblioteca, 
un’aula computer, una mensa, dei servizi igienici e 
un alloggio per insegnanti, tutti progetti destinati alla 
scuola.
Inoltre l’associazione e i suoi collaboratori non 
si limitano a sostenere Abetenim, ma hanno in 
programma di estendere il loro appoggio per quanto 
riguarda l’istruzione, anche ad altri sei villaggi che si 
trovano sulla stessa strada: Ofoase, Abesuasi, Kokode, 
Nkyerepoaso, Knofrom e Odoyefe.
Un ulteriore progetto riguarda una “guest house”, 
una pensione, un alloggio per ospitare i viaggiatori di 
passaggio. Questo potrà essere utili anche al villaggio 
il quale utilizzerà il ricavato per progetti destinati alla 
comunità. 
69-70. Stato attuale della costruzione della Biblioteca 
Fonte: Solterre: Build for Ghana
1, 2, tree PLAY! Africa
67
FASI DEI PROGETTI ARCHITETTONICI DI NKA 
In base alla mia esperienza e ai racconti delle 
esperienze precedenti, ho definito le varie fasi che 
è necessario attraversare per la riuscita di un buon 
progetto. Queste non molto lontane da un qualsiasi altro 
lavoro architettonico, ma le condizioni di vita differenti, 
i diversi materiali e altri fattori caratteristici del luogo, 
influenzano il lavoro da svolgere.
Definire l’oggetto. Nella maggior parte dei casi è il 
coordinatore a definire l’oggetto dell’esperienza di 
volontariato, dando delle direttive ben precise. Queste 
nascono dalle esigenze del villaggio in cui si è deciso 
di operare, sarà quindi importante anche la voce del 
coordinatore del villaggio, come ad esempio Frank 
Appiah Kubi. Deve essere chiaro fin da subito a tutte le 
figure che partecipano al progetto che questo può, anzi 
deve, subire delle modifiche una volta che il volontario 
ha analizzato la situazione direttamente sul posto; 
altrettanto importante però, che vengano date fin da 
subito delle direttive.
Proposte di progetto. Il volontario a questo punto, 
inizia a proporre a Bathosa Nkurumeh alcuni schizzi, 
lavorando ancora dal paese di provenienza e non in 
loco. Questo ovviamente dovrà accadere dopo una 
fase di ricerca, in parte fornita dal coordinatore stesso, 
che analizza le tecniche locali utilizzate. Da quando è 
operativa questa associazione, uno degli scopi è quello 
di promuovere ed utilizzare le tecniche tradizionali e le 
tradizioni stesse di questo paese. Per quanto riguarda 
l’architettura ad esempio, è importante l’uso della terra 
come materiale primo per la costruzione di nuovi edifici.
Progettare in loco. Una volta concordata la tipologia 
di progetto, il volontario arriverà nell’area d’intervento, 
dove a questo punto il disegno verrà, nella maggior 
parte dei casi, modificato. Questo perchè dovrà fare i 
conti con la situazione socio-economica del villaggio, 
valutando anche le forze lavoro a disposizione, 
71. Schema delle fasi dei progetti di Nka Foundation
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
68
fissi quindi spesso lavorano poche ore nel cantiere e 
questo rallenta la costruzione. Se si tratta di edifici in 
terra sono necessari alcuni giorni per l’asciugatura.
Interruzioni. Questa è una fase che non sempre si presenta 
ma ho deciso di inserirla perchè purtoppo spesso si 
verifica. Nel periodo che ho trascorso ad Abetenim 
erano in corso più cantieri contemporaneamente come 
ad esempio alcune abitazioni e la costruzione dell’asilo. 
I lavori sono stati fermi principalmente per mancanza 
di fondi. Ogni volontario, quando scegli di partecipare 
a questi workshop o iniziative deve pagare una quota 
all’associazione che serve a finanziare il progetto. Le 
donazioni esterne non sono frequenti, quindi Nka si 
ritrova spesso nella situazione in cui deve sospendere i 
lavori e attendere l’arrivo di altre donazioni o prelevare 
i soldi dalle quote che i volontari versano per l’alloggio.
Fine dei lavori. Con ritmi rilassati il progetto arriva 
infine alla fase finale, quella della realizzazione. Ogni 
edificio o lavoro artistico è sempre un successo per 
l’associazione e per i villaggi dove questa opera. Per 
ogni area, Nka ha un progetto basato sulla filosofia 
di Barthosa Nkurumeh e della fondazione stessa 
dovel’arte è la vera protagonista
e vedendo i costi effettivi dei materiali. Infatti nel caso 
in cui questi ultimi siano troppo alti, bisognerà rivedere 
il progetto affinchè risulti il più economico possibile. 
Questa è una fase importante perchè il progettista 
avrà a che fare con realtà molto differenti da quelle a 
cui è abituato, e gli abitanti scorprono nuovi metodi e 
tecnologie insegnate dagli stranieri: è uno scambio di 
nozioni continuo, che spesso porta ad un risultato che 
prende caratteristiche sia occidentali, che africane.
Inizio dei lavori. Avendo definito un progetto, che potrà 
subire ancora delle variazioni, inizia la fase dei lavori.
Si contattano quindi i muratori, il carpentiere e tutte le 
figure professionali che il villaggio mette a disposizione. 
Sarà compito loro infatti, e non del volontario, costruire 
l’edificio e ricevere a fine lavori lo stipendio concordato 
inizialmente.
Durante questa fase le figure professionali mettono a 
disposizione le loro competenze e valutano la fattibilità 
del progetto, che in caso venisse a mancare, sarà 
necessaria una modifica.
Lavori in corso. La durata dei lavori, come nella 
maggior parte dei cantieri di tutto il mondo, è sempre 
maggiore di quella prevista. Gli operai non hanno orari 
72. Collaborazione tra abitantie volontari
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
69
1.2.6 ESPERIENZA PERSONALE: 
WORKSHOP “BUILD WITH EARTH”
Il workshop “Build with earth” ideato dall’architetto Giulia 
Fortunato in collaborazione con l’associazione Nka 
Foundation, è nato come un’esperienza di volontariato.
La fondazione aveva messo un annuncio sul sito “on-
line volunteering” delle Nazioni Unite, ed è attraverso 
questo portale che sono iniziati i contatti tra l’architetto 
Fortunato e Barthosa Nkurumeh, responsabile 
dell’associazione. 
Nella pubblicazione Nka ha espresso chiaramente 
l’oggetto della commissione: progettare una casa 
per 5 persone da inserire nel contesto di Abetenim. 
L’associazione infatti, ha le idee molto chiare sul futuro 
di questo villaggio destinato a diventare un villaggio 
artistico, pronto ad ospitare gruppi di volontari che 
mettono a disposizione il proprio tempo e la propria 
esperienza per contribuire a questo progetto.
La prima fase è comprensiva della progettazione e 
della costruzione di edifici adeguati ad ospitare questi 
gruppi di volontari. 
Al giorno d’oggi sono presenti due edifici abitativi 
finiti e due in costruzione di cui uno quello progettato 
da Giulia Fortunato e dal suo gruppo di lavoro, di cui 
faccio parte.
In totale sono previsti 5 edifici situati in un’area 
leggermente fuori dal villaggio, circa a 200m, disposti 
attorno ad un cortile centrale.
Gli obbiettivi del workshop si sono definiti un pò alla 
volta, partendo dalla volontà di coinvolgere studenti 
internazionali di architettura e design ed offrire loro 
un’esperienza concreta e formativa.
Fu così che venne creato un gruppo di lavoro composto 
da studenti e giovani architetti con un obbiettivo 
comune: costuire con la terra. Il gruppo si impegnò nel 
periodo tra Agosto e Settembre 2014 a prepararsi a 
questo tipo di esperienza, partire, e progettare là dove 
la realtà è molto diversa da quella a cui siamo abituati.
Io, come Giulia e gli altri ragazzi che hanno partecipato 
a questa esperienza, sono venuta a conoscenza del 
workshop attraverso la rete, rimanendo incuriosita 
dal tipo di proposta riguardante l’architettura. Ho 
scelto di partecipare al bando perchè sono sempre 
rimasta affascinata dai racconti e dalle fotografie di 
questo paese, ma le immagini viste da altri non mi 
bastavano più, volevo vederle con i miei occhi. Così 
una volta selezionata per il workshop, ho iniziato a 
raccogliere tutto il materiale necessario per prepararmi 
a quest’esperienza.
73. Volantino del workshop “Build with earth”
Fonte: http://rammedeartharchitecture.wordpress.com
1, 2, tree PLAY! Africa
70
REQUISITI NECESSARI
Per poter partecipare ad un progetto di questo tipo è 
necessario avere alcuni requisiti. 
Non tutti i volontari che hanno collaborato con 
l’associazione li possedevano, e questo ha portato a 
delle incomprensioni tra gli abitanti, l’associazione, e il 
volontario stesso. 
Per fortuna questi problemi non hanno fermato il lavoro 
iniziato da Nka nel 2005, che ancora oggi continua a 
ricevere persone pronte a collaborare e donare il loro 
tempo per dare un proprio contributo. La fondazione 
non fornisce un elenco di parametri da rispettare, ma 
attraverso un documento che inoltra ai collaboratori 
prima della loro partenza per l’Africa, suggerisce alcuni 
atteggiamenti che è necessario avere.
Prima di tutto bisogna essere preparati ancor prima 
di partire, e lo si deve fare attraverso l’informazione. 
L’associazione stessa suggerisce testi, siti e abitudini 
sullo stile di vita africano, ben consapevole che questo 
si allontana molto dal nostro. Lo scopo è quello di 
agevolare sia il volontario che le persone del villaggio, 
evitando situazioni spiacevoli date da incomprensioni.
Ad esempio, nel documento fornitoci da Nka era 
descritta l’usanza del villaggio di Abetenim in cui ogni 
persona che visita il villaggio deve essere accettata 
dal Capo Villaggio portando in dono un oggetto della 
propria terra. Per loro il Capo è sacro, e altrettanto 
sacro è rispettare il suo volere. Alcuni di noi però, non 
avendo letto attentamente le informazioni riguardanti le 
tradizioni si sono presentati senza omaggio, dovendo 
rimediare sul posto con qualche oggetto locale. 
Per fortuna questo non ha portato a conseguenze 
negative, ma alcune persone ne rimasero indignate, e 
la causa è stata proprio la disinformazione.
Un altro fattore che deve essere chiaro fin da subito è la 
capacità di adattamento. 
Sempre per il fatto che si entra in contatto con una 
realtà molto diversa dalla nostra, è importante arrivarci 
consapevoli. I comfort, le abitudine sono da lasciare a 
casa per far subentrare la voglia di mettersi in gioco e 
di conoscere nuove culture. Sono molte le cose diverse 
che si trovano, ma altrettante sono quelle in cui in un 
modo o nell’altro sanno farci sentire a casa. 
L’esperienza non è consigliata a chi è legato all’acqua 
corrente o ad un’alimentazione varia, non tanto perchè 
la persona non è in grado di “sopravvivere” a queste 
differenze culturali, ma perchè in caso di malcontento 
questo influirà sul suo umore e di conseguenza sulle 
relazioni con l’ambiente e gli abitanti.
Le relazioni infatti, sono anch’esse fondamentali. 
Per raggiungere dei buoni risultati, sia dal punto di 
vista progettuale che dall’esperienza personale, è 
importante instaurare un buon rapporto tra volontari, 
ma soprattutto con tra volontari e autoctoni. 
Gli abitanti, spesso diffidenti dell’uomo bianco 
considerato talvolta un invasore, devono sentirsi a 
prorpio agio anche con una o più figure estranee. 
Anche durante la fase progettuale ed esecutiva è 
importante il coinvolgimento di persone del posto che 
possano consigliare quali tecniche e materiali risultano 
maggiormente adatte alla costruzione di un edificio. 
Sono presenti alcune figure professionali specializzate 
in una determinata mansione (il carpentiere è una di 
queste), e dato che sarà compito loro eseguire il lavoro 
è importante una consulenza sulla reperibilità dei 
materiali e sulla possibilità di realizzazione dell’opera. 
Il ruolo del coordinatore è fondamentale in questo 
caso, poichè dopo aver instaurato un buon rapporto 
con entrambe le parti, ha la responsabilità di essere un 
tramite tra il volontario e la comunità.
Per far si che questo accada, è compito della 
persona estranea conquistarsi la fiducia degli abitanti 
dimostrando interesse per la loro cultura. Ciò implica 
una partecipazione attiva alla vita comunitaria; questo 
1, 2, tree PLAY! Africa
71
può avvenire in diversi modi, dall’assistere ad una 
funzione religiosa o ad una partita di calcio, al far 
giocare i bambini e portare loro dei doni.
Frank Appiah Kubi racconta di un caso in cui queste 
relazioni non hanno funzionato: “Wayne e Karolina, 
due architetti americani, hanno avuto molti problemi 
con la comunità. Loro chiamavano le persone per 
lavorare e quando era il momento di pagarle dicevano 
che avevano sbagliato a fare il loro lavoro o che gli 
avrebbero dato solo la metà dei soldi. Oppure in 
altri casi mandavano alcuni uomini nella foresta a 
prendere foglie di palma, per poi dire loro che non 
servivano più.”33 
Avere una buona relazione con essa però non basta, è 
necessaria anche una partecipazione degli abitanti ai 
progetti e ai lavori dell’associazione. La partecipazione 
dei cittadini è il termine che indica il potere cittadino. 
(Sherry R. Arnstein, A ladder of citizen partecipation, 
“Aip Journal”, Luglio 1969, p.216)
Il loro coinvolgimento deve partire dal volontario e 
avvenire in modo naturale, poichè è raro che sia 
l’africano ad offrirti il suo aiuto. Una volta compreso 
questo, è importante che avvenga fin dal principio 
ovvero già durante la fase progettuale, dove l’esperienza 
degli abitanti ci aiuta a comprendere la fattibilità di un 
progetto. Dopodichè sarà più facile per la comunità 
comprendere e accettare l’intervento di stranieri che 
operano nel loro territorio.
Anche durante la fase esecutiva la partecipazione è 
fondamentalesia per ottenere risultati migliori in quanto 
il carpentiere, il muratore possiedono delle competenze 
a noi mancanti, sia per offrire loro posti di lavoro.
La collaborazione porta inoltre ad una maggiore 
comprensione ed accettazione del progetto da parte 
degli abitanti i quali, anche se inizialmente scettici delle 
proposte straniere, rimangono affascinati e soddisfatti 
del risultato. Un altro aspetto importante è il fatto
di aver imparato qualcosa che li abbia portati ad un 
miglioramento anche dal punto di vista professionale; 
essi infatti saranno sempre più preparati al lavoro del 
cantiere successivo.
Tutti questi requisiti sono fondamentali al progettista per 
capire i bisogni della comunità. Come in ogni progetto 
avviene, una delle prime fasi è conoscere il committente 
e cercare di soddisfarlo. Nel caso di Abetenim si parte 
dalle esigenze dell’associazione per poi entrare nella 
vita comunitaria (attraverso buone relazione, scambio 
di culture) e capire quali sono le sue necessità per 
evitare di ottenere quello che a noi sembra un ottimo 
risultato, ma per loro inutile o incompreso. A questo 
punto le energie dei volontari e degli abitanti saranno 
state vane.
E’ importante che chiunque scelga di fare questo tipo 
di esperienza non parta con l’idea di imporre la propria 
cultura o il proprio modo di lavorare, ma sia capace di 
modificare il progetto qualora ce ne sia bisogno.
Un’altra caratteristica che il progettista deve avere è 
infatti quella della flessibilità.
“La flessibilità è importante sia per il progetto che 
per il progettista. [...] Il progettista deve venire qua e 
studiare i materiali. Come il vostro gruppo che è venuto 
ad usare la tecnica del rammed earth, ma dopo una 
discussione con Michele (un altro volontario) e me 
sono riuscito a convincervi che serve troppo tempo 
e troppo denaro per questa tecnica esponendovi 
i problemi che stiamo avendo con la costruzione 
dell’asilo. Standomi a sentire avete sviluppato subito 
un buon rapporto con me e la fondazione”. 34 
Anche l’architetto Giulia Fortunato, responsabile del 
nostro progetto, alla domanda “Rispetto al disegno 
iniziale è cambiato qualcosa?” risponde: “Si, tutto. Il 
disegno iniziale era molto piu’ simile alla seconda 
casa di nka, conservava rispetto a quello iniziale il 
fatto di organizzare su una fascia tutte le stanze da 
33-34. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah 
Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
1, 2, tree PLAY! Africa
72
letto e invece su un’altra fascia le zone di servizio e 
delle aree comuni pero’ era completamente diverso 
e chiaramente non era formato da tre volume 
indipendenti,ma era una casa unica, un unico volume. 
Poi lavorando, vedendo il sito e lavorando tutti 
insieme, sono venute fuori altre idée e una strategia 
di impianto dell’edificio.” 35 
Quando si entra nel vivo di un progetto un altro requisito 
necessario è la conoscenza dei materiali.
“I requisiti di un progettista, cosa che non avevo 
io quando sono partito e che ho dovuto farmi una 
cultura mentre ero la’, e’ conoscere le materie, 
cioe’ io quando sono partito di terra sapevo poco o 
niente. La’ mi sono fatto una cultura sulle proprieta’ 
della terra, come la terra si comporta, che cosa puoi 
fare, fin dove puoi arrivare; perche’ tu magari hai in 
mente un progetto poi la terra magari non ti consente 
di realizzare quello che tu hai in testa, per cui devi 
riadattarlo e tener conto de materiale che li’ in Africa 
e’ fondamentale. Anche il calcestruzzo stesso non 
e’ il nostro calcestruzzo, lo tocchi e si sfalda. Devi 
tener conto di queste cose, comunque secondo me 
la priorita’ e’ sul materiale, che devi conoscere bene 
per progettare.” 36
35. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Giulia Fortunato, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014
 
36. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Michele Ape, Milano, 
Settembre 2014 
PROTAGONISTI
Il progetto iniziale è nato dalla collaborazione dei due 
architetti, Giulia Fortunato e Barthosa Nkurumeh, dove 
quest’ultimo aveva precedentemente fissato l’ingombro 
dell’edificio e la sua destinazione d’uso.
Giulia Fortunato ha iniziato la fase progettuale quando 
ancora si trovava in Italia ed è stata successivamente 
conclusa con il gruppo di lavoro una volta trovatasi in 
loco. 
Il progetto ha subito molte modifiche una volta che 
l’architetto Fortunato è entrato in contatto con la realtà 
del villaggio. Grazie alla collaborazione di alcuni 
abitanti e degli studenti, è stata recuperata l’idea di 
abitazione ghanese, la quale è composta solitamente 
da diversi volumi adibiti a diverse attività. Rispetto 
alle realizzazioni precendeti di Nka, questa nuova 
abitazione è suddivisa in 3 volumi, dove ognuno 
assume una differente funzione: sala comune/cucina, 
bagno, e camere da letto.
Il processo progettuale in loco è durato all’incirca 
due settimane, nelle quali Giulia e gli studenti tra 
cui la sottoscritta, si riunivano nella sala comune per 
prendere alcune decisioni, e dividersi il lavoro da 
fare. Come nella maggior parte dei progetti c’è chi si 
occupava della stesura di tavole tecniche comprensive 
di dettagli, dei modelli e dei disegni tridimensionali, i 
quali venivano prontamente modificati nel caso in cui 
il progetto venisse modificato. Il lavoro è stato svolto 
sotto la supervisione di Frank Appiah Kubi, membro 
di Nka e abitatante di Abetenim il quale, pratico delle 
tecniche costruttive utilizzate in Ghana, forniva consigli 
sulle possibilità di realizzazione.
Durante il nostro soggiorno in Africa siamo entrati in 
contatto con la KNUST, Università di Kumasi, e con 
il preside della facoltà di Architettura con cui abbiamo 
avuto un incontro.
Dopo avergli presentato il progetto, il professore si è 
1, 2, tree PLAY! Africa
73
mostrato molto disponibile nel consigliarci tecniche 
adeguate o a dare suggerimenti per alcuni dettagli che 
avrebbero migliorato la riuscita del progetto. Abbiamo 
inoltre incontrato studenti dell’università neolaureati, ai 
quali abbiamo esposto l’obbiettivo del nostro workshop 
invitandoli a visitare il nostro sito di persona.
Una di loro, Winifred Ayine, ha accettato il nostro invito 
soggiornando ad Abetenim per una settimana nella 
quale ha seguito i lavori dando suggerimenti sul lavoro, 
e fornendoci di molte informazioni utili sullo stato di fatto 
dell’architettura ghanese e suoi suoi possibili sviluppi.
Queste sono le figure che hanno strettamente 
collaborato al progetto di Giulia Fortunato e Barhosa 
Nkurumeh per l’associazione Nka Foundation, che 
come possiamo notare sono di vario genere, e ciascuna 
si è rivelata fondamentale. 
74. Protagonisti principali del workshop build with earth”
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
74
PROGETTO
Il progetto iniziale prevedeva un edificio unico completo 
di sala comune, bagno e camere da letto, realizzato 
con la tecnica rammed earth (impasto di terra ed 
acqua colato in delle casseformi e lasciato asciugare, 
muri eretti in più strati).
L’architetto Fortunato, in collaborazione con noi studenti 
e il coordinatore, ha scelto poi di modificare l’abitazione 
allontanandosi dalla tipologia scelta per le precedenti 
costruzioni di Nka, tornando alla forma originaria delle 
case ghanesi, le quali sono caratterizzate da più volumi, 
uno per ogni funzione.
Le necessità individuate furono quelle di avere un 
luogo per cucinare coperto, che fungesse anche da 
sala comune per incontri, un bagno, e camere da letto 
che potessero ospitare 5 persone.
Anche uno spazio esterno coperto è rientrato tra i 
bisogni dell’abitazione. Nelle case dei volontari già 
esistenti infatti, questo spazio è molto ridotto creando 
dei disagi durante i giorni di pioggia.
Oltre alla forma dell’edificio, è stata modificata anche la 
tecnica di costruzione. 
Quella che inizialmente doveva essere una realizzazione 
in terra cruda, è diventata un misto tra tecniche 
tradizionali e occidentali.
Alla base di questo progetto troviamo una tecnologia 
a noi sconosciuta: l’Atakpame.Il metodo costruttivo in 
questione è praticato da esperti chiamati dalla regione 
vicina che si sono specializzati in questa tecnica. Essa 
consiste nella lavorazione di un impasto di terra e 
acqua, pressata con la forza umana, per la precisione 
questo viene pestato con i piedi per qualche ora. 
Dopo di che si lascia riposare una notte in modo che 
si asciughi, per poi essere assemblato in tante sfere di 
circa 30 cm di diametro. Il lavoratore prende una parte 
di essa per modellarla ed erigere il muro. La tecnica 
in questione è stata implementata e influenzata da 
una occidentale che comprende l’utilizzo dei mattoni. 
75. Pianta originale 
76. Pianta definitiva 
Fonte: Giulia Fortunato
1, 2, tree PLAY! Africa
75
E’ stato scelto infatti di gettare una colata di cemento 
per le fondamenta, e costruire delle colonne di mattoni 
posti ad angolo, ai vertici dei volumi, per facilitare la 
costruzione successiva dei muri in terra e fare in modo 
di ottenere una maggiore precisione.
Per la progettazione del tetto è stata ripresa la tecnica 
e i materiali utilizzati per le costruzioni già terminate, 
che prevedono capriate in legno ricoperte da laminato 
ondulato. 
L’unica differenza che contraddistingue questa 
copertura dalle altre è l’avere due diverse inclinazioni, 
studiate per ottenere un risultato funzionale ed estetico 
migliore, dando importanza all’illuminazione naturale.
La cura dei dettagli è stata parte integrante del progetto, 
e di fondamentale importanza.
E’ difficile progettare per una cultura così diversa dalla 
nostra, abituata a “standardizzare” tutte le abitazioni 
e ad essere diffidente nei confronti delle novità. E’ 
importante non lasciarsi intimorire da questo loro 
atteggiamento e osare. Fu così che il nostro gruppo 
di lavoro ha progettato due finestre, una per la sala 
comune e l’altra per il bagno, molto innovative rispetto 
alle loro consuetudini strappando qualche risata al 
falegname che le doveva costruire, e alla gente una 
volta montate sull’abitazione.
Si tratta di semplici rettangoli suddivisi in file, dove 
ognuna è a sua volta divisa da piani inclinati alternati. 
Questa forma permette un’oscurazione della luce 
diretta, ma un ampio ricambio d’aria.
Da non sottovalutare infine, è la progettazione delle 
zanzariere o reti che hanno il compito di proteggere 
l’abitazione dall’ingresso di animali.
Essendo un villaggio immerso nel verde, è importante 
prendere precauzioni sia per insetti di piccole dimensioni 
che possono portare malattie (come la malaria le 
zanzare), che per animali domestici o selvatici.
77. Sbancamento collina
78. Fondazioni + base in cemento
79. Colonne in mattoni + primo layer di Atakpame 
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
76
80. Fine colonne, inizio secondo layer Atakpame
81. Finestra Cucina, lavori del carpentiere
82. Terzo layer di Atakpame
Fonte: Anna Mazzaron
83. Completamento dei lavori, vista frontale
84. Completamento dei lavori, vista laterale
85. Completamento dei lavori, dettaglio bagno
Fonte: Frank Appiah Kubi
1, 2, tree PLAY! Africa
77
LUGLIO
27-31 
AGOSTO
2-9 
10 
11 
12 
 
13 
14 
 
 
15 
 
16 
 
17 
 
Diario dei lavori
[quarta casa per volontari, Abetenim] 
Anche il progetto di Giulia Fortunato, in collaborazione 
con un gruppo di 17 studenti di Architettura, Design 
ed Ingegneria, ha attraversato le fasi dei progetti 
architettonici di Nka.
Ad oggi l’edificio non è ancora concluso e il 
motivo principale che ha rallentato i lavori è quello 
economico, come accennato precedentemente.
In seguito riporto giorno per giorno, l’avanzamento 
dei lavori che ho seguito in prima persona durante il 
mio soggiorno al villaggio.
Della fase progettuale inizale si è occupata 
principalmente l’architetto Fortunato quando ancora 
si trovava in Italia. Il progetto è stato rivisitato la 
prima settimana del workshop, insieme agli studenti 
e al coordinatore.
Disegni tecnici, modellini, 3d del progetto. 
Modifica progetto (da edificio unico a 3 volumi)
Scelta del sito
Sbancamento collina
Inizio scavi piattaforma
Getto fondazioni piattaforma
Getto fondazioni cucina + bagno
Inizio montaggio casseformi bagno
Scavo stanze
Finito casseformi e armatura bagno
Gettate fondazioni stanze e gettata casseformi 
bagno 
(cambio progetto: la cucina diventa una 
stanza)
 
Gettata casseformi cucina
(ritorno al progetto originale: da stanza a 
cucina)
Finito di spostare la terra e smontaggio 
casseformi bagno e cucina
Colonne di mattoni per bagno e cucina con 
listelli in metallo
Idraulico ha messo tubature bagno
Montate casseformi stanze
 
19 
 
20 
21 
 
22 
23 
24 
25 
 
26-31
 
 
SETTEMBRE
1-2 
3-5 
 
6 
9 
 
10-11 
12 
13 
 
Inizio impasto atakpame 
Getto cemento per stanze
Inizio atakpame
Progetto rivisto con falegname e atakpame
Pilasti cucina
Muri atakpame bagno + cucina (1 livello)
Inizio muri atakpame stanze
Fine muri atakpame stanze
Perimetrazione della piattaforma.
Tracciamento livello piattaforma e 
pavimentazione
Finito 2 livello atakpame
Box tubature bagno
Sbancamento collina sul retro
Asciugatura 2 livello atakpame
asciugatura atakpame
Falegname: costruzione cornice porte e 
finestre
Costruzione finestra cucina
Inizio 3 strato atakpame
Fine 3 strato atakpame cucina
Montaggio cornici porte e finestre
Atakpame
Impregnante per finestra
Montaggio cornice finestre
1, 2, tree PLAY! Scuola
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1, 2, tree PLAY! Scuola
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2. SCUOLA
1, 2, tree PLAY! Scuola
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1, 2, tree PLAY! Scuola
81
2. SCUOLA
“Noi crediamo che attraverso l’istruzione di donne e 
uomini sia possibile rendere migliore la sopravvivenza 
di intere comunità. Ragazzi e ragazze istruiti saranno 
uomini e donne istruiti, che hanno competenze, 
capacità e opportunità di svolgere un ruolo 
fondamentale nella società.”
FAWE 1
ISTRUZIONE IN GHANA
E’ stato Kwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana, 
ad introdurre l’istruzione come elemento fondamentale 
del paese. Negli anni ’60 solo il 30% della popolazione 
sapeva leggere e scrivere, e nel programma di partito 
Nkrumah ha inserito come uno degli obbiettivi principali 
quello di sconfiggere l’analfabetismo entro 15 anni. Le 
difficoltà nascevano dalla mancanza di insegnanti, 
di libri e di edifici scolastici e non si può dire che le 
stesse difficoltà siano state superate completamente, 
per quanto i progressi rispetto al periodo in cui Kwame 
Nkrumah era in carica, siano lampanti.
Nel 1961 il Ministero dell’Istruzione stabilì che la scuola 
dell’obbligo primaria doveva essere gratuita per tutte le 
età. Questo fu solo il primo passo compiuto dal governo 
per migliorare l’educazione ghanese. 2
Al giorno d’oggi si contano numerosi enti responsabili 
dell’istruzione della popolazione, in prima linea il 
Ministero dell’Educazione, seguito dal GES (Ghana 
Education Service), l’ EMIS (Education Management 
Information System) e tanti altri. 
Ognuna di queste istituzioni ha un compito ben preciso 
e delle responsabilità differenti descritte nel documento 
dell’UNESCO e guidate dalla filosofia del paese che
1. Forum for African Women Educationalists
 
2. Documento UNESCO, World data education, Ghana Settembre 
2010, p.2 
pone come obbiettivo del sistema educativo quello 
di bilanciare i requisiti di un individuo, in particolare 
l’intelletto, la spiritualità, l’emotività e la fisicità. Con 
queste competenze e valori, l’uomo riuscirà a realizzarsi 
e a trasformare il sistema socio-economico e politico 
della nazione.
L’educazione inoltre, contribuisce al miglioramento 
della sicurezza, della salute e dell’equilibrio del mondo, 
poichè attraverso l’istruzione si assume una maggiore 
cosapevolezza della società e del ruolo che ogni 
persona può avere all’interno di essa.
Nella “Nuova riforma educativa” del Ghana sono 
espresse le esigenze del paese e i campiutili in cui 
esso si deve sviluppare: l’agricoltura, l’informazione, la 
comunicazione e la tecnologia, necessarie a formare 
cittadini attivi. 3
L’impegno sociale e politico del paese ha portato negli 
ultimi anni un notevole incremento della scolarizzazione, 
passata dal 30% all’83%, risultando così, uno dei paesi 
più scolarizzati dell’Africa Occidentale.
3. Republic of Ghana, “Report on the Development of Education in 
Ghana”, September 2008, p.5 
1, 2, tree PLAY! Scuola
82
STRUTTURA DEL SISTEMA EDUCATIVO
Il sistema scolastico è uguale a quello italiano, con 
qualche differenza per quanto rigurda le età e gli anni 
di durata della scuola.
Le età riportate dal Governo ghanese quando si parla 
della struttura scolastica sono indicative, infatti in base 
al villaggio o città in cui ci si trova, e in base a quando 
questo si è sviluppato, troveremo bambini e ragazzi di 
età differente frequentare la stessa classe.
La suddivione è la seguente:
Kindergarten (Pre-school education). Il corrispettivo 
italiano è l’asilo. La fascia di età richiesta è quella
che va dai 4 ai 6 anni, ma è possibile trovare anche 
bambini più piccoli. Questa non fa ancora parte della 
scuola dell’obbligo ma è comunque gratuita e gioca 
un ruolo importante nella formazione del bambino. Il 
governo sta provvedendo a supportare l’espansione 
di queste strutture attraverso la collaborazione con 
Organizzazioni Non Governative, altri tipi di enti e 
comunità.
Il programma che caratterizza la scuola dell’infanzia 
è ben definito e finalizzato allo sviluppo del bambino 
attraverso giochi individuali e di gruppo. All’interno 
di questo programma si possono delineare sei aree 
di interesse nelle quali si basano le esperienze: lo 
sviluppo del linguaggio, attività creative (scrivere, 
disegnare), principi di matematica (imparare i numeri), 
studio dell’ambiente, movimento e arte (musica, danza) 
e l’educazione fisica. Gli insegnamenti sopra citati 
vengono presentati al bambino sotto forma di gioco, 
utilizzando strumenti fisici adatti.
Gli obbiettivi sono validi per i bambini di tutto il paese, 
ma come per gli altri livelli scolastici, l’ambiente 
gioca un ruolo fondamentale durante la loro crescita. 
Un bambino di città nasce e cresce all’interno di 
uno scenario completamente differente rispetto a 
un bambino che abita in un villaggio. Per questo le 
esigenze e gli obbiettivi dati dagli insegnanti variano di 
scuola in scuola.
Nel caso di Abetenim per esempio, la struttura del 
Kindergarten non esisteva fino a pochi mesi fa.
I bambini erano soliti fare lezione sotto l’albero accanto 
alla scuola elementare, e durante i giorni di pioggia si 
riparavano nell’aula della prima classe. 
Gli strumenti a loro disposizione si limitano a pochi 
banchi con alcune sedie e una lavagna, è comprensibile 
perciò che le maestre sviluppino un programma 
differente rispetto a quello di altri asili. Per fortuna è in 
corso tutt’oggi la costruzione di una struttura adeguata 
che accolga i numerosi bambini che frequentano la 
scuola dell’infanzia, per il villaggio e le famiglie che vi 
abitano è una grande conquista, ed è per questo che 
stanno collaborando alla sua costruzione.
Primary Education. E’ la prima fase della “Basic 
Education”, educazione di base, obbligatoria e gratuita 
tutelata dall’ente FCUBE (Free Compulsory Universal 
Basic Education). 
La durata della scuola elementare è di 6 anni, dove 
bambini dai 6 agli 11 anni acquisiscono maggiore 
sicurezza sulle conoscenze e competenze già fornitegli 
all’asilo.
Le elementari sono a loro volta divise in due fasce, dalla 
classe 1 alle 3 (lower primary) fanno parte del livello 
preparatorio, dall 4 alle 6 rientrano in quello avanzato 
(upper primary).
Frank Appiah Kubi, insegnante della scuola media 
di Abetenim, racconta così la struttura e i contenuti 
scolastici: “La maggior parte delle lezioni delle prime 
3 classi delle elementari sono in Twi. Possiamo dire 
che la lingua delle lezioni di queste classi è per l’80% 
lingua locale, per il 20% inglese. Mentre dalla classe 
4 alla classe 6 la percentuale è esattamente opposta. 
Nelle prime tre classi le materie sono letteratura 
inglese e Twi, arte creativa e matematica, informatica, 
scienze. Nelle classi dalla 4 alla 6 c’è sempre la lingua 
inglese, ma separata dal Twi, arte, educazione civica 
e informatica”. 4
4-5. dall’intervista di A. Mazzaron a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim 
(Ghana), Agosto 2014 
1, 2, tree PLAY! Scuola
83
Secondary Education. O più comunemente chiamata 
Junior High School (scuola media).
Ha la durata di tre anni e fornisce agli studenti gli 
strumenti per scoprire i propri interessi, abilità e 
altre potenzialità che acquisiscono attraverso la 
conoscenza della scienza e della tecnica e preparare 
adeguatamente gli studenti al loro futuro accademico: 
la Senior High School.
“Parlando delle scuole medie, come materie 
troviamo inglese, arte che però è più simile a design 
e tecnologia, Twi, scienze insieme a quelle sociali, 
come educazione civica e informatica. Nella scuola 
elementare c’è un solo insegnante dalla 1 classe 
alla 6, un unico insegnante per tutte le materie. 
Mentre nelle scuole medie, ogni materia ha un suo 
insegnante. Ogni materia viene insegnata in inglese, 
ad esclusione, ovviamente, del Twi. Questo non 
significa che non si parla mai in Twi, ma quando c’è 
bisogno di presentarsi o chiarire un concetto si usa. 
Tuttavia la lingua di insegnamento rimane l’inglese. 
Nelle città questo si riesce meglio. Gli studenti delle 
città di solito sono più brillanti, parlano molto bene. 
Ma nel villaggio è molto più difficile, perché non 
sempre abbiamo i libri adeguati e sono gli insegnanti 
che fanno dei sacrifici per poterli comprare.” 5
Questo è l’ultimo livello di scuola obbligatoria, ed è 
quello in cui molti studenti terminano la loro carriera 
scolastica, nella maggior parte dei casi per una 
questione economica. 
Senior High Education. Dopo la scuola media troviamo 
quello che in Italia viene contraddistinto dal nome di 
scuola superiore. Non è più compreso nella scuola 
dell’obbligo per cui l’iscrizione, le tasse, i libri sono a 
carico degli studenti. Anche numericamente parlando 
sono meno diffuse degli altri tipi di scuola, questo 
implica uno spostamento da parte dello studente in 
un altro villaggio o cittadina, aggiungendo alle spese 
anche quella dell’alloggio. Le iscrizione subiscono una 
selezione naturale tra chi può permettersi una spesa 
così elevata, e chi no.
Come accennato nel capitolo precedente i ragazzi 
hanno maggior facilità ad entrare in una scuola superiore 
poichè ci sono più offerte di lavoro (anche piccole) 
che richiedono la forza maschile. Le donne nate in 
una famiglia povera rimangono quindi svantaggiate, e 
costrette ad essere sostenute nel migliore dei casi da 
altre figure al di fuori della famiglia.
In aggiunta alle materie base, la Senior High School 
fornisce insegnamenti più specifici in programmi 
opzionali come l’agricoltura, la contabilità e lavori di 
segreteria per facilitare l’entrata degli studenti al mondo 
del lavoro.
University. Come nel resto del mondo, il Ghana offre 
la possibilità agli studenti più brillanti di proseguire gli 
studi all’Università. Se si passa velocemente da una 
realtà rurale, come può essere quella di un villaggio, 
a un Campus Universitario, è facile chiedersi se ci si 
trova nello stesso paese. 
Il Campus sembra un oasi felice inserita in un contesto 
di povertà; sullo stile di quelli americani, offre servizi 
scolastici come edifici, aule, biblioteche, e spazi per 
attività extra curriculari.
Il Campus della KNUST ad esempio, Università sita a 
Kumasi che ho avuto il piacere di visitare, comprende 
campi da gioco, giardini curati, negozi, un livello 
decisamente superiore rispetto ad alcune università 
italiane. La differenza è che sono meno accessibili 
per una questione di stato economico della famiglia, 
la quale spesso non può permettersi una spesa così 
eccesiva.
Durante la nostra visita siamo entratiesponenzialmente solo recentemente. 
In particolar modo si tratta di esportazioni di risorse 
energetiche e minerarie verso la Cina (dal 2000, la quota 
rappresentata dal continente sul totale del commercio 
cinese è passata dal 2,2 al 5,1 per cento) ma anche 
verso altre economie avanzate o emergenti. 
Nonostante questa crescita non si tratta di mercati 
facili: la corruzione, l’instabilità politica e la mancanza 
di infrastrutturali sono solo alcuni dei principali ostacoli 
per attività commerciali e investimenti.
Da questa breve introduzione sul continente africano 
si evince la presenza di una cultura molto diversa dalla 
nostra, ed essendo complicato ottenere informazioni 
su di essa, tradurrei questa situazione con una parola: 
incomprensione. L’incomprensione della cultura 
africana è infatti data dall’ignoranza della sua filosofia, 
elemento fondamentale per un’inchiesta critica, sui 
valori e principi di questo paese4 . 
Ma il pensiero occidentale nei confronti dell’Africa non 
è dato solo dall’incomprensione bensì, in opposizione 
ad esso, troviamo un altro elemento: il fascino.
Emilio Caravatti, uno dei principali architetti oggi 
impegnato nella progettazione di edifici in Africa, 
descrive così questo concetto: “La sola parola Africa 
suscita attrazione. Il progetto genera curiosità per il 
solo fatto di essere marginale, lontano, apparentemente 
estremo”.5 
Questo pensiero è valido non solo in ambito 
architettonico, ma anche in quello politico e 
sociale. Spesso la parola Africa viene utilizzata per 
sponsorizzare eventi o nominata in settori commerciali 
per attirare l’attenzione del cliente che inizia a 
collaborare con associazioni, Ong, missioni e altre 
realtà che sostengono questo paese.
Dall’Occidente si evince quindi un pensiero comune 
dell’Africa, l’idea di un paese lontano, sconosciuto, che 
ha bisogno di aiuto per svilupparsi. Così nasce in noi 
un senso di responsabilità che colmiamo intervenendo 
a distanza.
Prima di tutto questo bisognerebbe mettere da parte 
questi pensieri comuni, lasciarsi travolgere dai colori e 
suggestionare dai luoghi. 
E’ tempo infatti di parlare di un’altra Africa, che va al di 
la degli stereotipi e che spesso viene dimenticata.
4. Kwame Gyekye, “Tradition and modernity, philosophical 
reflections on the african 
experience”, Oxford University Press, Oxford 1997 
5. Intervista di Roberto Gamba a Emilio Caravatti
1. Donne del villaggio di Abetenim durante una funzione religiosa
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
15
DALL’AFRICA ALL’OCCIDENTE
“L’Africa ti insegna che l’uomo è una piccola creatura, 
in mezzo a tante creature, in un grande panorama”.6 
Così Doris Lessing, scrittrice britannica cresciuta in 
Zimbabwe, descrive il dramma vissuto dai popoli 
defraudati delle terre e costretti ad assistere impotenti 
alla disgregazione del mondo tribale, a scontri razziali 
e alla schiavitù.
Al giorno d’oggi questa paura si è trasformata in 
un’ossessione per gli africani: L’uomo occidentale. 
Nonostante tutti i danni che quest’ultimo ha arrecato nei 
secoli al continente nero, viene visto come un modello 
a cui tendere.
Ciò che egli fa è legge e in quanto tale va rispettata.
Parlando dell’Africa come unico paese, le 
considerazioni di questo capitolo sono generali e si 
basano sull’esperienza personale, su quella altrui e 
sulle testimonianze che ho potuto raccogliere dalle 
persone del luogo.
L’africano medio ha due caratteristiche principali, 
opposte tra loro: l’orgoglio, per il proprio paese, per 
le proprie tradizioni, che difende quotidianamente e 
l’ammirazione per l’occidente, che cerca di copiare 
disperatamente per sentirsi un pò più vicino a questo 
mondo.
E’ perennemente in cerca di uno sviluppo e di una 
crescita che non riesce a raggiungere perchè troppo 
legato alla propria cultura. Questo pensiero contrastante 
presente nella sua mente fa in modo che non ci sia un 
progresso lampante agli occhi stranieri, ma tanti piccoli 
progressi, visibili solo a chi si avvicina a questo mondo. 
Dalle precedenti osservazioni si può dedurre che 
l’Africa sia un paese arretrato. Non è così. 
Il concetto della Lessing assume un valore universale, 
si percepisce la definizione di persona umile, che viene 
spesso confusa come un senso di inferiorità. 
Ci sono tanti altri aspetti, spesso sottovalutati, che
6. Doris Lessing, “Racconti africani”, Feltrinelli, Milano 1989 
rendono questo paese ricco.
Si tratta di piccoli elementi, a partire da come vivono le 
giornate e dai problemi che affrontano durante queste, 
che rendono la loro vita migliore rispetto alla nostra. 
Citando Giovanni Vassallo, studioso di Antropologia 
Culturale: “La nostra è una società alla continua ricerca 
di ricchezza, di potere, di agio, viene quindi spontaneo 
chiedersi se la vera felicità risieda nel possesso di 
queste cose. Inoltre è bene domandarsi dove risiedano 
e in cosa consistano i veri valori. Forse è più facile 
riscoprire il senso di solidarietà, ospitalità e condivisione 
in quei piccoli villaggi africani dove la povertà è tanta 
ma altrettanto grande è l’umanità delle persone che ci 
vivono.” 7
Dall’Africa emerge un forte senso di tradizionalismo, 
che si contrappone a un desiderio di cambiamento.
Si può dedurre un pensiero comune tra l’uomo 
occidentale e quello africano: il primo si sente superiore 
al secondo, il secondo, inferiore al primo.
A riassumere alla perfezione questo concetto è stata 
l’attivista Wangari Maathai (Nata a Ihithe nel 1940, 
è stata un’ambientalista, attivista politica e biologa 
keniota, vinse il Nobel per la Pace nel 2004, fu membro 
del Parlamento keniota e Ministro per l’Ambiente e 
Risorse Naturale nel governo tra il 2003 e il 2005. Morì 
il 25 Settembre 2011), vincitrice del premio nobel per 
la pace nel 2004, quando ha affermato: “Non credo 
proprio che gli americani cambieranno il loro modo 
di vedere gli africani fino a quando gli africani non 
cambieranno il modo in cui considerano se stessi”. 
L’imprenditore sociale Indiano Vijay Mahajan concorda 
con la donna keniota: “La loro economia è più forte di 
quella indiana. Il loro mercato è grande quanto quello 
indiano. 
7. Testimonianza di Giovanni Vassallo all’associazione “Africa Oggi”, 
10 Marzo 2006 
1, 2, tree PLAY! Africa
16
Le loro capacità imprenditoriali sono ottime. Gli africani 
devono farsene carico, come hanno fatto gli indiani e i 
cinesi. Sono sicuro che è solo una questione di tempo. 
[...] Ma se gli africani non cambiano il loro modo di 
vedersi, continueranno ad affermare di essere poveri e 
bisognosi di aiuto.”8 
Come si può dedurre da queste affermazioni molte 
figure professionali e non, tra cui gli architetti, si 
stanno interrogando su come risollevare il nome del 
paese africano intervenendo umilmente, cercando di 
preservare le qualità e le tradizioni di questo continente 
e di sfruttarle per aumentarne lo sviluppo.
8. Intervista a Vijay Mahajan di Laura Bossi, L’Africa si sta alzando, 
>, luglio, agosto 2009, pp.38-41 
2. Wangari Maathai
Fonte: Martin Rowe
1, 2, tree PLAY! Africa
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ABITARE IN AFRICA
Con la parola “abitare”, l’uomo intende la capacità della 
nostra specie di indagare la relazione con i luoghi in cui 
ci insediamo, che ci influenzano e trasformiamo in base 
ai nostri desideri e le nostre esigenze.9 
Abbiamo infatti, la capacità di umanizzare i luoghi 
attraverso interventi quotidiani, personalizzandoli, 
vivendoli e trasformandoli a nostra immagine e 
somiglianza; veniamo influenzati dalle relazioni, 
dalla nostra storia e siamo sempre alla ricerca di un 
benessere complessivo, non solo materiale.
L’abitazione deve rispondere ai bisogni di chi la abita, 
per questo motivo nel mondo ne troviamo diverse 
tipologie che rispecchiano la cultura, lo sviluppo, le 
necessità e le materie prime di territori differenti.
Con queste premesse le abitazioni dovrebbero essere 
frutto di una trasformazione del territorio idilliaca, ma 
la storia dell’abitare, è anche quella di un crescente 
disagio chein contatto con 
degli studenti di architettura i quali ci hanno mostrato le 
loro tavole e i loro modelli, molto simili ai nostri.
1, 2, tree PLAY! Scuola
84
LEGENDA:
Kindergarten
Primary School
Junior High School
86. Area delle strutture scolastiche 
Fonte: Anna Mazzaron
2.1 STRUTTURE SCOLASTICHE 
DEL VILLAGGIO
1, 2, tree PLAY! Scuola
85
LEGENDA:
Kindergarten
Primary School
Junior High School
87. Area delle strutture scolastiche, vista dal campo da calcio
Fonte: Anna Mazzaron
Attualmente la Scuola di Abetenim è composta da tre 
edifici, uno adibito alla scuola elementare, uno alla 
scuola media, ed infine i servizi igienici. La scuola 
materna è ancora in fase di completamento, la sua 
costruzione è iniziata nell’estate del 2014.
Nel distretto di Juaben, come in altri distretti, è il governo 
a scegliere dove aprire le scuole, per questo non vi sono 
strutture in tutti i villaggi ma scelgono quelli più abitati, 
tralasciando i paesi più piccoli. Il caso di Abetenim è un 
pò diverso poichè riceve l’appoggio e i finanziamenti 
dell’associazione, ma i villaggi vicini come Kokode e 
Abeuasi che si trovano sulla stessa strada, non hanno 
la stessa fortuna avendo a disposizione solamente due 
o tre classi per tutti gli abitanti e uno ha solo l’asilo. Una 
volta terminata la scuola materna i bambini dovranno 
andare a piedi fino al primo villaggio vicino dotato di 
scuola elementare per poter frequentare le lezioni.
“Se andiamo a Ofoase o Nkyerepoaso le cose vanno 
bene, loro hanno una bella scuola, un alloggio per 
insegnanti, così cercano di aiutare le comunità più 
piccole. Sono in questa situazione in quanto hanno 
ricevuto sostegno dal Governo”.6 
Un tempo anche Abetenim non possedeva un numero 
sufficiente di strutture per poter accogliere tutti gli 
studenti, oltre ad essere in una condizione arretrata 
rispetto al resto del paese. 
I bambini che frequentavano la scuola erano quindi un 
numero ristretto rispetto alle presenze attuali, e il tasso 
di analfabetizzazione era molto alto. I primi sviluppi li 
troviamo successivamente alla costruzione della scuola 
elementare, nel 1997. Gli uomini e le donne che in quel 
tempo erano già adulti non dispongono della stessa 
formazione scolastica che hanno ricevuto i loro figli ad 
esempio molte di queste persone infatti non parlano 
inglese (lingua imparata e parlata correntemente 
solo nelle scuole) e possiedono anche una mentalità 
differente, più chiusa si può dire, data dall’ignoranza.
6. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
E’ proprio per questo motivo che lo stato del Ghana ha 
molto a cuore l’istruzione, per evitare che rimanga un 
paese arretrato ma al contrario investa le sue forze per 
sognare un paese migliore, più sviluppato.
La situazione del villaggio è cambiata nel giro di pochi 
anni, infatti nel 2011 è stata costruita la scuola media 
e nel 2014 quella dell’asilo. La speranza è quella di 
aggiungere in un futuro anche la scuola superiore, per 
evitare di mandare i ragazzi a frequentare le lezioni a 
Juaben.
1, 2, tree PLAY! Scuola
86
L’esigenza di avere una struttura per l’asilo era presente 
da tempo. 
Al giorno d’oggi la scuola materna conta due classi 
con 40 bambini in totale e non aveva una struttura 
fisica dove fare lezione. Il loro punto d’incontro è sotto 
ad un grande albero il quale non riesce a riparare i 
bambini dal caldo tropicale e neanche dalle piogge; in 
questi casi i bambini devono correre al riparo nell’aula 
più vicina, quella della prima elementare, disturbando 
le lezioni di entrambe le classi di studenti. Questo 
problema non influesce solo sull’insegnamento ma 
anche sull’insegnante: è difficile infatti trovare una 
persona che rimanga a svolgere il suo lavoro in queste 
condizioni. Al giorno d’oggi le maestre riescono a 
gestire la situazione anche nei giorni in cui la presenza 
dei bambini è elevata, ma la necessità di avere una 
copertura è lampante.
Nka Foundation ha deciso quindi di agire un’altra volta e 
contattare due studenti che proponessero due progetti 
differenti: James Palmer e Michele Ape, quest’ultimo 
88. Lezione all’asilo prima della costruzione della struttura
Fonte: Achinoam Weinstein
2.1.1 KINDERGARTEN
1, 2, tree PLAY! Scuola
87
del Politecnico di Milano.
La fondazione aveva dato loro direttive ben precise: 
la struttura doveva essere realizzata in terra pressata 
(rammed earth), circondata da un portico, avere le 
dimensioni di circa 9m x 20m ed essere formata da 
tre stanze, due finalizzate alle aule e una per l’ufficio. 
L’edificio non sarà dotato di corrente elettrica quindi è 
stata sfruttata al massimo l’illuminazione naturale. 
Il posto scelto per la costruzione è vicino all’albero ed 
esposto nella posizione migliore per sfruttare la luce e 
la ventilazione naturale, entrambi elementi fondamentali 
per un clima caldo come questo.
Durante la fase preliminare i due progettisti hanno 
ricevuto tutto il materiale da Barthosa Nkurumeh e dal 
coordinatore di Abetenim, Mr. Appiah, i quali hanno 
mandato loro fotografie e informazioni.
Dopo aver presentato i progetti, la scelta della 
fondazione è ricaduta sulla proposta di James Palmer, 
il primo ad arrivare sul posto.
Il progetto rispecchia le esigenze del villaggio e 
dell’associazione in tutta la sua semplicità, composto 
da due aule e un ufficio che affacciano su una veranda. 
Il budget era molto basso, di soli 2500 dollari da cui è 
dipesa anche la scelta dei materiali: terra battuta per la 
muratura, pilastri ricavati da legno locale, e lamiera per 
la copertura.
Per ottenere una maggiore illuminazione le aule sono 
state esposte sui lati Est e Ovest dell’edificio, progettate 
con ampie finestre. Le pareti rimaste senza aperture 
tornano utili per l’affisso di materiali scolastici come 
lavagne o cartelloni.
La struttura del tetto è costituita da una capriata in 
legno ricoperta da una lamiera metallica.
Il disegno originale ha subito delle modifiche una volta 
arrivati al villaggio; in particolare l’altezza delle pareti 
è stata abbassata lasciando maggiore spazio tra la 
parete e il tetto, per ottenere una maggiore circolazione 
d’aria utile nei giorni più caldi.
89. Disegni tecnici del Kindergarten
Fonte: Michele Ape
1, 2, tree PLAY! Scuola
88
I due progettisti hanno dimostrato di possedere la 
qualità della flessibilità scegliendo di modificare il 
progetto in base alle esigenze della comunità. Sembra 
una scelta naturale e semplice, ma anche dai racconti 
del coordinatore, si capisce da altri esempi che non 
sempre è stato così.
Un altro requisito che ha caratterizzato questo progetto 
è stata la partecipazione attiva degli abitanti del 
villaggio.
Oltre alle consulenze di Frank Appiah Kubi e del 
falegname, i quali hanno suggerito in corso d’opera 
alcune modifiche necessarie, la comunità è stata 
coinvolta durante la costruzione per svolgere lavori 
manuali come scavare la terra, spostarla per impastarla 
e risportare i secchi con il composto da versare 
nei casseri. In alcuni casi le ore di lavoro erano ben 
organizzate: gli uomini scavavano e le donne portavano 
la terra con i secchi, ma non tutti hanno capito 
l’importanza che aveva il loro contributo, e siccome non 
venivano pagati, dopo poche ore si fermavano. Il capo 
per stimolare la gente a collaborare aveva promesso 5 
cedi, ma questo non sempre ha funzionato e a volte si 
è verificata durante i lavori una scarsa organizzazione.
Altre persone invece erano felici di aiutare a costruire il 
Kindergarten poichè avevano compreso che si trattava 
di un progetto per il futuro dei propri figli, Michele Ape 
racconta: “Chi ha capito l’idea del fatto che era un 
progetto per loro, per sviluppare una comunità, per 
portare un futuro in un villaggio composto per la 
maggior parte da bambini; chi vedeva queste cose 
lavorava con entusiasmo. Dal punto di vista umano 
vedere una comunità che lavora per realizzarsi un 
asilo è una cosa che da noi non capita, li si.”7 
La costruzionedell’edificio è cominciata alla fine 
del mese di Maggio, con l’obbiettivo di terminare a 
Settembre, inizio dell’anno scolastico.
Purtroppo per motivi principalmente economici il 
7. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Michele Ape, Milano, 
Settembre 2014 
Kindergarten è ancora da ultimare. 
I fondi per questo progetto erano stati forniti in parte 
dall’associazione e in parte dai progettisti, ma il rispetto 
della stima dei costi e dei tempi previsti è difficile da 
rispettare, soprattutto in una società difficile come quella 
africana. Anche il Governo si è interessato ai lavori 
dell’asilo, in quanto tutore dell’istruzione; la speranza 
degli abitanti e in particolare del coordinatore è quella 
di essere sostenuti anche da questo ente, in modo da 
poter ultimare il progetto ed essere un appoggio anche 
per i villaggi vicini.
Il miglior risultato ottenuto, oltre al fatto di avere una 
struttura per l’asilo, è il coinvolgimento della comunità 
e la sua partecipazione. In questo modo gli abitanti 
hanno un senso di appartenenza maggiore rispetto agli 
altri edifici e la speranza è quella che si occupino anche 
della manutenzione. Inoltre la collaborazione tra loro e 
i volontari del workshop ha arricchito entrambe le parti 
attraverso lo scambio delle diverse culture, facilitando 
anche i rapporti con i volontari futuri.
90. Stato attuale del Kindergarten
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
89
91-92-93. Costruzione del Kindergarten (Luglio 2014)
Fonte: Michele Ape
1, 2, tree PLAY! Scuola
90
2.1.2 PRIMARY SCHOOL
La scuola elementare venne costruita nel 1997 in 
conseguenza ad un appalto del Governo.
Fu il primo edificio scolastico costruito ad Abetenim e 
ancora oggi rimane quello di maggiori dimensioni in 
tutto il villaggio.
Il comprensorio della scuola, che conta tre edifici, 
rimane in una zona marginale del villaggio, non 
di passaggio. Le elementari sono le prime che si 
incontrano oltrepassato il campo da calcio, poi troviamo 
il Kindergarten e continuando la strada arrivando in un 
punto cieco, si trova la scuola media.
La struttura della Prima school è fabbricata con mattoni 
in cemento coperta da uno strato lamiera sporgente, 
che crea una sorta di veranda intorno all’edificio. 
Esposto in direzioni Sud-Ovest questa copertura 
fa si che non arrivi la luce diretta del sole all’interno, 
disturbando le lezioni.
La scuola è composta da sei aule (tre per la “Lower 
primary”, tre per la “Upper primary”) e uno sgabuzzino 
che funge anche da aula insegnanti. L’edificio è 
stato progettato in modo che ci fossero le aule una 
conseguente all’altra per permettere ad ognuna di 
esse di avere due lati caratterizzati da finestre e 
porte, in modo da sfruttare l’illuminazione naturale e la 
ventilazione nei giorni più caldi poichè, come negli altri 
edifici scolastici, non è presente la corrente elettrica. 
Inoltre la doppia entrata da un lato e dall’altro facilita 
94. Lezione della scuola elementare
Fonte: Achinoam Weinstein
1, 2, tree PLAY! Scuola
91
l’ingresso nelle aule in modo che una persona non sia 
costretta a fare il giro dell’edificio in caso si trovasse 
dalla parte opposta.
Osservando la scuola dall’esterno non troviamo alcun 
tipo di indizio che ci permetta di capire la destinazione 
d’uso dell’edificio, soprattutto se si è stranieri. Per gli 
osservatori più acuti invece è possibile intuire la sua 
funzione dalla colorazione esterna. La parte inferiore 
fino ad arrivare a 1m di altezza è color marrone, 
mentre quella superiore è beige; la stessa colorazione 
è utilizzata anche nelle altre scuole del paese per 
caratterizzare questo tipo di edifici.
La scuola di Abetenim è stata decorata ulteriormente 
da un’artista americana, che ha scelto di dipingere i 
simboli Ashanti su questo edificio e su alcune abitazioni 
del villaggio comprese quelle dei volontari.
Lo spazio che circonda le elementari non ha subito 
trasformazioni durante gli anni e non ha alcun tipo 
di riferimento all’ambiente infantile. Uno dei progetti 
futuri finanziato dal governo è un campo da calcio 
regolamentare sul lato destro della scuola, affianco a 
quello già esistente “costruito” dagli abitanti.
95-96. Edificio della scuola elementare
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
92
2.1.3 JUNIOR HIGH SCHOOL
Il progetto della Junior High school parte sempre da 
un’esigenza degli abitanti del villaggio, in particolare 
degli studenti, i quali prima della sua costruzione 
dovevano andare a frequentare le lezioni a Juaben 
facendo kilometri di strada.
I fondi furono ancora una volta dati da Nka Foundation 
e dal Queens College di New York i quali permisero ai 
ragazzi di Abetenim di completare la loro formazione 
di base in un ambiente sicuro ed evitare che questi si 
incamminassero nel buio per arrivare a scuola in tempo.
Le donazioni non bastarono a causa del materiale 
scelto dalla comunità per costruire l’edificio.
Si tratta ancora una volta del calcestruzzo, troppo 
costoso per gli standard dell’associazione.
Nka infatti promuoveva fin da subito l’utilizzo della terra 
rossa come materiale da costruzione il quale rispecchia 
al meglio gli obbiettivi di salvaguardare le tradizioni che 
l’associazione si è posta fin da subito. Il preside e gli 
abitanti la pensavano diversamente e per non creare 
un malcontento furono assecondati. Non erano ancora 
stati costruiti edifici in terra e la popolazione era molto 
dubbiosa. Adesso le cose sono cambiate poichè hanno 
potuto vedere con i loro occhi abitazioni costruite con 
varie tecniche che prevedono l’utilizzo della terra rossa 
e stanno iniziando a ricredersi; in particolar modo le 
strutture in cui alloggiano i volontari, le quali si possono 
tranquillamente scambiare per abitazioni in cemento. 
E’ stato dopo la visione di essi, che gli abitanti hanno 
accettato il progetto del Kindergarten.
La progettazione andò a carico di Jason McDonald, 
il quale si trovava già sul posto quando gli fu fatta la 
richiesta di seguire i lavori, era il 2011.
E’ stato il secondo edificio scolastico ad essere costruito 
nel villaggio e rispetto alla scuola elementare, si può 
notare uno sviluppo nella progettazione degli spazi.
L’edificio è composto da tre volumi principali disposti a 
forma di “C” intorno ad un cortile centrale.
Il materiale utilizzato è il cemento armato, risultato poco 
97. Ragazzi della scuola media
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
93
adatto a questo ambiente in quanto trattiene calore e 
non permette un’adeguata ventilazione dell’edificio. Gli 
studenti infatti, frequentano le lezioni in aule spaziose 
ma poco illuminate e nei periodi più caldi, surriscaldate.
In base a quest’esperienza la progettazione del 
Kindergarten ha seguito tutt’altra direzione: edificio 
costruito in terra, materiale più adeguato al luogo 
in cui ci troviamo, ampie finestre per l’illuminazione 
e distacco tra le pareti e la copertura per un miglior 
condizionamento dell’edificio.
La copertura è simile a quella delle utlime costruzioni: 
in legno a cui viene applicata la lamiera ondulata.
Il primo volume che si incontra provenendo dalla scuola 
elementare ospita al suo interno un’aula e un deposito, 
usato temporaneamente come sala insegnanti. Il blocco 
centrale ha lo spazio solo per una classe, mentre il 
terzo edificio comprende anch’esso un’aula e l’ufficio 
del dirigente scolastico.
Anche in questo caso facendo riferimento alla Primary 
School sono sorte delle esigenze ulteriori rispetto alle 
aule e allo sgabuzzino di cui è composta la prima; nel 
progetto infatti della scuola media sono state aggiunte 
l’aula del dirigente e quella degli insegnanti.
Nel cortile sul retro troviamo alberi da frutta; questo 
spazio viene utilizzato per la vendita di alimenti al 
mattino, poichè non è ancora presente una mensa 
scolastica che fa parte dei progetti futuri.
Quando è stato avviato il progetto Jason McDonald era 
già sul posto e le modifiche sono state fatte in corso 
d’opera discusse con gli esperti, il coordinatorelocale 
e la comunità stessa.
Anche in questo caso il ruolo della comunità è stato 
fondamentale, sia da un punto di vista di consulenza 
e mano d’opera, sia per l’importanza che ha assunto 
la collaborazione tra la gente locale e i volontari. Come 
per il KG ci sono stati alcuni abitanti che ne hanno 
capito l’importanza sentendo una forte appartenenza 
98-99-100. Edificio scuola media e dettaglio struttura
Fonte: Achinoam Weinstein, Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
94
al progetto e collaborando maggiormente, altri che 
invece rimasero più in disparte. 
Un’altra figura di rilievo è stato ancora una volta Frank 
Appiah Kubi, coordinatore del posto e insegnante della 
scuola media, che risultava quindi una delle persone 
maggiormente coinvolte nel progetto. Egli racconta: “Il 
momento più bello è stato quando i ragazzi sono andati 
a Juaben a fare gli esami e sono dovuti stare li per una 
settimana. Al loro ritorno alla fermata dell’autobus c’era 
pieno di gente del villaggio che li aspettava, orgogliosi 
della scuola che avevano appena finito di costruire e 
consapevoli del fatto che i loro figli non avrebbero avuto 
problemi a continuare i loro studi. Nel 2011 quando fu 
completata la prima parte della scuola media, alcuni 
rappresentanti dell’ufficio del Ministero dell’Istruzione 
vennero a guardare il nostro lavoro e approvarono la 
sua apertura. Successivamente mi hanno chiamato 
dall’ufficio di Ejisu per nominarmi dirigente della nuova 
scuola.” 8 
Il villaggio e i suoi abitanti non sono stati gli unici a trarre 
beneficio dalla costruzione delle medie.
La scuola infatti ha ricevuto sostegni anche da un 
gruppo di artisti americani, che una volta tornati nel 
loro paese hanno continuato a mandare finanziamenti 
affinchè questa struttura venisse completata.
La costruzione di questa scuola ha quindi iniziato una 
collaborazione tra Nka Foundation e il Queens College 
portando alla creazione di un concorso artistico tra gli 
studenti che da allora si svolge con l’apertura del nuovo 
anno scolastico.
8. dall’intervista di A. Weinstein e G.Gaioni a Mr.Frank Appiah Kubi, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
101. Aula della scuola media
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
95
2.2 AMBIENTE 
102. Bambini del villaggio di Abetenim
Fonte: Martina Caldarigi
1, 2, tree PLAY! Scuola
96
E’ incredibile quanto un bambino africano possa essere 
simile e allo stesso tempo diverso da un bambino 
occidentale.
Le esigenze sono le stesse: mangiare, dormire e 
giocare, ma c’è qualcosa in questi bambini che colpisce 
subito lo straniero. La libertà. 
Nel villaggio non ci sono confini, limitazioni e ciò 
influisce positivamente sulla libertà fisica che i bambini 
possiedono. E’ facile trovarli in gruppo che corrono, 
giocano per strada senza essere condizionati da 
proprietà private o edifici in cui rinchiudersi.
Un altro aspetto che li differenzia dai bambini a cui 
siamo abituati è la responsabilità nei confronti del più 
piccolo. Esiste una gerarchia dettata dall’età in cui il 
bambino più grande sorveglia il più piccolo, il quale è 
responsabile del più piccolo ancora ed ha pieni poteri 
su di lui. 9
9. Ryszard Kapuscinski, “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 
1998 
2.2.1 ESSERE UN BAMBINO AD 
ABETENIM
103. Bambino di Abetenim
Fonte: Martina Caldarigi
E’ interessante infatti, osservare come cambiano gli 
atteggiamenti dei bambini in base alla compagnia in 
cui si trovano. 
Questa responsabilità comprende anche i doveri nei 
confronti della famiglia: i bambini vengono spesso 
chiamati dai genitori per fare delle commissioni mentre 
loro si occupano delle proprie faccende o impieghi.
Durante il gioco la fantasia è protagonista, utilizzata per 
la costruzione di oggetti con materiali di recupero.
“Se li osservate vedrete che giocano con molti giochi 
differenti, e spesso sono loro ad inventarli. Giocano 
a tutti i tipi di gioco, di movimento, tradizionali ma 
che hanno modificato loro stessi. Questo cambia a 
seconda delle età. I ragazzi, oltre a giocare a calcio 
passano il tempo inventandosi gare di grette o con 
gli elastici, molto di moda ultimamente. In generale 
comunque, sono bambini avventurosi e innovativi. 
[...] Alcuni di loro sono introversi, tipi poco socievoli 
e giocano da soli, ma la maggior parte gioca in 
gruppo.”10 
Da questa descrizione emerge l’analisi di un bambino 
indipendente e responsabile, il quale vivendo in 
un villaggio rurale e avendo a stento una struttura 
scolastica, non ha bisogno di altro ed è costretto ad 
inventarsi nuovi giochi per potersi divertire.
Quello che spesso gli occidentali non vedono quando 
visitano un paese africano è un bambino nella sua 
semplicità. 
Pur avendo priorità differenti rispetto a quelli a cui 
siamo abituati, resta una persona ricca di sogni, che ha 
bisogno di sentirsi protetta e curata.
Questa visione va a scontrarsi con l’educazione 
data dai genitori. Essi infatti, non sono apprensivi nei 
confronti dei loro figli come lo sono i genitori occidentali; 
ciò accade poichè i due ambienti, quello occidentale e 
quello africano, sono molto differenti, e di conseguenza 
lo sono le abitudini e le esigenze.
10. dall’intervista di A. Mazzaron a Mr.Frank Appiah Kubi, Abetenim 
(Ghana), Agosto 2014 
1, 2, tree PLAY! Scuola
97
I bambini del villaggio hanno bisogno di stupirsi davanti 
a quello che porta l’associazione, nuove strutture, 
nuove persone, per poter formarsi come uomini e donne 
consapevoli. Consapevoli dell’ambiente in cui vivono e 
del fatto che c’è un intero mondo al di fuori del villaggio; 
consapevoli di poter dare il proprio contributo a uno 
sviluppo futuro per migliorare le proprie condizioni di 
vita e quelle degli altri abitanti.
Il primo passo per arrivare a ciò è l’istruzione ed 
inconsciamente, o forse no, loro lo hanno capito.
L’entusiasmo con cui frequentano la scuola è 
coinvolgente, lo ha confermato un questionario che ho 
sottoposto loro durante il mio soggiorno ad Abetenim.
Alla domanda “Ti piace andare a scuola?”, hanno 
risposto semplicemente di si, senza esitazioni.
L’affermazione può essere dovuta anche ad una 
pressione data da me o dall’insegnante che ritirava e 
leggeva i questionari, ma avendo potuto osservare da 
vicino questa realtà, posso confermare che i bambini e i 
ragazzi del villaggio sono caratterizzati da un forte senso 
del dovere nei confronti dell’educazione scolastica. Ciò 
avviene poichè ne comprendono l’importanza per poter 
costruire un futuro migliore.
104. Bambina del villaggio
Fonte: Achinoam Weinstein
1, 2, tree PLAY! Scuola
98
2.2.2 ANDARE A SCUOLA NEL 
VILLAGGIO
La scuola ad Abetenim è quanto di più simile ad una 
scuola occidentale.
Tengo a specificarlo poichè in quanto ignorante, le 
mie aspettative riguardo all’istruzione erano differenti 
rispetto alla realtà, non più pessimistiche ne migliori, 
soltanto diverse.
Il periodo scolastico è uguale a quello della maggior 
parte dei paesi, inizia a Settembre per concludersi a 
Giugno.
Le strutture sono essenziali, composte da aule che 
ospitano banchi, lavagne e pochi materiali scolastici. E’ 
compito dell’insegnante procurarsi strumenti aggiuntivi 
o inventare nuovi metodi per catturare l’attenzione 
degli studenti, ma questo accade solo in alcuni casi, e 
dipende dal tipo di insegnante che troviamo. Le classi 
ricche di illustrazione sono quelle in cui sono presenti i 
maestri più creativi, le altre invece, sono spoglie.
Anche il luogo della lezione è a discapito dell’educatore: 
“Dipende dall’insegnante, non tutte le lezioni sono 
sempre al chiuso. Alcune volte portano fuori tutte le 
sedie e si mettono a fare lezione sotto l’albero, altre 
invece vedi un insegnante seguito dagli studenti che 
passeggiano fuori, facendo lezione. Non siamo così 
legati al luogo fisico della classe.” 11
Uno dei problemi principali sollevati da Frank Appiah 
Kubi, direttore e insegnante delle scuole medie, sono 
proprio i maestri, in particolare quelli delle elementari. 
Ognuno di loro segue sempre la classe dello stessoanno (prima, seconda, ecc), di conseguenza gli alunni 
che frequentano la classe di un insegnante scadente 
rimangono meno preparati di altri.
Nella scuola media è diverso, oltre ad essere migliori 
gli insegnanti, questi sono divisi per materie quindi 
influiscono meno sull’educazione degli studenti.
Il problema si pone quando i maestri ritardano o non 
si presentano. La causa principale in questi casi è la 
lontananza dalla scuola: se loro non soggiornano nel 
11-12-13. dall’intervista di A. Mazzaron a Mr.Frank Appiah Kubi, 
Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
villaggio il rischio è quello di perdere troppo tempo per 
gli spostamenti.
Gli studenti arrivano a scuola alle 8 puntuali e in alcuni 
casi aspettano due o tre ore l’arrivo dell’insegnante 
togliendo tempo alla loro educazione.
Sono rimasta colpita dal comportamento degli studenti 
durante questa l’attesa; oltre a considerarlo un momento 
di sfogo, loro tendono ad impiegare il tempo leggendo 
libri o cercando di catturare l’attenzione del primo 
insegnante che passa nelle vicinanze chiedendogli di 
fare lezione.
Un altro problema sono i genitori: “La maggior parte 
di loro sono responsabili. Diventano irresponsabili 
quando usano la povertà come scusa. Alcuni studenti 
vengono a scuola senza mangiare, senza scarpe, altri 
con i vestiti strappati o senza libri, matite. A volte 
vedi un bambino che sta in silenzio, timido, e se gli 
chiedi il motivo ti risponde che è affamato, perchè 
probabilmente non ha mangiato per tutta la mattina.”12 
Gli insegnanti si assumono la responsabilità del 
bambino quando quella dei genitori viene a mancare. 
Ad esempio, quando gli è possibile forniscono all’alunno 
le scarpe, i libri, nei casi in cui egli non li possiede, 
e sono molto esigenti affinchè questi non arrivino a 
scuola senza.
“Un altro problema sono gli strumenti. Nella scuola 
del villaggio mancano le attrezzature per rendere più 
interessanti ed istruttive le lezioni; mentre nelle città 
sono più organizzati e spesso sono i genitori a fornire 
la scuola di questi strumenti, come il computer.”13 
 
In seguito a queste affermazioni è possibile dedurre la 
presenza di un sistema scolastico scadente; in realtà 
mi è sembrato molto simile a quello che ho vissuto in 
prima persona, inserito in tutt’altro contesto.
Un elemento mancante nelle nostre scuole e presente 
ad Abetenim, è la cura della struttura, del materiale e il 
1, 2, tree PLAY! Scuola
99
rispetto delle persone. Ad esempio tutte le mattine gli 
studenti si presentano a scuola mezz’ora prima per fare 
le pulizie, ed ogni volta che entra un adulto in aula si 
alzano in piedi recitando una frase di benvenuto.
105. Lezione alla scuola media
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
100
106. Foto di classe asilo
107. Foto di classe, prima elementare
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
101
108. Foto di classe seconda elementare
109. Foto di classe terza elementare
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
102
110. Foto di classe quarta elementare
111. Foto di classe quinta elementare
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
103
112. Foto di classe sesta elementare
113. Foto di classe prima media
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
104
114. Foto di classe seconda media
115. Foto di classe terza media
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
105
2.2.3 MATERIALE RACCOLTO
Quando ho scelto di iscrivermi al Workshop “Build 
with Earth” non volevo limitarmi alla partecipazione 
dell’evento, ma contibuire maggiormente sviluppando 
un altro progetto che fosse utile alla comunità di 
Abetenim. 
Consapevole del fatto che sarei tornata arricchita 
dall’esperienza che stavo per fare e con il quadro della 
situazione più chiaro, ho iniziato a restringere il campo 
su quelli che sarebbero stati gli ambiti di progetto 
interessanti per me e per le persone del villaggio.
In seguito ad un confronto avuto con la prof.ssa Rebaglio 
ho infine deciso di seguire una passione personale che 
coltivo da qualche anno: l’educazione dei bambini.
Non sapevo quale realtà mi sarei trovata davanti una 
volta arrivata ad Abetenim, così optai per la scelta di 
un tema generale, che avrei definito maggiormente 
durante il mio soggiorno o al ritorno dal viaggio. 
L’ambito che ho scelto per il progetto è il Playground 
così, una volta che fui in Africa mi concentrai in 
particolar modo sull’analisi dei bambini del villaggio, 
sulla loro educazione e sulle strutture scolastiche.
Una fonte preziosa per la mia ricerca è stata Mr. Frank 
Appiah Kubi che oltre ad essere uno degli insegnanti 
della scuola, ha a cuore l’istruzione di tutti gli studenti.
Il primo passo da compiere per la mia ricerca 
necessaria alla progettazione, fu capire al meglio i 
bambini, le loro abitudini e i loro comportamenti. Ho 
preparato così alcune domande da fare direttamente 
a Mr. Appiah Kubi durante una delle interviste a cui lo 
abbiamo sottoposto insieme agli altri volontari.
1, 2, tree PLAY! Scuola
106
INTERVISTA A MR. FRANK APPIAH KUBI14
9 Settembre 2014, Abetenim, Ghana
Tema: I bambini e la scuola di Abetenim
14. Insegnante di scienze della scuola media del villaggio, 
e coordinatore locale di Nka Foundation 
116. Frank Appiah Kubi, insegnante della scuola media di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
107
Domanda: Come descriveresti il carattere dei bambini 
del villaggio? Per esempio calmo, avventuroso, 
indipendente..
Risposta: Ok, prima di tutto inizio a classificare i bambini: 
ci sono gruppi specifici in base al carattere come quelli 
calmi, quelli difficili, e possono essere socievoli, alcuni 
molto socievoli, e altri solitari. Questi ultimi tendono 
a nascondersi o stare lontani dal gruppo. Quelli che 
vanno dalla prima alla terza elementare dipendono 
ancora dai genitori, ma già dalla quarta alcuni bambini 
fanno piccoli lavoretti e vengono pagati. Ad esempio si 
occupano dell’estrazione dell’olio di palma, certi sono 
davvero bravi a tagliare le fronde della palma, le foglie, 
a rimuovere i semi e poi li vendono al mercato per farsi 
qualche soldo.
Q: A partire da quale età?
R: Dalla quarta elementare, 10 anni.
D: Con cosa giocano di solito i bambini? Usano degli 
oggetti o usano l’immaginazione per inventare giochi 
nuovi?
R: Se li osservate, vedrete che loro giocano a tanti 
nuovi giochi, e spesso sono loro ad inventarli. Giocano 
a tutti i tipi di giochi, di movimento, giochi tradizionali 
ma che hanno modificato loro stessi. Questi cambiano 
a seconda delle età. I ragazzi, oltre a giocare a calcio, 
fanno altri giochi come le grette. Un nuovo gioco sono 
gli elastici, che puntano nelle scommesse. In generale 
comunque, sono bambini avventurosi, hanno fantasia 
per inventare nuovi giochi.
D: Giocano in gruppo o da soli?
R: Come ti ho detto, alcuni di loro sono introversi, tipi 
poco socievoli e giocano da soli, ma la maggior parte 
gioca in gruppo. 
D: Come è strutturata la scuola? Classi e lezioni?
R: la scuola base è strutturata in 3 fasi/sessioni. C’è 
l’asilo che dura tre anni. 
Per quanto riguarda le elementari sono divise in livello 
preparatorio (dalla classe 1 alla classe 3) e dalla classe 
4 alla classe 6 sono livello avanzato. 
Dopodiché ci sono le medie che durano tre anni. 
La maggior parte delle lezioni delle prime 3 classi delle 
elementari sono in Twi 15. Possiamo dire che la lingua 
delle lezioni di queste classi è per l’80% lingua locale, 
per il 20% inglese. Mentre dalla classe 4 alla classe 
6 la percentuale è esattamente opposta. Nelle prime 
tre classi le materie sono letteratura inglese e Twi, arte 
creativa e matematica, informatica, scienze. Nelle 
classi dalla 4 alla 6 c’è sempre la lingua inglese, ma 
separata dal Twi, arte, educazione civica e informatica. 
Parlando delle scuole medie, abbiamo inglese, arte che 
però è più simile a design e tecnologia, Twi, scienze 
e scienze sociali ( ad esempio educazione civica e 
informatica). 
Nella scuola elementare c’è un solo insegnante dalla 1 
classe alla6, un unico insegnante per tutte le materie. 
Mentre nelle scuole medie, ogni materia ha un suo 
insegnante. Ogni materia viene insegnata in inglese, ad 
esclusione, ovviamente, del Twi. Questo non significa 
che non si parla mai in Twi, quando c’è bisogno di 
presentarsi o chiarire un concetto si usa. Tuttavia la 
lingua di insegnamento rimane l’inglese. Nelle città 
questo si riesce a fare meglio. Gli studenti delle città di 
solito sono più brillanti, parlano molto bene inglese. Ma 
nel villaggio è più difficile, perché non sempre abbiamo 
molti libri e sono gli insegnanti a fare sacrifici per poterli 
comprare.
Per fortuna adesso ci sta aiutando la fondazione, 
soprattutto i bambini delle elementari, che quindi hanno 
un buon livello di istruzione. 
15. Lingua locale, si pronuncia “ci” 
1, 2, tree PLAY! Scuola
108
Io insegno scienze, e in scienze ci sono gli esperimenti, 
quindi spesso se devo spiegare qualcosa improvviso, 
mi preparo degli esperimenti da mostrare in classe. 
Per esempio se devo spiegare la densità utilizzo dei 
contenitori con l’acqua dentro e sposto degli oggetti 
da un contenitore all’altro. Questo è un esperimento 
semplice che non ha bisogno di materiali particolari.
D: E per te qual’è il problema principale all’interno della 
scuola?
R: Questa è una domanda difficile. Tutti gli insegnanti 
delle scuole medie sono professionali, ma quelli delle 
elementari no e questo è un problema.
Se l’insegnante è del villaggio o vive qua, viene a scuola 
presto; quando apre la scuola lui c’è. 
Ma se l’insegnante sta fuori dal villaggio arriva dopo 
l’orario di apertura, in genere di una o due ore. 
Sopratutto se deve prendere il taxi o il tro tro 16 per 
arrivare a scuola. Alcuni vanno e vengono ogni giorno 
e perdono tanto tempo per gli spostamenti. 
Gli studenti quindi arrivano a scuola alle 8, ma spesso 
aspettano l’insegnate fino alle 9. 
Io non ho il controllo della scuola elementare, ma 
se parlo con il loro direttore dice che le classi senza 
insegnante fermano il primo insegnante che passa e 
chiedono di fargli fare qualcosa. 
Spesso questo gli da da scrivere o leggere. 
Ad esempio adesso l’insegnante del primo anno è 
valido, quelli del 2 e del 3 no, mentre quelli del 4, del 
5 e del 6 sono buoni; quindi due delle classi sono un 
momento critico per il percorso educativo.
D: I bambini vengono comunque a scuola presto? E 
aspettano?
R: Si.
D: E pensi che sarebbero contenti se avessero qualcosa 
da fare nel frattempo?
16. mezzo di trasporto locale, simile ad un pulmino 
D: Le lezioni sono tutte in classe o anche all’aperto?
R: dipende dall’insegnante, non tutte le lezioni sono 
sempre al chiuso. Alcune volte portano fuori tutte le 
sedie e si mettono a fare lezione sotto l’albero, in altre 
invece trovi l’ insegnante seguito dagli studenti che 
passeggiano fuori, facendo lezione. 
Non siamo così legati al luogo fisico della classe. 
D: Quali materiali vengono usati dagli insegnanti per le 
lezioni? Solo la lavagna o anche altri, ad esempio per 
il calcolo..?
R: Gli insegnanti di qui non hanno molti materiali per le 
loro lezioni quindi devono improvvisare, ma non tutti gli 
insegnanti lo fanno. 
Per esempio se devono organizzare una determinata 
lezione e hanno dei materiali a disposizione, li utilizzano 
per far comprendere meglio gli studenti, ma dipende 
dall’insegnante. 
Alcuni insegnano nel vuoto, in modo astratto, senza 
TLM (teaching, learning materials). 
Nelle scuole medie non è un problema se mancano 
i materiali perchè i ragazzi sono più grandi, ma nella 
scuola elementare o nell’asilo si, perchè questi studenti 
imparano giocando, sono attratti dai colori e materiali 
di questo genere.
D: Mi puoi fare un esempio di materiali che utilizzano 
gli insegnanti?
R: Si, per esempio gli insegnanti delle prime classi che 
devono imparare le unità di misura, utilizzano la bilancia 
per spiegare il peso. In altre classi dove gli insegnanti 
sono creativi, potete trovare tante illustrazioni, tanti 
cartelloni; nella classe 2 e 3 invece, le pareti sono vuote.
D: E tu quale tipo di insegnate sei?
R: Io? Come dicevo prima nelle scuole medie questi 
materiali hanno poco effetto. 
1, 2, tree PLAY! Scuola
109
R: Si, assolutamente. Io per primo quando passo gli do 
qualcosa da fare, ma non regolarmente.
D: Secondo te se ci fossero dei volontari che avessero 
voglia di insegnare loro qualcosa nelle ore senza 
insegnante sarebbe utile?
R: Si, sarebbe fantastico. Il problema è che i volontari 
non sono qua per tanto tempo.
D: Ci sono altri problemi che ti vengono in mente 
all’interno della scuola?
R: Un altro problema sono i genitori. La maggior parte 
di loro sono responsabili, altri diventano irresponsabili 
quando usano la povertà come scusa. 
Alcuni studenti vengono a scuola senza mangiare, 
senza scarpe, altri con i vestiti strappati o senza libri, 
matite. A volte vedi un bambino che sta in silenzio, 
timido, e se gli chiedi il motivo ti risponde che è 
affamato perchè probabilmente non ha mangiato per 
tutta la mattina. 
Un altro problema sono gli strumenti. Nella scuola 
del villaggio mancano le attrezzature per rendere più 
interessanti ed istruttive le lezioni; mentre nelle città 
sono più organizzati e spesso sono i genitori a fornire la 
scuola di questi strumenti, come il computer.
D: La scuola è obbligatoria? 
R: Si. FCUBE (Free Compulsory, Universal Basic 
Education). Non paghi l’iscrizione ma devi comprare I 
materiali. 
La scuola è obbligatoria fino alle medie, mentre per 
il liceo devi pagare le tasse, che in alcune scuole 
comprendono i libri, in altre no.
D: Quali sono i progetti futuri per la scuola?
R: Abbiamo in progetto di fare una biblioteca e un’aula 
computer. 
Questi saranno costruiti a Gennaio 2015 da un gruppo 
di volontari che ci hanno già inviato le piante, in 
accordo con NKA Foundation. Inoltre ci sarà un bagno 
e ci piacerebbe costruire una residenza per insegnanti 
in modo che questi non debbano più fare avanti e 
indietro dai villaggi vicini. Uno studente di Milano ha 
inoltre iniziato a costruire l’asilo, che non è ancora stato 
ultimato per problemi economici. Per ora i bambini 
di quell’età fanno lezione sotto l’albero, e in caso di 
pioggia, insieme alla prima elementare.
1, 2, tree PLAY! Scuola
110
QUESTIONARIO
Sulla base delle informazioni fornite dall’insegnante, 
durante il mio soggiorno ho preparato un questionario 
da far compilare ad alcuni bambini della scuola di 
Abetenim per cercare di comprendere al meglio le loro 
abitudini.
117. Alunno della prima media che compila il questionario
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Scuola
111
Quanti anni hai? 9
10 11 12
13 14 15
Qual’è il tuo gioco 
preferito?
oware
14
net
ball
run
football
Perchè ti piace la 
scuola?
essere
 migliore
educazione futuro
Preferisci le lezioni 
in classe o fuori?
entrambe fuori in classe
Cosa fai di solito quando 
manca l’insegnante?
sto
in
classe
imparo leggo
Cosa ti piacerebbe fare 
quando manca l’insegnante?
andare
a casa
silenzio imparare
leggere
ampe
silenzio
scrivere
118. Schema riassuntivo dei questionari posti ad alcune classi della scuola
Fonte: Anna Mazzaron
Le domande e i risultati del test sono riassunti nella 
tabella seguente:
1, 2, tree PLAY! Scuola
112
Le risposte che mi hanno colpito maggiormente 
sono state quelle date alla domanda: “Ti piace la 
scuola? Perchè?”. Da esse si evince un forte senso 
dell’educazione oltre alla speranza di riuscire ad 
intraprendere un percorso universitario che li porti 
a poter svolgere la professione da loro desiderata. 
Nonostante la giovane età (l’età media del test è di 
10 anni), essi sognano un futuro che pone le basi 
sull’istruzione, considerata “chiave della vita”. 17
17. risposta di un bambino di 11 anni 
1, 2, tree PLAY! Scuola
113
2.2.4 BISOGNI
Dopo la fase di ricerca ho iniziato a delineare quelle che 
ritengo essere le esigenze dei bambini e dei ragazzi 
della comunità, per poi iniziare la fase progettuale.
Oltre all’analisidei dati raccolti mi sono informata su 
quelli che sono i progetti futuri già programmati per 
lo spazio nei pressi delle strutture scolastiche, in 
particolare su quelli che non sono ancora destinati ad 
essere realizzati da volontari o da altre associazioni.
Il bisogno principale emerso dall’intervista è quello 
di risolvere il problema della mancanza di insegnanti 
durante le ore di lezione. In particolar modo sono 
coinvolti i bambini delle elementari e credo sia utile 
trovare una soluzione ludica ed istruttiva allo stesso 
tempo per non trascurare la loro educazione.
Un’altra necessità è quella di costruire nuovi edifici che 
risultino adatti ad ospitare strumenti di lavoro utili alla 
formazione scolastica. Di questo se ne sta occupando 
Nka Foundation cercando volontari e fondi per la 
realizzazione di biblioteche e aule informatiche.
Oltre alle strutture supplementari, fino a poco tempo fa 
si poneva un problema maggiore: la mancanza di un 
edificio per l’asilo. 
Questo si sta lentamente risolvendo da Giugno 2014, 
quando due studenti hanno progettato e iniziato a 
costruire aule finalizzate ad ospitare le classi del 
Kindergarten. 
Come accennato precedentemente è un grande passo 
per tutta la comunità e la situazione può essere ancora 
migliorata.
Nell’idea iniziale infatti, era prevista anche la 
progettazione dello spazio esterno all’asilo, la quale 
non è ancora stata presa in considerazione poichè non 
reputata urgente.
In base alle passioni personali e alle esigenze della 
comunità ho scelto così di iniziare un percorso 
dedicato ai bambini più piccoli, quelli dell’asilo, che 
possa soddisfare i loro bisogni più semplici: essere 
considerati per quello che sono, bambini.
Ritengo di fondamentale importanza il fatto che questi 
abbiano uno spazio tutto loro, dove poter giocare, 
muoversi e riposarsi. Fino ad ora questo aspetto è stato 
considerato superfluo.
In seguito anche all’esperienza vissuta, trovo che i 
bambini siano molto bravi ad inventare giochi, ma 
che allo stesso tempo abbiano bisogno di ricevere 
attenzioni particolari e la costruzione di uno spazio 
esclusivo penso sia una buon modo per prendersi cura 
di loro.
Ho delineato così una serie di caratteristiche che il 
progetto deve soddisfare, osservando anche gli spazi 
per bambini già esistenti sia in paesi in via di sviluppo, 
sia nel resto del mondo.
1, 2, tree PLAY! Scuola
114
1, 2, tree PLAY! Scuola
115
3. SPAZI LUDICI
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
116
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
117
3. SPAZI LUDICI
3.1 IL BAMBINO
Ogni buon progetto ha come primo scopo la conoscenza 
dell’utente. 
In questo caso il soggetto in questione è il bambino, 
ma questo non basta a fornirci tutte le informazioni 
utili necessarie ad una progettazione adeguata. Prima 
di parlare di criteri progettuali infatti, è bene prendere 
in esame l’individuo ed analizzarne le fasi di crescita 
specialmente quella che comprende l’età dell’asilo (di 
particolare interesse per il progetto in questione). 
“Il bambino che noi tutti consociamo è il bambino che 
ha costantemente necessità di aiuto da parte degli 
adulti. È il bambino che rischia in continuazione di 
farsi male, che ha pericoli sempre presenti nella sua 
casa, nella sua città è, in pratica, uno dei soggetti 
generalmente definiti deboli”. 1
Si può dedurre quindi che il bambino rappresenti un 
soggeto passivo e si differenzia dall’adulto per due 
caratteristiche: l’incoscienza e la “percezione ritardata”. 
Per percezione ritardata si intende la mancanza di 
attenzione per diverse situazioni. Quando il bambino 
gioca infatti, si isola dalla realtà concentrandosi su 
ciò che ha attirato la sua attenzione, costruendo così 
una barriera con il resto del mondo. Ciò significa che 
i bambini non riescono ad avere reazioni immediate 
a quello che succede e perciò si viene a creare una 
rottura tra azione e reazione, ma non vuol dire che la 
ricettività dei bambini non esiste, al contrario, è molto 
forte.
Il bambino è da considerare allo stesso tempo soggetto 
attivo in quanto capace di creare relazioni con altri 
soggetti, oggetti, ambienti, svolgendo determitate 
azioni.
1. Linda Poletti, “Spazi abitativi per bambini: analisi complessiva per 
criteri progettuali” CLUP, Milano 2002, p.10
Un’ulteriore caratteristica che lo differenzia dall’adulto 
è la sua motricità intesa come capacità di correre, 
sdraiarsi, alzarsi, andare sotto/dentro, saltare; questo 
comporta spostamenti sia verticali che orizzontali, 
al contrario dell’adulto il quale compie spostamenti 
principalmente orizzontali.
La curiosità rappresenta invece l’unione tra voglia 
di conoscere e il desiderio di muoversi ed è spesso 
collegata con un oggetto o un ambiente. Questa 
caratteristica è presente anche nell’adulto ma in minori 
quantità, poichè esso ha già passato da tempo la fase 
di scoperta del mondo e si limita ad approfondirlo solo 
sotto certi aspetti.
119. Bambini del villaggio di Abetenim durante un gioco
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
118
Tale curiosità può essere soddisfatta attraverso la 
manipolazione: toccare, costruire, fare. 
Per avere una visione più completa è bene sottoporre al 
bambino diverse texture e materiali.
Inconsapevolmente il bambino ha bisogno di affermarsi, 
di essere approvato; ciò accade nella maggior parte 
dei casi in particolare quando decide di partecipare 
alla realtà attraverso la conoscenza di altri individui.
L’ultima peculiarità dei bambini è la creatività; essi 
infatti riescono a svilupparla maggiormente rispetto ad 
un aduto, il quale però, è di fondamentale importanza 
affinchè la stimoli nel bambino. 2
Molti sono gli studiosi che hanno fondato le proprie 
ricerche osservando il bambino e sottoponendolo a 
diverse situazioni per ottenere reazioni differenti.
Tra i più conosciuti e stimati troviamo Jean Piaget, 
psicologo, pedagogista e filosofo svizzero, il quale 
non considera il bambino come una copia dell’adulto 
in miniatura, ma come un individuo dotato di struttura 
propria.
Famosa è la teoria di Piaget che riguarda lo sviluppo 
mentale del bambino. Ho scelto di riportarla in parte, 
in quanto la ritengo utile ai fini della mia ricerca poichè 
analizza in modo preciso e realistico le diverse fasi 
che attraversa il bambino nei primi anni di vita. Ogni 
fase è accompagnata da due processi: l’assimilazione 
e l’accomodamento. Il primo caso è fondamentale 
nella prima fase dello sviluppo e consiste nell’aver 
precedentemente assimilato un movimento, un azione 
e relazionarla a nuovi oggetti. Per quanto riguarda 
l’accomodamento il bambino ha già osservato 
attivamente un ambiente e cerca di dominarlo; 
l’imitazione può essere una forma di accomodamento 
poichè il bambino modifica se stesso in relazione agli 
stimoli dell’ambiente. 
Il periodo che va dalla nascita fino all’età di 14 anni 
2. Linda Poletti, “Spazi abitativi per bambini: analisi complessiva per 
criteri progettuali” CLUP, Milano 2002, p.11-31 
viene suddiviso da Piaget in cinque livelli. Si tratta di 
una generalizzazione dei bambini derivata da anni di 
studio e di osservazione, ciò non toglie che un bambino 
possa superare queste fasi in momenti differenti.
0-2 anni. Fase senso-motoria. Prevale la conoscenza 
del proprio corpo e la relazione che questo può avere 
con il cervello. E’ il livello in cui il bambino sviluppa i 
riflessi innati, le reazioni circolari (ripetizione di un’azione 
prodotta inizialmente per caso in cui il bambino trova 
interessante il suo effetto), la coordinazione mezzi-fini e 
comparsa della funzione simbolica.
2-4 anni. Fase pre-concettuale. L’atteggiamento è 
ancora di tipo egocentrico in quanto non conosce 
alternative alla realtà che sperimenta personalmente. 
Il linguaggio diventa importante poichè il bambino 
inizia ad associare agli oggetti o azioni, dei suoni. Non 
è capace di relazionare i concetti di tempo, spazio 
e causa e il suo ragionamento non è deduttivo ne 
induttivo.
4-6 anni. Fase del pensiero intuitivo. Aumenta lapartecipazione e la socializzazione nella vita di ogni 
giorno, in maniera creativa, autonoma, adeguata alle 
diverse circostanze. Con l’inizio della scuola materna 
il bambino inizia a conoscere altre autorità diverse dai 
genitori.
Con l’approvazione della parte sociale i bambini giocano 
in gruppo sperimentando le relazioni interpersonali e 
confrontandosi con la società.
7-11 anni. Fase delle operazioni concrete. Il bambino 
ormai è in grado di coordinare le proprie azioni e di 
passare da una modalità di pensiero analogico, a una 
di tipo induttivo. Non commetterà più gli errori della 
fase precedente.
11-14 anni. Fase delle operazioni formali. 
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
119
Il pre-adolescente acquisisce le capacità del 
ragionamento astratto, di tipo ipotetico-deduttivo. Può 
ora considerare delle ipotesi che possono essere o 
non essere vere e pensare cosa potrebbe accadere 
se fossero vere. Il mondo delle idee e delle astrazioni 
gli permette di realizzare un certo equilibrio fra 
assimilazione e accomodamento.
Dopo aver analizzato i bambini è chiaro lo strumento 
che permette loro di conoscersi e di conoscere: 
il gioco.
120. Disegno di un bambino del villaggio di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
120
Il gioco è un valore insestimabile per la salute e il 
benessere del bambino. 3
A spiegare alla perfezione questo concetto è l’articolo 
n.31 de “La convenzione sui Diritti dell’Infanzia” scritto 
dall’ UNICEF. 
Secondo l’articolo ciascun bambino ha il diritto di 
svolgere le proprie attività ritenute fondamentali durante 
la fase di crescita: diritto al tempo libero, al riposo, 
dedicarsi al gioco ed attività ricreative, partecipare 
liberamente alla vita culturale ed artistica. 4 
Inoltre ha il diritto di mangiare sano, di sporcarsi, di 
camminare per le strade e ha diritto al selvaggio.
La parola gioco sembra di per sè, una perdita di 
tempo, ma per il bambino rappresenta lo strumento per 
principale per svilupparsi, per crescere.
“La definizione di gioco sfugge al tentativo di 
trovare degli enunciati definitivi, precisi, sintetici 
per la complessità dei significati e delle decisioni 
che esso può assumere nella vita di un bambino. 
D’altra parte il gioco, nelle sue svariate forme, può 
essere considerato semplicemente il vivere stesso 
del bambino, la sua modalità naturale di conoscere 
e di conoscersi, apprendere, esprimersi, elaborare 
emozioni ed azioni, integrarsi nell’ambiente che lo 
circonda, per raggiungere il suo obbiettivo prioritario: 
la realizzazione di se stesso”.5 
In particolare dopo i due anni costituisce un esercizio 
pratico che gli consente di esplorare la realtà e di 
dominarla, invece che essere dominato da essa. 
Rappresenta quindi la maggiore forma di ricerca ed 
esplorazione.
E’ importante che queste attività vengano svolte dal 
bambino stesso senza essere controllate da un adulto,6
 
3. www .eastafricanplaygrounds. org
 
4. www. unicef.it
 
5. AA.W. “Il bambino educatore” a cura di D.Poli, Alinea Editore, 
Firenze 2006
6. Articolo di S. Lester e W. Russel “Children’s right to play”, 
Dicembre 2010 
poichè il bambino deve sentirsi libero di esprimersi e di 
fare esperienze. 
Ci sono alcuni casi in cui l’adulto è chiamato a 
partecipare ed è bene che risponda all’esigenza del 
bambino, assumendo così, uno dei seguenti ruoli:
Osservatore. Non prende parte attiva al gioco ma lo 
osserva, senza che il bambino se ne accorga.
Spettatore. I bambini si sentono guardati dagli adulti e 
necessitano di approvazione.
Mediatore. Partecipazione diretta, incentivano i bambini 
nell’azione del gioco.
Il gioco infatti nasconde molte caratteristiche positive 
che influenzano la crescita dell’individuo.
I primi anni di vita sono quelli che formano una persona, 
ed è bene che questo avvenga in un ambiente sano, 
non solo dal punto di vista igienico, ma che sia costituito 
da relazioni positive.
E’ il periodo in cui si sviluppano i cinque sensi: 
“La conoscenza del mondo, per un bambino, è 
di tipo plurisensoriale. E tra tutti i sensi, il tatto è 
quello maggiormente usato, il tatto completa una 
sensazione visiva e auditiva, da altre informazioni utili 
alla conoscenza di tutto ciò che ci circonda.” 7
La mente va stimolata lasciando che il bambino esplori 
il mondo intorno a sè toccando, assaggiando, provando 
le cose che incontra e deve farlo attraverso il gioco, 
il quale esercita su di esso molteplici funzioni: fisiche, 
psicologiche, emotive, sociali, di apprendimento, 
espressive e comunicative.
Il gioco quindi non si limita ad essere un passatempo
 
7. Bruno Munari, “I laboratori tattili”, Maurizio Corraini s.r.l., Mantova 
1985 
3.2 L’IMPORTANZA DEL GIOCO
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
121
e per capirlo basterebbe osservare il bambino durante 
quest’attività in cui è possibile cogliere aspetti della sua 
vita interiore, della sua intimità. 
Gli permette di svilluppare la fantasia, l’intraprendenza, 
il suo spirito di iniziativa, ma anche di evadere dalla 
realtà.
In una ricerca effettuata da Beth Coalter e Chris Taylor 
si afferma che vi sono tre elementi fondamentali che 
caratterizzano un gioco sano: la libertà di scegliere, la 
spontaneità e l’assenza di regole. 8
8. Articolo di B. Coalter e C. Taylor, “The Benefits of Play and 
Playwork”, 2001 
121. Bruno Munari presenta i laboratori tattili
Fonte: www.brunomunari.it
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
122
3.3 L’AMBIENTE LUDICO
“[...]costruire contesti accoglienti per il gioco significa 
predisporre tempi, spazi, arredi, materiali e giocattoli 
che si “lasciano giocare”, che si lasciano agire, 
trasformare nel gioco.” 
Carla Rinaldi 9
L’ambiente educativo, che sia interno o esterno, 
rappresenta un’attenzione rivolta ai più piccoli e richiede 
una ricerca permanente e sensibile che permette di 
offrire un “buon gioco” al bambino. 
E’ necessario quindi creare un contesto adatto 
allo sviluppo della persona comprendente spazi, 
materiali, luoghi, tempi e relazioni, che interagiscano 
reciprocamente nei rapporti fra bambini e fra bambini 
e adulti, e che favoriscano alcune attività fondamentali 
della crescita.
9. Carla Rinaldi, professoressa di Pedagogia all’Università di Bolo-
gna e membro della società “Reggio Children s.r.l” 
La comunicazione, non solo verbale ma soprattutto 
spaziale, dentro/fuori, che va inserita in un contesto 
territoriale.
Costruttività. Progettari luoghi di ricerca e 
sperimentazione individuale e di gruppo per offrire 
l’opportunità al bambino di costruire le proprie 
conoscenze.
Favorire le relazioni attraverso uno spazio adatto, 
predisposto alle interazioni rispetto al gioco individuale.
Non dare una gerarchia agli spazi ma organizzarli in 
modo che si formi una comunità di valori, di persone, 
che prediligano lo stare insieme nel rispetto e nel 
benessere reciproco.
La polisensorialità. Utilizzare diversi materiali per 
caratterizzare l’ambiente educativo. Questo favorisce il 
processo di conoscenza dei bambini e la costruzione 
di una propria identità in quanto li sostiene nell’affinare 
le proprie percezioni sensoriali.
L’ambiente deve essere flessibile e trasformabile per 
poter creare nuove zone di esplorazione.
Reticolarità e contemporaneità dei momenti di 
esplorazione vissuti dai bambini nella quotidianità che 
si contaminano e si ridefiniscono reciprocamente.
Narrazione. Uno dei valori è quello di sostenere i 
processi cognitivi, capirli e documentarli, per ciò 
vengono allestiti luoghi adatti a quest’attività. Oltre alla 
narrazione dell’insegnante è importante che avvenga 
tra i bambini. 10
10. Sabrina Bonaccini, “Materiali in gioco”, Recos s.r.l., Poviglio (RE) 
2010
 
122. Laboratorio di “Reggio Children”
Fonte: www.reggiochildren.it
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
123
3.3.1 L’AMBIENTE LUDICO ESTERNO
L’attività del gioco può essere svolta in diversi modi: 
c’è il gioco individuale, quello di gruppo, il gioco dove 
il bambino si relaziona con uno o più oggetti, o ancora 
dove si relazione con un ambiente.Quest’ultimo può essere interno oppure all’aperto 
e spesso viene curato poco soprattutto dove non è 
ritenuto indispensabile.
Francesco Tonucci, pedagogista italiano, afferma che 
il bambino è un indicatore ambientale: “Se una città è 
sana e a misura d’uomo, allora i bambini e i ragazzi 
possono viverla ed esplorarla in maniera autonoma.
La qualità di vita di un bambino dipende dalla sua 
libertà nel progettarsi il gioco e dalla padronanza che 
ha dello spazio e del tempo.”
Secondo Roberta Baldini, pedagogista italiana 
contemporanea: “L’habitat rappresenta il luogo 
esterno della produzione e della fruizione culturale, 
di conseguenza è importante consentire ai bambini 
di utilizzare/esplorare pedagogigamente il territorio 
per attivare una relazione fisica, sensoriale, spaziale 
ed infine culturale, di ciò che sta fuori dalle strutture 
educative.” 11
In seguito a questa affermazione si può dedurre 
l’importanza che ha il rapporto tra spazio e bambino. 
L’uno si deve adattare all’altro e se è presente una 
progettazione dell’ambiente a priori, questo avverà più 
facilmente. 
Lo spazio dovrà essere caratterizzato da quattro 
valenze educative:
Lo spazio come decodifica (aspetto cognitivo);
Lo spazio come narrazione (aspetto teorico-culturale);
Lo spazio come sfondo integratore del progetto 
11-12. Roberta Baldini, “L’identità pedagogica dell’asilo nido” , 
Edizioni Del Cerro, Tirrenia (Pisa) 2004 
scolastico (aspetto didattico);
Lo spazio come appartenenza (aspetto etico-sociale) 12
L’ambiente ludico si può concentrare su un aspetto 
fondamentale della crescita di un individuo oppure su 
più aspetti contemporaneamente; la scelta dell’una o 
dell’altra possibilià dipende solitamente dagli educatori 
che se ne occupano.
Durante la mia ricerca ho notato che le aziende 
specializzate in questo ambito progettano e propongono 
diversi strumenti o percorsi suddivisi in temi differenti.
Troviamo infatti tutti i materiali necessari per 
l’allestimento di giochi improntati sulla natura, giochi 
sensoriali, motori o ludici.
Oltre allo studio pedagogico degli spazi effettuato da 
persone competenti, trovo che l’ingrediente principale 
per la creazione di un ambiente adeguato ai bambini 
sia l’osservazione di essi durante il momento del gioco.
Le considerazioni a posteriori saranno basate sui loro 
bisogni, e non dei bambini in generale, ma di quelli in 
particolare.
Per quanto le necessità durante la fase dell’infanzia 
siano comuni in tutto il mondo, trovo che l’influenza del 
territorio e della cultura sia rilevante per la formazione 
di un individuo e di conseguenza, lo è anche la 
progettazione degli spazi.
Prima di posizionare un’area gioco precostruita in due 
posti caratterizzati da due storie e due culture differenti, 
bisognerebbe chiedersi se quella è la risposta giusta al 
tipo di utenti interessati.
Non voglio affermare che non possa essere così, ma 
dopo aver effettuato delle ricerche in questo ambito 
credo sia importante prendere in considerazione i 
bisogni in ordine di priorità.
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
124
In alcuni casi quest’affermazione può portare a risultati 
negativi, privando alcuni bambini di uno spazio ludico.
Se pensiamo ai villaggi dei paesi in via di sviluppo 
si può facilmente notare che questi non hanno aree 
attrezzate per il gioco; ciò accade perchè non vengono 
viste come una priorità dall’uomo occidentale che 
sostiene e collabora con questi villaggi e non rientrano 
nella cultura degli abitanti del posto.
Ciò non significa che i bambini non abbiano diritto ad 
avere uno spazio tutto per sè.
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
125
L’AMBIENTE LUDICO NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO
Un parco giochi simboleggia, promuove e rafforza 
l’importanza del gioco. 
In particolare in Africa, paese d’interesse per la mia 
ricerca, ci sono milioni di bambini che non hanno spazi 
e attrezzature di gioco sicure, divertenti e utili al loro 
sviluppo, ma questi spazi sono una grande risorsa per 
tutta la comunità. Quest’ultima infatti, ne usufruirà in 
modo indiretto: il bambino che cresce in spazi progettati 
su misura si sentirà in qualche modo accompagnato 
durante la sua prima fase di vita. 13
Il Playground, o ambiente adibito al gioco, non fa parte 
della cultura africana infatti vengono a mancare nella 
maggior parte dei villaggi o città, e quelli presenti 
solitamente sono frutto di un pensiero occidentale.
In particolar modo la progettazione di spazi esterni 
non viene presa in considerazione poichè, soprattutto 
nei villaggi, non sono garantite strutture che ospitano 
i bambini dell’asilo o delle scuole durante i giorni di 
lezione, ma non per questo la loro costruzione deve 
essere vista come una perdita di tempo e di energie. 
Anche ad Abetenim, paese protagonista della mia 
ricerca, la struttura dell’asilo è ancora in costruzione 
e trovo che non sia la condizione economica ad 
influenzare la scelta di fare a meno di strutture ed 
ambienti educativi, o perlomeno, non è la motivazione 
principale.
Alcuni architetti e associazioni hanno iniziato a 
progettare e costruire spazi ludici in molti paesi in via 
di sviluppo per evidenziare l’importanza che questi 
assumono durante la fase di crescita di ciascun 
bambino.
Come si può notare dai casi studio proposti 
successivamente, le priorità del progetto si basano su 
principi di autocostruzione con l’utilizzo di materiali di 
recupero e si concretizzano grazie alla collaborazione 
degli abitanti; questo per valorizzare le risorse locali e 
stimolare le persone del posto a progettare da sè le 
proprie strutture.
13. www .eastafricanplaygrounds. org 123. Rappresentazione di un gioco tipico africano
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
126
124. Gioco tipico africano creato dai bambini di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
127
3.4 CASI STUDIO
Dopo un’attenta analisi effettuata in loco e sviluppata in 
seguito, ho iniziato a definire gli elementi che avrebbero 
caratterizzato il mio progetto.
Osservando le modalità di lavoro dell’associazione 
Nka emerge nei progetti la volontà di collaborazione 
tra i volontari e la comunità del villaggio, per questo 
ho scelto di elaborare una struttura fondata su un 
principio di autocostruzione, metodo che iniziò a 
diffondersi in tutto il mondo negli anni Cinquanta e 
Sessanta. Le architetture “do-it-yourself” riguardano 
diversi ambiti disciplinari e sono molto differenti tra 
loro: dall’autocostruzione assistita, a quella spontanea 
e autogestita, dall’uso delle tecniche locali, tradizionali 
o vernacolari, all’impiego di tecnologie contemporanee 
e all’avanguardia. 14
L’area di progetto scelta si concentra nella zona della 
scuola, in particolare nella parte esterna dell’asilo. 
La mia volontà è quella di creare uno spazio di gioco 
usufruibile dai bambini in particolare durante le ore 
scolastiche, ma che possa essere utilizzato anche 
come luogo di svago durante il resto della giornata 
e allo stesso tempo offra suggerimenti didattici agli 
insegnanti.
Nella fascia di età compresa tra i 3 e i 5 anni il bambino 
impara a relazionarsi con quello che lo circonda e 
con gli altri. Uno spazio didattico può quindi essere 
considerato tale se stimola il soggetto a muoversi, 
scoprire nuovi materiali, nuovi suoni e ad interagire con 
persone della sua età o adulte.
L’ultimo elemento che ho preso in considerazione è la 
simbologia che lega il progetto al luogo. 
Nel mio caso questa è accennata e percepibile 
soprattutto in pianta, ma rimane di particolare 
importanza poichè ha dato la forma alla struttura.
14. Articolo di L. Sampò, Do It Yourself Architecture, “Boundaries”, 
Luglio-Settembre 2013, p. 2 
Dopo aver definito le caratteristiche peculiari del 
progetto ho iniziato la ricerca di progetti esistenti a cui 
far riferimento.
Riporto in seguito quelli che ritengo maggiormente 
interessanti, risultati utili durante il mio lavoro.
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
128
BIBLIOTECA DEL VECCHIO MERCATO
THAILANDIA 2009
TYIN TegnestueIl vecchio mercato di Min Buri, villaggio nei pressi 
di Bangkok, ha perso importanza dopo l’incendio 
verificatosi alla fine degli anni Novanta. Questo, oltre ad 
un cambiamento fisico della sua posizione, ha influito 
sull’intera comunità la quale è passata da essere un 
centro “vivace” a slum. Le persone che ne fanno parte 
appartengono ad un ampio gruppo chiamato Urban 
Poor, termine utilizzato per indicare coloro che non 
godono della sicurezza dei loro diritti e hanno accesso 
limitato a servizi come l’acqua, l’igiene, la salute.
TYIN Tegnestue, studio di architettura no profit, è 
intervenuto in quest’aree progettando una biblioteca 
utilizzando le risorse del posto. Il lavoro si può 
considerare molto più che un semplice progetto di 
riciclo, poichè ha come scopo quello di creare un senso 
di appartenenza al quartiere coinvolgendo gli abitanti.
Lo studio TYIN Tegnestue, in occasione della mostra 
NEEDS racconta l’approccio che hanno avuto con gli 
abitanti del quartiere: “Inizialmente abbiamo cercato 
di comprendere le necessità delle persone, attraverso 
incontri regolari. [...] A parte conoscere le persone 
volevamo creare una certa consapevolezza circa le 
loro speranze e possibilità. Come parte integrante 
dell’indagine abbiamo intervistato più persone per 
comprendere la loro visione della comuntià, il loro 
passato, presente e futuro con l’obbiettivo di capire 
più a fondo la loro situazione.” 15 
15. NEEDS, Architetture nei paesi in via di sviluppo, a cura di
 Salvatore Spataro, LetteraVentidue Edizioni s.r.l., Palermo 
2013 
125. BIBLIOTECA DEL VECCHIO MERCATO, Thailandia 2009
TYIN Tegnestue
Fonte: www.tyinarchitects.com
3.4.1 COLLABORAZIONE
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
129
SCUOLA COMUNITARIA 
FANSIRA’ CORO’ 2010-2011
Emilio Caravatti
Promossa dalla onlus italiana AfricaBougou, la scuola 
sorge nel villaggio di Fansirà Corò nella Repubblica del 
Mali. 
Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’architetto 
Emilio Caravatti e la comunità del posto, divenendo 
un’opportunità per sperimentare la partecipazione 
degli abitanti, futuri usufruitori, a tutte le fasi del suo 
processo. 
Fondamentale alla riuscita del lavoro è risultata la 
divisione dei compiti tra i collaboratori, i quali si 
occupavano durante la fase di costruzione di reperire il 
materiale locale utile. Anche i giovani hanno ricoperto 
un ruolo importante diventando apprendisti e riportando 
le conoscenze acquisite nei progetti successivi.
Questo lavoro cerca di soddisfare i bisogni della 
comunità utilizzando la terra e le mani come risorsa 
principale, oltre a voler essere percepito e vissuto 
come un bene comune, da preservare e sostenere con 
responsabilità e autonomia.
I bambini possono essere considerati protagonisti di 
questa esperienza.
 E’ stato realizzato infatti un laboratorio di architettura 
rivolto a loro per renderli partecipi al progetto e con 
il fine di stimolarli e trasmettere la curiosità di scopri-
re gli ambienti in cui abitano; questo laboratorio si è 
concluso con la realizzazione di uno spazio esterno 
ludico caratterizzato da pneumatici riciclati colorati dai 
bambini stessi. 16
16. Fonte: E. Caravatti, “Boundaries – Architetture di Pace”, 
Gennaio-Marzo 2012, p. 25-33 
126-127. SCUOLA COMUNITARIA , Fansira Corò 2010-2011
Emilio Caravatti
Fonte: www.emiliocaravatti.it
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
130
GEOPARK, NORVEGIA 2008
R. Augenstein, B. Gonzalez, M. Pena
Situato nei pressi del Museo dell’Olio di Stavanger, città 
norvegese nota come principale industria petrolifera 
del paese, Geopark è divenuto presto simbolo di riuso 
e riciclo degli oggetti dismessi dalle industrie. 
Il team di architetti che se ne occupò coivolse nelle 
diversi fasi del progetto molti giovani locali, utili per 
delineare le attività principali svolte quotidianamente: 
mountain bike, arrampicata, concerti, ecc.
Una volta stabiliti i bisogni degli abitanti, iniziò il cantiere 
che vide come protagonisti bidoni in plastica, teli e tubi 
metallici fino alla creazione di un parco usufruibile da 
tutte le persone del posto, non solo dai giovani.
L’obbiettivo, oltre a quello di creare uno spazio 
pubblico, fu quello di evidenziare l’importanza che 
assume l’industria petrolifera del paese.
3.4.2 AUTOCOSTRUZIONE
128. GEOPARK, NORVEGIA 2008
R. Augenstein, B. Gonzalez, M. Pena
Fonte: www.archiweb.cz
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
131
PARCOBALENO, L’AQUILA 2013
VIVIAMOLAq
“Parcobaleno” è un ottimo esempio di autocostruzione 
e collaborazione con gli abitanti. 
L’Aquila ha subito gravi perdite in occasione del 
terremoto avvenuto nel 2009; in seguito nasce 
VIVIAMOLAq, un collettivo di studenti e neo-laureati 
delle facoltà di Ingegneria Edile e Architettura che si 
pone come obbiettivo quello di “ridefinire con i cittadini 
e per i cittadini spazi aggregativi e di crescita sociale, 
attraverso l’organizzazione di laboratori territoriali di 
architettura partecipata.” 17
La necessità di costruire qunesto tipo di spazi nasce da 
un bisogno comune dei cittadini, che si sentono 
17. dalla relazione stampa di VIVIAMOLAq, 2 Marzo 2014 
Da questo scenario nasce una progettazione autogestita 
dove prendono parte gruppi di volontari di diverso tipo, 
che riutilizzano materiali poveri per la costruzione di un 
parco giochi.
espropriati dal loro territorio il quale ha perso un’identità 
e dei giovani progettisti, che vedono intorno a loro una 
realtà da risanare e vogliono intervenire.
Gli unici elementi acquistati sono stati i giochi (altalene, 
dondoli, ecc) per una questione di norme di sicurezza.
Il risultato è un parco reversibile e sostenibile, adatto ai 
bambini ma anche ad altri target. 18
18. Fonte: L. Sampò, “Boundaries – Do It Yourself”, Luglio-Settembre 
2013, p. 72-82 
129. PARCOBALENO, L’AQUILA 2013
VIVIAMOLAq
Fonte: www.archiweb.cz
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
132
OLIFANTSVLEI PRESCHOOL, SUD AFRICA 2006-2007
University of Innsbruck
Il progetto è stato interamente disegnato da un gruppo 
di studenti dell’Università di Innsbruck, guidati dal 
professor Volker Giencke.
Il complesso scolastico è composto da più volumi 
posti sotto un’unica copertura ed è stato costruito con 
materiali semplici ed economici. 
E’ prevista un’area didattica esterna caratterizzata 
da volumi colorati e spazi aperti che stimolano la 
fantasia per scoprire nuovi usi per questi luoghi 
formali; l’immaginazione dei bambini viene aiutata dalle 
bucature della copertura, che proiettano a terra ombre 
differenti anche a seconda del momento della giornata.
Il progetto si è ispirato alla dichiarazione avvenuta 
durante la Conferenza delle Nazioni unite di Rio 
riguardante l’ambiente e lo sviluppo sostenibile: 
“Si devono mobilitare la creatività, gli ideali e il 
coraggio dei giovani nel mondo intero per creare 
una collaborazione globale, in modo da assicurare 
uno sviluppo sostenibile e garantire ad ognuno un 
avvenire migliore.”
Olifantsvlei non è l’unico esperimento di questo 
genere, ma costituisce un punto di riferimento per il 
futuro partendo dai bambini che vengono catturati dal 
naturale desiderio di entrare e conquistare lo spazio.19
19. Fonte: M.A, “Boundaries – Contemporary Architecture in Africa”, 
Luglio-Settembre 2011, p. 34-39 
3.4.3 STRUTTURE DIDATTICHE
130. OLIFANTSVLEI PRESCHOOL, SUD AFRICA 2006-2007
University of Innsbruck
Fonte: www.archello.com
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
133
FOUND SOUND, LONDRA 2008
Erect Architecture
Il coinvolgimento dei bambini durante la fase progettuale 
ed esecutiva è stato fondamentale. 
La scelta è stata fatta dall’architetto che decise di 
non avere metodo migliore per costruire un ambiente 
per la scuola. Si concentrò sul suono, creando una 
foresta musicale costituita da una serie di workshop 
in cui i bambini potevano esprimere liberamente i loro 
sentimenti attraverso tecniche e materiali diversi.
Il risultato fu una serie di quattro installazioni dove 
ognuna ricreava uno spazio emozionale costituito da 
strumenti, elementi a sorpresa, elementi chiusi.20
20. Fonte: www.erectarchitecture.co.uk 
131. FOUND SOUND, LONDRA 2008
Erect Architecture
Fonte: www.erectarchitecture.co.uk 
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
134
LOS ANGELES DE EDEN KINDERGARDEN
PERU’ 2014
AfonsoMaccagliaArchitecture
La struttura è stata progettata sulla base della 
conformazione territoriale/climatica e costruita con 
materiali locali. Riprende le caratteristiche utilizzate nel 
mio progetto e in quelli sopra elencati, autocostruzione, 
utilizzo di materiali locali, collaborazione tra abitanti e 
si tratta di una situazione simile a quella di Abetenim, 
dove la comunità è costretta ad insegnare ai bambini in 
condizioni complesse.
Quello che più mi ha colpito di questo progetto è stato 
il programma didattico delle scuole materne peruviane 
su cui è stato fondato, suddiviso in quattro aree: 
quella audio-visiva in cui prevale lo sviluppo dell’udito 
attraverso attività musicali e lo sviluppo visivo, l’area 
dedicata al movimento e alle capacità psicomotorie dei 
bambini, lo spazio dove prevale la creatività attraverso 
attività specifiche, ed infine abbiamo la riproduzione di 
un’ambientazione domestica in cui i bambini possono 
giocare.
In Ghana non esiste un programma didattico così 
puntuale, e soprattutto la maggior parte delle strutture 
non sono adeguatamente attrezzate, ma dopo le 
ricerche effettuate in questo settore ho deciso di 
inserire nel mio progetto una serie di aree specifiche 
per sviluppare determinate capacità del bambino.
132. LOS ANGELES DE EDEN KINDERGARDEN, PERU’ 2014
AfonsoMaccagliaArchitecture
Fonte: www.archello.com
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
135
3.4.4 FORMA
ESPERANZA DOS
ECUADOR 2011
AL BORDE
L’analisi territoriale e sociale ricorda la situazione del 
villaggio a cui faccio riferimento: niente acqua corrente 
ne elettricità, niente proprietà privata e il tempo non si 
misura con gli orologi.
La comunità del villaggio di Manabì, in Ecuador, 
desidera il progresso non inteso come arricchimento 
di soldi, avanzamento della tecnologia, ma come 
arricchimento personale che parte dalla condivisione 
e dal gioco.
Sono state utilizzate le risorse del posto per la 
costruzione della struttura: materiali irregolari, strumenti 
da pesca, operai esperti.
Come nel caso del mio progetto sono stati utilizzati 
elementi semplici che ripetuti, formano un percorso. 
La struttura consiste in un treppiede formato da tre 
pali, giuntati con una corda e arricchiti da una trama 
semplice di linee orizzontali. 
La ripetizione dello stesso elemento è il punto di forza 
del progetto; esso infatti assume funzioni e visioni 
differenti in base alla sua posizione e alla copertura 
aggiunta in alcuni casi. 21
21. Fonte: Al Borde, “Boundaries – Do It Yourself”, Luglio-Settembre 
2013, p. 40-43 
133. ESPERANZA DOS, ECUADOR 2011
AL BORDE
Fonte: www.albordearq.com 
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
136
URBAN SPACESHIP, MARSIGLIA 2013
BC Architects and Studies
In occasione dell’evento “Marsiglia Capitale Europea” 
viene progettato ed installato un campeggio urbano 
con l’aiuto degli abitanti. Lo scopo è quello di fornire 
un appoggio ai visitatori “nomadi” che si possono così 
stabilire temporaneamente in uno spazio pubblico della 
città.
Il concept consiste nella creazione di un alveare, dove 
ognuno da il suo contributo; come rimando a questa 
struttura naturale vengono riprese le forme esagonali 
e modulari, che permettono di adattare, ampliare e 
trasformare l’installazione a seconda delle esigenze.
In comune con il mio progetto troviamo la caratteristica 
della modularità e della ripetizione di elementi costruiti 
con materiale di recupero. 22
22. Fonte: http://studies.bc-as.org 
134. URBAN SPACESHIP, MARSIGLIA 2013
BC Architects and Studies
Fonte: www.studies.bc-as.org
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
137
3.4.5 SIMBOLOGIA
TRICIRCLE PAVILION, SUD AFRICA 2008
Smale and Partners Inc.
Come nel mio progetto la simbologia assume un ruolo 
fondamentale, soprattutto in questi luoghi tanto legati 
alle tradizioni e alla religione.
Nel caso dell’opera architettonica “Tricircle Pavilion” 
troviamo tre cerchi: una chiesa, un giardino e un 
recinto per il bestiame. Un segno architettonico della 
Trinità, ma rappresenta anche una metafora dell’uomo, 
dell’architettura e dell’allevamento, che forma nella 
sovrapposizione dei cerchi il simbolo cristiano del 
pesce, richiesto espressamente dal committente.
La metafora è difficilmente riconoscibile soprattutto 
da un occhio straniero, come nel caso del mio 
lavoro, in cui non ho fatto riferimento ad un simbolo 
ghanese specifico, ma ho preferito conservarne l’idea 
disponenedo gli elementi lungo una linea immaginaria 
sinuosa. 23
23. Fonte: S.A, “Boundaries – Contemporary Architecture in Africa”, 
Luglio-Settembre 2011, p. 51-53 
135. TRICIRCLE PAVILION, SUD AFRICA 2008
Smale and Partners Inc.
Fonte: www.artefacts.co.za 
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
138
1, 2, tree PLAY! Spazi Ludici
139
4. PROGETTO
1, 2, tree PLAY! Progetto
140
1, 2, tree PLAY! Progetto
141
4. PROGETTO
4.1 LE ORIGINI
“Ci dobbiamo occupare dei bambini e dare loro la 
possibilità di formarsi una mentalità più elastica e più 
libera, meno bloccata, capace di decisioni [...]
A questo scopo, vanno studiati quegli strumenti 
che passano sotto forma di gioco ma che, in realtà, 
aiutano l’uomo a liberarsi.”
Bruno Munari
Protagonisti della mia ricerca e del progetto da me 
presentanto sono i bambini, in particolare quelli del 
villaggio di Abetenim.
L’idea nasce dall’incontro di diversi mondi che mi hanno 
sempre affascinato e che ho potuto conoscere in modo 
più approfondito durante l’estate del 2014.
Sono sempre stata attrata dai paesi in via di sviluppo, 
dalle persone che vi abitano e dalla loro cultura così 
diversa dalla nostra, fu così che non ho esitato a 
partecipare al workshop “Build with Earth” organizzato 
dall’architetto Giulia Fortunato cogliendo l’occasione 
per proporre un altro progetto, questa volta personale.
Prima della partenza per il Ghana ho concordato con 
la prof.ssa Rebaglio il tema del progetto: il Playground, 
il quale abbraccia un altro ambiente a cui sono 
affezionata, quello dei bambini.
La definizione delle esigenze e della struttura è iniziata 
durante il mio soggiorno ad Abetenim, dove ho potuto 
conoscere da vicino la realtà e le abitudini cercando 
di creare un’armonia tra la mia cultura e quella del 
villaggio.
Il primo approccio al progetto è stato troppo rigido 
poichè costituito da molte limitazioni, le quali sono 
successivamente maturate in una costruzione consona 
all’ambiente progettuale scelto.
Trovo che la frase di Bruno Munari rispecchi alla 
perfezione il punto dal quale sono partita a progettare: 
la libertà necessaria per la formazione dell’individuo 
durante la fase dell’infanzia. Inizialmente ho preso in 
considerazione due strade differenti entrambe basate 
sull’idea di bambino libero, creativo, protagonista.
La prima tipologia consisteva nella progettazione di 
una struttura che collegasse le tre scuole del villaggio 
(asilo, scuola elementare e scuola media) e che 
svolgesse una funzione didattica là dove l’educazione 
di Abetenim presenta una delle sue maggiori criticità: 
l’assenza di alcuni insegnanti e di conseguenza la 
mancanza di lezioni. 
La seconda invece, coinvolgeva solamente i bambini 
dell’asilo ed è nata da un’esigenza espressa dal 
villaggio stesso e dall’associazione Nka.
Dopo alcune analisi è emersa dai primi schizzi la 
tipologia vincente, la seconda.
Durante la prima fase di progettazione è fondamentale 
delineare quelle che sono le caratteristiche ambientali 
e sociali, le risorse che si hanno a disposizione, i costi, 
ma soprattutto le esigenze degli utenti. 
Fu così che decisi di seguire i progetti della fondazione 
fornendo loro un disegno dettagliato su come costruire 
un’area gioco indirizzata ai bambini dell’asilo utilizzando 
1, 2, tree PLAY! Progetto
142
sulle risorse del luogo. 
A differenza degli altri progetti, quello da me proposto 
non necessitasi esprime ad esempio nel “problema della 
casa”, generalmente sofferto.
Il territorio infatti, è oggetto di compravendita fra chi 
ne ha le possibilità economiche e non più l’ambito in 
cui ciascuno, nel rispetto della natura, può scegliere 
il luogo in cui preferisce insediarsi. L’abitare ideale è 
stato accompagnato negli anni dalla cementificazione 
del territorio, in cui emergono caratteristiche distruttive 
che portano ad una crescita smisurata delle città e alla 
devastazione del territorio. 
Nel 2006 è stato registrato per la prima volta che il 50% 
della popolazione mondiale vive nelle aree urbane.10 
Questo flusso migratorio è composto da essere umani 
che fugguno dalle guerre, dalla sete e dalla fame; si 
tratta degli stessi essere umani che andranno ad 
insediarsi nelle baraccopoli che nascono e crescono ai 
confini delle grandi città.
Una persona su sei, al giorno d’oggi, è costretta a vivere 
in questi slum, privi di comfort, sicurezza e benessere. 
In contrapposizione ad essi, troviamo chi ancora
continua a vivere in luoghi lontani dai centri urbani, 
9-10. Barbara Spampinato, “L’abitare”, Prospettiva edizioni, Roma 
2007 
sperimentando nuove tipologie di abitazioni, dove 
permane la voglia e la capacità di migliorare il luogo in 
cui viviamo per riceverne conforto. 
In Africa prevale la necessità di avere un riparo, un 
luogo dove riporre i propri beni, rispetto alla volontà di 
decorare e abbellire la casa in cui si vive.
Questo bisogno, molto diverso dal nostro, nasce da 
una cultura dove la ricerca di benessere e comfort è 
secondaria, non solo per la situazione economica del 
paese, ma sopratutto per uno stile di vita differente.
Nella cultura africana tutto ruota intorno alla comunità, 
non al singolo, perciò anche la vita si svolge all’aria 
aperta in spazi comuni e non all’interno delle abitazioni.
Quando osserviamo un’abitazione africana viene 
spontaneo porsi delle domande sulle motivazioni che 
hanno spinto un uomo ad arrivare a questo tipo di 
soluzione.
3. Esempio di abitazione di un villaggio africano, Abetenim (Ghana)
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
18
La nostra percezione dell’habitat africano non può 
che essere quella di “osservatori estranei”11, anche in 
questo caso è importante non lasciarsi sopraffare da 
pregiudizi oppure distorsioni personali lontane dalla 
realtà. 
Nella maggior parte del continente, se percorriamo le 
strade che conducono da una città all’altra, troviamo ai 
lati una serie di baracche precarie costituite da lamiere 
e materiali di recupero, le quali fanno nascere in molti 
stranieri l’idea che le costruzioni spontanee abbiano 
solo bisogno del nostro “intervento risanatore”.
In questo tipo di società, dove si ha un rapido 
cambiamento nei modi di abitare, le tecniche 
di costruzione tradizionali diventano distintivi di 
arretratezza, di emarginazione e di precarietà. 
11. Alberto Arecchi, “Abitare in Africa” MIMESIS, Milano 
1998 
Le baracche possono essere considerate quindi un 
prodotto scadente, frutto di un bisogno soddisfatto in 
maniera frettolosa e poco progettata.
Trovo però che questi elementi abbiano un loro fascino, 
non tanto dato dalla struttura di per sé, quanto da ciò 
che la circonda. 
Le abitazioni, insieme alle costruzioni adibite alla 
vendita delle merci, si inseriscono in un ambiente vivo, 
apparentemente dominato dal caos.
Osservando il contesto con occhio esterno, 
specialmente se ci troviamo in prossimità di un mercato, 
veniamo travolti da un insieme di rumori, colori, odori, 
persone che camminano, che urlano e sembrano non 
capirsi tra loro. Ma se solo ci lasciamo coinvolgere 
da questo caos apparente, possiamo notare che per 
questa cultura ogni cosa è al suo posto, ogni persona 
ha ben chiaro la strada da percorrere, e comprende 
perfettamente le parole dell’altra. 
Sarebbe riduttivo però parlare dell’abitare in Africa 
facendo riferimento solo alle piccole abitazioni. 
Non bisogna infatti fermarsi all’idea di abitazione 
africana ridotta ad una squallida baraccopoli ma 
prendere in condiserazione anche quelle che sono 
state realizzate in termini di qualità del loro ambiente di 
vita, in cui prevale l’attenzione sul come le persone si 
riuniscono e vivono.
E’ da qualche tempo infatti, che questo territorio ha 
catturato l’attenzione di architetti, ingegneri, medici, e 
altre figure professionali e non, di tutto il mondo. 
Nella maggior parte dei casi, le figure che intervengono 
in Africa vengono attratte da questo continente ricco 
di emozioni e nasce in loro il desiderio di sfruttare le 
proprie conoscenze e competenze per migliorare la 
qualità di vita del paese. 
Di seguito analizzo l’atteggiamento degli africani nella 
progettazione architettonica e di come alcuni di loro 
affrontano questo tema.
4. Esempio di abitazione di una città africa, Cape Coast (Ghana)
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
19
NUOVE ARCHITETTURE
L’evoluzione dell’architettura africana è ostacolata dalla 
mancanza di istruzione e dalla scarsa conoscenza 
dell’architettura stessa, non è la volontà di svilupparsi a 
mancare ma l’educazione in questo settore.
Le persone che possono permettersi di frequentare 
l’Università diventando progettisti, rimangono affascinati 
dalle costruzioni occidentali e si lasciano ispirare da 
esse per poi cercare di riprodurle nel proprio paese.
La sfida consiste nel raggiungere un buon risultato 
tenendo in considerazione la tecnologia e l’utilizzo 
minimo delle risorse che si hanno a disposizione. 
Troviamo così numerosi edifici costruiti in cemento 
armato, materiale che trattiene il calore all’interno, in 
cui l’ambiente raggiunge tempereture troppo elevate.
Per risolvere il problema nelle grandi città vengono 
installati degli impianti di condizionamento per 
raffreddare l’edificio.
La situazione è molto diversa nei villaggi dove non 
arriva l’elettricità e dove questo tipo di soluzioni spesso 
non sono attuabili facendo quindi risultare i progetti e i 
materiali occidentali inadeguati. 
Ciò nonostante, negli ultimi trent’anni la situazione 
è leggermente cambiata. Troviamo difatti, giovani 
studenti che affrontano, con molti sacrifici, esperienze 
di studio all’estero e tornano nel loro paese per dare il 
proprio contributo che risulta maggiormente innovativo 
e consono al territorio africano allontanandosi sempre 
di più dall’idea di ricreare un modello socio-economico 
che tenda a quello occidentale.
Alcuni architetti hanno sempre sostenuto che la 
tecnologia sia stata la soluzione ai problemi di 
tutto il mondo perchè ha portato, in questo caso 
nell’architettura, ad avere risultati che un tempo erano
impensabili.
Da questa definizione si evince un’esclusione dei paesi 
in via di sviluppo, i quali non sono dotati delle nostre 
tecnologie e risultano arretrati.
In contrapposizione a questo pensiero però vi è quello
dell’architetto Bernard Rudofsky12, il quale afferma che 
i paesi in via di sviluppo non rimangono indietro sotto 
questo punto di vista, ma al contrario, hanno le proprie 
tecnologie “know-how”. 
 Non esiste quindi per lui uno stato più o meno sviluppato 
di un altro; con la stesura del libro “Architecture without 
architects” volle infatti sensibilizzare le persone di 
questi paesi a sfruttare le proprie tecnologie e i propri 
materiali per progettare edifici innovativi tanto quanto 
quelli della cultutra occidentale, i quali risulteranno più 
adatti al contesto in cui si trovano.13 
Uno dei primi esempi di architetti che hanno promosso 
l’architettura autoctona come migliore soluzione è 
Hassan Fathy14 .
Egli infatti l’ha sviluppata attraverso l’impiego di materiali 
poveri e tecnologie costruttive tradizionali, utilizzando 
un linguaggio semplice costituito da pochi elementi 
morfologici propri dell’architettura vernacolare. 
Al contrario dei maestri dell’architettura moderna Fathy 
stabilisce un legame con il passato, considerato l’unico 
che risponde al meglio ai bisogni fisici, psicologici, 
fisiologici e culturali del luogo per quantodi un volontario presente in loco durante 
la fase di costruzione, ma è stato pensato per essere 
auto-costruito una volta consegnate loro le istruzioni.
1, 2, tree PLAY! Progetto
143
4.2 IL CONCEPT
BAMBINO
colore
Abetenim
libertà
creatività
sperimentazione
collaborazione
camminare/correre
salire/scenderearrampicare
saltare
albero
percorso
asante story
adinkra symbols
movimento
area sonora
area movimento
area emozionale
are
a r
ela
x
136. Schema riassuntivo del concept
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
144
Fondamento del progetto è l’articolo 31 presentato 
dall’Unicef il quale racchiude i “Diritti dei bambini”. Il 
diritto a vivere in modo sano, a sporcarsi, al selvaggio, 
sono stati essenziali per definire le caratteristiche 
principali ed ottenere un risultato consono all’ambiente 
in questione.
Come definito precedentemente la libertà svolge 
un ruolo fondamentale nel progetto; la libertà intesa 
come possibilità di stimolare la fantasia, la creatività 
del bambino, attraverso strumenti differenti attivati 
dall’interazione persona-oggetto.
Lo scopo è quello di accompagnare la persona durante 
la fase della scoperta offrendogli alcuni elementi 
semplici per poter sperimentare la realtà che la circonda 
e sviluppare in questo modo i cinque sensi.
Se si pensa ad un qualsiasi bambino una delle prime 
immagini che si proietta nella nostra mente è in 
movimento. E’ importante infatti che tra i principali 
diritti venga rispettato quello motorio attraverso il quale 
l’essere umano riesce a sviluppare l’equilibrio, la forza 
fisica e la coordinazione di cui necessita per vivere e 
sopravvivere.
Ho analizzato così alcuni movimenti principali che il 
bambino, o in generale l’essere umano, è solito svolgere 
(camminare/correre, salire/scendere, arrampicare, 
saltare) e da essi ho sviluppato una forma adeguata a 
questo tipo di azioni.
Il risultato finale spinge ad una collaborazione tra i 
bambini; la costruzione infatti, invita gli utenti a svolgere 
giochi di gruppo in particolare in alcune aree.
Un altro elemento di rilievo è stato l’albero presente nei 
pressi dell’edificio dell’asilo, il quale svolge un ruolo 
fondamentale sia per la forma che per la funzione. 
L’albero è stato il punto di riferimento per tutti i bambini 
di Abetenim poichè, fino a pochi mesi fa, era il luogo 
dove venivano svolte le lezioni dell’asilo. 
Ho voluto sottolinearne l’importanza che ho colto una 
volta trovatami in loco coinvolgendolo nel progetto; si 
percepisce infatti dagli abitanti un senso di “devozione”, 
di rispetto nei confronti di questo albero, che agli 
occhi dello straniero si confonde con la vegetazione 
circostante.
Protagoniste dell’infanzia di ogni bambino sono le storie 
che gli vengono narrate; queste aiutano a sviluppare 
la sua immaginazione e fantasia coinvolgendolo in un 
mondo parallelo, dove tutto è possibile. 
Da generazioni in Ghana vengono raccontate le 
“Ananse Story”, una raccolta di miti, leggende, che 
trovano come personaggio principale Kwaku Ananse il 
quale viaggiando per il paese incontra diversi animali, 
ognuno con la sua storia. Lo scopo principale di 
queste favole è dare una spiegazione a determinati 
comportamenti degli animali stessi.
E’ facile essere rapiti da questi racconti e dovendo 
progettare per un target infantile ho ritenuto necessario 
l’inserimento dell’aspetto narrativo attraverso la 
costruzione di un percorso che collega l’asilo all’albero.
La forma che deriva da questa serie di elementi rimanda 
la mente dell’osservatore al mondo animale, fiabesco 
creando una contrapposizione di forme sinuose come i 
simboli adinkra e forme geometriche come la maggior 
parte delle decorazioni di questo continente.
Il colore infine, aumenta la personalità del progetto. 
Lo considero elemento indispensabile e adatto per 
l’incontro di questi due mondi: quello dei bambini e 
quello dell’ Africa, continente dove i colori arrivano alla 
nostra mente ancora prima del nome.
1, 2, tree PLAY! Progetto
145
4.3 OGNI PROGETTO HA LA 
SUA STORIA
4.3.1 FILOSOFIA DEL PROGETTO
Uno degli obbiettivi che mi sono posta è quello di 
ridurre al minimo i costi e le difficoltà che potrebbero 
presentarsi ai lavoratori durante la fase di costruzione, 
per questo ho iniziato a delineare una lista di materiali 
disponibili sul territorio evitando di acquistarne di nuovi.
L’associazione Nka riesce a concretizzare i suoi progetti 
grazie a donazioni esterne e non avendo fondi propri è 
bene che il budget stimato sia il più ridotto possibile 
affinchè le costruzioni vengano ultimate. 
La sostenibilità del progetto da me presentato 
comprende sia l’utilizzo di materiali di recupero, sia 
la volontà di usufruire della forza lavoro locale senza 
l’intervento di “estranei”. Questo poichè essendo entrata 
in contatto con la realtà di Abetenim ho capito quanta 
poca fiducia hanno gli abitanti nelle loro capacità e 
trovo che renderli protagonisti di un progetto di cui 
beneficierà, anche se indirettamente, tutta la comunità 
sia di fondamentale importanza anche per fornire loro 
delle competenze che potranno essere sfruttate in un 
futuro.
Il progetto risulterà quindi semplice nella sua 
complessità.
Semplice per quanto riguarda il materiale e le tecnologie 
utilizzate, le quali dovranno essere presentate agli 
abitanti, in particolare ai costrutturi, in modo chiaro per 
non creare complicazioni durante la fase esecutiva.
Complesso poichè non si tratta di un’area giochi 
attrezzata adatta a qualsiasi luogo, ma presenta bensì 
uno stretto collegamento con l’ambiente e la cultura del 
villaggio.
“1,2,tree, PLAY” ha il compito di stimolare la mente sia 
degli adulti che si occuperanno della costruzione, sia 
di quelli che si limiteranno ad osservarla ma soprattutto 
dovrà stimolare la fantasia dei bambini affinchè 
interpretino l’ambiente a loro piacimento creando una 
propria favola nella quale immergersi quotidianamente. 
Ad aiutarli in questo saranno gli elementi differenti che 
contraddistinguono il progetto e danno la possibilità ai 
bambini di interagire con loro.
137. Rappresentazione del progetto inserito 
in un ambiente fantastico
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
146
4.3.2 RISPONDERE A DEI BISOGNI
Ogni progetto nasce da un esigenza e deve rispondere 
ad uno o più bisogni per essere efficace.
Ho analizzato così l’ambiente educativo di Abetenim 
in particolare quello del Kindergarten, ponendo in 
evidenza alcuni aspetti.
Il primo, il più urgente, era quello di avere una sruttura 
che potesse ospitare le lezioni dell’asilo svolte fino ad 
oggi sotto il grande albero. Il problema principale si 
poneva nelle giornate di pioggia, quando le due classi 
dei più piccoli erano costrette ad unirsi alla prima 
elementare perdendo così una giornata di lezione.
A questa necessità hanno risposto due studenti: 
Michele Ape e James Palmer, progettando una struttura 
adatta ad ospitare le classi dell’asilo. 
Parlando con chi si è occupato di questo progetto e 
con la Fondazione Nka, sono venuta a conoscenza del 
fatto che è prevista un’area esterna al Kindergarten 
fatta a misura di bambino, ma che nessuno al momento 
la sta disegnando.
Sulla base di queste premesse ho scelto la tipologia di 
progetto da affrontare in quanto nasce proprio da un 
bisogno espresso dalla comunità.
Ho cercato quindi di conoscere al meglio gli utenti che 
andranno ad usufuire direttamente della struttura, i 
bambini, attraverso interviste e questionari fatti a loro 
o a chi li vede quotidianamente come gli insegnanti. 
Trovo che il modo per comprendere meglio questo 
mondo sia osservare i bambini durante i momenti di 
gioco per poter valorizzare quest’ attività anche nella 
struttura da me progettata.
I passatempi più diffusi tra i bambini sono sia giochi più 
classici come il calcio per i maschi e canzoni collegate 
ad alcuni gesti per le femmine, sia giochi inventati 
da loro con materiali di recupero come i copertoni o 
bastoni. 
Inoltre sono presenti l’oware e ladama; il primo è un 
gioco tradizionale ghanese, l’altro è universalmente 
conosciuto, cambiano solo i materiali che spesso sono 
anch’essi di recupero.
L’ultimo bisogno a cui ho fatto riferimento è la necessità 
di rendere protagonista l’albero del Kindergarten il quale 
rimane un punto di riferimento per i bambini nonostante 
la sua funzione principale sia stata occupata dalla 
nuova struttura dell’asilo.
138. Lezione delle classi dell’asilo e della prima elementare 
prima della costruzione dell’edificio
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
147
Valorizzare i giochi 
dei bambini
Oware
Ruote
Ampe
Calc
io
Giocattoli fa
i-d
a-te
139. Rappresentazione dei giochi più comuni nel villaggio di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
148
4.3.3 ANALISI D’AMBIENTE
Il villaggio di Abetenim si sviluppa ai lati della strada 
principale che collega il distretto di Ejisu-Juaben 
ai villaggi e non ha zone di forte concentrazione di 
persone durante il giorno se non quelle adiacenti alla 
strada.
Osservando la cartina è facile notare che l’area dedicata 
alle scuole risulta marginale rispetto al resto del villaggio 
e posso confermarlo in seguito all’esperienza fatta ad 
Abetenim.
Durante i giorni di vacanza dalla scuola risulta quasi 
“abbandonata” poichè viene a mancare la sua funzione 
principale, quella delle lezioni. E’ nel periodo compreso 
tra Settembre e Giugno che questo posto prende vita 
animato dallo schiamazzo dei bambini.
Anche in questo caso però, è possibile non accorgersi 
di questo mondo quasi nascosto se non si è a 
conoscenza delle strutture scolastiche. 
Una volta arrivati alla fine del villaggio si prende una 
strada secondaria che porta ad una grande distesa 
di terra allestita dagli abitanti a campo da calcio, 
oltrepassato il campo ci si imbatte in una struttura 
lunga. Non ci sono cartelli o delimitazioni che possano 
ricondurre la struttura alla sua funzione e passandoci 
nei giorni di festa non è facile intuirla.
L’edificio della scuola elementare si presenta come 
abbandonato e nei dintorni si nota solo un cantiere, 
quello dell’asilo, e qualche animale. La struttura della 
scuola media infatti rimane nascosta ed è necessario 
percorrere la strada oltre la scuola elementare per 
potervi arrivare.
Ho avuto modo di osservare questo luogo sia in questa 
situazione sia a lezioni iniziate e posso affermare che 
sembra di trovarsi in due posti differenti.
Come prevedibile l’ambiente durante i giorni di scuola 
viene pervaso da un’atmosfera allegra, animata in 
particolar modo durante la ricreazione. 
La cosa che mi ha colpito maggiormente facendo un 
confronto con le scuole occidentali non sono le aule 
o le strutture di per se o ancora le lezioni a risultare 
differenti, ma la libertà che c’è nell’andare a scuola. 
Non sono presenti cancelli o limitazioni del territorio 
semplicemente perchè non ce ne è bisogno. 
Un bambino potrebbe quindi tornare a casa in qualsiasi 
momento, non lo fa poichè ha voglia di andare a scuola 
e non lo vede come un obbligo ma come un opportunità 
di prepararsi al futuro.
La scelta dell’area d’intervento del mio progetto 
è avvenuta in modo naturale una volta definite le 
caratteristiche che avrebbe assunto.
Fin da subito mi sono concentrata nella zona compresa 
tra il Kindergarten e l’albero, un luogo apparentemente 
anonimo ma a mio parere, ricco di potenzialità. Si 
presenta vuoto e poco curato a causa delle erbacce 
che vi crescono e della presenza di mattoni avanzati 
da altri progetti.
Una leggera pendenza caratterizza il luogo che non 
risulta così come la maggior parte dei playground 
costruiti nel resto del mondo; questo fattore potrebbe 
essere visto come un ostacolo ma anche come un 
elemento da sfruttare, per questo ho scelto di progettare 
un percorso che dall’asilo sale verso l’albero.
Lo spazio risulta quindi adatto per accogliere una 
struttura essendo privo di impedimenti fisici, come ad 
esempio gli alberi, non comportando così un impatto 
invasivo.
1, 2, tree PLAY! Progetto
149
140. Rappresentazione della pianta con posizione e inquadratura delle foto
141-142-143. Viste differenti della zona d’intervento
Fonte: Anna Mazzaron
2
3
1
1, 2, tree PLAY! Progetto
150
144. Rappresentazione del villaggio di Abetenim, in particolare delle scuole
Fonte: Anna Mazzaron
145. Rappresentazione dei flussi durante il percorso casa-scuola
146. Rappresentazione dei flussi durante i momenti di gioco libero
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
151
147. Rappresentazione della pianta e del prosetto dell’area d’intervento
in scala 1:500
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
152
4.3.4 PROCESSO PROGETTUALE
Dopo le analisi del territorio, della cultura e dei bisogni 
è stato necessario dare una forma al progetto.
Inizialmente ho definito due possibili soluzioni attuabili 
nell’area d’intervento scelta;
La prima idea fu quella di creare una serie di elementi 
componibili in un’unica struttura oppure scomponibili 
singolarmente, aventi due differenti funzioni nel primo 
e nel secondo caso.
La seconda opzione definita fu quella vincente: il 
percorso. 
Quello che non mi convinceva della prima soluzione 
era la dispersione che poteva assumere il progetto, 
privo di filo conduttore.
Fu così che ho portato avanti la volontà di creare 
un ambiente fantastico che potesse stimolare 
l’immaginazione dei bambini anche solo guardandolo, 
ricreando uno spazio che trova le Ananse Story 
protagoniste, anche se indirettamente.
Riporto in seguito i passaggi che reputo fondamentali 
che mi hanno permesso di arrivare ad una soluzione 
adeguata all’ambiente, tralasciando gli schizzi e le idee 
superflue.
148-149. Schizzi progettuali
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
153
Uno dei primi tentativi prevedeva come elemento un 
palo in legno riprodotto in diverse altezze, il quale 
ripetuto andasse a creare una sorta di corridoio tra 
l’asilo e l’albero.
Volevo che in qualche modo i bambini si sentissero 
protetti senza sentirsi intrappolati da recinzioni o 
elementi invadenti.
Gli aspetti negativi di questo progetto erano l’esclusione 
dell’albero, il quale veniva messo in disparte e non 
valorizzato come avrei voluto che risultasse e la troppa 
rigidità della forma che andava in constrasto con la 
sinuosità di questa cultura.
elemento
creare uno spazio protetto per i 
bambini1
150. Schizzi proposta n.1
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
154
Ho modificato così il progetto passando alla seconda 
soluzione e mantendendo i punti di forza: l’idea di 
percorso, il singolo elemento ripetuto in diverse altezze 
e l’idea di ricreare uno spazio fantastico. L’elemento 
singolo si è trasformato da un palo a una costruzione 
di più pali resi dinamici dalle diverse inclinazioni date, 
mentre la forma nel complesso è caratterizzata da 
curve morbide che si concludono avvolgendo l’albero.
Dopo aver analizzato i movimenti dei bambini e le 
azioni sviluppate maggiormente nel periodo infantile 
ho deciso di inserire elementi differenti che potessero 
accompagnarli durante la fase di crescita, dividendoli 
in quattro ambiti: sonoro, del movimento, emozionale/
sensoriale e rilassante; un percorso che parte animato 
e si conclude con l’immagine dei bambini intorno 
all’albero ai quali vengono raccontate o raccontano 
delle storie.
Trovo che la filosofia di questa opzione sia convincente, 
quello in cui è carente è la struttura.
elemento
linea morbida che 
include l’albero2
suddivisione in aree differenti3
151. Schizzi proposta n.2
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
155
Il terzo ed ultimo passaggio ha come protagonista il 
triangolo: elemento geometrico presente in molti tessuti 
africani e forma strutturalmente stabile rispetto a quelli 
precedenti.
Il risultato finale di questo percorso riprende idealmente 
l’immagine di un grande animale rielaborata in base 
alle esigenze progettuali.
elemento
ripetizione di un elemento
con diverse inclinazioni4
152. Schizziproposta n.3 (definitiva)
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
156
4.4 “1,2, tree, PLAY!”
Il nome del progetto coincide con il titolo della tesi e si 
fonda su un gioco di parole che trova come protagonisti 
il bambino e l’albero ed è semplice, diretto, dinamico.
4.4.1 MATERIALI
Uno degli obbiettivi principali è quello di intervenire 
nell’area esterna del Kindergarten di Abetenim senza 
entrare in conflitto con l’ambiente circostante e con la 
cultura del villaggio.
La scelta dei materiali deve quindi rispondere a delle 
esigenze di sostenibilità per ridurre al minimo i costi e 
facilitarne la loro reperibilità.
Le immagini mostrano la presenza degli oggetti scelti 
presenti sul posto e il loro comune impiego.
Il materiale più utilizzato all’interno del progetto è il 
legno, maggiore componente della struttura principale.
Dopo un’attenta analisi delle tipologie di alberi presenti 
in loco ho optato per l’uso del teak in quanto legno 
resistente a flessione e deformazione, durevole nel 
tempo, idrorepellente e facilmente lavorabile.
Questa è risultata una soluzione vincente in quanto 
materiale disponibile in grandi quantità e ad un basso 
costo; inoltre la lavorazione avviene direttamente 
sul posto, evitando così ulteriori costi di trasporto e 
lavorazione.
La maggioranza del legno sarà impiegata nella 
produzione di assi, elemento principale del progetto; la 
parte restante verrà utilizzata per i dettagli.
153. Schizzo del progetto definitivo
154. Assi di legno
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
157
Gli altri materiali non ricopriranno un ruolo strutturale 
bensì andranno a definire gli elementi aggiuntivi che 
differenziano il progetto in diverse funzioni e aree.
Il copertone è un oggetto ricorrente nelle immagini 
africane in particolar modo in quelle che vedono i 
bambini come protagonisti. Essi infatti lo utilizzano 
spesso nei loro giochi facendolo rotolare sul terreno e 
mantenendolo in equilibrio.
E’ stato usato in molti progetti destinati a paesi in via di 
sviluppo poichè disponibile in grandi quantità e oggetto 
caratteristico dell’infanzia. 
A mio parere col tempo è risultato un elemento 
inflazionato; osservando le aree giochi di questi 
paesi troviamo infatti una vasta scelta di playground 
caratterizzati unicamente da copertoni sotto le più 
svariate forme e colori.
Pur trovando questo oggetto affascinante e proprio 
di questo ambiente, ho scelto di inserirlo in modo 
marginale per evitare che risultasse l’unico elemento 
del progetto.
Ho cercato di utilizzare, per quanto possibile, elementi 
naturali per non interferire con l’ambiente circostante e 
per valorizzare i “prodotti” locali.
Uno di questi è il seme, principalmente quello 
proveniente dalle palme e presente in grandi quantità.
I semi, insieme ad altri oggetti offerti dalla natura, 
risultano adeguati alla riproduzione di suoni differenti in 
base alla loro posizione.
Nel progetto alcuni semi sono stati inseriti all’interno di 
noci di cocco per emettere una melodia prodotta dallo 
spostamento di questo oggetto a tempo di musica; un 
altro esempio è la disposizione dei semi in una zona di 
calpestio in cui il suono, in questo caso, viene prodotto 
con i piedi e non con le mani.
155. Bambini che giocano con un copertone
Fonte: Anna Mazzaron
156. Semi di palma
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
158
Ho inserito alcuni tubi metallici, spesso utilizzati 
per l’armatura del cemento nelle fondazioni degli 
edifici, nella prima zona del percorso. Anch’essi, 
come gli elementi naturali precedentemente elencati, 
riproducono suoni piacevoli se azionati da una forza 
meccanica e posizionati in modo strategico.
Le reti e alcuni tessuti caratterizzano principalmente 
l’area emozionale: differenti trame e trasparenze 
permettono infatti al bambino di scoprire il mondo 
attraverso diversi filtri. Le reti in modo particolare 
vengono utilizzate come zanzariere all’interno delle 
abitazioni.
La corda assume nel progetto varie funzioni: da quella 
motoria su cui i bambini possono arrampicarsi, a quella 
di assemblaggio di diversi elementi nei casi in cui è 
necessario ad esempio, fissare un oggetto ad una 
trave.
157. Tubo metallico
158. Rete
Fonte: Anna Mazzaron
159. Corda
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
159
Tutti i materiali precedentemente elencati sono 
disponibili ad Abetenim a “costo zero”, ad eccezione 
delle assi di legno che necessitano di una lavorazione 
ben precisa.
Gli unici elementi che andranno ad incidere sul costo 
finale del progetto sono quelli utilizzati per ottenere una 
maggiore stabilità della struttura.
Si tratta di cerniere e chiodi, acquistabili all’interno dei 
mercati dei villaggi circostanti.
4.4.2 STRUTTURA
Il progetto consiste nella ripetizione di un unico 
elemento riproposto con inclinazioni e altezze differenti: 
il triangolo.
Questa forma è costituita dall’unione di assi che 
rappresentano i due lati, mentre il terzo lato è costituito 
dal terreno su cui appoggia tutta la struttura.
I principali requisiti necessari al progetto sono la 
durabilità nel tempo e la resistenza.
Nonostante l’utilizzo del teak, materiale di per 
sè resistente, ho scelto di rafforzare la struttura 
ulteriormente ricorrendo a diverse tecnologie.
Anche in questo caso ho cercato soluzioni che fossero 
allo stesso tempo semplici e innovative per la comunità 
di Abetenim, in modo che possano essere riutilizzate 
in altri progetti futuri senza dover ricorrere a tecnologie 
avanzate di cui non dispongono delle materie prime. 
E’ stata preziosa la consulenza di esperti nel campo 
della lavorazione del legno, i quali sono riusciti a 
guidarmi nelle varie scelte per arrivare infine, ad una 
soluzione soddisfaciente che abbraccia tutti i requisiti 
prefissati.
160. Schizzi dell’elemento modulare scelto
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
160
La giuntura delle assi consiste in un semplice incastro 
con denti larghi 3cm ciascuno, un sistema semplice 
da realizzare anche con attrezzature di falegnameria 
basilari. Al villaggio è presente un carpentiere al quale 
vengono commissionati lavori per la comunità ed è 
importante che la tecnologia non superi le capacità e 
l’attrezzatura disponibile.
Inizialmente la soluzione ottimale sembrava essere 
l’incastro a “coda di rondine” il quale, avendo i tagli 
trasversali, offre una maggiore resistenza. 
Nel mio caso le assi non sono perpendicolari tra loro 
(condizione necessaria per questo tipo di taglio), per 
ciò ho optato per la semplificazione dei denti in modo 
che non divenisse un ostacolo per chi si occupa 
dell’esecuzione.
La struttura, essendo utilizzata principalmente 
da bambini, verrà sottoposta frequentemente a 
sollecitazioni; per questo ho rafforzato la sua stabilità 
trovando due soluzioni al contempo semplici e 
innovative per gli abitanti del villaggio.
161. Sezione in scala 1: 50 [vista laterale]
162. Schizzo incastro semplice
Fonte: Anna Mazzaron
incastro
asse in teak
ciotoli e materiali 
di recupero
rivestimento in legno
appoggio in legno 
per ancoraggio
1, 2, tree PLAY! Progetto
161
163. Dettaglio cerniera
164. Sezione in scala 1:50 [vista frontale]
165. Sezione in scala 1:50 [vista dall’alto]
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
162
La prima consiste nell’applicare una cerniera nella 
parte interna dell’incastro in modo da rendere la 
giuntura maggiormente resistente. Questo materiale 
è uno dei pochi che, nel caso in cui la fondazione lo 
ritenesse necessario per la buona resa del progetto, 
dovrà essere acquistato.
La seconda soluzione riguarda l’ancoraggio della 
struttura al terreno. Ho cercato di renderla il meno 
invasiva possibile per non compromettere la sicurezza 
dei bambini e l’ambiente circostante, ma che risulti al 
contempo efficace.
Ogni asse dovrà essere inserita nel terreno di circa 60 
cm. Prima di questa operazione è necessario preparare 
il terreno scavando in prossimità delle assi una cavità 
rivestita con pannelli di legnoe che disponga di un 
elemento, anch’esso in legno, al quale fissare la trave.
La buca verrà riempita con ciotoli e materiali di recupero 
per consentire il drenaggio dell’acqua piovana ed 
evitare una rapida decomposizione del legno.
Inizialmente avevo risolto il problema del fissaggio a 
terra con un blocco di cemento inserito nel terreno; 
questa opzione risultava però poco pratica poichè non 
permette un adeguato drenaggio dell’acqua e non è 
sostenibile.
Sono ritornata così ad un principio precedentemente 
esposto nel primo capitolo che vede come priorità 
quella di utilizzare le risorse locali ed insegnare alle 
comunità a servirsi di esse piuttosto che cercare di 
imitare le strutture occidentali.
Questa struttura rappresenta il modulo ripetuto in tutto il 
progetto e riprodotto con diverse altezze ed inclinazioni.
L’insieme di questi elementi crea un percorso “fluido” 
che collega l’edificio dell’asilo all’albero ed ha lo 
scopo coinvolgere i bambini facendoli entrare in una 
dimensione fantastica dove si possano riconoscere 
come protagonisti.
166. Schizzo soluzione ancoraggio a terra
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
163
4.4.3 PERCORSO
Il progetto entrerà silenziosamente a far parte 
dell’ambiente in prossimità delle scuole, in particolare 
dell’asilo, senza creare contrasti con le strutture 
esistenti.
Si estende principalmente in lunghezza occupando 
una superficie di circa 35 m.
Per quanto riguarda l’altezza può variare dagli 0,20 
m a 2,5 m a seconda delle funzioni assunte in quel 
determinato luogo.
La soluzione del percorso nasce dalla volontà di 
creare una storia in cui non siano presenti solamente 
personaggi di fantasia, ma soprattutto reali: i bambini.
Essi verranno stimolati sia dalla struttura in tutta la sua 
interezza, sia dai singoli elementi proposti nel progetto.
La forma complessiva rimanda la nostra mente a un 
ambiente fanstastico in quanto ricorda lo scheletro di 
un animale che riposa sotto l’ombra dell’albero.
Mi sono lasciata ispirare dai simboli Adinkra, 
appartenenti alla cultura ghanese, ottenendo così un 
percorso sinuoso nel quale immergersi.
La forma è strettamente collegata alla funzione 
principale: stimolare i bambini nei momenti di gioco 
accompagnandoli durante la loro fase di crescita e 
rispettando i loro diritti.
Il diritto al vivere sano, al relax, alla scoperta sono 
i fondamenti del progetto concentrati in zone ben 
specifiche del percorso caratterizzate da elementi 
differenti.
Una volta usciti dall’edificio dell’asilo i bambini 
entreranno in un mondo musicale che si animerà con 
la zona successiva in cui potranno saltare, correre, 
arrampicarsi. Successivamente scopriranno il mondo 
osservato da un punto di vista differente, per poi 
riposarsi sotto quello che rimane tutt’oggi il loro punto 
di riferimento: l’albero.
Il progetto è quindi composto da quattro aree, ognuna 
finalizzata allo sviluppo di un aspetto della crescita.
167. Rappresentazione simbolo-forma
168. Suddivisione delle aree di progetto
Fonte: Anna Mazzaron
Spazio relax
Spazio emozionale
Spazio movimento
Spazio sonoro
1, 2, tree PLAY! Progetto
164
SPAZIO SONORO
169. Rappresentazione tridimensionale dello spazio sonoro
Fonte: Anna Mazzaron
Quest’area è dedicata all’educazione del suono come 
strumento di percezione dell’ambiente circostante.
Attraverso oggetti di recupero il bambino ha la 
possibilità di sviluppare l’udito e il senso del ritmo 
creando numerose melodie sia singolarmente che in 
gruppo. E’ importante infatti che i bambini imparino a 
rapportarsi con l’uno con l’altro. Trovo che la musica sia 
un buon esercizio per migliorare le proprie capacità di 
comunicazione e collaborazione in modo che la classe 
dell’asilo possa risultare così un’orchestra e un insieme 
di solisti.
Gli elementi che caratterizzano lo spazio in questione 
sono tubi metallici sospesi con i quali è possibile 
riprodurre un suono se movimentati da un fattore 
esterno, un piatto metallico che ricorda un “gong”, 
sonagli costruiti con noci di cocco e semi, una parete 
di tessuto semi-rigido ed infine diverse superfici 
calpestabili (semi, ghiaia, legno) dalle quali otteniamo 
suoni differenti.
Anche l’ordine con cui ho posizionato le tappe non è 
casuale.
Seguendo i ritmi della giornata ho scelto di iniziare il 
percorso l’area del suono per “svegliare” gli animi 
dei bambini, per poi fare in modo che si attivino e si 
sfoghino con quella del movimento.
Gli ultimi due spazi, quello emozionale e quello relax, 
concludono il percorso riportando il bambino a uno 
stato di tranquillità necessario dopo il gioco vivace.
1, 2, tree PLAY! Progetto
165
SPAZIO MOVIMENTO
170. Rappresentazione tridimensionale dello spazio movimento
Fonte: Anna Mazzaron
Ogni bambino ha il diritto di muoversi e svolgere 
le attività proprie dell’infanzia: camminare, correre, 
arrampicarsi, dondolarsi, salire, scendere. 
Non è necessario uno spazio progettato appositamente 
per compiere questi movimenti, ma l’esistenza di uno 
di questi rende l’attività più interessante e facilita lo 
sviluppo delle capacità motorie.
L’area è caratterizzata da elementi verticali ed 
orizzontali quali assi di legno, copertoni, corde e reti 
che arricchiscono lo spazio e permettono di svolgere 
attività semplici.
In alcuni casi è il modulo stesso a differenziare le 
funzioni variando in altezza.
1, 2, tree PLAY! Progetto
166
SPAZIO EMOZIONALE
171. Rappresentazione tridimensionale dello spazio emozionale
Fonte: Anna Mazzaron
Chiamato “spazio emozionale” poichè è dedicato 
alla scoperta di azioni semplici come nascondersi, 
guardare, toccare, ecc, e porta il bambino a sviluppare 
i cinque sensi.
Inoltre permette di rafforzare le relazioni bambino-
bambino, bambino-oggetto, bambino-realtà, attraverso 
l’utilizzo di diversi materiali.
Principalmente l’ambiente è caratterizzato da tessuti 
con trame e trasparenze differenti in modo da scoprire 
e osservare la realtà circostante da nuovi punti di vista.
Questo aspetto dell’infanzia è spesso sottovalutato, per 
cui difficilmente troviamo nelle strutture per bambini 
uno spazio apposito.
1, 2, tree PLAY! Progetto
167
SPAZIO RELAX
172. Rappresentazione tridimensionale dello spazio relax
Fonte: Anna Mazzaron
Infine c’è la zona relax, caratterizzata da sedute o 
elementi inclinati adatti al riposo del corpo e della 
mente.
Dopo aver giocato per diverse ore, il bambino necessita 
di una pausa da un’attività movimentata per dedicarsi 
alla lettura, all’ascolto, alla condivisione.
Ho scelto di porre quest’area come conclusione del 
percorso e di darle una forma accogliente. 
L’albero infatti, viene “abbracciato” da una composizione 
di elementi posti in cerchio, forma che rimanda alla 
comunità. I bambini potranno così godersi i racconti 
delle maestre, parlare o semplicemente rilassarsi.
1, 2, tree PLAY! Progetto
168
4.4.4 COLORE
Il colore, per definizione, è il risultato di un processo 
elaborato del cervello umano, il quale è in grado di 
distinguere le differenti qualità della luce.
Nell’ambiente ludico più di altri, il colore ricopre un 
ruolo fondamentale ed è strettamente collegato alle 
emozioni; può essere inteso infatti come elemento 
comunicativo attraverso il quale l’individuo, o in questo 
caso il bambino, può esprimere il suo stato d’animo e 
creare situazioni differenti.
Inconsciamente si crea una sintonia tra il colore e 
l’aspetto psicologico dell’uomo, il quale è portato a 
suddividerlo in due categorie principali: colori freddi e 
colori caldi. I primi sono caratterizzati da tonalità azzurre 
che riconducono ad un’atmosfera rilassata, i secondi 
sono governati dal rosso, colore eccitante, acceso.
Lo studio del colore durante la progettazione degli 
ambienti viene spesso trascurato o inserito senza 
motivazioni adeguate.
Questo avviene poichè non si pensa alle emozioni 
che può creare un colore all’occhio umano. Le 
tinte vivaci infatti provocano uno stato d’animo di 
tensione, aggressività, al contrario di quelle delicate 
chetrasmettono tranquillità; i colori brillanti vengono 
utilizzati per evidenziare oggetti o superfici, mentre 
quelli neutri per creare ambienti rilassanti.
Per la buona riuscita di un progetto è necessario quindi 
non trascurare l’aspetto cromatico, che di per sè suscita 
in noi un senso di vivacità e risulta fondamentale negli 
ambienti infantili.
Molti sono gli studiosi che hanno affrontato questo 
tema provenienti da ambienti differenti, da Goethe 
e Kandinskji nell’ambito artistico, a Heinz Werner1 
in quello psicologico poichè, come accennato 
precedentemente, risultano due mondi strettamente 
collegati.
1.Heinz Werner, (1890-1964). Teorico della psicologia dello sviluppo 
psichico infantile.
Il mio progetto è strettamente collegato alla scoperta 
dei bambini verso i cinque sensi; ho effettuato così 
delle ricerche di studiosi che hanno affrontato questo 
argomento.
Ad esempio Karowski e Odbert, entrambi teorici, hanno 
fondato i loro studi sulla relazione tra colore e musica 
accostando la musica lenta al blu e quella veloce al 
rosso, le note alte a colori chiari e quelle basse a colori 
scuri. 
Partendo dallo studio di Werner, il quale afferma 
che la “rumorosità” dello spazio viene percepita in 
base al colore che lo domina, ho iniziato a fare delle 
prove cromatiche per rendere l’ambiente dell’asilo 
maggiormente interessante e consono alla sua 
funzione. 
Nel progetto da me proposto troviamo quattro aree 
suddivisibili in due categorie: l’area dinamica, che 
comprende quella del suono e quella motoria, e l’area 
tranquilla dove il bambino è portato a rilassarsi, che 
include le due restanti.
In seguito a quanto affermato, ho scelto colori caldi 
per dominare l’area dinamica e freddi per favorire 
un’atmosfera rilassata.
Frank Mahnke, attuale presidente della IACC2, ha 
approfondito durante i suoi studi la relazione tra colore 
e ambiente scolastico affermando: “Se si mettono 
a confronto spazi architettonici identici arredati allo 
stesso modo, ma con un diverso colore dominante, essi 
ci appariranno molto diversi”.3
Tra le sue ricerche emerge l’associazione che ha fatto 
tra il senso tattile e il colore, attribuendo a varie tinte 
una superficie materiale.
Da questa mi sono ispirata nel selezionare i materiali 
in particolare della zona emozionale, associando colori 
diversi a tessuti diversi.
2. International Association of Colour Consultant
3. Frank Mahnke, “Il colore nella progettazione”, Torino 1998, 
p.7 
1, 2, tree PLAY! Progetto
169
173. Rappresentazione dello studio sul colore di Frank Mahnke
Fonte: Anna Mazzaron
174-175. Studio del rapporto tessuto/colore dello spazio emozionale
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
170
STUDIO DEL COLORE
In seguito alla breve ricerca sopra citata ho fatto alcune 
prove di colore per vedere quale fosse il risultato 
migliore e proporlo di conseguenza alla comunità di 
Abetenim.
Ho scelto infine di intervenire cromaticamente solo sulla 
struttura portante, le assi, ed evidenziare solamente gli 
elementi visibili da lontano una volta entrati nell’area 
scolastica.
La parte retrostante è rimasta della colorazione originale 
per dare importanza anche all’aspetto naturale che 
caratterizza il progetto.
Dal lato nord quindi, il progetto risulterà privo di 
colorazione.
La scelta cromatica parte da toni gialli accesi che 
mettono in risalto l’aspetto musicale del progetto, 
proseguendo con le tonalità di rosso, indice di 
dinamicità; si passa poi ad una colorazione verde per 
l’area emozionale/sensoriale ed infine ai colori freddi, 
dominati dall’azzurro che trasmettono un senso di 
tranquillità nella zona rilassante.
176. Prova di colore n.1
177. Prospetto sud, Prova di colore n.2 
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
171
178. Prova di colore n.3 (definitiva)
179. Prospetto sud, Prova di colore n.3 (definitiva)
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
172
4.4.5 DISEGNI TECNICI
180. Planimetria Area scolastica di Abetenim in scala 1:500
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
173
181. Planimetria Area Asilo di Abetenim in scala 1:200
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
174
182. Pianta del progetto in scala 1:100
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
175
1, 2, tree PLAY! Progetto
176
183. Prospetto Sud del progetto in scala 1:100
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
177
1, 2, tree PLAY! Progetto
178
184. Pianta e prospetto dell’elemento n.1 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
179
185 Pianta e prospetto dell’elemento n.2 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
180
186. Pianta e prospetto dell’elemento n.3 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
181
187. Pianta e prospetto dell’elemento n.4 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
182
188. Pianta e prospetto dell’elemento n.5 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
183
189. Pianta e prospetto dell’elemento n.6 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
184
190. Pianta e prospetto dell’elemento n.7 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
185
191. Pianta e prospetto degli elementi n.8-9 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
186
192. Pianta e prospetto dell’elemento n.10 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
187
193. Pianta e prospetto 
degli elementi n.11-12-13-14 
in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
188
194. Pianta e prospetto dell’elemento n.15 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
189
195. Pianta e prospetto degli elementi n.16-17-18-19 in scala 1:50
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
190
196. Pianta e prospetto degli elementi 
n.20-21-22-23-24-25-26-27 in scala 1:100
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
191
197. Pianta e prospetto degli elementi n.28-29-30 in scala 1:100
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
192
198. Pianta e prospetto dell’elemento n.28 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
193
199. Pianta e prospetto degli elementi n.29 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
194
200. Pianta e prospetto dell’elemento n.30 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
195
CREATO CON LA VERSIONE DIDATTICA DI UN PRODOTTO AUTODESK
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CREATO CON LA VERSIONE DIDATTICA DI UN PRODOTTO AUTODESK
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TTO
 A
U
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D
ESK
201. Dettaglio di costruzione di elementi complessi 
 in scala 1:20
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
196
4.4.6 VISTE 3D
202. Render progetto
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
197
1, 2, tree PLAY! Progetto
198
203. Render progetto n.2
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
199
1, 2, tree PLAY! Progetto
200
204-205. Foto modello
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
201
206-207-208. Foto modello
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
202
ELENCO DELLE IMMAGINI
0. Villaggio di Adanwomase, Fonte: Achinoam 
Weinstein
1. Donne del villaggio di Abetenim durante una 
funzione religiosa, Fonte: Anna Mazzaron
2. Wangari Maathai, Fonte: Martin Rowe
3. Esempio di abitazione di un villaggio 
africano, Abetenim (Ghana), Fonte: Anna 
Mazzaron
4. Esempio di abitazione di una città africa, 
Cape Coast (Ghana), Fonte: Anna Mazzaron
5. Diébédo Francis Kéré, Fonte: www.
kerearchitecture.com
6. Scuola di Fansirà Corò, Emilio Caravatti, 
Fonte: www.panoramio.com
7. Dano Secondary School, Diébédo Francis 
Kéré, Fonte: www.kerearchitecture.com
8. Simboli Adinkra, Fonte: www.adinkra.org
9-10. Produzione del Kente nel villaggio di 
Adanwomase, Fonte: Anna Mazzaron
11. Sgabello tradizionale Ashanti, Fonte: www.
africanartgallery.it12. Produzione del Fufu, Abetenim Arts Village 
(Ghana), Fonte: Giovanna Gaioni
13. Riproduzione del gioco Oware di un 
bambino, Fonte: Anna Mazzaron
14. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche 
del Ghana del nord, 
Fonte: www.bookcoverimgs.com
15. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche 
del Ghana del nord, Fonte: Anna Mazzaron
16. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche 
del Ghana del centro-sud, 
Fonte: www.ghanaviaggioinafrica.com
17. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche 
del Ghana del nord, Fonte: Anna Mazzaron
18. “Kwame Nkrumah Presidential Library”, 
Mario Cucinella, Fonte: www.rhomefordencity.it
19. Entrata del Campus “Kwame Nkrumah 
University of Science and Technology” Kumasi 
(Ghana), Fonte: www.infosdaccra.com
20. Campus “Kwame Nkrumah University of 
Science and Technology” Kumasi (Ghana), 
Fonte: www.infosdaccra.com
p.12
p.14
p.16
p.17
p.18
p.21
p.22
p.23
p.28
p.29
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p.32
p.33
p.33
p.34
p.34
p.36
p.38
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21. Winifred Ayine, Fonte: Winifred Ayine
22. Cartina del Villaggio di Abetenim, Fonte: 
Anna Mazzaron
23. Abetenim Arts Village, Fonte: Achinoam 
Weinstein
24. Nana Owusu Ababio, capo villaggio di 
Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron
25. Canti e danze durante una funzione 
religiosa, Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron
26. Battesimo, Abetenim, Fonte: Anna 
Mazzaron
27. Funerale, Abetenim, Fonte: Cristina Gratton
28. Esempio di impiego ad Abetenim, 
muratore, Fonte: Martina Caldarigi
29. Esempio di impiego ad Abetenim, 
venditore, Fonte: Martina Caldarigi
30-31. Produzione dell’olio di palma, Fonte: 
Achinoam Weinstein
32. La piazza di Abetenim, Fonte: Achinoam 
Weinstein
33. La scuola di Abetenim, Fonte: Achinoam 
Weinstein
34. Il campo da calcio di Abetenim, Fonte: 
Anna Mazzaron
35. Chiesa della Pentecoste di Abetenim, 
Fonte: Martina Caldarigi
36. Prima casa per volontari, progetto di 
Bathosa Nkurumeh, Fonte: Achinoam 
Weinstein
37. Seconda casa per volontari, progetto di 
Bathosa Nkurumeh, Fonte: Anna Mazzaron
38. Terza casa per volontari, progetto di 
Bathosa Nkurumeh, Fonte: Achinoam 
Weinstein
39. Aula Workshop, progetto dell’Atelier 
Switzer, Fonte: Achinoam Weinstein
40. Teatro all’aperto, progetto dell’arch, Jose 
Rivera, Fonte: Anna Mazzaron
41. Quarta casa per volontari, progetto 
dell’arch. Giulia Fortunato, Fonte: Anna 
Mazzaron
42. Pianta casa a corte, Fonte: riproduzione di 
Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
p.39
p.41
p.42
p.44
p.45
p.45
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p.48
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1, 2, tree PLAY! Progetto
203
69-70. Stato attuale della costruzione della 
Biblioteca, Fonte: Solterre: Build for Ghana
71. Schema delle fasi dei progetti di Nka 
Foundation, Fonte: Anna Mazzaron
72. Collaborazione tra abitanti e volontari, 
Fonte: Anna Mazzaron
73. Volantino del workshop “Build with earth”, 
Fonte: http://rammedeartharchitecture.wor-
dpress.com
74. Protagonisti principali del workshop “Build 
with earth”, Fonte: Anna Mazzaron
75. Pianta originale della casa per volontari, 
Fonte: Giulia Fortunato
76. Pianta definitiva della casa per volontari, 
Fonte: Giulia Fortunato
77. Sbancamento collina, Fonte: Anna 
Mazzaron
78. Fondazioni + base in cemento, Fonte: Anna 
Mazzaron
79. Colonne in mattoni + primo layer di 
Atakpame, Fonte: Anna Mazzaron
80. Fine colonne, inizio secondo layer 
Atakpame, Fonte: Anna Mazzaron
81. Finestra Cucina, lavori del carpentiere, 
Fonte: Anna Mazzaron
82. Terzo layer di Atakpame, Fonte: Anna 
Mazzaron
83. Completamento dei lavori, vista frontale, 
Fonte: Frank Appiah Kubi
84. Completamento dei lavori, vista laterale, 
Fonte: Frank Appiah Kubi
85. Completamento dei lavori, dettaglio bagno, 
Fonte: Frank Appiah Kubi
86. Area delle strutture scolastiche, Fonte: 
Anna Mazzaron
87. Area delle strutture scolastiche, vista dal 
campo da calcio, Fonte: Anna Mazzaron
88. Lezione all’asilo prima della costruzione 
della struttura, Fonte: Achinoam Weinstein
89. Disegni tecnici del Kindergarten, Fonte: 
Michele Ape
p.66
p.67
p.68
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43-44. Esempio di casa a corte, Fonte: 
Achinoam Weinstein
45. Pianta casa lineare, Fonte: riproduzione di 
Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
46-47: Esempi di casa lineare, Fonte: 
Achinoam Weinstein 
48. Esempio di casa lineare, Fonte: Achinoam 
Weinstein
49. Pianta casa “L”, Fonte: riproduzione di 
Achinoam Weinstein e Giovanna Gaioni
50. Esempio di casa a corte, Fonte: Achinoam 
Weinstein
51. Esempio di casa ad una stanza unica, 
Fonte: Achinoam Weinstein
52. Pianta casa indipendente, Fonte: 
riproduzione di Achinoam Weinstein e 
Giovanna Gaioni
53-54: Esempi di casa lineare, Fonte: 
Achinoam Weinstein 
55-56. Esempio di casa costruita con legno di 
palma, Fonte: Achinoam Weinstein
57. Esempio di casa costruita con la tecnica 
atakpame, Fonte: Achinoam Weinstein
58. Esempio di casa costruita con la tecnica 
“cob method”, Fonte: Achinoam Weinstein 
59. Esempio di casa costruita con la tecnica 
“earth bricks”, Fonte: Achinoam Weinstein 
60. Esempio di casa costruita con blocchi di 
cemento, Fonte: Achinoam Weinstein
61. Logo di Nka Foundation, 
Fonte: www.nkafoundation.org 
62. Mr. Frank Appiah Kubi, Fonte: Giovanna 
Gaioni
63. Esempio di un volantino di Nka Foundation, 
Fonte: www.nkafoundation.org
64. Volontario di Nka con i bambini della 
comunità di AbetenimFonte: Giovanna Gaioni
65-66-67-68. Volontari di Nka con la comunità 
di Abetenim, Fonte: Achinoam Weinstein, 
Giovanna Gaioni, Anna Mazzaron
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1, 2, tree PLAY! Progetto
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90. Stato attuale del Kindergarten, Fonte: Anna 
Mazzaron
91-92-93. Costruzione del Kindergarten (Luglio 
2014), Fonte: Michele Ape
94. Lezione della scuola elementare, Fonte: 
Achinoam Weinstein
95-96. Edificio della scuola elementare, Fonte: 
Anna Mazzaron
97. Ragazzi della scuola media, Fonte: Anna 
Mazzaron
98-99-100. Edificio scuola media e dettaglio 
struttura, Fonte: Achinoam Weinstein, Anna 
Mazzaron
101. Aula della scuola media, Fonte: Anna 
Mazzaron
102. Bambini del villaggio di Abetenim, Fonte: 
Martina Caldarigi
103. Bambino di Abetenim, Fonte: Martina 
Caldarigi
104. Bambina del villaggio, Fonte: Achinoam 
Weinstein
105. Lezione alla scuola media, Fonte: Anna 
Mazzaron
106. Foto di classe asilo, Fonte: Anna 
Mazzaron 
107. Foto di classe prima elementare, Fonte: 
Anna Mazzaron
108. Foto di classe seconda elementare, Fon-
te: Anna Mazzaron
109. Foto di classe terza elementare, Fonte: 
Anna Mazzaron
110. Foto di classe quarta elementare, Fonte: 
Anna Mazzaron
111. Foto di classe quinta elementare, Fonte: 
Anna Mazzaron
112. Foto di classe sesta elementare, Fonte: 
Anna Mazzaron
113. Foto di classe prima media, Fonte: Anna 
Mazzaron
114. Foto di classe seconda media, Fonte: 
Anna Mazzaron
115. Foto di classe terza media, Fonte: Anna 
Mazzaron
116. Frank Appiah Kubi, insegnante della 
scuola media di Abetenim, Fonte: Anna 
Mazzaron
117. Alunno della prima media che compila il 
questionario, Fonte: Anna Mazzaron
118. Schema riassuntivo dei questionari posti 
ad alcune classi della scuola, Fonte: Anna 
Mazzaron
119. Bambini del villaggio di Abetenim durante 
un gioco, Fonte: Anna Mazzaron
120. Disegno di un bambino del villaggio di 
Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron
121. Bruno Munari presenta i laboratori tattili, 
Fonte: www.brunomunari.it
122. Laboratorio di “Reggio Children, Fonte: 
www.reggiochildren.it
123. Rappresentazione di un gioco tipico 
africano, Fonte: Anna Mazzaron
124. Gioco tipico africano creato dai bambini 
di Abetenim, Fonte: Anna Mazzaron
125. BIBLIOTECA DEL VECCHIO MERCATO, 
Thailandia 2009 TYIN Tegnestue, 
Fonte: www.tyinarchitects.com
126-127. SCUOLA COMUNITARIA , Fansira 
Corò 2010-2011 Emilio Caravatti,Fonte: www.
emiliocaravatti.it
128. GEOPARK, NORVEGIA 2008 
R. Augenstein, B. Gonzalez, M. Pena
Fonte: www.archiweb.cz
129. PARCOBALENO, L’AQUILA 2013 
VIVIAMOLAq, Fonte: www.archiweb.cz
130. OLIFANTSVLEI PRESCHOOL, SUD 
AFRICA 2006-2007, University of Innsbruck, 
Fonte: www.archello.com
131. FOUND SOUND, LONDRA 2008 Erect 
Architecture, 
Fonte: www.erectarchitecture.co.uk 
132. LOS ANGELES DE EDEN 
KINDERGARDEN, PERU’ 2014
AfonsoMaccagliaArchitecture, 
Fonte: www.archello.com
133. ESPERANZA DOS, ECUADOR 2011 AL 
BORDE, Fonte: www.albordearq.com 
p.106
p.110
p.111
p.117
p.119
p.121
p.122
p.125
p.126
p.128
p.129
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p.132
p.133
p.134
p.135
1, 2, tree PLAY! Progetto
205
134. URBAN SPACESHIP, MARSIGLIA 2013, 
BC Architects and Studies, 
Fonte: www.studies.bc-as.org
135. TRICIRCLE PAVILION, SUD AFRICA 2008 
Smale and Partners Inc., Fonte: www.artefacts.
co.za
136. Schema riassuntivo del concept, Fonte: 
Anna Mazzaron
137. Rappresentazione del progetto inserito in 
un ambiente fantastico, Fonte: Anna Mazzaron
138. Lezione delle classi dell’asilo e della 
prima elementare prima della costruzione 
dell’edificio, Fonte: Anna Mazzaron
139. Rappresentazione dei giochi più comuni 
nel villaggio di Abetenim, Fonte: Anna 
Mazzaron
140. Rappresentazione della pianta con 
posizione e inquadratura delle foto, Fonte: 
Anna Mazzaron
141-142-143. Viste differenti della zona 
d’intervento, Fonte: Anna Mazzaron
144. Rappresentazione del villaggio di 
Abetenim, in particolare delle scuole,
Fonte: Anna Mazzaron
145. Rappresentazione dei flussi durante il 
percorso casa-scuola, Fonte: Anna Mazzaron
146. Rappresentazione dei flussi durante i 
momenti di gioco libero, Fonte: Anna Mazzaron
147. Rappresentazione della pianta e del 
prosetto dell’area d’intervento in scala 1:500, 
Fonte: Anna Mazzaron
148-149. Schizzi progettuali, Fonte: Anna 
Mazzaron
150. Schizzi proposta n.1, Fonte: Anna 
Mazzaron
151. Schizzi proposta n.2, Fonte: Anna 
Mazzaron
152. Schizzi proposta n.3 (definitiva), Fonte: 
Anna Mazzaron
153. Schizzo del progetto definitivo, Fonte: 
Anna Mazzaron
154. Assi di legno, Fonte: Anna Mazzaron
155. Bambini che giocano con un copertone, 
p.136
p.137
p.143
p.145
p.146
p.147
p.149
p.149
p.150
p.150
p.150
p.151
p.152
p.153
p.154
p.155
p.156
p.156
p.157
Fonte: Anna Mazzaron
156. Semi di palma, Fonte: Anna Mazzaron
157. Tubo metallico, Fonte: Anna Mazzaron
158. Rete, Fonte: Anna Mazzaron
159. Corda, Fonte: Anna Mazzaron
160. Schizzi dell’elemento modulare scelto, 
Fonte: Anna Mazzaron 
161. Sezione in scala 1: 50 [vista laterale], 
Fonte: Anna Mazzaron
162. Schizzo incastro semplice, Fonte: Anna 
Mazzaron
163. Dettaglio cerniera, Fonte: Anna Mazzaron
164. Sezione in scala 1:50 [vista frontale], 
Fonte: Anna Mazzaron
165. Sezione in scala 1:50 [vista dall’alto], 
Fonte: Anna Mazzaron
166. Schizzo soluzione ancoraggio a terra, 
Fonte: Anna Mazzaron
167. Rappresentazione simbolo-forma, Fonte: 
Anna Mazzaron
168. Suddivisione delle aree di progetto, Fonte: 
Anna Mazzaron 
169. Rappresentazione tridimensionale dello 
spazio sonoro, Fonte: Anna Mazzaron
170. Rappresentazione tridimensionale dello 
spazio movimento,Fonte: Anna Mazzaron
171. Rappresentazione tridimensionale dello 
spazio emozionale,Fonte: Anna Mazzaron
172. Rappresentazione tridimensionale dello 
spazio relax,Fonte: Anna Mazzaron
173. Rappresentazione dello studio sul colore 
di Frank Mahnke,Fonte: Anna Mazzaron
174-175. Studio del rapporto tessuto/colore 
dello spazio emozionale,Fonte: Anna Mazzaron
176. Prova di colore n.1, Fonte: Anna Mazzaron
177. Prospetto sud, Prova di colore n.2, Fonte: 
Anna Mazzaron
178. Prova di colore n.3 (definitiva), Fonte: 
Anna Mazzaron
179. Prospetto sud, Prova di colore n.3 
(definitiva), Fonte: Anna Mazzaron
180. Planimetria Area scolastica di Abetenim in 
scala 1:500, Fonte: Anna Mazzaron
p.157
p.158
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p.171
p.171
p.172
1, 2, tree PLAY! Progetto
206
181. Planimetria Area Asilo di Abetenim in 
scala 1:200, Fonte: Anna Mazzaron
182. Pianta del progetto in scala 1:100, 
Fonte: Anna Mazzaron
183. Prospetto Sud del progetto in scala 
1:100, Fonte: Anna Mazzaron
184. Pianta e prospetto dell’elemento n.1 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
185 Pianta e prospetto dell’elemento n.2 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
186. Pianta e prospetto dell’elemento n.3 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
187. Pianta e prospetto dell’elemento n.4 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
188. Pianta e prospetto dell’elemento n.5 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
189. Pianta e prospetto dell’elemento n.6 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
190. Pianta e prospetto dell’elemento n.7 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
191. Pianta e prospetto degli elementi n.8-9 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
192. Pianta e prospetto dell’elemento n.10 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
193. Pianta e prospetto degli elementi n.11-12-
13-14 in scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
194. Pianta e prospetto dell’elemento n.15 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
195. Pianta e prospetto degli elementi n.16-17-
18-19 in scala 1:50, Fonte: Anna Mazzaron
196. Pianta e prospetto degli elementi 
n.20-21-22-23-24-25-26-27 in scala 1:100
Fonte: Anna Mazzaron
197. Pianta e prospetto degli elementi n.28-29-
30 in scala 1:100, Fonte: Anna Mazzaron
98. Pianta e prospetto dell’elemento n.28 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
199. Pianta e prospetto degli elementi n.29 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
200. Pianta e prospetto dell’elemento n.30 in 
scala 1:20, Fonte: Anna Mazzaron
p.173
p.174-5
p.176-7
p.178
p.179
p.180
p.181
p.182
p.183
p.184
p.185
p.186
p.187
p.188
p.189
p.190
p.191
p.192
p.193
p.194
p.195
p.196-7
p.198-9
p. 200
p. 201
201. Dettaglio di costruzione di elementi 
complessi (es. n.5) in scala 1:20, Fonte: Anna 
Mazzaron
202. Render progetto, Fonte: Anna Mazzaron
203. Render progetto n.2, Fonte: Anna 
Mazzaron
204-205. Foto modello, Fonte Anna Mazzaron
206-207-207. Foto modello, Fonte Anna 
Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Progetto
207
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UNESCO, World data education, Ghana Settembre 2010
Vassallo G. “Africa Oggi”, 10 Marzo 2006
VIVIAMOLAq (relazione stampa), 2 Marzo 2014
1, 2, tree PLAY! Progetto
210
SITOGRAFIA
www.adanwomase.com 
www.afritecture.org 
www.architekturfuerkinder.ch
www.architectureforhumanity.org
www.adjaye.com
www.atelierswitzer.com
www.bernardvanleer.org
www.boundaries.it
www.brunomunari.it
www.cobprojects.info
www.cultorweb.com
www.detroitarchitectjournal.blogspot.it
www.eastafricanplaygrounds. org
www.ejisujuaben.ghanadistricts.gov.gh
www.erectarchitecture.co.uk
www.ghanaweb.com
www.imaginationplayground.com
www.metafisicadelcolore.it
www.nkafoundation.org
www.our-africa.org
www.playgroundaroundthecorner.it
www.playscotland.org
www.reggiochildren.it
www.ruralcommunitybuildings.org 
www.studies.bc-as.org
www.touringghana.com
www.tyintegnestue.no
www.unicef.it
www.volunteerafrica.netriguarda gli 
aspetti costruttivo, funzionale ed economico.
Mette al primo posto le esigenze della comunità, e non 
si limita a progettare e costruire per la comunità.
“Quando Hassan Fathy scrive il suo libro “Building with 
the Poors”, sostituendo l’ovvio e prevedibile “for” con 
quello straordinario, enorme e stravolgente “with”,
12. Nato nel 1905 è stato un architetto, disegnatore, insegnante, 
storico, collezionista e scrittore austriaco. Morì a New York nel 
1988 
13. Bernard Rudofsky, “Architecture without architects, Museum of 
Modern Art, New York 1964 
14. Nato ad Alessandria d’Egitto nel 1900, fu architetto e urbanista 
egiziano; morì a Il Cairo nel 1989
 
1, 2, tree PLAY! Africa
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 scardina la concezione caritatevole dell’aiuto ai poveri, 
inizia ad affiancare ai loro diritti e ai bisogni anche i 
doveri e le loro responsabilità, e di fatto anticipa di circa 
trent’anni il concetto stesso di co-operazione”15. 
Purtroppo il pensiero di Fathy viene spesso dimenticato 
dai grandi organismi e dalle Organizzazioni Non 
Governative che hanno ereditato un atteggiamento 
caritatevole nei confronti di questo paese ed 
impediscono a chi volesse intervenire di agire 
diversamente dal loro volere.
Guardandoci intorno non c’è progetto rivolto ai paesi in 
via di sviluppo in cui non emerga la parola sostenibilità, 
seguita da replicabilità, etica morale o ricerca dello 
sviluppo; questi termini descrivono il progetto ideale, 
tralasciando però una componente fondamentale per 
la realizzazione di un vero e proprio lavoro adatto al 
territorio.
Mancano infatti le indagini preliminari; senza di esse, 
senza aver avuto un contatto autentico con la cultura di 
chi poi andrà ad usufruire delle strutture, non si hanno a 
disposizione le basi per poter progettare, ma soprattutto 
non si conoscono le esigenze della comunità.
Spesso difatti, l’Africa viene considerata come un’unica 
realtà, e una volta che si conoscono le esigenze di un 
villaggio e si risponde ad esse con un progetto, le stesse 
tecniche vengono adottate di conseguenza per tutti gli 
altri. Eppure avere a che fare con questo continente 
significa confrontarsi non con una, ma con migliaia di 
Afriche: regioni, tribù, idiomi, climi e paesaggi molto 
diversi tra loro.16 
15. Lorenzo Fontana, “Lezioni Africane. Per un’architettura Materica, 
Sociale, Organica e Gioviale”. Prodotto non commerciale. 
Prima edizione Gennaio 2012
 
16. Articolo di L.Sampò, Architettura contemporanea in Africa, 
“Boundaries”, Luglio-Settembre 2011, p. 15 
1, 2, tree PLAY! Africa
21
NUOVE ARCHITETTURE 
[Raccontate dagli architetti]
Nonostante queste premesse l’architettura 
contemporanea in Africa si sta sviluppando e da una 
rapida analisi emerge uno dei problemi principali: 
questa spesso viene considerata come un’architettura 
a sè.
Nei manuali di architettura, infatti, la maggior parte delle 
volte non viene citata oppure vengono inserite soltanto 
poche opere e di stampo occidentale.
In contrapposizione a tale atteggiamento sulla 
divulgazione di esse, troviamo casi in cui le nuove 
architetture africane vengono messe in evidenza 
dedicando loro un intero libro o attraverso realizzazioni 
monografiche di riviste. 
Trovo che considerarle come semplici architetture e non 
come un’edizione speciale, sia l’atteggiamento corretto 
per diminuire le differenze culturali e progettuali tra il 
paese in questione e il mondo occidentale.
Chi si occupa di questo sviluppo oltre agli architetti 
internazionali, sono i giovani di questo paese, che dopo 
aver studiato all’estero ritornano ai loro paesi d’origine 
investendo le proprie conoscenze per migliorare le 
condizioni di vita degli africani. 
Possiamo trovare tanti esempi a partire da Diébédo 
Francis Kéré, architetto contemporaneo del Burkina 
Faso, che dopo un percorso di studio svolto in Germania 
torna nel suo stato d’origine dove si mette all’opera per 
realizzare, nel villaggio di Gando, un centro educativo 
in continua espansione.
I punti di forza della sua ricerca sono lo studio di 
strategie per l’adattamento climatico, l’utilizzo di 
materiali sostenibili, l’integrazione della forza lavoro 
locale e di tecniche costruttive tradizionali.
Alla domanda che gli viene posta in un’intervista in cui 
gli viene richiesto un parere personale sulla possibile 
combinazione di tecniche tradizionali con l’architettura 
contemporanea, Kéré risponde: 
“[...] La mia proposta è quella di garantire una lunga 
durata degli edifici, basati su sistemi costruttivi 
tradizionali; ad esempio trovo che sia necessario 
trasformare l’argilla, sperimentare nuovi composti 
di miscelazione con il cemento e trovare soluzioni 
costruttive più idonee. Abbiamo la terra per fare i 
mattoni, non ci resta che scavare. La nostra risorsa più 
grande è il lavoro, ma molti africani emigrano in cerca 
di fortuna e noi dobbiamo cercare di farli rimanere, 
insegnare loro come si lavora utilizzando i materiali 
locali combinati sia ad antiche, che a nuove tecniche 
costruttive, raggiungendo la miglior combinazione: 
tradizione e modernità.” 17
Altri connotati necessari per la realizzazione di 
opere architettoniche in Africa sono la condivisione, 
l’interazione e lo scambio che troviamo ricorrenti 
nell’opera di Emilio e Matteo Caravatti dove il 
risultato consiste nella capacità di ascolto che rende 
l’architettura “arte eminentemente sociale”, vero e 
proprio bene comune. 
Un chiaro esempio lo troviamo nella realizzazione 
della scuola comunitaria a Fansirà Corò, (Repubblica 
del Mali) eseguita da questo studio. Oltre ad una 
scelta accurata dei materiali e delle tecnologie, è 
fondamentale l’approccio usato con la comunità del 
17. Intervista a Diébédo Francis Kéré di Francesca Picchi, “Domus”, 
8 Novembre 2010 
5. Diébédo Francis Kéré
Fonte: www.kerearchitecture.com
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villaggio che viene coinvolta fin dalla prima fase del 
progetto. In un contesto rurale, l’architettura diviene 
un’opportunità per sperimentare una collaborazione 
con gli abitanti del posto, fruitori della struttura.
I tempi, i materiali e le lavorazioni sono concordate 
in riunioni ed assemblee, il programma delle opere 
è studiato compatibilmente con i materiali reperibili 
sul mercato locale e soprattutto, sulla base della 
disponibilità della manodopera, che varia a seconda 
delle stagioni e del lavoro nei campi. 18
La collaborazione non si limita ad essere solo tra gli 
architetti e gli abitanti, ma vengono coinvolti anche i 
villaggi vicini per quanto riguarda la manodopera.
18. Scuola comunitaria a Fansirà Corò di Emilio Caravatti, Architettu-
re di Pace, “Boundaries”, Gennaio-Marzo 2013, p. 25
 
I bambini, inoltre, hanno preso parte attivamente al 
progetto e alla costruzione apprendendo le varie 
tecniche e partecipando ad un laboratorio loro adibito 
e utilizzato come strumento per far accrescere in 
loro curiosità e stimolarli a scoprire gli ambienti in cui 
abitano.
La domanda più ricorrente che viene fatta agli architetti 
che hanno scelto di dedicare la propria carriera e le 
proprie competenze a questo paese é: “Perchè hai 
scelto l’Africa come luogo in cui operare? Cosa ti 
piace?”. La risposta è semplice e spesso comune: 
“Perchè mi attrae, e sento che c’è molto da imparare 
da questo continente. [...] C’è tanta povertà, ma è in 
quella povertà di tanti cittadini africani che si trova 
un’enorme creatività ed energia, usata per costruire le 
loro città. Molte di queste sono state costruite dai loro 
stessi cittadini senza l’intervento di architetti e solo 
con un modesto contributo da parte degli urbanisti.”19 
La creatività di cui parla Antoni Folkers riguarda il modo 
di creare il proprio ambiente, ed è qualcosa di molto 
distante da ciò che facciamo in Europa. 
Il metodo per ottenere un ambiente speciale e la 
temporaneità sono entrambe caratteristiche che 
contraddistinguono l’architettura del paese africano. 
Un’altra figura di rilievo nel campo dell’architettura 
contemporanea africana è Fabrizio Caròla20,il quale 
opera in questo paese dal 1972, ponendo al centro 
del suo progetto la relazione tra materia e ambiente. 
Indaga il luogo nella sua fisicità materica, ottenendo 
un’architettura spontanea che prende spunto dal 
concetto di un’architettura senza architetti e agisce sui 
significati delle forme mettendo a nostra disposizione 
un repertorio di soluzioni e di segni che ricorrono 
all’interno del continuo divenire della tradizione.
19. Intervista fatta da Africa News ad Antoni Folkers, architetto olan-
dese di ArchiAfrika, 22 Settembre 2001 
20. Nato a Napoli nel 1931, architetto italiano che ha dedicato la 
maggior parte della sua carriera all’architettura bioclimatica 
dell’Africa. Premio Aga Khan di architettura nel 1995 
6. Scuola di Fansirà Corò, Emilio Caravatti
Fonte: www.panoramio.com
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7. Dano Secondary School, Diébédo Francis Kéré
Fonte: www.kerearchitecture.com
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1.1 GHANA
1, 2, tree PLAY! Africa
25
1.1.1 UN PAESE OSPITALE
Il Ghana viene considerato uno dei paesi più ospitali 
dell’Africa Occidentale. 21
Nonostante abbia provato sulla propria pelle la brutalità 
della denominazione coloniale, sia per quanto rigurda i 
furti delle ricchezze minerarie, sia per la sottomissione a 
schiavitù, conserva un’ottima cultura dell’accoglienza. 
Non appena si varca il confine si percepisce l’orgoglio 
che caratterizza i ghanesi.
Un orgoglio che nasce dalla sua storia e continua con 
lo sviluppo che sta attraversando il paese grazie ad una 
democrazia stabile e all’economia in rapida crescita, in 
particolar modo in seguito alla scoperta del petrolio al 
largo della costa nel 2007.
Lo stesso orgoglio, punto di forza degli abitanti, 
può essere visto in modo negativo se viene ferito. 
Nonostante lo sviluppo del paese, la storia fa si che 
ci siano ancora dei rancori, spesso incosapevoli, nei 
confronti dell’uomo bianco, “broni”.
Se l’uomo occidentale non sta attento a come si pone 
nei confronti del “bibini”, uomo di colore, rischia di 
toccarlo nell’orgoglio. Nasce in questi ultimi infatti, un 
senso di inferiorità che va colmato con delle relazioni 
sane e rispettose.
Nonostante gli sviluppi che caratterizzano il paese, si 
trovano nelle zone più povere situazioni di disagio o 
segni di arretratezza (mancanza di servizi igienici, di 
acqua corrente, di istruzione), in particolar modo nelle 
zone rurali delle città e nei villaggi.
Tuttavia la presenza di degrado non influisce in maniera 
invasiva sul Ghana, ritenuto un paese energico e 
mandato avanti dal forte spirito della popolazione dove 
le persone che vi abitano acquisiscono forza sopratutto 
dalla religione, la quale permea ogni aspetto della vita.
“Il mondo spirituale dell’africano è ricco e complesso. 
Egli infatti crede all’esistenza di tre mondi diversi, 
anche se collegati l’uno con l’altro.
Il primo è quello che lo circonda, ossia la realtà 
tangibile di cui fanno parte gli esseri umani, gli animali.
21. http://www.our-africa.org 
Il secondo è il mondo degli antenati, di coloro che, 
pur morti da tempo, in un certo senso non sono morti 
del tutto. [...] Il terzo mondo, infine, è il ricchissimo 
regno
degli spiriti, autonimi e indipendenti, ma al contempo 
presenti in ogni essere, in ogni oggetto.
A capo di questi tre mondi sta L’Essere Supremo, 
Dio.” 22 
Il 70 % della popolazione è cristiana, ed è stupefacente il 
numero di chiese differenti che si possono trovare anche 
in un piccolo villaggio, da quella della pentecoste, ai 
carismatici, così come la chiesa protestante o cattolica.
Il 15% della restante popolazione è di fede musulmana, 
concentrata in particolare al nord del paese.
1.1.2 DIPINGERE IL GHANA
LINGUA
L’inglese è la lingua ufficiale del Ghana, indice peculiare 
di un paese sottoposto al colonialismo.
In Ghana però, si parlano numerose lingue locali; la più 
diffusa è sicuramente il Twi, dominante tra le tribù Akan.
Breve glossario “storico”:
AKAN. Abitanti dell’africa Occidentale, suddivisi in 
numerose tribù.
ASANTE. Tribù Akan che si stabilirono nella regione 
intorno a Kumasi nel sedicesimo e diciassettesimo 
secolo, il termine si riferisce anche alla loro cultura.
ASHANTI. Differente forma del termine Asante, utilizzato 
per indicare il territorio della regione ghanese con 
capitale Kumasi (Regione Ashanti, Impero Ashanti).
ASANEHENE. Re di Ashanti e proprietario dello 
“sgabello d’Oro”. 
22. Ryszard Kapuscinski, “Ebano”, Feltrinelli Editore, Milano 
1998 
1, 2, tree PLAY! Africa
26
Ancora oggi i leader internazionali devono presentarsi 
a Kumasi per conoscere il Re.
SIKA ‘DWA. Lo sgabello d’Oro, simbolo della tradizione 
dei Re Ashanti che contiene lo spirito dei Re del 
passato. Il nuovo Re sceglie uno sgabello appartenuto 
a uno di questi, e di conseguenza assume il suo nome.
NANA. Titolo dato ad una persona ufficiale o reale.
Una tradizione particolare del Ghana sono i nomi, oltre 
a quello anagrafico, che vengono associati ad una 
persona. Tutto dipende dal giorno della settimana in 
cui si nasce e si differenziano tra maschili e femminili.
Questi nomi spesso sostituiscono quello anagrafico, 
troviamo quindi personaggi pubblici ghanesi con nomi 
ricorrenti perchè legati al giorno di nascita. Per chi entra 
in stretto contatto con questa realtà è importante che 
conosca la tradizione a cui gli abitanti sono molto legati 
i quali oltre a voler sapere il nome dell’interlocutore 
spesso chiedono anche il corrispettivo ghanese.
Vedere un Obroni in Ghana è abbastanza insolito, 
soprattutto nei piccoli villaggi, per questo se uno o più 
uomini bianchi girano per il paese diventano subito 
un’attrazione.
Le reazioni solitamente sono due: c’è chi accetta gli 
stranieri e le loro tradizioni e li accoglie con un sorriso, e 
chi li mette alla prova. Questi ultimi solitamente iniziano 
a parlare in Twi23 chiedendo: “Wo-ho-te-sen?”, e se la tua 
risposta sarà: “Me-ho-ye” è come se avessi superato la 
prova e venissi accolto dalla società accompagnato da 
una fragorosa risata.
Oltre ad attirare l’attenzione degli uomini e delle donne, 
quelli che rimangono maggiormente colpiti dalla 
presenza di un obroni sono i bambini. Molti di loro non 
ne hanno mai visto uno dal vivo e alcuni si spaventano 
pensando che si tratti di un fantasma, ma la maggior 
parte ne rimane affascianato ed è pronto a seguirlo pur 
di non perderlo.
23. J.Yeboa-Dankwa, “Basic Twi, for learners Asante”, Sebewie 
Publishers, Kumasi 1998
WO-HO-TE-SEN? Come stai?
ME-HO-YE. Bene
WO-SO-WO-HO-TE-SEN? E tu?
MEDAASE. Grazie
AKWABA. Prego
BRONI. Uomo bianco
BIBINI. Uomo nero
WO-DI-DE-SEN? Come ti chiami?
ME DIN DE... Mi chiamo...
WO FRE HEN? Da dove vieni?
ME FRE... Vengo da...
WADI MFI SEN? Quanti anni hai?
Lunedì. AJOAU (Femminile), KWAJO (Maschile)
Martedi. ABENA, KWABENA
Mercoledì. AKUA, KWAKU
Giovedì. YAA, YAW
Venerdì. EAFIA, KOFI
Sabato. AMA, KWAME
Domenica. AKOSUA, AKWASI
Basic Twi 
[lezioni ad Abetenim] 
1, 2, tree PLAY! Africa
27
Il fascino aumenta se questo è dotato di macchina 
fotografica, a quel punto è veramente difficile separare 
il bambino dall’obiettivo.
COMUNITA’
Il senso di comunità e il ruolo sociale dell’individuo sono 
alcuni degli elementi che più caratterizzano le culture 
africane.24 La vita comunitaria infatti, ha precedenza 
sulla storia del singolo individuo, poichè secondo 
questa cultura la personalità del singolo può fallire, al 
contrario di quella della comunità.
L’individuo è per natura un essere sociale e si forma 
prevalentemente attraverso le relazioni; l’insieme di 
relazioni crea una comunità, dove il bene comune 
spesso coincide con il bene del singolo.
In Ghana per esempio, nonostante ci siano linguaggi 
differenti, diverse abitudini, prospettive, istituzioni, le 
persone sono caratterizzate da valori culturali comuni, 
aspirazioni, obbiettivi, che fanno di tante culture, una 
sola comunità.
Il filosofo Nigeriano Menkiti 25 ha presentato una teoria 
sulla personalità degli africani: “La personalità è una 
piccola cosa daraggiungere. E questo raggiungimento 
è direttamente proporzionale alla partecipazione del 
singolo individuo alla vita comune”.26 
La persona viene sottoposta a diversi riti prima di 
entrare a far parte a tutti gli effetti in una comunità, 
ma solo durante il rito del funerale, si trova la concreta 
espressione della personalità morale dell’individuo.
Nonostante queste premesse la cultura africana 
riconosce che la formazione dell’individuo non
24. Articolo di L.Sampò, Architettura contemporanea in Africa, 
“Boundaries”, Luglio-Settembre 2011, p. 15 
25. Ifeanyi Menkiti, nato nel 1940, poeta e filosofo nigeriano
26. Kwame Gyekye, “Tradition and modernity, philosophical 
reflections on the african experience”, Oxford University Press, 
Oxford 1997 
dipende solamente dalla comunità, la quale spesso
viene “accusata” di non dar l’attenzione necessaria 
ad esso, ma anche dal singolo stesso, il quale però, 
riesce a scoprire la propria essenza, i propri obbiettivi, 
attraverso una struttura comune o grazie alle relazioni 
sociali che intreccia durante il suo percorso di vita.
Il concetto di relazione tra comunità e individuo si 
può riassumere in un proverbio zulù, dove la famiglia 
“estesa”, il villaggio, sono parte integrante della vita 
quotidiana: “Una persona è una persona attraverso gli 
altri”. La stessa parola zulù “ubuntu”, oggi nota a molti, 
veicola un messaggio analogo, di partecipazione: “Io 
sono perchè tu sei”.
Questo è quello che ho studiato sui libri, prima di 
intraprendere il mio viaggio in Africa. 
La parola comunità era ricorrente e stava diventando 
inflazionata, ma solo una volta entrata in contatto con 
questa cultura, ne ho compreso il vero significato.
In Ghana “gli affari di uno, sono gli affari di tutti”, è una 
regola con poche eccezioni. Si tratta di un principio 
fondamentale che appare opposto alla cultura 
occidentale, dove, inutile dire, è il singolo ad essere al 
centro del pensiero.
Questo emerge in modo particolare nei piccoli villaggi, 
dove le strutture sociali, composte dal capo, gli anziani, 
le donne ecc, sono ben chiare a tutti, compresi gli 
stranieri che hanno la possibilità di conoscere questo 
mondo più da vicino. 
Durante la mia esperienza mi sono imbattuta spesso in 
situazioni in cui non era una singola persona ad avere e 
a dover affrontare un problema, ma un insieme di esse 
che si riunivano per l’occasione con il fine di discuterne 
e trovare una soluzione.
1, 2, tree PLAY! Africa
28
SIMBOLI
Le tradizioni principali del Ghana hanno luogo nella 
regione Ashanti, regione centrale del paese, con 
capitale Kumasi. Il mio lavoro di ricerca si è svolto 
proprio nelle vicinanze di questà città, dove sono 
entrata in stretto contatto con le loro tradizioni.
L’artigianato occupa la maggior parte della tradizione 
artistica, infatti i prodotti non hanno soltanto un valore 
estetico, ma rappresentano nella maggior parte dei 
casi un simbolo di identità etnica o commemorativa di 
eventi storici, leggendari, per trasmettere valori culturali 
o per sottollineare l’appartenenza a un gruppo.
Oltre ad essere ricco di manufatti, il Ghana, in particolar 
modo la regione Ashanti, è prima di tutto costituito da 
silmboli.
Simboli “Adinkra”
In Twi, il termine Adinkra significa “arrivederci” o 
“addio”, e deriva dalla leggenda in cui si narra la storia 
di un re del Gyaman (Nana Cofi Adinkra), sconfitto 
dagli Asante.
Tutto nacque da un simbolo che portava sui vestiti, al 
quale venne attribuito il significato di dolore, di perdita, 
dopo la sua scofitta.
Negli anni successivi l’etnia Akan ha disegnato altri 
simboli i quali rappresentano ancora oggi un sentimento, 
uno stato, ed esprimono vari temi che riguardano la 
storia, le credenze popolari e la filosofia Asante. Spesso 
sono connessi a proverbi, o sono simbolo di saggezza, 
e altre volte ancora, rappresentano il comportamento 
umano, animale o delle forme di vita vegetali.
Dopo la leggenda del re Adinkra, questi segni vennero 
utilizzati principalmente per connotare gli sgabelli dei 
re o dei capi successivi, oppure come decorazione 
di pareti, tessuti, gioielli. Per quanto riguarda i tessuti 
vengono ancora utilizzati per una vasta gamma di eventi 
sociali come feste, matrimoni, battesimi, e funerali.
Al giorno d’oggi hanno mantenuto gli stessi significati e 
valori, in particolar modo per il popolo Ashanti, e spesso 
vengono utilizzati con il fine di affascinare lo straniero.
I designer li utilizzano spesso per la decorazione di 
stoffe, mentre gli artigiani li incidono e disegnano sui 
loro prodotti.
Per quanto riguarda i tessuti in particolare, la tradizione 
si è evoluta utilizzando due tipi di stampe: la stampa 
classica che prevede l’utilizzo di timbri in legno o in 
metallo, e la serigrafia. Per tingere i tessuti si utilizza 
ancora oggi un elemento naturale, la corteccia e le 
radici di alberi particolari, ai queli viene estratto il colore 
attraverso procedure ben precise.
8. Simboli Adinkra
Fonte: www.adinkra.org
1, 2, tree PLAY! Africa
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Kente
Un altro tipo di tessuto tradizionale del Ghana è il 
Kente, materiale di origini molto antiche, caratterizzato 
da motivi geometrici e colori sgargianti.
Si narra la leggenda di due uomini, Ota Karaban e 
Kwaku Ameyaw, i quali hanno imparato questo tipo 
di tessitura osservando un ragno costruire la sua tela, 
riportando poi la scoperta al Re degli Ashanti che l’ha 
diffusa in tutto il regno. Da questa osservazione ne 
deriva il nome Kente=Kenten (cestino).
Ancora oggi la tecnica è rimasta quella di una volta. 
Protagonista è il telaio, collegato a due pedali e 
implementato con dei pettini che hanno il compito di 
comprimere le trame una contro l’altra, il tutto azionato 
esclusivamente dalla forza dell’uomo.
La tradizione vuole che il Kente sia tessuto dagli uomini. 
Le donne, infatti, hanno svolto un ruolo significativo in 
passato per la filatura del cotone grezzo e per la tintura 
di esso, ma al giorno d’oggi queste operazioni sono 
stati sostituite dai filati di fabbrica e di conseguenza il 
ruolo della donna si limita alla commercializzazione del 
tessuto, mentre l’uomo, continua ad essere protagonista 
nella fase di fabbricazione.
Le fabbriche di Kente sono tutt’oggi attive e visitabili; si 
trovano principalmente nell’area centrale della regione 
Ashanti e mostrano tutte le fasi della lavorazione, 
partendo dalla tessitura fino ad arrivare al prodotto 
finito.
Essendo un processo complicato, il Kente rimane uno 
dei manufatti più costosi di tutta l’Africa.
Il risultato finale del tessuto Kente è ottenuto da tante 
strisce larghe circa 15 cm, assemblate infine in un 
un’unico pezzo in cui le dimensioni variano in base alla 
lavorazione.
Nei tempi antichi l’utilizzo di questi tessuti era 
prevalentemente riservato ai membri delle famiglie 
reali Ashanti, ma oggi questa tradizione si è allargata a 
tutte le persone, che sono solite indossarlo negli eventi 
più importanti come le feste, i matrimoni, le lauree e le 
cerimonie religiose.
Questo manufatto viene indossato non solo per la sua 
bellezza, ma soprattutto perchè carico di significati 
simbolici.
Il simbolismo più forte per quanto riguarda questo 
tessuto è dato dalle forme geometriche ma anche dai 
colori, come ad esempio il giallo e gli arancioni che 
indicano ricchezza.
9-10. Produzione del Kente nel villaggio di Adanwomase
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
30
Lo Sgabello
Lo sgabello occupa un posto rilevante nella cultura 
ghanese tanto che un detto recita: “Non ci sono segreti 
tra l’uomo e il suo sgabello”.
Quest’oggetto deriva da un unico pezzo di legno scelto 
accuratamente e intagliato secondo la tradizione. 
Come la maggior parte dei prodotti di questo paese, 
anch’esso viene caricato di simboli, e spesso indica il 
rango a cui un individuo appartiene: più vi è lavorazione, 
più è importante la classe sociale.
Nella maggior parte delle tribù lo sgabello è il primo 
regalo che il padre fa al figlio, e il primo dono che 
l’uomo fa alla propria sposa.Questo oggetto diventa 
compagno di vita e in molti casi è strumento di uso 
quotidiano diffuso in molte case ghanesi.
Nella cultutra Akan, lo sgabello viene venerato poichè 
strettamente collegato agli antenati, i quali continuano 
a dimorare in esso anche dopo la morte. 
Ogni persona ha quindi il diritto di ricevere questo 
oggetto, ma pochi acquisiscono anche l’onore di 
ottenere la “cerimonia dell’annerimento” dello sgabello 
dopo la morte, il quale viene posto nella “casa 
degli sgabelli” della tribù. Il rito consacra l’antenato 
rendendolo meritevole di memoria futura consentendo 
un ricordo costante alle persone care al defunto.
Di maggiore rilievo sono considerati gli sgabelli del Re 
Ashanti, o dei capi villaggio, infatti si dice che sia lo 
sgabello a scegliere il capo, e non viceversa.
Nel momento in cui un uomo, per discendenza, diventa 
capo, ha il diritto di scegliere uno sgabello che si trova 
nella stanza dei re antenati. Ogni sgabello “porta” il 
nome del re a cui apparteneva, e di conseguenza, da il 
nome al futuro capo che lo sceglie.
Oltre al nome, quest’oggetto porta con se l’anima 
stessa della tribù, fonte di potere del capo ed è ricco di 
simboli che riportano la storia e i valori della tribù. 
Lo sgabello è l’artefatto in legno più significativo e 
tradizionale, ma sono tante le lavorazioni in legno 
ghanesi, tra cui le sculture, spesso rappresentanti 
animali, o arredi più o meno tradizionali.
11. Sgabello tradizionale Ashanti
Fonte: www.africanartgallery.it
1, 2, tree PLAY! Africa
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Fufu e Banku
La cucina ghanese, come la maggior parte della cucina 
africana, è molto semplice e limitata.
Come in ogni paese del mondo i prodotti vengono 
importati ed esportati facilmente, quindi anche in Ghana 
è comune trovare marche multinazionali e prodotti di 
altri paesi.
La scelta quotidiana del cibo degli africani però, 
come spesso accade, torna sempre alla tradizione e 
soprattutto nei villaggi è facile trovare sempre gli stessi 
cibi tradizionali.
Tra i più comuni ne troviamo in particolare due, costituiti 
primcipalmente da mais e da yam (un tubero simile 
alla patata), a volte accompagnati da salsa, zuppa 
di pomodori, verdure, pesce o carne, ma solitamente 
consumati senza questi ultimi ingredienti.
Il primo è il Fufu, diventato uno dei simboli del paese 
soprattutto riconosciuto come icona dagli stranieri per 
la particolare preparazione.
 Vengono utilizzati due strumenti costruiti in legno: un 
mortaio, e un bastone alto quanto una persona.
Sono necessarie due figure per la lavorazione del fufu, 
la prima, generalmente ricoperta dall’uomo, che ha il 
compito di battere il bastone nel mortaio, e la seconda, 
generalmente ricoperta dalla donna, la quale si occupa 
di impastare il mais e lo yam con un rapido movimento 
della mano, tra un battito e l’altro di bastone.
La cosa che colpisce di più, specialmente gli stranieri, 
è la rapidità con cui viene effettuato questo gesto, per 
loro meccanico e naturale. E’ necessaria anche una 
certa affinità tra i due lavoratori che spesso rischiano, 
in particolar modo la donna o chiunque sia seduto al 
mortaio ad impastare, di essere colpiti dal bastone in 
movimento.
Il Banku invece, è molto simile ma ancora più semplice; 
è composto da farina di mais e farina di manioca 
versate in un recipiente e cotte con acqua.
12. Produzione del Fufu, Abetenim Arts Village (Ghana)
Fonte: Giovanna Gaioni
1, 2, tree PLAY! Africa
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Oware
Il gioco più tradizionale che troviamo in Ghana è l’Oware, 
diffuso nella maggior parte dell’Africa Occidentale 
con diverse varianti per quanto rigurada il numero di 
giocatori, le varie tipologie di gioco e il nome stesso 
che cambia a seconda del paese o della zona. 
Appartiene alla serie di giochi Mancala, e si tratta di un 
gioco di strategia tra i più comuni.
La storia dell’Oware deriva dal suo stesso nome, che 
tradotto dal Twi significa “Mi sposo lui/lei”. 
La leggenda narra che un uomo e una donna abbiano 
giocato una partita infinita solo per rimanere insieme, 
ed infine si siano sposati.
Riflette i valori tradizionali africani poichè i giocatori 
incoraggiano le altre persone a partecipare al gioco 
in qualità di pubblico, infatti non è così insolito vedere 
un gruppo di africani che si riuniscono per sostenere i 
propri amici, anche se il gioco coinvolge direttamente 
poche persone.
L’Oware ha avuto un ruolo importante anche per 
l’insegnamento dell’aritmetica all’interno delle scuole 
elementari.
La struttura del gioco è molto semplice, costituito da 12 
buche disposte su due file, ogni buca originariamente 
accoglie 4 semi, utilizzati come palline; lo scopo 
del gioco è possedere infine più palline rispetto 
all’avversario.
Le forme dell’oggetto variano leggermente ma la 
struttura di base è la stessa, e viene spesso decorato 
esternamente con simboli ghanesi.
13. Riproduzione del gioco Oware di un bambino 
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
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1.1.3 ARCHITETTURA TRADIZIONALE 
E CONTEMPORANEA del Ghana
ARCHITETTURA TRADIZIONALE 
Ovunque ci troviamo l’architettura rispecchia lo stile di 
vita di un popolo.
Anche nel Ghana dall’architettura tradizionale si 
evincono quelle che sono le abitudini e le tradizioni 
degli abitanti di questa regione.
Ancora oggi, osservando i piccoli villaggi in cui lo 
sviluppo ha preso meno il sopravvento, le tracce 
dell’antichità sono ben visibili pur variando a seconda 
della posizione in cui si trovano.
Se osserviamo le costruzioni a Nord dello stato, in 
particolare presenti nei villaggi rurali, possiamo notare 
che queste sono caratterizzate da una forma circolare, 
ripresa poi nella disposizione delle abitazioni stesse, 
poste anch’esse intorno ad una corte interna, sempre 
circolare. 
Ritroviamo lo stesso concetto di area comune esterna 
nelle case tradizionali del centro e del sud del Ghana, 
con una struttura però differente, caratterizzata dalla 
forma geometrica del rettangolo, sia per quanto 
riguarda la casa in sè, sia per la forma che si ottiene 
in coseguenza della collocazione dei singoli elementi, 
che creano il cortile interno.
Anche le tecniche di costruzione variano a seconda 
della posizione geografica.
Le case del Nord venivano costruite con una miscela 
di terra e acqua, alla quale si aggiungeva lo sterco di 
bovino per renderla maggiormente impermeabile ed 
evitare una rapida usura. 
Nella regione Ashanti invece, veniva costruito uno 
scheletro assemblando dei pali in legno, il quale veniva 
riempito da fango impastato a lungo e lavorato con 
acqua.
In entrambi i casi il tetto ha una struttura di base costruita 
con bastoni di bamboo, ricoperta successivamente 
dalla paglia. Quest’ultima viene ancora oggi utilizzata 
per la copertura, preparata a terra e issata poi sul tetto 
per essere srotolata su tutta la superficie.
14. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord
Fonte: www.bookcoverimgs.com
15. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
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Concentrandosi sulle abitazioni Ashanti, regione di 
maggior interesse per la mia ricerca, troviamo metodi 
tradizionali di costruzione molto precisi per ogni singolo 
elemento:
La pavimentazione. Le quattro unità abitative 
rettangolari che formano un cortile con la medesima 
forma all’interno, venivano rialzate di 10 cm da terra 
per un maggiore isolamento, e la pavimentazione era 
composta da ghiaia rifinita con argilla o fango rosso. 
L’area esterna centrale veniva considerata il centro 
delle attività e utilizzata in occasione delle cerimonie 
religiose. 
Le pareti. Lo scheletro delle pareti era costituito da 
una struttura in legno (nella maggior parte dei casi si 
tratta di bamboo), riempito con argilla, ottimo materiale 
da costruzione in questo tipo di ambiente. Le colonne 
portanti avevano un diametro di circa 15cm dalle quali 
si otteneva una parete spessa circa 25 cm, intonacata 
successivamente con l’argilla rossa, caratteristica di 
queste zone.
La copertura. L’utilizzodel legno è ricorrente anche nella 
copertura, ancora una volta utilizzato per la struttura 
portante. Come nelle case nel Nord del Ghana, anche 
nella regione Ashanti veniva utilizzata la paglia come 
rivestimento, o in alcuni casi le foglie di palma. Durante 
le ristrutturazioni moderne, questi elementi sono stati 
sostituiti da lamiere in metallo rovinando così, l’armonia 
del passato dove vigeva un equilibrio tra design e 
materiali naturali.
Le decorazioni. Come descritto precedentemente, 
la tradizione del Ghana è ricca di simboli e disegni 
usati ancora oggi. Anche le abitazioni antiche sono 
caratterizzate da una particolare attenzione alle 
decorazioni, poste a circa 1m di altezza sia sulle pareti 
sia sulle colonne esterne. Veniva utilizzata la tecnica 
del bassorilievo aggiungendo alla parete argilla rossa 
16. Esempio di abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del centro-sud
Fonte: www.ghanaviaggioinafrica.com 
17. Schema delle abitazioni tradizionali tipiche del Ghana del nord
Fonte: Anna Mazzaron
1, 2, tree PLAY! Africa
35
per creare disegni o simboli Adinkra. In alcuni villaggi si 
trovano ancora oggi queste decorazioni, con significati 
differenti a seconda della tradizione. 
In un villaggio che ho visitato nei pressi della città 
di Tamale per esempio, le pareti esterne delle case 
sembravano essere state decorate con semplici 
elementi geometrici, quando in realtà, si trattava di un 
metodo per disegnare il calendario, appartenente alla 
tradizione di quel particolare villaggio.
Il problema attuale è tramandare le tradizioni, poichè 
i giovani sono sempre più disinteressati e il rischio è 
quello che rimanga solo il ricordo di queste usanze.
Delle abitazioni originali oggi ne rimangono ben poche, 
poichè uno dei problemi principali è la mancanza di 
manutenzione. Riparare i danni causati dall’erosione 
non sarebbe poi così complesso, si tratta di capire 
dove la terra rossa viene a mancare e se ne mette 
altra intonacandola, oppure se la rottura è alla base 
dell’edificio, si possono porre dei sacchi al posto di 
questa mancanza.
Il problema quindi non è il costo della manutenzione, 
ma è una questione di cultura, dove in questo caso 
viene a mancare la sensibilità del riparo e del riciclo, e si 
preferisce lasciare una casa danneggiata o costruirne 
una nuova anche se i proprietari sono nati e cresciuti in 
una di esse.27
27. dall’intervista di B. Santolini e C. Gratton a Mr.Frank Appiah 
Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
1, 2, tree PLAY! Africa
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ARCHITETTURA CONTEMPORANEA
Il problema architettonico principale del Ghana, ma che 
si estende anche ad altri campi, è il fatto che le persone 
di questo paese non si fidano delle proprie capacità, 
e di ciò che viene costruito da loro stessi poichè lo 
ritengono di scarsa qualità.
Nonostante spesso vengano fatte delle valide 
invenzioni, queste saranno successivamente scartate, 
per poi essere attribuite ad altre nazioni.
I ghanesi spesso aspettano che l’uomo occidentale 
li istruisca e dica cosa fare, e anche in questi casi, 
una volta acquisite tecniche differenti, non sempre è 
sufficiente affinchè queste vengano successivamente 
messe in pratica.
E’ difficile trovare quindi nuove architetture progettate e 
realizzate esclusivamente dalle persone del luogo.
Esistono diversi casi, invece, in cui l’architetto 
occidentale che decide di operare in Ghana, o in 
qualunque altro posto del continente africano, sceglie 
di instaurare un rapporto con il paese, con gli abitanti, 
ed iniziare una vera e propria collaborazione.
Aree urbane.
Uno dei pochi esempi che troviamo in Ghana è l’opera 
dell’architetto italiano Mario Cucinella che iniziò un 
progetto nato dall’idea di Samia Nkrumah, figlia del 
leader politico Kwame Nkrumah. Il sogno di questa 
donna era donare un centro culturale al suo paese in 
grado di favorire uno sviluppo sostenibile con il fine di 
coinvolgere la popolazione locale e attuare un piano 
educativo approcciandosi a nuove tecnologie.
Nacque così da questa collaborazione la “Kwame 
Nkrumah Presidential Library”, luogo dedicato 
esclusivamente alla cultura e in grado di offrire 
biblioteche e aule studio a chi ne avesse bisogno. 
Una delle motivazioni principali che ha spinto Samia a 
realizzare questo luogo nasce dal fatto che l’83% della 
popolazione non ha accesso ad internet e nei casi 
di qualche studente, neanche ai libri. In questo caso 
però, l’intervento risulta in un certo senso invasivo. 
Nonostante la maggior parte dei materiali siano del 
posto, non vengono adottate infatti tecnologie locali per 
creare un edificio autosufficiente che richiama la forma 
dell’albero.
Questi grandi progetti che hanno luogo principalmente 
nelle città, sono solo una parte dell’architettura 
contemporanea. Qui la vita scorre più veloce e va verso 
nuove tendenze ed esigenze, nuovi stili e atteggiamenti. 
Non cambia quindi lo stile di vita solo a livello familiare, 
ma è la società a subire e desiderare un cambiamento.
Questo porta ad una modifica degli ambienti anche dal 
punto di vista dell’urbanizzazione.
Aree rurali.
Le grandi città però non sono tante, e non sono le uniche 
ad accrescere l’interesse dell’uomo occidentale.
Se ci inoltriamo nei piccoli villaggi possiamo notare 
che lo stile di vita è rimasto invariato rispetto a quello 
passato, di conseguenza anche le soluzioni abitative si 
avvicinano molto a quelle tradizionali.
Come definito nei capitoli precedenti, al centro 
della vita quotidiana dell’africano c’è la comunità; di 
18. “Kwame Nkrumah Presidential Library”, Mario Cucinella
Fonte: www.rhomefordencity.it
1, 2, tree PLAY! Africa
37
conseguenza le abitazioni vengono principalmente 
utilizzate nelle ore notturne, mentre il maggior numero 
di attività si svolgono nelle aree esterne. 
Ancora oggi le case sono molto differenti dallo stile 
occidentale poichè al contrario di queste non hanno 
una zona giorno, una zona notte e dei servizi, ma si 
limitano ad avere lo stretto indispensabile: le camere 
da letto.
A volte sono dotate anche di cucina, spazio importante 
ma che spesso viene utilizzato come magazzino in 
mancanza di altri ambienti adeguati. Soprattutto nelle 
stagioni secche infatti, le attività culinarie vengono 
svolte all’esterno delle case anche per fare in modo che 
gli odori che ne conseguono vengano dispersi all’aria 
aperta.
I servizi non sono previsti all’interno delle abitazioni ma 
sono presenti in pochi punti del villaggio, e si tratta di 
un luogo in comune con gli altri abitanti.
La socializzazione tra le persone avviene quindi all’aria 
aperta e il problema si pone durante il periodo delle 
piogge poichè nella maggior parte dei villaggi sono 
presenti degli spazi comuni esterni ma non al coperto.
La vita comunitaria in questi casi, si blocca 
momentaneamente. 28
Cos’è cambiato quindi rispetto alle abitazioni 
tradizionali? Sicuramente i materiali. Questa 
trasformazione è lampante in particolar modo nei 
villaggi, poichè le nuove abitazioni si riconoscono 
subito a causa del materiale utilizzato: il cemento.
Nel pensiero degli africani c’è ormai una concezione 
ben chiara delle abitazioni moderne e delle tecnologie 
da utilizzare.
Il cemento è da qualche tempo diventato simbolo di 
ricchezza, mentre la costruzione in terra, di povertà. 
Quest’affermazione è stata alimentata dalle strutture 
28. dall’intervista di B. Santolini e C. Gratton a Mr.Frank Appiah 
Kubi, Abetenim (Ghana), Agosto 2014 
occidentali costruite con questo materiale, che hanno 
trasmesso un messaggio di benessere, sia fisico che 
economico. 
Ciò che cerca di fare l’africano è quindi copiare questo 
stile e cercare di ottenere lo stesso risultato a costo di 
fare molti sacrifici, soprattutto economici.
E’ comune infatti, conoscere persone che hanno 
passato tutta la vita a lavorare e risparmiare per potersi 
permettere una casa “all’occidentale”.
Sia che le nuove abitazioni siano costruite in terra, sia 
che siano costruite in cemento la figura dell’architetto, 
specialmente nei piccolivillaggi, non esiste. Il 
proprietario disegna da se la propria abitazione. E’ lui 
che si occuperà della progettazione, spesso copiata 
da edifici precedenti, e della realizzazione con l’aiuto 
della gente del villaggio.
Quello che manca al ghanese di oggi, è cambiare 
punto di vista riguardo alle risorse a disposizione. Ci 
sono infatti, architetti, volontari e tante altre figure che 
stanno cercando di portare in Africa un’idea, che a 
dire il vero non è affatto innovativa, ma sicuramente 
vincente. Quella di tornare alle origini, alle tecniche 
costruttive tradizionali.
Dopo aver osservato architetture costruite in terra 
qualche africano sta già cambiando la sua opinione a 
riguardo, ma questo processo durerà ancora a lungo, 
specialmente se durante la formazione di queste figure 
professionali, questo tema non è ancora stato affrontato.
1, 2, tree PLAY! Africa
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FORMAZIONE DI NUOVI ARCHITETTI: KNUST
La sede d’istruzione di maggior rilievo ghanese è 
l’università KNUST, conosciuta per l’educazione 
scientifica e la tecnologia, anche nel resto del continente 
africano.
Il nome della scuola rappresenta l’acronimo di “Kwame 
Nkrumah University of Science & Technology”, 
nata originariamente come “The Kumasi College of 
Technology”, e fu aperta nel 1952. 
Il nome fu modificato in un secondo periodo (nel 1961) 
in onore del primo presidente del Ghana indipendente, 
e primo leader dell’Africa nera a far ottenere al suo 
paese l’autogoverno. (www.knust.edu.gh)
La prima Università del paese invece, la University of 
Ghana, nacque pochi anni prima, nel 1948. 
Queste date risultano interessanti se si pensa a tutte 
le Università che hanno aperto molto prima, presenti 
nel resto del mondo e ciò è indice di un’educazione 
arretrata rispetto a quella occidentale.
Nonostante quest’osservazione KNUST rimane una 
delle università più rispettate dell’Africa e bisogna 
riconoscere che l’evoluzione al suo interno è stata 
rapida, tanto che nel giro di pochi anni sono stati 
incrementati i corsi di laurea aggiungendo la Facoltà di 
Ingegneria, di Farmacia, un Dipartimento di Agricoltura, 
la Scuola di Architettura, di Urbanistica e di Edilizia.
Lo stile del campus prende spunto da quelli americani: 
un unico comprensorio che abbraccia tutte le 
Facoltà e trova lo spazio anche per attività didattiche 
extracurriculari come ad esempio, lo sport. 
Si trova sulla strada principale che collega Accra 
e Kumasi, poco prima dell’entrata in quest’ultima, 
rappresenta un piccolo “paradiso” prima di venire 
travolti dalla confusione della città.
20. Campus “Kwame Nkrumah University of Science and Technology”
Kumasi (Ghana)
Fonte: www.infosdaccra.com
19. Entrata del Campus “Kwame Nkrumah University of Science and Technology”
Kumasi (Ghana)
Fonte: www.infosdaccra.com
1, 2, tree PLAY! Africa
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Winifred Ayine, una studentessa di Architettura neolaureata, descrive 
la sua Università come una scuola che fornisce un insegnamento di 
base, dove ognuno prende poi una strada diversa per la sua carriera 
professionale. 
I professori, che diversamente da quelli italiani non hanno uno 
studio personale ma una piccola impresa, insegnano l’architettura 
“all’occidentale”, senza valorizzare le risorse locali.
Nessuno degli insegnanti ha mai costruito in terra, solamente in 
cemento, e non è tra le loro priorità trasmettere agli studenti queste 
tecnologie, che neanche loro conoscono.
Resta quindi alla sensibilità del singolo studente la possibilità di 
apparsionarsi a questo campo ed indagare su di esso, come ha fatto 
questa ragazza.
Winifred ha appena svolto, in occasione della sua tesi magistrale, una 
ricerca sulle costruzioni in terra che si è conclusa con la progettazione 
di un Campus utilizzando proprio questo materiale e le dovute 
tecnologie. 
La studentessa afferma che gli africani non costruiscono in terra perchè 
non sanno come farlo. Questo tipo di iniziative non sono sponsorizzate 
dall’università, e neanche sul web ha trovato alcun tipo di caso studio 
presente in Ghana, perciò è rimasta affascinata dall’iniziativa di NKA 
Foundation di contattare architetti occidentali per effettuale uno 
scambio di conoscenze con il suo paese, ed iniziare così, a produrre 
nuovamente edifici in terra.
E’ fondamentale però una collaborazione tra uomo bianco e uomo nero, 
affinchè il primo porti l’innovazione e il secondo l’esperienza della vita 
in Africa, per arrivare infine ad uno scambio reciproco di conoscenza.
Attualmente al KNUST non ci sono insegnanti bianchi, ma Winifred spera 
in uno sviluppo futuro che comprenda programmi di studio innovativi, 
poichè ritiene che al giorno d’oggi, quello che fa principalmente 
l’africano è copiare dall’Occidente. 
Winifred Ayine
[studentessa KNUST] 
21. Winifred Ayine 
Fonte: Winifred Ayine 
1, 2, tree PLAY! Africa
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1.2 ABETENIM ARTS VILLAGE
1, 2, tree PLAY! Africa
41
LEGENDA:
1. Prima casa per volontari
progetto di Bathosa Nkurumeh e arch.Jason McDonald
2. Seconda casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh
3. Terza casa per volontari, progetto di Bathosa Nkurumeh
4. Quarta casa per volontari, progetto dell’arch. Giulia 
Fortunato
5. Teatro all’aperto, progetto dell’arch. Jose Rivera
6. Aula computer, progetto della studentessa 
Valentina Dall’Orto
7. Aula workshop, progetto dell’Atelier Switzer
8. Fermata del bus, progetto dell.arch. Jason McDonald
9. Casa Opoku, progetto dell.arch. Jason McDonald
10. Scuola Elementare, progetto di Nka Foundation
11. Scuola media, progetto di Nka Foundation
12. Asilo, progetto degli studenti Michele Ape e James Palmer
13. Servizi igienici per la scuola, progetto dello studente 
Diego Ratti
Uno dei villaggi presi in considerazione da Nka 
Foundation è Abetenim, il quale ha modificato il suo 
nome in “Abetenim Arts Village” dopo l’intervento 
dell’associazione.
Si trova nella regione Ashanti a circa 40 km da Kumasi, 
in particolare fa parte del distretto di Ejisu-Juaben che 
si trova a sud-est della città.
22. Cartina del Villaggio di Abetenim
Fonte: Anna Mazzaron
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23. Abetenim Arts Village
Fonte: Achinoam Weinstein 
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1.2.1 STORIA DEL VILLAGGIO
Abetenim era in principio un campo di schiavi, di 
nome Nkoa Kuro. Durante il periodo del colonialismo 
occidentale, tutte le persone catturate in diversi luoghi 
durante le battaglie venivano portate in questo villaggio.
Successivamente i bianchi acquistavano gli schiavi dal 
Capo di Juaben. 
Egli era il fratello del Re degli Ashanti e a lui arrivavano 
i proventi del commercio di esseri umani. 
Il nome del villaggio deriva dall’elevata presenza 
di palme. La traduzione della parola palma è infatti 
“beteni”; da lì, il nome Abetenim che letteralmente 
significa “luogo con molte palme”.
Un’altro racconto interessante riguardante il villaggio 
è quello del torrente che scorre nella parte bassa del 
paese, vicino al pozzo.
Questo veniva considerato il Dio protettore e gli abitanti 
erano soliti venerarlo. Possedeva anche poteri magici, 
si dice infatti che se una donna sposata ma senza figli si 
fosse recata al fiume con un fiore, e dopo aver invocato 
il Dio e gettato il fiore nel fiume, ella sarebbe riuscita a 
concepire un bambino.
Come ogni villaggio che si rispetti, anche Abetenim 
porta una lunga discendenza di capi, l’attuale capo 
tribù è Nana Owusu Ababio, nipote del capo di Ejisu. 
1.2.2 OGGI COME IERI
Oltre alle tradizioni del paese, anche ogni piccolo 
villaggio ha le proprie.
Quelle di Abetenim le ho scoperte prendendo parte 
alla vita quotidiana e dai racconti di Mr. Appiah Kubi, 
coordinatore di Nka Foundation e insegnante di scienze 
naturali alla scuola media del villaggio.
Come nella maggior parte dell’Africa, la comunità è al 
centro della vita di tutti i giorni. Le giornate si svolgono 
all’aperto ed è difficile vedere una persona in solitudine.
Camminando per le strade è facile essere travolti da 
un’atmosfera leggera, ricca di saluti e di sorrisi. 
L’anima del villaggio, e non solo perchè in

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